Proviamo questa volta di andare sino alla fine.
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L’equipaggio del _Victory_ dava in urrà di gioia ad ogni bastimento
francese che abbassava la sua bandiera. Ad ognuno di questi urrà Nelson
domandava con ansietà: «Che ci è?» Allora il tenente Pasco, che era
ferito e stava a pochi passi di distanza da lui, si levò sul letto e
gli disse la cagione di quelle grida. Il ferito parve che ne provasse
una grande soddisfazione. Egli soffriva una sete ardente, e spesso
domandava che gli si desse da bere e che gli si facesse vento con un
ventaglio di carta, pronunziando queste parole; _ventaglio, ventaglio_,
e _da bere, da bere_. Continuò a fare la stessa domanda fino al momento
della sua morte. Gli si dava ora del vino, ora della limonea, ora
dell’acqua. Era grande la sua ansietà sulla riuscita della battaglia, e
sulla salute del suo caro capitano Hardy.
Il capitano ed il sig. Burke lo rassicurarono, o piuttosto procurarono
di rassicurarlo sopra amendue queste cose, ed il chirurgo spediva ad
Hardy messo sopra messo per dirgli ciò che l’ammiraglio gli domandava.
Ed egli, non vedendolo venire, esclamava nella sua impazienza:
— Voi non volete condurmi Hardy; sono sicuro che è ferito, morto forse!
Infine, un’ora e dieci minuti dopo che Nelson era stato ferito, il
capitano Hardy scese. L’ammiraglio, nel vederlo, mise un grido di
gioia, gli strinse affettuosamente la mano, e gli disse:
— Ebbene, Hardy, come va la battaglia? Come va la giornata per noi?
— Benissimo, Milord, rispose il capitano; abbiamo già preso 14
bastimenti; soltanto cinque sembra che abbiano l’intenzione di
ritornarci contro per disputarci la vittoria, ed ho richiamato cinque o
sei dei nostri per distruggerli.
— Io spero, continuò il ferito, facendo uno sforzo per sollevarsi, che
nessuno dei nostri vascelli ha abbassato la sua bandiera.
— No, Milord, nessuno replicò Hardy.
Allora Nelson, tranquillo sull’onore inglese, ritornò su sè stesso, e,
mettendo un sospiro:
— Io sono un uomo morto, Hardy, disse; me ne vo a gran passi, e tutto
ben presto sarà finito per me; avvicinatevi, Hardy....
Poi, a voce bassa,
— Vi prego che dopo la mia morte tagliate i miei capelli per la mia
cara Lady Hamilton, e le diate tutte le cose che mi appartengono.
E siccome il sig. Burke, che aveva inteso il principio della
conversazione, s’allontanava per discrezione:
— No, no, gli disse Nelson, restate.
— Ho testè incontrato Beaty gli disse Hardy. Egli mi ha detto che
sperava per voi una lunga vita.
— No, disse Nelson, non vi provate ad ingannarmi, Hardy; è cosa
impossibile: ho il dorso spezzato.
Il dovere richiamava Hardy sul ponte. Egli vi risalì dopo avere stretta
la mano del ferito.
Nelson domandò nuovamente il chirurgo.
Egli era vicino al luogotenente Guglielmo Rivers che aveva perduto una
gamba. Il chirurgo corse dal ferito, dicendogli che i suoi aiutanti
basterebbero per terminare la fasciatura.
— Voleva soltanto chiedere notizie dei miei infelici compagni, disse
Nelson; per me, dottore, non ho più bisogno di voi, andate pure.
Nelson insistette talmente, che il dottore lo affidò al cappellano,
a M. Burke e ai due domestici; ma dopo qualche minuto che l’uomo
della scienza consacrò ai luogotenenti Peake e Rivers, Nelson lo fece
dimandare e gli chiese:
— M. Beaty, vi ho detto che aveva perduto tutta la sensibilità nella
parte inferiore del mio corpo e _sapete bene_, — facendo risaltare
quelle parole, — che nella mia posizione, non si vive molto tempo.
Queste due parole che sottolineo, non lasciarono nessun dubbio al
chirurgo sull’intenzione di lord Nelson: egli alludeva ad un infelice
che qualche mese prima aveva ricevuto a bordo del _Victory_ una
ferita in condizioni simili alla sua. E Nelson aveva seguito su quel
disgraziato, che si chiamava Giacomo Bush, il progresso della morte
colla stessa curiosità, come se avesse potuto indovinare che egli
morrebbe della stessa morte.
Il chirurgo disse allora a Nelson:
— Milord, permettete che vi palpi.
Difatti egli toccò le estremità inferiori che erano già prive di
sensibilità e come morte.
— Ah! soggiunse Nelson, so bene quel che dico; andate pure; Scott e
Burke mi hanno già toccato come fate voi adesso; e non li ho sentiti
più di voi; io muoio, Beaty, io muoio.
— Milord, replicò il chirurgo, sventuratamente per l’Inghilterra, io
non posso far più nulla per voi.
E facendo quella suprema dichiarazione, il chirurgo si volse per
nascondere le sue lagrime.
— Lo sapeva, disse Nelson, sento qualche cosa qui che mi si solleva nel
petto.
E mise la mano sul punto che indicava.
— Grazie a Dio, mormorò compiendo quel gesto, ho fatto il mio dovere.
Il dottore raccomandò al cappellano di dar da bere al ferito, ogni
volta che lo chiedesse, nel mentre che M. Burke non cessava di fargli
vento col ventaglio.
— Soffrite molto? gli chiese Beaty, prima di lasciarlo.
— Molto, dottore, rispose Nelson, purchè sia per me, un gran sollievo
il morire.
E soggiunse:
— Eppure ognuno cerca di vivere quanto più può.
Poi dopo una pausa di qualche minuto:
— Povera Lady Hamilton, se sapesse a che sono ridotto!
Il chirurgo conoscendo che non poteva recare nessun sollievo
all’ammiraglio, andò a prestare le sue cure ad altri feriti; e nello
stesso tempo il capitano Hardy discese, e si pose accanto a lui;
ma prima di lasciare il ponte aveva mandato il luogotenente Hills a
portare la terribile notizia all’ammiraglio Collingstood.
Hardy felicitò Nelson di avere, quantunque già in braccia alla morte,
riportato una tale vittoria, e gli annunziò che, a quanto poteva egli
giudicare, si erano già presi quattordici bastimenti francesi.
— Avrei scommesso per venti, disse Nelson.
Poi ad un tratto, ricordandosi della direzione del vento, e dei sintomi
della tempesta che aveva osservato in mare:
— Gettate l’áncora, Hardy, gettate l’áncora, gli disse.
— Suppongo, rispose costui, che l’ammiraglio Collingwood prenderà il
comando della flotta.
— Non però fino a tanto che sarò vivo, disse l’ammalato, e sollevandosi
sul suo braccio: Hardy, vi dico di gettar l’áncora — fra cinque minuti.
— Vado a dare gli ordini, milord.
— Sulla vostra vita, fatelo, e prima di cinque minuti.
Poi a voce bassa, come se avesse arrossito di quella debolezza:
— Hardy, gli disse, non getterete il mio cadavere in mare, ve ne prego.
— Oh! no di certo, potete star tranquillo su questo punto, milord, gli
rispose Hardy singhiozzando.
— Abbiate cura della povera Lady Hamilton, disse Nelson con voce fioca;
della mia cara Lady Hamilton. Abbracciatemi, Hardy.
Il capitano piangendo l’abbracciò.
— Muoio contento, disse Nelson, ho fatto il mio dovere.
Il capitano Hardy stette un istante presso l’illustre ferito in atto di
muta contemplazione, poi inginocchiandosi vicino al suo letto, lo baciò
in fronte.
— Chi mi abbraccia? chiese Nelson, il cui occhio errava già fra le
tenebre di morte.
Il capitano rispose:
— Son io, Hardy.
— Dio vi benedica, amico mio, disse Nelson.
Hardy risalì sul ponte.
Nelson riconoscendo il cappellano che era al suo fianco, gli disse:
— Ah! non sono mai stato un peccatore così ostinato.
Poi dopo una pausa:
— Dottore, ricordatevi, vi prego, che ho lasciato in eredità alla mia
patria ed al mio re, Lady Hamilton e mia figlia Orazia Nelson; non
dimenticate mai Orazia.
La sua sete andava crescendo, e gridava: _Da bere, da bere, il
ventaglio, fatemi vento, stropiccia stropiccia._
Egli faceva questa ultima raccomandazione al cappellano M. Scott che
gli aveva procurato qualche sollievo stropicciandogli il petto con la
mano.
Pronunziò queste parole con una voce interrotta, e che annunziava
l’aumento delle sue sofferenze, dimodochè dovette richiamare tutte le
sue forze per dire ancora una volta queste parole:
— Grazie a Dio, ho fatto il mio dovere.
Lord Nelson, pochi momenti dopo che Hardy l’ebbe lasciato, cessò di
parlare.
Era debolezza? Era vaneggiamento mortale? Comunque sia, il cappellano
ed il signor Burke che sollevando il cuscino lo mantenevano in una
posizione meno dolorosa, rispettarono quel funebre silenzio e, per non
turbarlo nei suoi ultimi momenti, cessarono anch’essi di parlargli.
Allora ritornò il chirurgo chiamato dal maestro di casa di Nelson, che
era andato a dirgli che l’Ammiraglio stava sul punto di spirare. Gli
prese la mano, era fredda, gli tastò il polso, era insensibile; poi gli
toccò la fronte. Nelson aprì il suo unico occhio; ma quasi subito lo
richiuse.
Il signor Beaty lo lasciò allora per volgere le sue cure ai feriti, cui
potevano essere utili; ma l’aveva appena lasciato quando il maestro di
casa corse a dirgli: Milord è spirato.
Il chirurgo corse al suo letto: egli era veramente morto. Erano le
quattro e venti minuti. Avea sopravvissuto tre ore e trentadue minuti
alla sua ferita.
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Perdendo Nelson, io aveva perduto tutto.