La morte fu così dolce a Nelson che rese l’ultimo sospiro mentre M.
Scott gli stropicciava il petto, e M. Burke lo sollevava sul guanciale
senza che nè l’uno, nè l’altro se ne accorgessero.
Nè vale il dire il lutto che si sparse per tutta la flotta inglese
alla notizia della morte di Nelson, e che fece quasi dimenticare una
vittoria così completa.
La prima cura di Hardy fu di esprimere al chirurgo il desiderio
manifestato da Nelson di non essere gettato in mare, ma di essere
ricondotto in patria.
Il giorno dopo la battaglia, quando le circostanze permisero occuparsi
delle cure da prestare alle spoglie mortali di Nelson, si cercò
per quali mezzi si poteva prevenirne la decomposizione; bisognava
naturalmente servirsi delle risorse che si avevano a bordo del
_Victory_. Il chirurgo esaminò la ferita, la scandagliò, e riconobbe il
cammino percorso dalla palla; ma non potè scoprire dove erasi fermata.
Non si aveva sufficiente quantità di piombo a bordo per farne un
feretro; si prese la più gran botte che si potè trovare a bordo, vi si
collocò il corpo, e lo si riempì di acquavite.
Nella stessa sera del giorno, in cui si compì questo triste
avvenimento, si sollevò, come lo aveva predetto Nelson, una terribile
tempesta che veniva da S. O., e che durò senza posa tutta la notte, e
per tutta la giornata seguente continuò colla stessa violenza. Durante
queste ventiquattro ore, il corpo di Nelson rimase nel sottoponte,
guardato da una sentinella, quando ad un tratto, il coperchio della
botte si sollevò con un rumore simile alla detonazione di un colpo
di fucile, — erano i gas sviluppatisi dal corpo, che avevano causato
quell’accidente; allora si chiuse di nuovo la botte; ma vi si
praticò un pertugio per dar luogo al passaggio dell’aria; arrivando a
Gibilterra si sostituì all’acquavite lo spirito di vino.
Dopo mezzodì del 3 novembre, il _Victory_ levò l’áncora, uscì dalla
baia di Gibilterra, attraversò lo stretto, e ritrovò innanzi a
Cadice la squadra sotto il comando dell’ammiraglio Collingwood, che
incrociava innanzi a Cadice. Nella stessa sera il _Victory_ partì per
l’Inghilterra.
Il _Victory_ arrivò a Spithead dopo una lunga e noiosa traversata
di cinque settimane; ma la notizia della vittoria e della morte di
Nelson arrivò al 7 novembre, vale a dire diciassette giorni dopo il
combattimento. Nessuno si prese la cura di annunziarmela, e la seppi
semplicemente da una lettera del fratello di Nelson, che, senza dubbio,
preoccupato com’era di diventare conte e pari per quella morte, non
trovò il tempo per comunicarmela in persona.
Io era nella mia casa di Londra quando mi giunse quella notizia. Il
dottore Nelson non mi diceva punto da qual fonte l’avesse attinta, per
cui ancora ne dubitava. Presi Orazia nelle mie braccia; feci attaccare
i cavalli alla carrozza, e corsi all’ammiragliato; ma non ebbi nemmen
bisogno di entrare per riconoscere che la notizia era vera. Tutti
avevano già contezza della vittoria e quale prezzo fosse costata.
D’altronde nello stesso giorno il seguente proclama firmato dal Re era
affisso per la città.
«Giorgio Re ec. ec.
«Prendendo in seria considerazione l’indispensabile dovere che ci è
imposto da Iddio Onnipotente per il recente e segnalato intervento
della Provvidenza, unitamente ai manifesti ed inestimabili
benenefizj con cui colma ogni giorno questo regno, e di cui ne
è nuovissima prova l’importante vittoria ottenuta dalla nostra
flotta, sotto il comando dell’estinto vice ammiraglio Lord Visconte
Nelson, sulle flotte riunite di Francia e di Spagna; abbiamo,
dietro parere del nostro consiglio privato, pubblicato il seguente
proclama.