L'oceano è in tale tempesta che le sponde tremano di fatica e di
spavento. Le onde ruggono, si frangono, si addossano, si attorniano, si
sormontano, salgono, salgono ancora, urlando e nell'urlo del trionfo
ripiombano nell'abisso. Ritta sul lido una moltitudine contempla il
feroce spettacolo coll'occhio sbarrato e il pensiero fuggiasco: il cielo
è nuvoloso, ma il vento ha lacerato le cortine delle nubi e fra esse
traluce profondamente sereno l'azzurro dello spazio. Un pallone e una
barca lo solcano: sopra loro nè oggetti nè limiti, la vasta monotonia
dell'infinito: al di sotto il mare. Come apparirà la tempesta allo
sguardo dell'ardito areonauta?
L'oceano è immobile con appena alcune rughe: ecco i cavalloni.
Così l'anima. Talora l'uragano la squassa scombuiandola dal fondo:
dolori, speranze, immagini, memorie tutto trabalza e si sfracella, il
petto si apre quasi all'urto dei marosi; ma sul volto non appare che una
ruga, così che la gente passandovi vicino la distingue come l'areonauta
e tira via. Non la notasse almeno e non vi gettasse l'insulto della sua
curiosa parola! Che cosa ho quest'oggi?! Non mi capireste, se pure mi
spiegassi! La ruga che mi solca la fronte vi sembra piccola, perchè non
sapete che è l'opera di centinaia di dolori, come un sentiero è l'opera
di centinaia di orme...
Ieri sera mi avviavo al casino di Mimy in questa triste disposizione di
spirito. La sera non era mai stata più insopportabilmente bella. Le
stelle ridevano nel cielo come tante candele accese in un tempio per
persuadere alla gente l'esistenza di un Dio: ridevano qua e là i lumi
per le case: rideva il sereno, ridevano le foglie del granturco pei
campi, rideva qualche lucciola per le siepi. Tutto mi rideva in faccia;
a mezza strada s'aggiunse il vento.
Io ruggiva di collera, e la natura mi sghignazzava intorno come
un'ubbriaca: mi posi quasi a correre.
A pochi passi dal cancello mi percosse una musica di ballo; le finestre
della sala erano aperte e ne sgorgava un gran lume. Una festa di vicini!
Carlo aveva avuto la generosità di non invitarmi e io ci venivo...
Quando entrai nella sala una dozzina di coppie ballavano un valzer di
Strauss; mi convenne fermarmi sulla porta. A te pure, Anselmo, saranno
accadute disgrazie di simili feste e vedrai, senza che mi affanni a
dipingertela, la goffaggine di quegli uomini e di quelle donne.
Ballavano così vertiginosamente che mi pareva ballassero con loro anche
i mobili. Era un'illusione, ma avrebbero potuto essere vero senza far
perdere al ballo il suo carattere. Si divertivano. Ecco ciò che non
perdono a quella gente, di essere così ignobilmente beati, mentre io
sono stato tanto infelice. Ranocchie, che stimano un lago la loro
pozzanghera e il loro gracidìo una musica.
Non vidi nè Carlo, nè Mimy, nè la marchesa di Monero. La festa era
dunque, per la loro assenza, una festa come nella classica notte di
Valburga? La musica cessò, stavo per cacciarmi in un angolo, quando
molte persone mi furono addosso.
— Come, tanto tardi? Sempre annoiato? Così triste!
— Ma che cosa le manca dunque, signor conte? mi chiedeva la moglie di un
mercante, la quale mi fa la corte da un pezzo, innamorata del mio titolo
e della mia superbia.
— Molte cose, signora.
— Me ne dica qualcuna, e mi si appoggiava così al braccio, che dovetti
offrirglielo.
Ci allontanammo dal gruppo.
— Sentiamo: che cosa le manca?
— Molte cose; per esempio, la potenza di desiderare: adesso non desidero
più nulla, nemmeno di essere il vostro amante.
— E se lo desiderassi io invece?
— Sareste ancor più disgraziata di me.
Un rumore nella sala, e forse anche, queste risposte, mi liberarono il
braccio prigioniero: ma dopo le donne vennero gli uomini. È
inconcepibile quanto duri nei borghesi il prestigio della nobiltà, la
mia è tutt'altro che storica, e come cangiandosi in invidia diventi in
essi disgustoso l'odio selvaggio che ci portano con tanta ragione i
miserabili. Mi corteggiano e mi dispettano, pronti ad umiliarmi domani
se fossi povero e ad insuperbire per un complimento che loro rivolga.
Nella sala erano una trentina di persone, quasi tutti vicini, che dal
più al meno amici di Carlo mi conoscevano abbastanza, perchè fossero
inevitabili saluti e discorsi. Se fossero stati tanto villani da non
avvertirmi, li avrei in compenso battezzati gentiluomini.
— Ah ci divertiamo stasera! Balla anche lei? Balli anche tu? una bella
società. Poh! che aria: ma perchè così accigliato? si direbbe quasi che
posi; mi interpellava uno dei più intimi.
— Vedrai che ci divertiremo: guarda che belle signore.
— Belle?
— Belle! ripetè un marito della luna di miele, guardando in un angolo la
propria metà.
— Dite piano, signore: se vi sentissero, sarebbero capaci di credervi e
le avreste turpemente ingannate.
— Sei intrattabile, mio piccolo Byron!
— Che ne sai tu di Byron?
— Quanto gli altri che lo hanno letto.
— E ne sanno come del polo, cui non sono mai stati?
— Vieni che ti presento a quelle signore, entrava in mezzo un prudente.
Cercavo inutilmente Mimy.
Mi sentivo soffocare. Quella plebe mi studiava; nulla le sfuggiva dalla
mia cravatta a' miei guanti, e si ammiccavano impercettibilmente fra
loro come persone che, avendo finalmente misurato un uomo superiore, lo
hanno impicciolito alla loro statura.
Mi sono arreso alla presentazione, ma passando innanzi a una finestra ho
piantato l'amico.
La collera mi si era cresciuta colla gaiezza di quella gente.
— Mimy! ho chiamato, vedendola passare davanti alla tenda. Dove eravate,
che non vi ho veduta entrando?
— Fuori, questa festa mi soffoca.
— Scommetto che è stata un'idea di Carlo di invitare tutta questa gente?
— Sì.
— Per avere la marchesa. Oh! non vengono che a lui certe idee. Però la
marchesa non c'è. Come ha rifiutato l'invito?
— Semplicissimamente: ha detto che non verrebbe.
— E non l'avete pregata?
— A questa festa? non ne ho avuto il coraggio.
Così chiacchierando ci eravamo appoggiati alla finestra: nella sala
incominciava un altro valzer.
— Mi sembrate ammalato: ella mi ha detto considerandomi.
— È vero: però non supponevo che ve ne accorgereste. Ero venuto qui per
sollevarmi, e càpito fra una canaglia che tripudia. Voi almeno non vi
divertite: datemi la mano.
Invece gliela prendevo, ma era così inanime che mi è mancato la forza di
stringerla. Siamo rimasti alcuni minuti senza parlarci, nè guardarci. Il
vento susurrava fra gli alberi, io non pensavo più a nulla; non ero più
in collera: la sua mano nella mia, mi perdevo in una calma stravagante.
— Te ne vai? e le davo del tu la prima volta dopo quella scena
sciagurata. Allora scendiamo in giardino.
— In giardino?!
— Avresti paura?
— E la festa...?
— La festa ti soffoca, lo hai pur detto; quindi prendendola
risolutamente pel braccio la trascinavo: traversammo a stento le coppie
vorticose: la scala era deserta e mezzo buia.
Ci avviammo verso il giardino illuminato dalla luna.
— Se qualcuno s'affacciasse alla finestra potrebbe vederci. Vuoi fumare?
le dissi; ma cercando l'astuccio delle sigarette, trovai invece la
romanza.
— No.
— Leggere?
— Che cosa?
Le presentai la romanza facendole lume con un zolfanello.
— Ti piace?
— No.
— Allora conservala: ti servirà nei giorni di cattivo umore: è bene
avere qualcuno da disprezzare quando non si è contenti di sè medesimi.
Così entrammo nel giardino.
— Ma di grazia, che cosa facciamo qui?
— Passeggiamo. Non vorrai già farmi credere che ti divertissi più in
sala. La romanza non ti piace? nemmeno a me. Ti ricordi la scena dopo il
pranzo della marchesa?
— Giorgio...
— Eh via! lasciamela ricordare, perchè sono io che vi faccio la parte
peggiore. Se credi che l'abbia dimenticata, t'inganni: quando dico a una
donna: vi amo! non mento e voglio essere amato.
— Proprio!...
Mi guardò sbalordita.
— Ti stupisce. Sentiamo: che cosa hai da opporre al mio amore? Ti sono
antipatico? non è vero. Valgo meno di Carlo? non è vero. Non hai bisogno
di amare? non è vero. La tua onestà? non è vero: tu non sei onesta.
— Oh! m'insultate?
— No, mia bella, non esageriamo; voi non siete onesta e, anzi tutto,
l'onestà non è una virtù. O amate realmente un uomo e il preferirlo a
tutti è appunto la ragione e la sostanza del vostro amore; o non
l'amate, come nel vostro caso con Carlo, e perchè l'essergli
materialmente fedele sarebbe una virtù? E badate che, non amandolo,
dovete detestarlo, perchè non voglio insultarvi, supponendo che possiate
essere indifferente fra le braccia di un uomo. Se non avete un ideale
verso il quale slanciarvi siete solamente una femmina, se lo avete e lo
abbandonate per una minaccia umana o divina siete come la cortigiana:
questa cede all'avarizia, voi alla paura; la medesima prostituzione, la
menzogna nella voluttà, il piacere senza la passione. Volete essere
virtuosa? siate forte: passate per dove le altre indietreggiano, salite
più alto coi piedi che esse non veggano cogli occhi, abbiate il coraggio
della vostra passione, e pel primo vi dirò: Mimy, siete virtuosa; ma
finchè verrete a dirmi: fin qui non ho accarezzato che mio marito, vi
risponderò che la mia Diana non ha mai leccato altri che Turco: perchè
dovrei stimarvi di più? Ma Carlo, voi non l'avete mai amato, voi povera
vittima! Voi non credete come le donne volgari a questa onestà, e vi amo
per questo. Il vostro spirito è già un ribelle, il vostro cuore ha la
febbre della passione e della grandezza...
— Che cosa ne sapete?
— Lo so: vedi, la vita la rassomiglio ad un sentiero fra burroni e
frane: i forti lo passano a piedi, i deboli si fanno legare sul mulo
della legge e chiamano virtù la loro paura, delitto il nostro coraggio,
e sia! A loro l'inerzia e la sicurtà, a noi l'ebbrezza della libertà e
del pericolo. Mi amerai: adesso sorridi.
— È il meno che posso fare.
— Meno sciocco vuoi dire.
— Giorgio!...
— Non cercare d'impormi o di fuggire, perchè parola da gentiluomo
t'insegno e nasce uno scandalo. Ascoltami: siamo troppo affini per non
amarci: ti comprendo come forse appena ti comprendi tu stessa, so le
immagini che ti visitano la notte, i sogni che ti seducono nel giorno;
entro ne' castelli che ti fabbrichi e li giro tutti, sono simili ai
miei: tu idolatri la bellezza, il lusso, l'epicureismo divino del poeta;
io posso darti tutto ciò. Ti amerò col genio che Shakespeare ha messo
nei suoi drammi: ti costringerò ad amarmi almeno quella mezz'ora che ti
starò presso, e sarà il mio trionfo.
Ella fece un moto colle spalle.
— Accetti la sfida?
— Insolente!
— Ora rimontiamo in sala: badiamo a Carlo.
Ritornammo verso la porta. Mimy era pensierosa.
— Guardate: la nostra guerra è già cominciata, il prossimo ha aperto il
fuoco. Quelle due signore, che ci osservano dalla finestra, dicono a
quest'ora che siete la mia amante.
— Ma non lo sono.
— Domani lo ripeteranno e, siccome Carlo è un uomo di merito, saranno
facilmente credute. La vostra onestà non vi garantirebbe dalle calunnie:
avreste il danno senza il vantaggio.
Entrammo nell'andito deserto.
— Un momento. Fin qui siam stati amici, d'ora innanzi o amanti o nemici:
o vi trasfonderò la mia passione, o soccomberò nello sforzo — il genio
non riesce sempre, perchè l'amore sarebbe più fortunato? Salutiamoci
dunque; datemi la vostra mano che la baci amicamente.
Non rispose.
Quelle due signore ci attendevano sulla porta, ci squadrarono come due
carabinieri. Mimy trasalì alla loro occhiata e mi lasciò bruscamente.
— Bella sera, mi si rivolse la signora Agnese, quella mercantessa mia
innamorata: bella come lei! e collo sguardo m'indicava Mimy già lontana.
— Non ci siete, di più ancora: come voi.
— Mentitore!
— Lo so, ma perchè dirmelo in faccia?
Carlo sopraggiungendo imbronciato troncò il nostro alterco. Mi confessò
subito la sua idea della festa con tanto cordoglio, che non ebbi il
coraggio di riderne.
La festa durò ancora un paio d'ore crescendo di rumore, e se fosse stato
possibile, calando di spirito, giacchè venuti a noia i balli,
s'impresero i così detti giuochi di società, una costumanza che i
naturalisti hanno ingiustamente dimenticata come prova che l'uomo è una
scimmia irragionevole. Tutti vi concorsero scambiando motti e
complimenti. I ritratti delle quattro stagioni appesi alle pareti si
guardavano annoiati.
Io mi annoiavo più delle quattro stagioni.
Finalmente i più vecchi cominciarono a reclamare per il loro sonno: si
pestò l'ultima polka, si rise, si parlò più fragorosamente e tra un
mormorio di baci e di saluti si dispose la partenza.
— Esce con noi, signor conte? mi domandava la signora Agnese.
— Aspetto ancora.
— Colla signora Mimy.
— Pur troppo no.
— Innamorato!
— Da che lo indovinate?
— Da tutto e da nulla... ho dell'esperienza io.
— Lo credo.
Ella si morse le labbra.
— Sono dunque molto vecchia?
— Bisognerebbe essere vostro marito o il vostro amante per saperlo.
— Il mio amante: ma questi sono insulti, signor conte.
— Non ne avete? perdono: credevo che sarei stato più insolente non
supponendovene.
— Vuole proprio schiacciare una povera donna.
Io le tesi la mano, che ella afferrò con impeto molto seduttore.
Eravamo rimasti in sala io, Carlo e Mimy egualmente indispettiti della
festa. Non riuscivamo a parlarci.
— Ma allora me ne vado: davvero che questa conversazione è peggiore
della festa.
— E vattene... ma a proposito: t'aspetto domani.
— A pranzo, Mimy?
— A pranzo.
Mentre cercavo il cappello, Carlo usciva dalla sala.
— Mimy...
— Non vi accostate o scappo.
— T'amo.
— Non è vero.
— Adesso te lo provo. Feci un passo, ma ella, sospettando sul serio, mi
sfuggì per la porta chiudendosela dietro con impeto; vi rimasi contro
col naso come uno sciocco. Però uscendo dal casino mi venne l'idea di
andarmene dietro pel bosco, come la prima volta della scoperta; speravo
che Mimy fosse alla finestra. V'era infatti.
Wal light through yonder window breaks?
It is the east, and Iuliet is the sun.
Arise, fair sun.
Le dissi a mezza voce avanzandomi sotto la finestra.
— Ah! rispose impaurita.
— Vorrei finire come Romeo se tu potessi essere Giulietta per me.
— È un complimento o un sarcasmo?
— Una dichiarazione. Senti, e arrampicandomi sulla inferriata della
sottoposta finestra, me le accostai. Vorrei essere il sogno che verrà
nel tuo letto... non chiudere per Dio! non vorrei essere nè più
indiscreto, nè più pesante del sogno: vorrei solo farti sospirare per
avvolgermi nel tuo respiro come nella esalazione di un fiore. Tu non lo
credi, ma io ti amo, Mimy.
Ella mi guardava.
— Ti amo.
— Commedia!
— Che! gridai allungandomi: ella volle ritirarsi, ma vedendo che mettevo
un piede sulla cimasa della ferriata, così che sollevandomi non avevo
altro appoggio che il muro con gran pericolo di cadere, si fermò.
Ero in una difficile positura: salito il primo piede, non mi veniva
fatto di levare il secondo, poco giovandomi le mani: un momento fui per
cadere, ella soffocò un grido.
— Smetti: ma cadrai!...
— Se hai paura, gettami una treccia. Ero montato.
— Scherzi sempre.
— No, ti amo davvero! Dammi la mano.
— Buona notte.
— Dammi la mano! insistei. Ella si ritraeva, io restava ritto contro il
muro, un braccio levato in un'attitudine ridicola.
Una vampa di sdegno m'irruppe nel cuore.
— Ah!... e finsi di pericolare.
Ella si precipitò al davanzale protendendo ambe le braccia; ma in quel
punto perdetti davvero l'equilibrio e mi convenne spiccare un salto per
non tombolare. Caddi così sciaguratamente che Mimy scoppiò a ridere.
M'allontanai che intendevo sempre il suo riso.