XIII.

Proviamo questa volta di andare sino alla fine.

*

* *

L’equipaggio del _Victory_ dava in urrà di gioia ad ogni bastimento

francese che abbassava la sua bandiera. Ad ognuno di questi urrà Nelson

domandava con ansietà: «Che ci è?» Allora il tenente Pasco, che era

ferito e stava a pochi passi di distanza da lui, si levò sul letto e

gli disse la cagione di quelle grida. Il ferito parve che ne provasse

una grande soddisfazione. Egli soffriva una sete ardente, e spesso

domandava che gli si desse da bere e che gli si facesse vento con un

ventaglio di carta, pronunziando queste parole; _ventaglio, ventaglio_,

e _da bere, da bere_. Continuò a fare la stessa domanda fino al momento

della sua morte. Gli si dava ora del vino, ora della limonea, ora

dell’acqua. Era grande la sua ansietà sulla riuscita della battaglia, e

sulla salute del suo caro capitano Hardy.

Il capitano ed il sig. Burke lo rassicurarono, o piuttosto procurarono

di rassicurarlo sopra amendue queste cose, ed il chirurgo spediva ad

Hardy messo sopra messo per dirgli ciò che l’ammiraglio gli domandava.

Ed egli, non vedendolo venire, esclamava nella sua impazienza:

— Voi non volete condurmi Hardy; sono sicuro che è ferito, morto forse!

Infine, un’ora e dieci minuti dopo che Nelson era stato ferito, il

capitano Hardy scese. L’ammiraglio, nel vederlo, mise un grido di

gioia, gli strinse affettuosamente la mano, e gli disse:

— Ebbene, Hardy, come va la battaglia? Come va la giornata per noi?

— Benissimo, Milord, rispose il capitano; abbiamo già preso 14

bastimenti; soltanto cinque sembra che abbiano l’intenzione di

ritornarci contro per disputarci la vittoria, ed ho richiamato cinque o

sei dei nostri per distruggerli.

— Io spero, continuò il ferito, facendo uno sforzo per sollevarsi, che

nessuno dei nostri vascelli ha abbassato la sua bandiera.

— No, Milord, nessuno replicò Hardy.

Allora Nelson, tranquillo sull’onore inglese, ritornò su sè stesso, e,

mettendo un sospiro:

— Io sono un uomo morto, Hardy, disse; me ne vo a gran passi, e tutto

ben presto sarà finito per me; avvicinatevi, Hardy....

Poi, a voce bassa,

— Vi prego che dopo la mia morte tagliate i miei capelli per la mia

cara Lady Hamilton, e le diate tutte le cose che mi appartengono.

E siccome il sig. Burke, che aveva inteso il principio della

conversazione, s’allontanava per discrezione:

— No, no, gli disse Nelson, restate.

— Ho testè incontrato Beaty gli disse Hardy. Egli mi ha detto che

sperava per voi una lunga vita.

— No, disse Nelson, non vi provate ad ingannarmi, Hardy; è cosa

impossibile: ho il dorso spezzato.

Il dovere richiamava Hardy sul ponte. Egli vi risalì dopo avere stretta

la mano del ferito.

Nelson domandò nuovamente il chirurgo.

Egli era vicino al luogotenente Guglielmo Rivers che aveva perduto una

gamba. Il chirurgo corse dal ferito, dicendogli che i suoi aiutanti

basterebbero per terminare la fasciatura.

— Voleva soltanto chiedere notizie dei miei infelici compagni, disse

Nelson; per me, dottore, non ho più bisogno di voi, andate pure.

Nelson insistette talmente, che il dottore lo affidò al cappellano,

a M. Burke e ai due domestici; ma dopo qualche minuto che l’uomo

della scienza consacrò ai luogotenenti Peake e Rivers, Nelson lo fece

dimandare e gli chiese:

— M. Beaty, vi ho detto che aveva perduto tutta la sensibilità nella

parte inferiore del mio corpo e _sapete bene_, — facendo risaltare

quelle parole, — che nella mia posizione, non si vive molto tempo.

Queste due parole che sottolineo, non lasciarono nessun dubbio al

chirurgo sull’intenzione di lord Nelson: egli alludeva ad un infelice

che qualche mese prima aveva ricevuto a bordo del _Victory_ una

ferita in condizioni simili alla sua. E Nelson aveva seguito su quel

disgraziato, che si chiamava Giacomo Bush, il progresso della morte

colla stessa curiosità, come se avesse potuto indovinare che egli

morrebbe della stessa morte.

Il chirurgo disse allora a Nelson:

— Milord, permettete che vi palpi.

Difatti egli toccò le estremità inferiori che erano già prive di

sensibilità e come morte.

— Ah! soggiunse Nelson, so bene quel che dico; andate pure; Scott e

Burke mi hanno già toccato come fate voi adesso; e non li ho sentiti

più di voi; io muoio, Beaty, io muoio.

— Milord, replicò il chirurgo, sventuratamente per l’Inghilterra, io

non posso far più nulla per voi.

E facendo quella suprema dichiarazione, il chirurgo si volse per

nascondere le sue lagrime.

— Lo sapeva, disse Nelson, sento qualche cosa qui che mi si solleva nel

petto.

E mise la mano sul punto che indicava.

— Grazie a Dio, mormorò compiendo quel gesto, ho fatto il mio dovere.

Il dottore raccomandò al cappellano di dar da bere al ferito, ogni

volta che lo chiedesse, nel mentre che M. Burke non cessava di fargli

vento col ventaglio.

— Soffrite molto? gli chiese Beaty, prima di lasciarlo.

— Molto, dottore, rispose Nelson, purchè sia per me, un gran sollievo

il morire.

E soggiunse:

— Eppure ognuno cerca di vivere quanto più può.

Poi dopo una pausa di qualche minuto:

— Povera Lady Hamilton, se sapesse a che sono ridotto!

Il chirurgo conoscendo che non poteva recare nessun sollievo

all’ammiraglio, andò a prestare le sue cure ad altri feriti; e nello

stesso tempo il capitano Hardy discese, e si pose accanto a lui;

ma prima di lasciare il ponte aveva mandato il luogotenente Hills a

portare la terribile notizia all’ammiraglio Collingstood.

Hardy felicitò Nelson di avere, quantunque già in braccia alla morte,

riportato una tale vittoria, e gli annunziò che, a quanto poteva egli

giudicare, si erano già presi quattordici bastimenti francesi.

— Avrei scommesso per venti, disse Nelson.

Poi ad un tratto, ricordandosi della direzione del vento, e dei sintomi

della tempesta che aveva osservato in mare:

— Gettate l’áncora, Hardy, gettate l’áncora, gli disse.

— Suppongo, rispose costui, che l’ammiraglio Collingwood prenderà il

comando della flotta.

— Non però fino a tanto che sarò vivo, disse l’ammalato, e sollevandosi

sul suo braccio: Hardy, vi dico di gettar l’áncora — fra cinque minuti.

— Vado a dare gli ordini, milord.

— Sulla vostra vita, fatelo, e prima di cinque minuti.

Poi a voce bassa, come se avesse arrossito di quella debolezza:

— Hardy, gli disse, non getterete il mio cadavere in mare, ve ne prego.

— Oh! no di certo, potete star tranquillo su questo punto, milord, gli

rispose Hardy singhiozzando.

— Abbiate cura della povera Lady Hamilton, disse Nelson con voce fioca;

della mia cara Lady Hamilton. Abbracciatemi, Hardy.

Il capitano piangendo l’abbracciò.

— Muoio contento, disse Nelson, ho fatto il mio dovere.

Il capitano Hardy stette un istante presso l’illustre ferito in atto di

muta contemplazione, poi inginocchiandosi vicino al suo letto, lo baciò

in fronte.

— Chi mi abbraccia? chiese Nelson, il cui occhio errava già fra le

tenebre di morte.

Il capitano rispose:

— Son io, Hardy.

— Dio vi benedica, amico mio, disse Nelson.

Hardy risalì sul ponte.

Nelson riconoscendo il cappellano che era al suo fianco, gli disse:

— Ah! non sono mai stato un peccatore così ostinato.

Poi dopo una pausa:

— Dottore, ricordatevi, vi prego, che ho lasciato in eredità alla mia

patria ed al mio re, Lady Hamilton e mia figlia Orazia Nelson; non

dimenticate mai Orazia.

La sua sete andava crescendo, e gridava: _Da bere, da bere, il

ventaglio, fatemi vento, stropiccia stropiccia._

Egli faceva questa ultima raccomandazione al cappellano M. Scott che

gli aveva procurato qualche sollievo stropicciandogli il petto con la

mano.

Pronunziò queste parole con una voce interrotta, e che annunziava

l’aumento delle sue sofferenze, dimodochè dovette richiamare tutte le

sue forze per dire ancora una volta queste parole:

— Grazie a Dio, ho fatto il mio dovere.

Lord Nelson, pochi momenti dopo che Hardy l’ebbe lasciato, cessò di

parlare.

Era debolezza? Era vaneggiamento mortale? Comunque sia, il cappellano

ed il signor Burke che sollevando il cuscino lo mantenevano in una

posizione meno dolorosa, rispettarono quel funebre silenzio e, per non

turbarlo nei suoi ultimi momenti, cessarono anch’essi di parlargli.

Allora ritornò il chirurgo chiamato dal maestro di casa di Nelson, che

era andato a dirgli che l’Ammiraglio stava sul punto di spirare. Gli

prese la mano, era fredda, gli tastò il polso, era insensibile; poi gli

toccò la fronte. Nelson aprì il suo unico occhio; ma quasi subito lo

richiuse.

Il signor Beaty lo lasciò allora per volgere le sue cure ai feriti, cui

potevano essere utili; ma l’aveva appena lasciato quando il maestro di

casa corse a dirgli: Milord è spirato.

Il chirurgo corse al suo letto: egli era veramente morto. Erano le

quattro e venti minuti. Avea sopravvissuto tre ore e trentadue minuti

alla sua ferita.

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* *

Perdendo Nelson, io aveva perduto tutto.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 8/8 · 第 20 / 25 题