12 agosto.

L'oceano è in tale tempesta che le sponde tremano di fatica e di

spavento. Le onde ruggono, si frangono, si addossano, si attorniano, si

sormontano, salgono, salgono ancora, urlando e nell'urlo del trionfo

ripiombano nell'abisso. Ritta sul lido una moltitudine contempla il

feroce spettacolo coll'occhio sbarrato e il pensiero fuggiasco: il cielo

è nuvoloso, ma il vento ha lacerato le cortine delle nubi e fra esse

traluce profondamente sereno l'azzurro dello spazio. Un pallone e una

barca lo solcano: sopra loro nè oggetti nè limiti, la vasta monotonia

dell'infinito: al di sotto il mare. Come apparirà la tempesta allo

sguardo dell'ardito areonauta?

L'oceano è immobile con appena alcune rughe: ecco i cavalloni.

Così l'anima. Talora l'uragano la squassa scombuiandola dal fondo:

dolori, speranze, immagini, memorie tutto trabalza e si sfracella, il

petto si apre quasi all'urto dei marosi; ma sul volto non appare che una

ruga, così che la gente passandovi vicino la distingue come l'areonauta

e tira via. Non la notasse almeno e non vi gettasse l'insulto della sua

curiosa parola! Che cosa ho quest'oggi?! Non mi capireste, se pure mi

spiegassi! La ruga che mi solca la fronte vi sembra piccola, perchè non

sapete che è l'opera di centinaia di dolori, come un sentiero è l'opera

di centinaia di orme...

Ieri sera mi avviavo al casino di Mimy in questa triste disposizione di

spirito. La sera non era mai stata più insopportabilmente bella. Le

stelle ridevano nel cielo come tante candele accese in un tempio per

persuadere alla gente l'esistenza di un Dio: ridevano qua e là i lumi

per le case: rideva il sereno, ridevano le foglie del granturco pei

campi, rideva qualche lucciola per le siepi. Tutto mi rideva in faccia;

a mezza strada s'aggiunse il vento.

Io ruggiva di collera, e la natura mi sghignazzava intorno come

un'ubbriaca: mi posi quasi a correre.

A pochi passi dal cancello mi percosse una musica di ballo; le finestre

della sala erano aperte e ne sgorgava un gran lume. Una festa di vicini!

Carlo aveva avuto la generosità di non invitarmi e io ci venivo...

Quando entrai nella sala una dozzina di coppie ballavano un valzer di

Strauss; mi convenne fermarmi sulla porta. A te pure, Anselmo, saranno

accadute disgrazie di simili feste e vedrai, senza che mi affanni a

dipingertela, la goffaggine di quegli uomini e di quelle donne.

Ballavano così vertiginosamente che mi pareva ballassero con loro anche

i mobili. Era un'illusione, ma avrebbero potuto essere vero senza far

perdere al ballo il suo carattere. Si divertivano. Ecco ciò che non

perdono a quella gente, di essere così ignobilmente beati, mentre io

sono stato tanto infelice. Ranocchie, che stimano un lago la loro

pozzanghera e il loro gracidìo una musica.

Non vidi nè Carlo, nè Mimy, nè la marchesa di Monero. La festa era

dunque, per la loro assenza, una festa come nella classica notte di

Valburga? La musica cessò, stavo per cacciarmi in un angolo, quando

molte persone mi furono addosso.

— Come, tanto tardi? Sempre annoiato? Così triste!

— Ma che cosa le manca dunque, signor conte? mi chiedeva la moglie di un

mercante, la quale mi fa la corte da un pezzo, innamorata del mio titolo

e della mia superbia.

— Molte cose, signora.

— Me ne dica qualcuna, e mi si appoggiava così al braccio, che dovetti

offrirglielo.

Ci allontanammo dal gruppo.

— Sentiamo: che cosa le manca?

— Molte cose; per esempio, la potenza di desiderare: adesso non desidero

più nulla, nemmeno di essere il vostro amante.

— E se lo desiderassi io invece?

— Sareste ancor più disgraziata di me.

Un rumore nella sala, e forse anche, queste risposte, mi liberarono il

braccio prigioniero: ma dopo le donne vennero gli uomini. È

inconcepibile quanto duri nei borghesi il prestigio della nobiltà, la

mia è tutt'altro che storica, e come cangiandosi in invidia diventi in

essi disgustoso l'odio selvaggio che ci portano con tanta ragione i

miserabili. Mi corteggiano e mi dispettano, pronti ad umiliarmi domani

se fossi povero e ad insuperbire per un complimento che loro rivolga.

Nella sala erano una trentina di persone, quasi tutti vicini, che dal

più al meno amici di Carlo mi conoscevano abbastanza, perchè fossero

inevitabili saluti e discorsi. Se fossero stati tanto villani da non

avvertirmi, li avrei in compenso battezzati gentiluomini.

— Ah ci divertiamo stasera! Balla anche lei? Balli anche tu? una bella

società. Poh! che aria: ma perchè così accigliato? si direbbe quasi che

posi; mi interpellava uno dei più intimi.

— Vedrai che ci divertiremo: guarda che belle signore.

— Belle?

— Belle! ripetè un marito della luna di miele, guardando in un angolo la

propria metà.

— Dite piano, signore: se vi sentissero, sarebbero capaci di credervi e

le avreste turpemente ingannate.

— Sei intrattabile, mio piccolo Byron!

— Che ne sai tu di Byron?

— Quanto gli altri che lo hanno letto.

— E ne sanno come del polo, cui non sono mai stati?

— Vieni che ti presento a quelle signore, entrava in mezzo un prudente.

Cercavo inutilmente Mimy.

Mi sentivo soffocare. Quella plebe mi studiava; nulla le sfuggiva dalla

mia cravatta a' miei guanti, e si ammiccavano impercettibilmente fra

loro come persone che, avendo finalmente misurato un uomo superiore, lo

hanno impicciolito alla loro statura.

Mi sono arreso alla presentazione, ma passando innanzi a una finestra ho

piantato l'amico.

La collera mi si era cresciuta colla gaiezza di quella gente.

— Mimy! ho chiamato, vedendola passare davanti alla tenda. Dove eravate,

che non vi ho veduta entrando?

— Fuori, questa festa mi soffoca.

— Scommetto che è stata un'idea di Carlo di invitare tutta questa gente?

— Sì.

— Per avere la marchesa. Oh! non vengono che a lui certe idee. Però la

marchesa non c'è. Come ha rifiutato l'invito?

— Semplicissimamente: ha detto che non verrebbe.

— E non l'avete pregata?

— A questa festa? non ne ho avuto il coraggio.

Così chiacchierando ci eravamo appoggiati alla finestra: nella sala

incominciava un altro valzer.

— Mi sembrate ammalato: ella mi ha detto considerandomi.

— È vero: però non supponevo che ve ne accorgereste. Ero venuto qui per

sollevarmi, e càpito fra una canaglia che tripudia. Voi almeno non vi

divertite: datemi la mano.

Invece gliela prendevo, ma era così inanime che mi è mancato la forza di

stringerla. Siamo rimasti alcuni minuti senza parlarci, nè guardarci. Il

vento susurrava fra gli alberi, io non pensavo più a nulla; non ero più

in collera: la sua mano nella mia, mi perdevo in una calma stravagante.

— Te ne vai? e le davo del tu la prima volta dopo quella scena

sciagurata. Allora scendiamo in giardino.

— In giardino?!

— Avresti paura?

— E la festa...?

— La festa ti soffoca, lo hai pur detto; quindi prendendola

risolutamente pel braccio la trascinavo: traversammo a stento le coppie

vorticose: la scala era deserta e mezzo buia.

Ci avviammo verso il giardino illuminato dalla luna.

— Se qualcuno s'affacciasse alla finestra potrebbe vederci. Vuoi fumare?

le dissi; ma cercando l'astuccio delle sigarette, trovai invece la

romanza.

— No.

— Leggere?

— Che cosa?

Le presentai la romanza facendole lume con un zolfanello.

— Ti piace?

— No.

— Allora conservala: ti servirà nei giorni di cattivo umore: è bene

avere qualcuno da disprezzare quando non si è contenti di sè medesimi.

Così entrammo nel giardino.

— Ma di grazia, che cosa facciamo qui?

— Passeggiamo. Non vorrai già farmi credere che ti divertissi più in

sala. La romanza non ti piace? nemmeno a me. Ti ricordi la scena dopo il

pranzo della marchesa?

— Giorgio...

— Eh via! lasciamela ricordare, perchè sono io che vi faccio la parte

peggiore. Se credi che l'abbia dimenticata, t'inganni: quando dico a una

donna: vi amo! non mento e voglio essere amato.

— Proprio!...

Mi guardò sbalordita.

— Ti stupisce. Sentiamo: che cosa hai da opporre al mio amore? Ti sono

antipatico? non è vero. Valgo meno di Carlo? non è vero. Non hai bisogno

di amare? non è vero. La tua onestà? non è vero: tu non sei onesta.

— Oh! m'insultate?

— No, mia bella, non esageriamo; voi non siete onesta e, anzi tutto,

l'onestà non è una virtù. O amate realmente un uomo e il preferirlo a

tutti è appunto la ragione e la sostanza del vostro amore; o non

l'amate, come nel vostro caso con Carlo, e perchè l'essergli

materialmente fedele sarebbe una virtù? E badate che, non amandolo,

dovete detestarlo, perchè non voglio insultarvi, supponendo che possiate

essere indifferente fra le braccia di un uomo. Se non avete un ideale

verso il quale slanciarvi siete solamente una femmina, se lo avete e lo

abbandonate per una minaccia umana o divina siete come la cortigiana:

questa cede all'avarizia, voi alla paura; la medesima prostituzione, la

menzogna nella voluttà, il piacere senza la passione. Volete essere

virtuosa? siate forte: passate per dove le altre indietreggiano, salite

più alto coi piedi che esse non veggano cogli occhi, abbiate il coraggio

della vostra passione, e pel primo vi dirò: Mimy, siete virtuosa; ma

finchè verrete a dirmi: fin qui non ho accarezzato che mio marito, vi

risponderò che la mia Diana non ha mai leccato altri che Turco: perchè

dovrei stimarvi di più? Ma Carlo, voi non l'avete mai amato, voi povera

vittima! Voi non credete come le donne volgari a questa onestà, e vi amo

per questo. Il vostro spirito è già un ribelle, il vostro cuore ha la

febbre della passione e della grandezza...

— Che cosa ne sapete?

— Lo so: vedi, la vita la rassomiglio ad un sentiero fra burroni e

frane: i forti lo passano a piedi, i deboli si fanno legare sul mulo

della legge e chiamano virtù la loro paura, delitto il nostro coraggio,

e sia! A loro l'inerzia e la sicurtà, a noi l'ebbrezza della libertà e

del pericolo. Mi amerai: adesso sorridi.

— È il meno che posso fare.

— Meno sciocco vuoi dire.

— Giorgio!...

— Non cercare d'impormi o di fuggire, perchè parola da gentiluomo

t'insegno e nasce uno scandalo. Ascoltami: siamo troppo affini per non

amarci: ti comprendo come forse appena ti comprendi tu stessa, so le

immagini che ti visitano la notte, i sogni che ti seducono nel giorno;

entro ne' castelli che ti fabbrichi e li giro tutti, sono simili ai

miei: tu idolatri la bellezza, il lusso, l'epicureismo divino del poeta;

io posso darti tutto ciò. Ti amerò col genio che Shakespeare ha messo

nei suoi drammi: ti costringerò ad amarmi almeno quella mezz'ora che ti

starò presso, e sarà il mio trionfo.

Ella fece un moto colle spalle.

— Accetti la sfida?

— Insolente!

— Ora rimontiamo in sala: badiamo a Carlo.

Ritornammo verso la porta. Mimy era pensierosa.

— Guardate: la nostra guerra è già cominciata, il prossimo ha aperto il

fuoco. Quelle due signore, che ci osservano dalla finestra, dicono a

quest'ora che siete la mia amante.

— Ma non lo sono.

— Domani lo ripeteranno e, siccome Carlo è un uomo di merito, saranno

facilmente credute. La vostra onestà non vi garantirebbe dalle calunnie:

avreste il danno senza il vantaggio.

Entrammo nell'andito deserto.

— Un momento. Fin qui siam stati amici, d'ora innanzi o amanti o nemici:

o vi trasfonderò la mia passione, o soccomberò nello sforzo — il genio

non riesce sempre, perchè l'amore sarebbe più fortunato? Salutiamoci

dunque; datemi la vostra mano che la baci amicamente.

Non rispose.

Quelle due signore ci attendevano sulla porta, ci squadrarono come due

carabinieri. Mimy trasalì alla loro occhiata e mi lasciò bruscamente.

— Bella sera, mi si rivolse la signora Agnese, quella mercantessa mia

innamorata: bella come lei! e collo sguardo m'indicava Mimy già lontana.

— Non ci siete, di più ancora: come voi.

— Mentitore!

— Lo so, ma perchè dirmelo in faccia?

Carlo sopraggiungendo imbronciato troncò il nostro alterco. Mi confessò

subito la sua idea della festa con tanto cordoglio, che non ebbi il

coraggio di riderne.

La festa durò ancora un paio d'ore crescendo di rumore, e se fosse stato

possibile, calando di spirito, giacchè venuti a noia i balli,

s'impresero i così detti giuochi di società, una costumanza che i

naturalisti hanno ingiustamente dimenticata come prova che l'uomo è una

scimmia irragionevole. Tutti vi concorsero scambiando motti e

complimenti. I ritratti delle quattro stagioni appesi alle pareti si

guardavano annoiati.

Io mi annoiavo più delle quattro stagioni.

Finalmente i più vecchi cominciarono a reclamare per il loro sonno: si

pestò l'ultima polka, si rise, si parlò più fragorosamente e tra un

mormorio di baci e di saluti si dispose la partenza.

— Esce con noi, signor conte? mi domandava la signora Agnese.

— Aspetto ancora.

— Colla signora Mimy.

— Pur troppo no.

— Innamorato!

— Da che lo indovinate?

— Da tutto e da nulla... ho dell'esperienza io.

— Lo credo.

Ella si morse le labbra.

— Sono dunque molto vecchia?

— Bisognerebbe essere vostro marito o il vostro amante per saperlo.

— Il mio amante: ma questi sono insulti, signor conte.

— Non ne avete? perdono: credevo che sarei stato più insolente non

supponendovene.

— Vuole proprio schiacciare una povera donna.

Io le tesi la mano, che ella afferrò con impeto molto seduttore.

Eravamo rimasti in sala io, Carlo e Mimy egualmente indispettiti della

festa. Non riuscivamo a parlarci.

— Ma allora me ne vado: davvero che questa conversazione è peggiore

della festa.

— E vattene... ma a proposito: t'aspetto domani.

— A pranzo, Mimy?

— A pranzo.

Mentre cercavo il cappello, Carlo usciva dalla sala.

— Mimy...

— Non vi accostate o scappo.

— T'amo.

— Non è vero.

— Adesso te lo provo. Feci un passo, ma ella, sospettando sul serio, mi

sfuggì per la porta chiudendosela dietro con impeto; vi rimasi contro

col naso come uno sciocco. Però uscendo dal casino mi venne l'idea di

andarmene dietro pel bosco, come la prima volta della scoperta; speravo

che Mimy fosse alla finestra. V'era infatti.

Wal light through yonder window breaks?

It is the east, and Iuliet is the sun.

Arise, fair sun.

Le dissi a mezza voce avanzandomi sotto la finestra.

— Ah! rispose impaurita.

— Vorrei finire come Romeo se tu potessi essere Giulietta per me.

— È un complimento o un sarcasmo?

— Una dichiarazione. Senti, e arrampicandomi sulla inferriata della

sottoposta finestra, me le accostai. Vorrei essere il sogno che verrà

nel tuo letto... non chiudere per Dio! non vorrei essere nè più

indiscreto, nè più pesante del sogno: vorrei solo farti sospirare per

avvolgermi nel tuo respiro come nella esalazione di un fiore. Tu non lo

credi, ma io ti amo, Mimy.

Ella mi guardava.

— Ti amo.

— Commedia!

— Che! gridai allungandomi: ella volle ritirarsi, ma vedendo che mettevo

un piede sulla cimasa della ferriata, così che sollevandomi non avevo

altro appoggio che il muro con gran pericolo di cadere, si fermò.

Ero in una difficile positura: salito il primo piede, non mi veniva

fatto di levare il secondo, poco giovandomi le mani: un momento fui per

cadere, ella soffocò un grido.

— Smetti: ma cadrai!...

— Se hai paura, gettami una treccia. Ero montato.

— Scherzi sempre.

— No, ti amo davvero! Dammi la mano.

— Buona notte.

— Dammi la mano! insistei. Ella si ritraeva, io restava ritto contro il

muro, un braccio levato in un'attitudine ridicola.

Una vampa di sdegno m'irruppe nel cuore.

— Ah!... e finsi di pericolare.

Ella si precipitò al davanzale protendendo ambe le braccia; ma in quel

punto perdetti davvero l'equilibrio e mi convenne spiccare un salto per

non tombolare. Caddi così sciaguratamente che Mimy scoppiò a ridere.

M'allontanai che intendevo sempre il suo riso.

Al di là: romanzo · 第 26 / 66 题