«Abbiamo decretato, e ordiniamo che generali azioni di grazie siano
rese per tutto il Regno d’Inghilterra e d’Irlanda nel giorno di
giovedì cinque dicembre prossimo venturo.
«Dato dal palazzo della regina il giorno 7 di novembre 1805.»
Al 4 dicembre, vigilia del giorno fissato pel rendimento di grazia, il
_Victory_, arrivò a S. Helens e spiegò in segno di lutto la bandiera di
Nelson a mezz’albero: tutti i bastimenti di Spethead abbassarono subito
le loro insegne nello stesso modo.
Nello stesso giorno il bravo capitano Hardy, fedele alle istruzioni
di Nelson, mi spedì un corriere che mi consegnò nella stessa sera una
lettera diretta a me, come pure quella diretta ad Orazia.
Mi diceva in una lettera a parte che aveva molte cose particolari da
dirmi, e molti oggetti preziosi da consegnarmi; ma che egli non poteva
lasciare il suo bastimento; m’invitava quindi a partire senza perdere
un momento per S. Helens, ove potrebbe conferire con me.
Partii all’istante, e giunsi alle cinque del mattino. Questo eccellente
amico discese a terra e passò la giornata con me; poi siccome gli
manifestai il desiderio di vedere il cappellano M. Scott e il chirurgo
M. Beaty, li mandò a cercare, e m’inebbriai nel mio dolore, udendoli
raccontare ne’ loro particolari la morte di Nelson: di più, il dottore
Beaty ne aveva scritto una relazione, e ottenni da lui che me la
lasciasse per una notte, che passai intiera nel copiarla, ed è quella
che, grazie alla sua gentilezza ho potuto inserire nelle mie memorie.
Il giorno seguente il capitano Hardy mi diede un buon consiglio,
quello cioè d’impossessarmi subito di tutti gli oggetti che avevano
appartenuto a Nelson, e che mi aveva legato, temendo che la sua
famiglia se ne impossessasse, e che non ne risultasse qualche processo
scandaloso. Seguii il suo consiglio: presi a pigione un piccolo
appartamento a Spethead, ove feci trasportare tutti gli oggetti che
avevano appartenuto al mio eroe. Tre giorni passai ad ordinare con
pietosa cura quegli oggetti, e fu gran sollievo per me; perchè ad ogni
istante alla vista di qualche nuova prova del suo amore, le lagrime,
che mi avrebbero soffocata, sgorgavano dai miei occhi e mi davano il
solo sollievo che poteva avere.
Al sabato, giorno 15, il corpo di lord Nelson fu levato dalla botte, in
cui era stato trasportato, e collocato nel feretro che gli era stato
dato dal capitano Ben Hallowell, e che, se lo si ricorda, era stato
scolpito da un albero di vascello francese, l’_Orient_, e deposto su di
uno strato di bandiere. M. Taylor, suo antico segretario, M. Nayler,
M. York Herald, e M. Whilby, erano stati delegati all’ammiragliato
a ricevere il corpo di Nelson, che doveva essere trasbordato dal
_Victory_, su di un yacht e trasportato all’ospedale di Greenwich.
I funerali erano fissati per il sei gennaio. Era stato deciso che il
corpo fosse deposto nella cattedrale di S. Paolo — che doveva esser
poi destinata alla sepoltura degli eroi e degli uomini di stato —
inaugurata da Nelson come il Pantheon dell’Inghilterra.
Mi si permetta di non soggiacere più a lungo alla mia sventura.
Dapprima credetti che richiedesse da me un dolore eterno. Feci fare
degli abiti di lutto, e promisi a me stessa di non portarne altri.
Consacrai una delle camere di Merton a quelle sacre reliquie che aveva
avuto per la pietosa obbedienza del capitano Hardy: in tal modo stetti
per un anno intiero lontana dal mondo, vivendo con Orazia.
Io faceva i conti senza pensare alla debolezza umana, e dimenticai la
mobilità femminile.
*
* *
Il resto della mia vita non è più che una sequela di colpe, di
prodigalità, di errori, che mi hanno ridotta alla condizione in cui mi
trovo. Ma dal momento in cui non era più la moglie di sir William, dal
momento che non era più l’amante di Nelson, dal momento che non era più
l’amica della regina Carolina, non era più che Emma Lyonna; vale a dire
una cortigiana arricchita, che avrebbe forse potuto ancora ottenere
quella considerazione che si accoppia alla ricchezza, se avesse saputo
conservare la sua fortuna.
Ciò che da principio diede la misura della mia poca considerazione,
fu il rifiuto che mi fecero l’Inghilterra ed il re di riconoscer il
testamento di Nelson. Egli mi aveva legato al re ed al paese. Se il re
ed il paese avessero avuto qualche riguardo al testamento dell’uomo che
si era fatto uccidere per essi, mi avrebbero rialzata ai miei occhi.
Se, respingendomi soltanto, avessero accolta e riconosciuta la mia
povera Orazia, vedendo onorata quella fanciulla, mi sarebbe stato un
obbligo di rimaner onorevole; perchè infine mi sembra che la sventura
di avermi per madre doveva almeno esser compensata di aver avuto Nelson
per padre, vale a dire non soltanto il primo uomo di mare del secolo;
ma forse di tutti i tempi; ma nulla, ci si colmò di disprezzo, e a
forza di sentirmi spregiata, divenni spregevole.
Ma gettandomi verso la fine della mia vita in questa esistenza
di follie, di errori e di dissipazioni, che ne aveva alterato il
principio, allontanai Orazia da me perchè le mie colpe non ricadessero
su di lei. Collocai in modi sicuri e in suo nome le quattromila
sterline che le aveva legato suo padre, e quella rendita di cinquemila
franchi servì al suo mantenimento ed alla sua educazione.
Intanto il racconto degli avvenimenti che mi condussero dal lusso
alla miseria, dalla ricchezza alla povertà, sarebbe troppo lungo e non
presenterebbe alcun interesse. Ho raccontato le mie serate di Palermo,
la passione che aveva preso pel giuoco; questa passione non fece che
aumentare. Abituata ad una vita di prodigalità, non seppi più limitare
le mie spese colle mie rendite, e due anni dopo la morte di Nelson mi
trovai in tale imbarazzo, che fui obbligata a lasciar Merton che fu
venduta all’asta.
Per fortuna aveva per amico quel vecchio duca di Queensbur, di cui
aveva parlato; mi accolse in una delle sue case ammobigliate di
Richmond, e in luogo dei miei cavalli e delle mie carrozze vendute mi
diede un altro equipaggio: i suoi doni mi fecero vivere largamente fino
all’ora della sua morte, che avvenne alla fine dell’anno 1810.
La sua bontà per me al estese di là della morte: mi lasciò nel suo
testamento una somma di mille sterline una volta tanto ed una annualità
di cinquecento.
Per sventura, Sua Signoria si era creduto più ricco di quel che fosse;
i suoi legati avevano superato di molto la sua fortuna, e ne risultò
che i tribunali annullarono il testamento, ed io perdetti i benefizii e
le buone intenzioni del mio vecchio amico.
Lo svantaggio fu ancora più grande per me, che contava su quella
eredità, e mi era ingolfata in ispese alle quali l’eredità doveva far
fronte. Alcuni amici che ancora mi rimanevano fecero delle pratiche
presso il Lloyd per ottenere dalla sua liberalità ciò che non erasi
potuto ottenere dal ministero, vale a dire la ricompensa del servigi
che aveva reso allo Stato. Ma i loro passi, ma le mie petizioni, non
ebbero alcun successo; ed io caddi in tale una povertà che vidi vendere
i miei mobili, tutte le memorie tanto preziose che conservava di
Nelson, splendido riflesso della mia vita passata, e che mi consolavano
talvolta in mezzo ai dolori della mia vita presente; tutto fu venduto:
fino il prezioso astuccio in cui la città di Oxford aveva inchiuso il
brevetto di cittadino che gli aveva offerto; e siccome tutto il denaro
che se ne ricavò non bastava a soddisfare tutti i miei creditori,
alcuni più crudeli degli altri mi fecero arrestare e condurre a King’s
Bench, ove rimasi colla povera Orazia che trascinai se non nella mia
rovina, perchè fin quando avrebbe raggiunto i suoi diciott’anni nessuno
poteva metter mano alle quattro mila sterline; ma nella mia sventura.
Restammo in quella prigione più d’un anno, sopportando ogni sorta
di privazioni e di vergogna, perchè un uomo, cui ebbi il torto di
accordar la mia confidenza, ed al quale aveva affidato le mie carte,
fece stampare in mio nome tutta la mia corrispondenza con Nelson e
molte altre lettere che si trovavano nelle sue mani: come poteva io mai
protestare dal fondo della mia prigione? e pure il feci; ma la mia voce
non fu ascoltata, o non si credette alla mia protesta.
Finalmente un bravo ed eccellente uomo Alderman della città, ebbe
pietà di me, vedendo com’era stata crudelmente punita dei miei errori;
convenne coi miei creditori, diede loro del denaro, e ottenne per me
un’assoluzione generale.
Allora risolsi di lasciar l’Inghilterra, e di andare sul continente; il
mio protettore mi aiutò in questo progetto dandomi qualche soccorso.
Partimmo per Calais, e trovammo fra quella città e Boulogne, vicino
al piccolo porto di Ambleteuse, una casa isolata, nella cui oscurità
risolsi di passare il resto della mia vita.
Il resto della mia vita d’altronde è ben poca cosa. I dolori, i
tormenti, le angustie che provai da dieci anni mi hanno resa sfinita
innanzi tempo. Il medico che venne a visitarmi per carità, chiamò
Orazia in disparte, e vidi la povera fanciulla ritornare cogli occhi
bassi e lagrimosi.
Fu allora che, sentendomi vicina la morte, gettai uno sguardo sulla
mia vita passata, e le mie azioni apparivano sotto la loro vera luce;
allora tremai e fremetti, passai notti in cui mi apparivano degli
spettri, e giorni pieni di rimorsi: sentiva che se moriva in tal modo,
sarei morta disperata: allora in una notte vi fu per me un raggio di
luce, e come una rivelazione del Signore.
E dissi fra me: vi ha una religione dolce e misericordiosa, verso la
quale ebbi sempre un irresistibile attaccamento, una religione il cui
fondatore ha perdonato alla meretrice, all’adultera, ed al ladrone
sulla croce.
Mandiamo dunque per un prete di quella religione, e mettiamo nelle sue
mani la mia anima carica di iniquità.
Mandai pel prete.
E l’attendo.
Signore, Signore, siate misericordioso per la peccatrice che si pente.
*
* *
Qui finiscono le confessioni di Emma Lyonna. I nostri lettori sanno
ciò che ne avvenne; essi hanno veduto venire il prete al principio di
questo racconto, hanno veduto l’acqua santa del battesimo scorrere
sulla pallida fronte della peccatrice, hanno veduto quella fronte
ricadere sul guanciale col suggello del pentimento e del perdono.
Cinque minuti dopo riposava nella misericordia di Dio.
Ora diciamo in due parole quanto avvenne dopo la sua morte.
L’ambasciatrice d’Inghilterra, l’amante di Nelson, l’amica della
regina di Napoli, chiusa nella bara del povero, doveva essere gettata
nella fossa comune il 16 gennaio 1815, quando un mercante inglese,
che abitava a Calais, pensando alla vergogna dei suoi compatriotti
di abbandonare il cadavere dopo la morte, come avevano abbandonato
la donna durante la vita, comperò per essa un terreno nella parte più
onorevole del cimitero, e seguito da cinquanta inglesi, la depose in
una tomba, sulla quale si scolpirono per tutta iscrizione queste parole
di Cristo.
«Chi di voi è senza peccato, getti la prima pietra.»
Sua figlia Orazia, che contava appena quattordici anni, e che ebbe per
sua madre, durante la sua malattia, le cure più pietose e affettuose,
ritornò dopo la di lei morte in Inghilterra. Stette per due anni colla
famiglia di M. Macthan e poi con quella di M. Bolton cognato di lord
Nelson.
Finalmente nel 1822 si maritò col reverendo Filippo Ward, vicario di
Teuterden, e dalla loro felice unione nacquero otto figli.