Grazie alla famiglia di Nelson, che per compiacere al nobile ammiraglio
fu assai garbata per me, io non fui così isolata come quando partì. Sua
nipote, la figlia del dottore, fu accolta nella mia casa, e divenne mia
scolara. Essa studiò con me il francese, l’italiano, il disegno, la
musica, e posso dirvi che in sei mesi, da una specie di contadinuzza
che era, l’aveva trasformata in una piccola damigella; era una prova
di condiscendenza da parte mia, e dalla parte di Nelson, una prova di
stima.
Il dottor Nelson, fratello dell’ammiraglio e padre della giovinetta
di cui aveva intrapreso l’educazione, avendo ottenuto di essere
nominato canonico della Cattedrale di Cantorbery, era molto assiduo
a presentarmi i suoi doveri, quando io andava a passare una parte
dell’estate in quella città.
Aveva con me mistress Bellington, antica artista drammatica, che era
stata molto bella, ed avea un gran talento.
Gli abitanti di Cantorbery erano, debbo dirlo, molto maravigliati
di vedere le due ospiti del venerabile canonico, e furon quasi
scandalizzati quando un giorno di festa offrimmo, mistress Bellington
ed io, di cantare un duetto sacro nella Cattedrale. La nostra offerta
fu accolta con un rifiuto molto netto e secco. E più ancora, i
rispettabili cittadini dell’antica capitale del regno di Kent non
mancarono mai di mettere sui loro viglietti di visita: pel dottor
Nelson _ma non per lady Hamilton_.
Poco tempo dopo la partenza di Nelson, partorii una seconda figlia, che
nacque a Merton, ed a cui diedi il nome di Emma: la povera bambina non
fece che apparire in questo mondo, e morì l’anno seguente in un accesso
di convulsioni.
In quest’epoca, l’ho detto e lo ripeto, tutta la famiglia Nelson
era piena di riguardi per me, e naturalissimamente era in non buone
relazioni colla povera moglie. E Nelson aveva detto chiaramente a tutti
i suoi parenti, che quelli che sarebbero in buone relazioni con me lo
sarebbero anche con lui. Difatti dopo la morte di sir William, Nelson
dimenticò l’esistenza di mistress Nisbett, e mi considerava e trattava
come sua vera moglie. Si è veduto dalle sue lettere a qual grado giunga
il suo amore per me. Ma quando fui stanca della sua assenza, e colma
di disprezzo da questa ridicola cittadinanza, gli scrissi che era mio
desiderio di raggiungerlo e di stare sul suo bastimento, correndo con
lui tutti i pericoli ai quali si esponeva. Mi rispose con una fermezza
che non mi sarei mai aspettata:
«Sapete, mia cara Emma, che soffrite quasi sempre in mare: immaginatevi
cosa sarebbe quando sareste in crociera innanzi a Tolone, ove anche in
estate abbiamo venti, almeno una volta alla settimana, e due giorni di
mare grosso.
«Non voglio che vi ammaliate, per vedervi io ammalata. Com’è mai
possibile di avere Orazia a bordo di un vascello?
«E poi ho pel primo vietato che nessuna donna venisse a bordo del
_Victory_; e sarei io il primo a disubbidire all’ordine che ho dato?
che Dio me ne guardi!»
In mezzo a tutto ciò debbo confessare una cosa; è che la mia abitudine
di spendere era tale, che la rendita di Merton, il legato di sir
William, e la pensione vitalizia che Nelson mi faceva corrispondere, e
che formavano circa sessantamila lire di rendita erano insufficienti.
Parlava dunque sempre a Nelson di sollecitare per me da M. Addington la
trasmissione della pensione di sir William, ed egli che non comprendeva
nulla delle mie esigenze, e che non poteva dubitare come con tale
fortuna mi trovassi in bisogno, mi rispondeva: «Se M. Addington vi dà
una pensione, sarà bene; ma voi non datevi pena per ciò. Non avete
Merton per voi senza ipoteche? e non dovete nulla a nessuno. La mia
cara Orazia è già provveduta, e spero che qualche giorno voi sarete la
mia duchessa di Bronte; e allora non darei un fico per tutto il mondo.»
Attorniata da gente senza mezzi e da numerosa parentela, la mia casa
a Londra e la mia villa di Merton erano in continue feste, in cui i
miei mezzi, quantunque lauti, non permettevano di far onore. Nelson
mi faceva di quando in quando qualche rimostranza sulla necessità
dell’economia; si scorgeva in lui l’uomo che aveva sofferto la povertà,
e temeva di trovarsi senza denaro. Insisteva specialmente su ciò, che
abitassi a Merton, ove probabilmente doveva fare più economia che a
Londra.
Se Nelson fosse stato vicino a me, non avrei nemmeno sognato di
scostarmi dai suoi consigli, ma, lui assente, la noia di una vita tanto
disoccupata, dopo averne vissuto una così attiva, mi angustiava, e non
poteva fermarmi quieta in un luogo. Lasciai Merton per Londra, ove le
mie spese non avevano limite.
Aveva l’abitudine di passare una parte dell’estate ai bagni di mare, ed
era specialmente là ove la spesa diveniva enorme. Queste spese davano
delle inquietudini a Nelson; ma io gli diceva che questi bagni mi erano
raccomandati dai medici, e non seppe dirmi che una cosa:
«Andate a’ bagni, quando io non vi era, e restateci, quando già vi era.
Ma come frase incidente od in una poscritta gettata a’ piedi di una
lettera molto tenera, mi diceva:
«È necessario, mia cara Emma, di far maggiore economia; se no gli
abbellimenti del vostro caro Merton non si potranno più fare, e il
nostro caro Merton avanti di tutto.»
E aggiungeva, e debbo dirlo, ahimè, inutilmente:
«Il vostro cuore buono ed angelico, mia cara Emma, mi darà certamente
ragione, perchè comprenderete che tutto è a caro prezzo, a motivo della
guerra, che abbiamo degli amici che hanno bisogno di noi, e che bisogna
aiutarli, e voi troverete, ne sono sicuro, maggior piacere a compire
questo dovere, che a mantenere una colluvie di parassiti, che non hanno
nessuna amicizia per noi».
Ma tutti questi consigli erano inutili: ad ogni lettera che riceveva da
Nelson facevo mille giuramenti per correggermi, e poi mi abbandonava
a nuove spese ancora più pazze, e più inutili delle prime. Era una
sorgente d’inquietudini per Nelson, e però appassionato per me, come
egli era, mi lasciava continuare. Alla fine comprese che le mie
imprudenze potevano compromettere l’avvenire di Orazia, e che era
necessario di assicurarle una fortuna indipendente, perchè più tardi
non avesse a soffrire per le mie pazzie: mi scrisse inquest’occasione
nel marzo 1804:
«Al mio ritorno disporrò quattro mila sterline per Orazia, perchè non
intendo che si trovi sprovvista quando la lasceremo sola e senza amici
al mondo.»
Io aveva sopra Nelson un potere per farlo accondiscendere a tutte
le mie volontà: era di fargli credere che qualche nobile gentleman
chiedeva la mia mano; fra gli altri il vecchio duca di Queensburg, che
mi seguiva e mi faceva la sua corte, colla stessa assiduità come se
avesse venticinque anni.
Si è già veduto che Nelson, ricevendo una lettera della regina di
Napoli, era stato scandalizzato che non dicesse una parola per me. Ma
verso la fine della sua crociera, vedendo che quel silenzio continuava,
finì per iscoprire una cosa di cui sospettava già da lungo tempo, cioè
che la regina, malgrado le proteste della sua eterna riconoscenza,
non aveva conservato che una mediocre memoria della mia affezione per
lei, e dei servigi che le aveva reso: allora risolse di venire ad una
spiegazione con lei, e di farle conoscere il mio stato di fortuna, i
bisogni che mi creava, la mia abitudine di spendere, e la necessità in
cui mi trovava di aver bisogno de’ suoi soccorsi. Ma la regina rispose
sempre freddamente, con frasi ambigue, e protestando l’imbarazzo delle
sue finanze.
Nelson indignato mi trasmise le sue osservazioni sulla condotta e sul
carattere della regina, ed io pure non mi curava di alcun riguardo
verso quell’amica infedele, e mi vendicai di essa col raccontare
la storia abbastanza scandalosa dei suoi amori, senza pensare che,
paragonandola a Saffo ed a Messalina, gettava su me stessa una parte
della vergogna di cui voleva coprirla.
In quell’epoca ebbi una penosa e rincrescevole questione con M.
Greenville supra il testamento di sir William. Greenville sperava di
farmi indietreggiare innanzi allo scandalo; ma quando mi vide disposta
a sostenere il processo, propose una transazione che Nelson mi obbligò
ad accettare, quantunque a mio svantaggio.
Perdetti in questo affare tre o quattro mila franchi di rendita, e finì
là.
Nelson aveva un tale amore per sua figlia, che sebbene avesse tre anni,
le scriveva come se avesse potuto comprenderlo.
_Victory_, 13 aprile 1801
«Mia cara Orazia,
«Vi mando dodici volumi di stampe di costumi spagnuoli, che il
vostro angelo custode, lady Hamilton, vi conserverà quando sarete
stanca di guardarli. Sono contento di sapere che siete ristabilita
in salute, e che siete una buonissima figlia. Prego Iddio, mia cara
Orazia, perchè continuiate ad esser buona e brava, il che sarà una
grande consolazione per il vostro affettuoso
«NELSON BRONTE»
Quando Nelson scrisse questa lettera non era più in crociera innanzi
a Tolone; ma in traccia della flotta francese, che gli era sfuggita di
mano.
Al sabato, 30 marzo, per ordine di Napoleone, la flotta francese, che
formava uno dei particolari del gran piano che egli aveva concepito,
era uscita dal porto di Tolone sotto gli ordini dell’ammiraglio
Villeneuve.
Ecco qual era quel piano, che non fu conosciuto da Nelson se non
quando non era più a tempo di opporvisi, e che non fu sventato che da
circostanze indipendenti dalla volontà degli uomini.
Napoleone, — poichè Bonaparte era diventato Napoleone, e il primo
console, imperatore, — Napoleone non aveva perduto di vista il suo
sbarco in Inghilterra; aveva risolto di dar ordine a tutta la flotta
francese che uscisse ad un tempo da tutti i porti ove gl’Inglesi
stavano osservandola, e di portarsi verso le Indie occidentali; di
attirare gl’Inglesi dalla parte delle Antille, e di ritornare poi di
botto nei mari d’Europa, con una riunione di forze superiore a tutte le
squadre inglesi che potrebbe incontrare.
Il punto di convegno generale dei Francesi era la Martinica.
All’11 gennaio l’ammiraglio Missiessy era uscito da Rochefort con
una tempesta orribile, e passando da Perthuis aveva preso il largo
senz’esser veduto dagl’Inglesi: aveva con lui cinque vascelli e quattro
fregate.
L’ammiraglio Villeneuve doveva partire col primo vento favorevole,
tentare d’ingannare Nelson, e se non lo ingannava, di sfuggirgli almeno
di mano, passare lo stretto, toccar Cadice, e raggiungere l’ammiraglio
spagnuolo Gravina, far vela per la Martinica, unirsi a Missiessy,
e aspettare Gantheaume, che anche egli al primo colpo di vento di
equinozio che svierebbe gl’Inglesi, doveva uscire dal porto di Brest,
con ventun vascelli che egli aveva sotto i suoi ordini: e passando
da Ferrol prenderebbe un’altra flotta francese e spagnuola, sotto gli
ordini dell’ammiraglio Gaurdon, e si dirigerebbe verso la Martinica,
ove, come abbiam detto, dovevano aspettarlo Missiessy, Villeneuve e
Gravina. Questa riunione di cinque ammiragli e di sei flotte doveva
dare da 51 a 60 vascelli, forza enorme, di cui non si era mai veduto
in altri tempi, e su nessun mare una simile concentrazione. Una volta
riuniti, questi sessanta vascelli dovevano far vela per la Manica
mal osservata, perchè le varie squadre inglesi dovevano essere sparse
nel Mediterraneo, nell’Atlantico, nei mari delle Indie, e forse dove
si poteva supporre che fosse andata la flotta francese; battere ogni
squadra isolata che incontrerebbe sul suo cammino, e far poi contro
l’Inghilterra, unendosi alle flottiglie di Boulogne, il colpo di cui
era da tanto tempo minacciata.
Ora l’ammiraglio Villeneuve nella notte dal 30 al 31 marzo,
approfittando del maestrale, come l’ammiraglio Missiessy aveva
approfittato della tempesta, era uscito dal porto di Tolone, come
dissi, nel momento in cui Nelson meno se l’aspettava.
Al cinque aprile, Nelson scriveva questa lettera che dipinge la sua
agitazione.
«A William Marden Esqu. Ammiragliato.
«_Victory_, mare 9 aprile 1805.
«Signore,
«La flotta francese ha preso il mare nella notte di sabato 30
marzo, e alla domenica mattina, 31, alle otto ore, è stata veduta
dall’_Active_ e dalla _Phoebè_ che percorreva verso SS. O., con una
leggiera brezza di N. E. Con tutte le vele spiegate e la sua forza,
dal computo delle sue fregate, si suppone composta di 11 vascelli,
sette fregate e due brick. Ad otto ore di sera il capitano Moubray
staccò la _Phoebè_ per raggiungermi all’altezza di Toro. Ieri
mattina, 4 aprile, l’_Active_ mi raggiunse poi alle 2 dopo mezzodì.
Il capitano Moubray nella notte del 31 scorso, navigando sottovento
con una brezza di N. O. ha perduto di vista il nemico, e si crede
che abbia fatto vela verso Oriente. Siccome al 1 aprile i venti
sono stati molto variabili, soltanto dal sud all’est fino alla
notte del 3, in cui il vento si mise a soffiare fortemente da N. O.
ho posto delle fregate sulla costa di Barberia ed all’altezza di
Toro. Io mi trovo a mezza via fra la Galite e la Sardegna, perchè
sono sicuro che se il nemico è stato obbligato a prendere quella
via, non ha potuto passare prima d’oggi. Si dice che il ministro
della Marina la comandi in persona, e spero d’incontrarlo. La
flotta che ho l’onore di comandare è quanto posso desiderare di
meglio riguardo alla salute ed alla disciplina, e le LL. Signorie
possono star sicure che nulla tralascerò per prendere il nemico.»
«Ho l’onore, ecc., ecc.»
Al 6 aprile Nelson non avea ancora notizie della flotta; egli era alla
disperazione, e scriveva al capitano Ball:
«Davvero sono mezzo morto, ma quanto uomo può fare, sarà fatto
per trovarli. Ho l’_Embuscade_ in vista, ma anch’essa non ha
trovato nulla perchè non mi fa nessun segnale. L’_Amazone_ partirà
per Napoli, nel momento in cui l’_Active_ ci raggiungerà, il
che avverrà oggi o dimani mattina. Vado a prendere posizione
all’altezza di Ustica, per esser pronto a ricevere la comunicazione
del vascello che mi raggiungerà. Sto male davvero e pieno di
collera. Dio vi benedica, mio caro Ball.»
Nello stesso tempo scriveva a Davyson:
«Ho incaricato il capitano Cann di farvi visita. Vi dirò in quali
agitazioni mi trovi; non posso nè mangiare, nè bere, nè dormire;
ciò non può durar molto, soffro troppo; ma sono sempre, mio caro
Davyson, il vostro fedele.
«NELSON BRONTE.»
«Direte al capitano, uomo onorevolissimo, che, se lady Hamilton è a
Londra od a Merton, gli deve consegnare una mia lettera.»
Ora diciamo in due parole che cosa ne avvenne di questa flotta
francese, che Nelson cercava invano.