Ho ventotto anni. La gioventù mi abbandona senza nemmeno rivolgere il
capo colla leggerezza di una donna: la veggo allontanarsi istupidito,
contemplando la civetteria del suo passo e la vivacità de' suoi
movimenti... giacchè al mio braccio camminava sempre mesta e per correre
aveva d'uopo di ubbriacarsi. Ventotto anni, Anselmo! ormai la metà della
vita, e come trascorsa! Se mi rivolgo, nessun segno attesta il mio
passaggio sulla strada. Se guardo innanzi, essa si perde in una steppa
muta e monotona come una strada ferrata, per la quale non passa
viandante e non s'incontra orma che vi favelli; ho rimorso di aver
vissuto. Al principio colsi alcuni fiori sugli orli dei fossi, ma il
loro profumo non mi consolò la stanchezza del viaggio; qualche tempo le
illusioni mi accompagnarono, precedendomi in aria come uno stormo di
uccelli, ma il loro canto così gaio non mi commosse il cuore, anzi
dimenticando l'invocazione di Valmichi nel Ramayana — o cacciatore,
possa la tua anima non essere mai glorificata per tutte le vite
avvenire, poichè colpisci l'uccello nel sacro momento dell'amore —
mentre fra loro s'innamoravano, sparai a più riprese, esaltandomi
ferocemente nel raccogliermi ai piedi i cadaveri insanguinati. Adesso i
fiori sono scomparsi, cessato il canto, tutti gli uccelli morti, e la
gioventù, che procedeva al mio braccio, mi abbandona con freddo sorriso.
Mi lamento, mi lamenterò ancora, e se avrò torto, sarà un'altra ragione
di lamentarmi.
Sono fuori della vita, non ho famiglia, non gloria, non fede, non amore.
Vero nomade attraverso i paesi senza affezionarmivi, mi accompagno e mi
divido dagli uomini senza salutarli fratelli. Nato in Italia, non sono
italiano nè di mente nè di cuore: cristiano, non appartengo ad alcuna
religione e potrei assistere impassibile alla caduta della nuova
monarchia savoiarda tanto contrastata per tanti secoli, come
all'incendio di tutti gli altari di Cristo. A che giova la mia
esistenza? Perchè andrò più oltre persuaso di non arrivare ad una meta?
Queste domande non le movo per vezzo romantico, ma per un intimo
incessante rodimento dell'anima. Oscillo nel vuoto. Qualunque cosa
imprenda, sono sicuro che non approderà, perchè la mia vita non ha basi
e sono inetto a gettarle. L'ozio mi è insopportabile, la fatica
impossibile: non mi trovo attorno un piacere. Credi che si possa durare
un pezzo a questo modo? So quello che mi risponderai: Rompi il cerchio
incantato, metti a capo della tua strada una idea. — Troppo bene, amico!
Dimentichi dunque che sono un artista impotente e che il dirmi: suscita
in fondo alla tua via un fantasma, che ti attiri e ti guidi, gli è come
dire ad un cieco: metti una lanterna per dove passerai, se non vuoi
inciampare?
A che debbo rattenermi? Il danaro non mi affascina e non ammetto altro
mercato che il gioco: non sono ricco, cosicchè mangiando capitale e
rendita, i miei due milioni non mi danno un lusso abbastanza poetico per
affezionarmi alla vita. Non ho scampo, sono solo: il mio mondo interno è
una prigione, immensa sì, ma una prigione; l'arte una smania di
paralitico, gli intrighi della galanteria, le orgie dei sensi
consolazioni di un'ora e nulla più. Che farò? Viaggiare? Anzitutto
questo non può essere uno stato, poi conosco tutta l'Europa, sono sceso
in Africa, salito a Gerusalemme, e poichè non scriverò un altro _Child
Herold_, non voglio sopportare altrimenti tempeste in mare, alberghi in
terra. Ammogliarmi tanto per cambiare? Rimedio peggiore del male —
consigliare il matrimonio a un annoiato è come ordinare un bagno a uno
che si anneghi: d'altronde il matrimonio è una brutta cornice pel quadro
della donna. La politica? col mio cervello d'artista e col mio cuore di
aristocratico una ridicolaggine e una impossibilità...
Vedi, Anselmo, che il problema è forse più difficile di quanto
sospettavi; dubito assai che col tuo ingegno mi trovi una soluzione.
Senti. Ieri sera sedendo allo scrittoio mi venne aperto sovrappensieri
un cassetto, ove fra altre carte erano rimescolati biglietti e lettere
amorose; li radunai, e sebbene non li conti a migliaia, come il famoso
maresciallo di Richelieu, ti so dire ch'erano parecchi — le donne
scrivono molto, ma in compenso scrivono male. Cominciai scorrendone
alcuni prima indifferente, poi interessandomi, seguitando senza ordine,
facendo spesso succedere all'invito di un primo appuntamento una lettera
di congedo illimitato. Non so quanto durassi così, infine mi accorsi di
aver freddo. Non ero più io che leggeva, ma un altro, un altro Giorgio
vecchio, coi capelli bianchi, cogli occhi indeboliti; quelle lettere
della mia giovinezza mi destavano un senso orribile: mi pareva che
fosser trascorsi secoli da quel tempo e che il mondo, nel quale avevo
vissuto, si fosse disfatto... Ero solo, con quelle lettere, pochi avanzi
del mio naufragio. Le loro calde espressioni mi riuscivano mezzo
inesplicabili, le voluttà ricordate come una cosa di cui dura nella
memoria una debole eco, spentone nell'anima il senso. Fra l'altre mi
capitò alle mani una mia, ironica, briosa che finì di sconvolgermi. Io
aveva scritto quella lettera? quando? Io avevo riso, avevo vissuto?...
Ebbi una scossa, mi destai col sudore del raccapriccio.
Questa fantasticheria o sogno mi ha seriamente afflitto — è la mia vita
reale guardata a traverso un vetro nero; le tinte sono più fosche, ma
anche senza vetro il paesaggio sarebbe tristo.
E la solitudine, rimedio di antica riputazione, inasprisce i miei mali —
_Seul a un sinonime: mort_. Sinonimo fiacco, indegno di Victor Hugo,
perchè la solitudine non è già nel cimitero o nella Tebaide, sibbene in
un deserto di uomini, quando nella folla che vi circonda non sorge grido
che vi scuota, non spicca fisonomia che vi commuova; quando gli edifizii
che vi rovinano intorno non hanno più forza di farvi rivolgere il capo,
quando la morte che vi ammazza dappresso non vi dà nè piacere nè dolore;
quando in questo oceano umano le onde si accavallano senza sollevarvi o
si appianano senza rivelarvi nulla, quando niente e nessuno vi tocca e
vi si associa.
E allora che la ragione sia presa da questa vertigine del vuoto,
afferratela e gettatela nel cuore: poi ritornate fra un'ora a vedere se
è tuttavia ragionevole. Le passioni l'afferreranno come maniaci e:
spiegaci, ruggiranno, il perchè della nostra condanna: i desiderii
moribondi di fame le si strascineranno ai piedi e tirandola per la
veste: spiegaci, spiegaci, singhiozzeranno, il mistero della nostra
condanna; le speranze deliranti di febbre le si accosteranno livide
all'orecchio e: spiegaci, sibilleranno, il perchè della nostra condanna:
spiegaci, spiegaci, — e se la ragione impaurita si proverà a mormorare
una spiegazione: menzogna! la interromperanno. Abbiamo fame, trova tu
modo di saziarci: tu, superba, hai il mondo delle idee e vi ti perdi e
vi ti divinizzi; noi del mondo terreno siamo chiuse in un ergastolo,
vogliamo godere, aprici dunque le porte, tu che sei la regina. Che cosa
volete che risponda la povera ragione? Impazzirà, se non vi affrettate a
liberarla.
Come vedi, Anselmo, la mia è già impazzita, e se nella tua bontà di
amico ne dubitassi, ti mando questa lettera come prova.
_Fare well._
_PS._ Questa sera vado da Mimy. La sua è una bellezza assai rara,
segreta, come si esprime De Mère.