XII.

Verso questa stessa data del 28 settembre, in cui Nelson operò la sua

riunione colla flotta del vice ammiraglio Collingrood, l’ammiraglio

Villeneuve ricevette l’ordine positivo dal suo governo di prendere il

largo e di passare lo stretto, e gettando delle truppe sulle coste di

Napoli, di scopare i vascelli inglesi dal Mediterraneo e di entrare in

Tolone.

La flotta alleata composta di trentasette vascelli di linea, diciotto

francesi, e quindici spagnuoli, cominciò a mostrarsi sabato, 19

ottobre, a sette ore del mattino, spinta da una leggera brezza.

A mezzodì scorso della stessa giornata, sembrando certa la battaglia,

scrisse a me ed alla povera bambina, che doveva lasciar orfana, queste

due lettere che furono trovate nel suo scrittoio dopo la sua morte, e

che mi furono portate dal suo amico il capitano Hardy.

«Mia carissima ed amatissima Emma, tenera amica del mio cuore.

Mi è stato dato il segnale che la flotta nemica esce dal porto.

Abbiamo pochissimo vento, di modo che non ho nemmeno la speranza

di vederla prima di dimani. Possa il Dio delle battaglie coronare

i miei sforzi con un felice successo, e in ogni caso, o vittorioso

o morto, sono sicuro che il mio nome diverrà più caro per voi e per

Orazia, per voi due insomma, che amo più della mia stessa vita.

«E siccome la mia ultima lettera prima della battaglia sarà per

voi, spero, se vivo, di terminarla dopo la battaglia.

«Che il Signore vi benedica e pregate pel vostro

«NELSON BRONTE.»

Poi scrisse ad Orazia la lettera seguente:

«_Victory_, 19 ottobre 1805.

«Mio caro angelo,

«Sono l’uomo più felice del mondo, avendo ricevuto la vostra

lettera del 19 settembre. Mi fa gran piacere di sapere che siete

una buona figlia, che amate molto la mia cara lady Hamilton, e che

ella pure vi adora. Datele un bacio per me. La flotta riunita dei

nemici esce, a quanto mi si dice, dal porto di Cadice, per cui mi

affretto di rispondere alla vostra lettera, mia cara Orazia, per

dirvi che voi siete continuamente l’oggetto de’ miei pensieri. Sono

sicuro che pregate Dio per la mia salvezza, per la mia gloria,

e per il mio ritorno a Merton, e presso la mia carissima Lady

Hamilton. Siate buona figlia, e ricevete, mia carissima Orazia, la

benedizione di vostro padre.

«NELSON BRONTE.»

Nel giorno seguente aggiunse questa poscritta alla mia lettera:

«20 ottobre mattina.

«Siamo giunti alla bocca dello stretto; ma il vento d’ovest essendo

troppo debole per dare alle flotte unite il tempo di venire da

Trafalgar, mi si dice, che si veggano da lontano quaranta vele.

Suppongo che sieno trentasei vascelli di linea, e sei fregate.

«Questa mattina se ne vede un certo numero dalla parte del faro di

Cadice; ma il vento essendo freddissimo, credo che rientreranno nel

porto prima di notte.

«Che Dio ci faccia trionfare del nemico, e ci dia una buona pace.»

Scorgendo la flotta unita, Nelson scrisse sul suo giornale particolare:

«Che Iddio, innanzi al quale m’inchino adorandolo, accordi

all’Inghilterra, nell’interesse generale dell’Europa oppressa,

una grande e gloriosa vittoria, e permetta che questa vittoria

non sia oscurata da colpe, da parte di coloro che combatteranno

e trionferanno, e che l’umanità dopo la battaglia possa essere il

solo pensiero della flotta britannica. Quanto a me, personalmente,

rimetto la mia vita nelle mani di chi me l’ha data. Che la

benedizione di Dio discenda sopra quanto sto per fare in servizio

della mia patria. Confido ed abbandono in lui solo la causa santa,

di cui egli s’è degnato di nominarmi in questo giorno il difensore.

«Amen. Amen. Amen.»

Poi dopo questa preghiera, ove si trova quella mistura di misticismo

e di entusiasmo, che in certi momenti traspariva sotto la rozza scorza

dell’uomo di mare, scriveva il suo testamento.

«21 ottobre 1805.

«In vista delle flotte riunite di Francia e di Spagna, a dieci

miglia circa distante da noi;

«Considerando che gli eminenti servigi resi al re ed alla Nazione

da Emma Lyonna, vedova di sir William Hamilton, non hanno mai

ricevuto ricompensa nè dal re, nè dalla nazione;

«1. Quantunque abbia ottenuta nel 1796 la comunicazione di una

lettera del re di Spagna a suo fratello il re di Napoli, in

cui lo avvertiva della sua intenzione di dichiarare la guerra

all’Inghilterra, e che il ministero prevenuto da quella lettera,

abbia potuto mandar l’ordine a sir John Jervis di sorprendere, se

se ne presentava l’occasione, gli arsenali e la flotta spagnuola;

che se però nessuna di tali cose siasi fatta, non fu però colpa di

Lady Hamilton;

«2. Che la flotta britannica sotto il mio comando non avrebbe

potuto ritornare una seconda volta in Egitto, se l’influenza di

lady Hamilton sulla regina di Napoli non fosse stata causa della

lettera scritta al governatore di Siracusa, perchè permettesse alla

flotta di approvvigionarsi di tutto quanto le abbisognava nei porti

di Sicilia; e così ottenni quanto mi occorreva per distruggere la

flotta francese;

«Non potendo ricompensare questi servigi, pensai di rivolgermi alla

nazione. Non ho potuto farlo, lascio quindi al mio re ed alla mia

patria di soddisfare questi legati, e provvedere largamente alla

sua esistenza.

«Confido anche alla benevolenza della nazione, la mia figlia

adottiva Orazia Nelson Thompson, e desidero che ormai porti

solennemente il nome di Nelson. Ecco i soli favori che dimando al

re ed all’Inghilterra, nel momento in cui arrischio la mia vita per

loro. Dio benedica il mio re ed il mio paese, e tutti quelli che mi

sono cari. La mia famiglia non ha bisogno di essere raccomandata, e

sarà, ne sono certo, l’oggetto della più splendida liberalità.»

Un mese e mezzo prima, vale a dire l’11 di settembre, Nelson aveva già

scritto sullo stesso giornale:

«Dono alla mia carissima amica Lady Hamilton tutto il terreno che

mi appartiene a Merton e nella parrocchia di Windeblon.

«NELSON BRONTE.»

— Ora, disse egli, non pensiamo più che al combattimento.

Le due flotte si avanzarono l’una contro l’altra.

In questo momento solenne che precedeva uno dei più terribili

scontri, che mai avvenissero fra due flotte cordialmente nemiche, ogni

comandante in capo diede la sua parola d’ordine.

L’ammiraglio francese disse ai suoi capitani:

«Non devonsi aspettare i segnali dall’ammiraglio, che nella confusione

del combattimento possono essere fraintesi o non veduti; ma ognuno deve

ascoltare la voce dell’onore, e portarsi ove maggiore è il pericolo:

ogni capitano è al suo posto, se è al fuoco.»

Dalla parte degl’Inglesi tutti gli occhi erano fissi sul vascello

ammiraglio per leggervi la parola d’ordine già distribuita a bordo

della squadra riunita, e si vide salire sull’albero maestro del

_Victory_ questa laconica arringa:

England expects every man will do his duty.

L’Inghilterra attende che ciascuno faccia il suo dovere.

Il buon genio di Nelson, il piccolo uccello augurale, non era ancora

comparso.

Ed ora Iddio mi dia la forza di scrivere ciò che mi rimane da

raccontare.

*

* *

Era un’ora ed un quarto dopo mezzogiorno; ad un’ora precisa incominciò

il fuoco.

Nelson aveva un abito azzurro, e portava al petto le decorazioni

del bagno, di S. Ferdinando, e del merito, quella di S. Gioachino e

quella di Malta, e infine la mezzaluna ottomana; questo scintillare

di decorazioni che avea al petto doveva naturalmente renderlo un punto

di mira di tutti i colpi. Il capitano Hardy voleva fargli indossare un

altro abito.

— È troppo tardi, disse egli, m’hanno veduto con questo.

Il combattimento fu orribile. Quattro bastimenti si sfracellarono

a bruciapelo; il _Victory_, il _Formidabile_, il _Bucintoro_ ed il

_Temerario_.

Il primo che cadde a bordo del _Victory_ fu il segretario di Nelson

tagliato in due da una palla di cannone, mentre parlava col capitano

Hardy e siccome Nelson amava molto quel giovane, Hardy lo fece

subito levare di là, perchè la vista del cadavere non rattristasse

l’ammiraglio. Quasi nello stesso tempo due palle incatenate stesero sul

ponte otto uomini tagliati pel mezzo.

Tutte queste precauzioni per raccomandare e per assicurare il mio

avvenire, sono prove che Nelson era dominato da un presentimento

mortale. E per dare maggior autenticità agli atti che affidava al

suo giornale, chiamò il suo capitano di bandiera Hardy, e il capitano

Blackwood dell’_Eurialo_, quell’istesso che era venuto a cercarlo a

Merton, e, come testimoni, fece loro firmare quell’atto testamentario.

I loro due nomi si trovano difatti sul giornale di bordo vicino a

quello di Nelson.

Nelson aveva due miei ritratti. Una miniatura che sir William gli aveva

lasciato in testamento, e che portava, come dissi, appesa al collo con

una catena d’oro; l’altro, che era di grandezza naturale, era appeso

alle pareti della sua cabina con quello di Orazia.

Prima del combattimento, temendo che qualche proiettile non offendesse

le immagini delle due persone che amava, come diceva egli stesso, più

della sua vita, li fece staccare dalle pareti par metterli in sicuro.

Fate attenzione al mio buon angelo, diceva egli, seguendo con ansietà

il mio ritratto, mentre lo trasportavano a schermo delle palle e della

mitraglia.

— Oh! oh! disse Nelson, ecco un fuoco troppo vivo perchè possa durare

molto.

Non aveva appena terminato di dire queste parole, che il vento prodotto

da una palla di cannone che gli era passata davanti alla bocca gli

tolse il respiro, e poco mancò che non fosse asfissiato. Si tenne

stretto alla prima persona che incontrò, e stette quasi un minuto

ansante e tentennante prima di ritornare in sè.

— Non è nulla, diss’egli, non è nulla.

Questo fuoco durava da più di venti minuti, quando Nelson cadde sul

ponte come colpito da un fulmine.

Era un’ora ed un quarto precisa.

Una palla partita dalle sartie di miseno del _Formidabile_, l’aveva

colpito dall’alto in basso, gli entrò nella spalla dopo aver forato la

spallina, e andò a spezzargli la spina dorsale. Egli si trovava nel

luogo stesso ove era stato colpito il suo segretario, e cadde colla

faccia sul suo sangue.

Tentò di alzarsi appoggiandosi sull’unica sua mano.

Hardy, che era a due passi da lui, corse in suo soccorso con due

marinai e col sergente Secker, e lo rialzarono.

— Spero milord, gli disse, che non sarete gravemente ferito.

Ma Nelson rispose:

— Questa volta, Hardy, è finita per me.

— Oh! spero di no, esclamò il capitano.

— Ma, disse Nelson, ho sentito tale uno scrollo di tutta la persona,

come se avessi infranta la colonna vertebrale.

Hardy ordinò di trasportare subito l’ammiraglio al posto dei feriti.

Mentre i marinai lo trasportavano, si accorse che la corda, con cui

si faceva girare il timone era stata rotta dalla mitraglia; la fece

osservare al capitano Hardy, e ordinò ad un nostromo di sostituire

delle corde nuove alle rotte.

Dato quest’ordine, trasse di tasca il fazzoletto e si coperse la

faccia e le decorazioni, perchè i suoi marinai non lo riconoscessero, e

ignorassero che fosse ferito.

Molti uffiziali feriti e una quarantina di marinai erano portati,

nello stesso tempo dell’ammiraglio, nel sottoponte: nel numero degli

uffiziali feriti vi erano il luogotenente William Andrew Ram e M.

Whippel segretario del capitano. Il chirurgo esaminava quei due

uffiziali e riconosceva che erano colpiti mortalmente, quando la sua

attenzione fu attirato da un grido — M. Beatty, Milord Nelson è qui,

Milord Nelson è ferito.

Il chirurgo girò lo sguardo intorno a lui, e siccome in quel momento il

fazzoletto cadde dal viso di Nelson, lo riconobbe. M. Burke, uffiziale

pagatore, e il chirurgo corsero tosto in soccorso dell’ammiraglio, lo

presero dalle braccia dei marinai che lo trasportavano, inciamparono

contro il corpo di un nostromo; ma non caddero.

Nelson dimandò:

— Chi sono quelli che mi portano?

— Sono io e M. Burke, rispose il chirurgo.

— Oh! mio caro Beaty, soggiunse Nelson, qualunque sia la vostra

scienza, non potete far nulla per me; ho la colonna vertebrale

infranta.

— Spero che la ferita non sia così grave come lo crede V. S., disse il

chirurgo.

In questo momento, il reverendo dott. Scott, cappellano del bastimento

che era occupato a far bere della limonea al feriti, si avvicinò a

Nelson che lo riconobbe, e gli disse, con voce interrotta dal dolore,

però con molta forza.

— Mio reverendo, ricordatemi a Lady Hamilton, ricordatemi ad Orazia,

ricordatemi a tutti i miei amici e specialmente a M. Rose; dite loro

che ho fatto testamento e che lego al mio paese Lady Hamilton, e

mia figlia Orazia; ricordatevi di ciò che vi dico a quest’ora, e non

dimenticatelo mai.

Nelson fu portato su di un letto; gli si tolsero con gran pena gli

abiti di dosso, e lo si coperse con un lenzuolo.

Mentre si compiva questa operazione, disse al cappellano:

— Dottore, sono perduto; dottore, sono morto.

Per qualche tempo il sig. Beaty esaminò la ferita, e disse a Nelson

che poteva scandagliarla senza fargli molto dolore; difatti gliela

scandagliò e riconobbe che la palla era penetrata nel petto e non si

era fermata che alla spina dorsale.

La ferita era terribile, e veniva dall’alto in basso, come dissi, e il

colpo era stato tirato alla distanza di quindici metri.

— Sono sicuro, disse Nelson durante l’operazione, che sono passato da

parte a parte.

Il dottore esaminò il dorso; era intatto.

— V’ingannate, milord, gli disse, ma cercate di spiegarmi cosa vi

sentite.

— Sento, rispose il ferito, come se un’onda di sangue mi salga ad

ogni respiro; la parte inferiore del mio corpo è come morta; respiro

a fatica, e benchè mi si dica il contrario, sostengo che ho la spina

dorsale spezzata.

Questi sintomi, e più ancora l’ingorgo di sangue di cui si lamentava il

ferito, e lo stato del polsi indicavano al chirurgo che non bisognava

più conservare nessuna speranza; soltanto la gravezza della ferita

non era stata conosciuta da nessuno a bordo, fuorchè dal chirurgo,

dal capitano Hardy, dal cappellano, da M. Burke e dai due aiutanti

chirurghi.

*

* *

I miei occhi pieni di lagrime m’impediscono di continuare; da nove anni

che accadde questo avvenimento, raccontai molte volte questa morte

gloriosa in tutti i suoi particolari, ma ora è la prima volta che la

scrivo.

Riprenderò il mio racconto quando sentirò di averne la forza.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 8/8 · 第 19 / 25 题