11 agosto.

Ho ventotto anni. La gioventù mi abbandona senza nemmeno rivolgere il

capo colla leggerezza di una donna: la veggo allontanarsi istupidito,

contemplando la civetteria del suo passo e la vivacità de' suoi

movimenti... giacchè al mio braccio camminava sempre mesta e per correre

aveva d'uopo di ubbriacarsi. Ventotto anni, Anselmo! ormai la metà della

vita, e come trascorsa! Se mi rivolgo, nessun segno attesta il mio

passaggio sulla strada. Se guardo innanzi, essa si perde in una steppa

muta e monotona come una strada ferrata, per la quale non passa

viandante e non s'incontra orma che vi favelli; ho rimorso di aver

vissuto. Al principio colsi alcuni fiori sugli orli dei fossi, ma il

loro profumo non mi consolò la stanchezza del viaggio; qualche tempo le

illusioni mi accompagnarono, precedendomi in aria come uno stormo di

uccelli, ma il loro canto così gaio non mi commosse il cuore, anzi

dimenticando l'invocazione di Valmichi nel Ramayana — o cacciatore,

possa la tua anima non essere mai glorificata per tutte le vite

avvenire, poichè colpisci l'uccello nel sacro momento dell'amore —

mentre fra loro s'innamoravano, sparai a più riprese, esaltandomi

ferocemente nel raccogliermi ai piedi i cadaveri insanguinati. Adesso i

fiori sono scomparsi, cessato il canto, tutti gli uccelli morti, e la

gioventù, che procedeva al mio braccio, mi abbandona con freddo sorriso.

Mi lamento, mi lamenterò ancora, e se avrò torto, sarà un'altra ragione

di lamentarmi.

Sono fuori della vita, non ho famiglia, non gloria, non fede, non amore.

Vero nomade attraverso i paesi senza affezionarmivi, mi accompagno e mi

divido dagli uomini senza salutarli fratelli. Nato in Italia, non sono

italiano nè di mente nè di cuore: cristiano, non appartengo ad alcuna

religione e potrei assistere impassibile alla caduta della nuova

monarchia savoiarda tanto contrastata per tanti secoli, come

all'incendio di tutti gli altari di Cristo. A che giova la mia

esistenza? Perchè andrò più oltre persuaso di non arrivare ad una meta?

Queste domande non le movo per vezzo romantico, ma per un intimo

incessante rodimento dell'anima. Oscillo nel vuoto. Qualunque cosa

imprenda, sono sicuro che non approderà, perchè la mia vita non ha basi

e sono inetto a gettarle. L'ozio mi è insopportabile, la fatica

impossibile: non mi trovo attorno un piacere. Credi che si possa durare

un pezzo a questo modo? So quello che mi risponderai: Rompi il cerchio

incantato, metti a capo della tua strada una idea. — Troppo bene, amico!

Dimentichi dunque che sono un artista impotente e che il dirmi: suscita

in fondo alla tua via un fantasma, che ti attiri e ti guidi, gli è come

dire ad un cieco: metti una lanterna per dove passerai, se non vuoi

inciampare?

A che debbo rattenermi? Il danaro non mi affascina e non ammetto altro

mercato che il gioco: non sono ricco, cosicchè mangiando capitale e

rendita, i miei due milioni non mi danno un lusso abbastanza poetico per

affezionarmi alla vita. Non ho scampo, sono solo: il mio mondo interno è

una prigione, immensa sì, ma una prigione; l'arte una smania di

paralitico, gli intrighi della galanteria, le orgie dei sensi

consolazioni di un'ora e nulla più. Che farò? Viaggiare? Anzitutto

questo non può essere uno stato, poi conosco tutta l'Europa, sono sceso

in Africa, salito a Gerusalemme, e poichè non scriverò un altro _Child

Herold_, non voglio sopportare altrimenti tempeste in mare, alberghi in

terra. Ammogliarmi tanto per cambiare? Rimedio peggiore del male —

consigliare il matrimonio a un annoiato è come ordinare un bagno a uno

che si anneghi: d'altronde il matrimonio è una brutta cornice pel quadro

della donna. La politica? col mio cervello d'artista e col mio cuore di

aristocratico una ridicolaggine e una impossibilità...

Vedi, Anselmo, che il problema è forse più difficile di quanto

sospettavi; dubito assai che col tuo ingegno mi trovi una soluzione.

Senti. Ieri sera sedendo allo scrittoio mi venne aperto sovrappensieri

un cassetto, ove fra altre carte erano rimescolati biglietti e lettere

amorose; li radunai, e sebbene non li conti a migliaia, come il famoso

maresciallo di Richelieu, ti so dire ch'erano parecchi — le donne

scrivono molto, ma in compenso scrivono male. Cominciai scorrendone

alcuni prima indifferente, poi interessandomi, seguitando senza ordine,

facendo spesso succedere all'invito di un primo appuntamento una lettera

di congedo illimitato. Non so quanto durassi così, infine mi accorsi di

aver freddo. Non ero più io che leggeva, ma un altro, un altro Giorgio

vecchio, coi capelli bianchi, cogli occhi indeboliti; quelle lettere

della mia giovinezza mi destavano un senso orribile: mi pareva che

fosser trascorsi secoli da quel tempo e che il mondo, nel quale avevo

vissuto, si fosse disfatto... Ero solo, con quelle lettere, pochi avanzi

del mio naufragio. Le loro calde espressioni mi riuscivano mezzo

inesplicabili, le voluttà ricordate come una cosa di cui dura nella

memoria una debole eco, spentone nell'anima il senso. Fra l'altre mi

capitò alle mani una mia, ironica, briosa che finì di sconvolgermi. Io

aveva scritto quella lettera? quando? Io avevo riso, avevo vissuto?...

Ebbi una scossa, mi destai col sudore del raccapriccio.

Questa fantasticheria o sogno mi ha seriamente afflitto — è la mia vita

reale guardata a traverso un vetro nero; le tinte sono più fosche, ma

anche senza vetro il paesaggio sarebbe tristo.

E la solitudine, rimedio di antica riputazione, inasprisce i miei mali —

_Seul a un sinonime: mort_. Sinonimo fiacco, indegno di Victor Hugo,

perchè la solitudine non è già nel cimitero o nella Tebaide, sibbene in

un deserto di uomini, quando nella folla che vi circonda non sorge grido

che vi scuota, non spicca fisonomia che vi commuova; quando gli edifizii

che vi rovinano intorno non hanno più forza di farvi rivolgere il capo,

quando la morte che vi ammazza dappresso non vi dà nè piacere nè dolore;

quando in questo oceano umano le onde si accavallano senza sollevarvi o

si appianano senza rivelarvi nulla, quando niente e nessuno vi tocca e

vi si associa.

E allora che la ragione sia presa da questa vertigine del vuoto,

afferratela e gettatela nel cuore: poi ritornate fra un'ora a vedere se

è tuttavia ragionevole. Le passioni l'afferreranno come maniaci e:

spiegaci, ruggiranno, il perchè della nostra condanna: i desiderii

moribondi di fame le si strascineranno ai piedi e tirandola per la

veste: spiegaci, spiegaci, singhiozzeranno, il mistero della nostra

condanna; le speranze deliranti di febbre le si accosteranno livide

all'orecchio e: spiegaci, sibilleranno, il perchè della nostra condanna:

spiegaci, spiegaci, — e se la ragione impaurita si proverà a mormorare

una spiegazione: menzogna! la interromperanno. Abbiamo fame, trova tu

modo di saziarci: tu, superba, hai il mondo delle idee e vi ti perdi e

vi ti divinizzi; noi del mondo terreno siamo chiuse in un ergastolo,

vogliamo godere, aprici dunque le porte, tu che sei la regina. Che cosa

volete che risponda la povera ragione? Impazzirà, se non vi affrettate a

liberarla.

Come vedi, Anselmo, la mia è già impazzita, e se nella tua bontà di

amico ne dubitassi, ti mando questa lettera come prova.

_Fare well._

_PS._ Questa sera vado da Mimy. La sua è una bellezza assai rara,

segreta, come si esprime De Mère.

Al di là: romanzo · 第 25 / 66 题