La storia di Nelson m’è più cara della mia vita, e perciò lo seguo nel
Mediterraneo, dopodichè ritornerò a quell’Inghilterra tanto triste per
me dacchè la ho lasciata.
Negli ultimi giorni di luglio mi scrisse:
«Mia Cara Emma,
«Quantunque vi abbia scritto da vari luoghi, soltanto per dirvi,
sono qua, sono là, mi è stato impossibile di dirvi altra cosa, che
sono qui e sto bene, perchè non dubito _che saranno tutte lette_.
Non ho altro mezzo per mandarvi notizie che il mare, e gl’invii che
dovranno farsi col mezzo di piccoli bastimenti che l’ammiraglio mi
ha dato, non potranno essere frequenti.
«Il nostro passaggio è stato enormemente lungo: da Gibilterra a
Malta abbiamo impiegato undici giorni; arrivai verso la sera del
15, e ripresi il mare nella notte del 16 al 17 a tre ore, e non
giungemmo che al 26 innanzi a Capri, ove ho dato ordine perchè la
fregata che portava M. Elliot a Napoli venisse a raggiungermi.
«Vi mando le copie delle lettere del re e della regina. Sono
orribilmente afflitto che essa non dica nemmeno una parola di voi.
La sua sola scusa che dice, è che questa è una lettera politica.
«Quando risposi alla regina, le scrissi:
«Ho lasciato lady Hamilton il 18 maggio, e sempre così affezionata
verso V. M. che sono sicuro che darebbe la vita per salvare la
vostra. V. M. non ha mai avuto un’amica più sincera e leale della
vostra cara Emma. Vi spiacerà di conoscere, ne sono sicuro, che sir
William non l’ha lasciata in una condizione pecuniaria così lauta
come lo permetteva la sua fortuna. Egli ha diviso i suoi beni fra i
suoi parenti; ma essa farà onore alla sua memoria, quantunque tutti
i suoi amici gli diano il torto d’essere stato avaro verso di lei.»
«Spero, mia cara Emma, che la regina vi abbia scritto direttamente:
se è capace di dimenticare la mia Emma, spero che Dio la
dimenticherà a suo tempo; ma voi credete che essa non sia capace
di dimenticarvi. Questo è il momento di darvi una prova della sua
affezione. Mostrate soltanto le copie delle lettere del re e della
regina ai nostri amici più intimi.
«Il re è tristo e sta sempre a Belvedere.
«Elliot non vide nè lui nè la regina, dal 17, giorno del suo
arrivo, fino al 21; al 22 egli dev’esser presente.
«Sono convinto che il piano di questo _miserabile Corso_ sarebbe
di conquistare il regno di Napoli: ha fatto entrare 13000 soldati
nella parte dell’Adriatico, e prenderà possesso di Gaeta e di
Napoli senz’alcun’ombra di diritto, e se il povero re fa qualche
osservazione, o ci permette di soccorrere la Sicilia, dichiarerà la
guerra, e dichiarerà Napoli di buona presa.
«Aveva consigliato al generale Acton di non lasciare la famiglia
reale a Napoli; poichè Napoli o tosto o tardi sarà conquistato,
come meglio converrà a Bonaparte.
«La Morea e l’Egitto sono pure nelle sue viste. Un’armata di 70000
uomini si è radunata in Italia.
«Come potete crederlo, ho grande premura di andare innanzi a Tolone
a raggiungere la flotta.
«Noi passiamo innanzi a Montecristo, a Bastia, al capo Corso; jeri
ci avvicinammo lentamente a Tolone. Quale sia la loro forza, non
lo saprei; alcuni dicono che hanno nove vascelli di linea, altri
sette, altri cinque. Se ve ne sono nove, ci verranno ad incontrare,
giacchè noi abbiamo soltanto un egual numero di vele.
«Spero però che usciranno, e così potremo finir tutto, perchè, come
sapete, nulla detesto di più dell’indecisione.
«Luglio 1803.
«Mi avanzo verso Tolone per schiacciare i Francesi. Abbiamo tutto
in pronto: sette vascelli di linea, cinque fregate e sei corvette;
in una settimana ne avremo uno o due di più; abbiamo oggi otto
vascelli di linea, dimani sette, compresivi due vascelli da
sessantaquattro.
«Potete immaginarvi, cara Emma, quanto sarei felice di avere una
delle vostre care e lunghe lettere, per farmi sapere quanto è
accaduto dopo la mia assenza.
«Ringrazio Iddio che non possiate mai trovarvi in bisogno; ma state
sicura, finchè avrò sei soldi, ve ne saranno cinque per voi; ma
voi avete acquistato questa esperienza che in materia di denaro
non bisogna contare sugli amici. Spero che il vostro buon senso ne
approfitterà.
«Credo bene che il ministro farà qualche cosa per voi; ma non
ha fatto ancora nulla. Noi possiamo vivere con pane e cacio.
L’indipendenza è una benedizione; e benchè non abbia trovato mezzo
finora di fare una buona presa, e ciò che è stato preso si è già
mangiato, pure sarei sfortunato se in questa campagna non avessi di
che pagare tutti i miei debiti; e pagati i debiti non è per me poca
consolazione.
«Non ho ancora parlato ad Acton del mio affare di Bronte; ma se
Napoli rimane per lungo tempo nelle mani del re Ferdinando, ne
terrò parola, ma non spero nulla da loro. Credo che da parte sua
non rincrescerà ad Acton di essere lontano sano e salvo.
«Da quanto sento dire, credo che il re di Napoli sia così
disperato, che metterebbe volentieri le redini di Napoli nelle mani
di suo figlio, e si ritirerebbe in Sicilia. Voi sapete bene che sir
William ha sempre pensato che il re Ferdinando finirà così. La sua
situazione basta in fatti per istraziare il cuore.
«Luglio 1803.
«Questa mattina abbiamo raggiunto la flotta. Gli uomini dei
bastimenti sono buoni; ma i vascelli sono avariati e sono lontani
dall’avere il loro equipaggio completo. Non ci sarebbe nulla di
meglio, che di affrontarci subito col nemico.
«Abbiate la bontà di mandare la lettera qui acchiusa al suo
indirizzo, e state sicura che fino all’ultimo momento della mia
vita sarò il vostro affezionato e fedele
«NELSON BRONTE»
Cito la lettera di Nelson invece di ritornare a me e seguire il mio
racconto, perchè credo che sia molto più curioso di veder l’uomo,
che ha avuto una così grande influenza sugli avvenimenti d’Italia,
ritornare nei luoghi ove questi avvenimenti si sono compiti, che di
vedermi sostenere i primi passi di Orazia, che giuoca sull’erba di
Merton-place.
Consacrerò questo capitolo alle lettere di Nelson, che non sono lettere
d’amore, ma dispacci politici.
Dunque continuo, o piuttosto continua Nelson:
«_Victory_ innanzi Tolone, 1 agosto 1803.
«Non sono sicuro che riceverete questa lettera:
«Mia carissima Emma
«La vostra lettera del 31 maggio, che mi è giunta da Napoli,
nel pacco di M. Noble contenente la corrispondenza di Davyson
con Plymouth, mi è stata consegnata dalla _Phoebè_ due giorni or
sono, ed è la sola linea, che la flotta abbia ricevuto dopo la sua
partenza dall’Inghilterra.
«Non vi sarà difficile, mia cara Emma, di farvi comprendere
l’emozione, che la vista e la lettura della vostra lettera mi ha
prodotto. Sono cose che non possono essere comprese che da persone
legate da un’affezione come la nostra, e quantunque abbiate scritto
poche parole, ho compreso che volevano dir molto. Approvo il vostro
piano e la scelta della vostra società. Per l’altro inverno o per
la primavera prossima spero di essere abbastanza ricco per fare
tutti gli abbellimenti necessari al nostro caro Merton; ciò servirà
a divertirvi; sono sicuro che sarò un grande ammiratore di tutto
ciò che farete fino alle vostre piantagioni di uva spina.»
La crociera durò circa tre mesi. Dopo aver trasportato la sua bandiera
dall’_Uncle_ sulla _Medusa_ e dalla _Medusa_ sull’_Amazzone_, Nelson
seppe che la pace era stata firmata il 1 ottobre; ed era tempo, egli
era veramente ammalato.
Al 17 Nelson mi scrisse dall’_Amazzone_:
«Mia cara amica,
«Benchè la mia indisposizione non presenti alcun pericolo, pure
resiste alla medicina che il dottore Baired ha prescritto; e debbo
confessare che mi ha molto prostrato e mi pare d’inghiottire del
rhum, che non possa digerire, e resti nei visceri. Vorrei che
questi signori dell’ammiragliato soffrissero dello stesso mio male;
ma siccome essi non hanno visceri, almeno per me, è inutile che lor
faccia questo augurio. Ho passato una notte molto cattiva, ma le
vostre care lettere e quelle di sir William, mi fanno un gran bene.
«La positiva mia risoluzione è di non esser tormentato al mio
arrivo a Londra, e di non chieder nulla, fuorchè di ritirarmi in
campagna con voi, miei buoni amici.
«In questi due giorni, qui ha fatto molto freddo, ma il tempo non
è cattivo. Ho acceso il fuoco nella cabina, e spero che la malattia
se ne andrà.
«NELSON BRONTE.»
Quantunque questa lettera si debba porre nella categoria delle lettere
officiali, m’inquietava; le sue frasi interrotte, e direi quasi
convulse, mi parevano indicare che chi le aveva scritte tremava per la
febbre nel vergarle.
Al 23 ottobre Nelson arrivò a Merton-place. Aveva chiesto a sir
William di alloggiare la nutrice e la sua piccola Orazia in una delle
sue piccole dipendenze. Sir William, che conosceva l’amore di Nelson
per quella bambina, acconsentì immediatamente: inoltre la casa era di
Nelson, e non sua. Io aveva indovinato, perchè Nelson appena ci ebbe
abbracciati chiese della sua figlioccia, e si dovette condurlo subito
dalla pretesa madre di Orazia; ma la vera madre era là, e non perdette
nè una parola, nè un gesto, nè un segno. Questa gioia di Nelson era il
mio trionfo.
Al 29 dello stesso mese Nelson fu istallato alla camera dei lord: aveva
ritardato quella cerimonia, che riteneva per molto noiosa, e l’aveva
ritardata quanto più potè. Siccome egli era visconte, fu presentato dal
visconte di Sydney.
L’inverno passò in mezzo ai balli ed alle feste nei villaggi
circostanti di Merton-place, di cui Nelson era fanatico in causa della
sua solitudine, e della libertà che vi godevamo, e dei balli e delle
serate e delle feste come Piccadilly. Sir William riceveva molto, e
siccome Nelson abitava con noi, avevamo sempre per ospite qualcuno
della sua famiglia, e debbo dire, che questi ospiti, che dopo la morte
di Nelson non mi parlarono più, erano invece, quando egli era vivo,
pieni di attenzioni e di riguardi per me.
Nell’estate del 1802, lord Nelson, suo padre, suo fratello, sir William
ed io, andammo a fare un viaggio nel sud della contea di Galles; ma
a Bleenheim il mio amor proprio ebbe a soffrire una forte scossa,
visto lo sprezzo che mi manifestava la nobile famiglia che abitava
il castello. Nelson fu profondamente offeso di questa mancanza di
convenienza a mio riguardo, rifiutò di accettare i rinfreschi che ci
offersero, ed io dissi allora in modo d’essere intesa:
— Dopo la battaglia di Abouckir, se fossi stata regina, avrei dato
a Nelson un principato; ma avrei procurato che fosse tanto bello che
Bleenheim non fosse che un orto in suo confronto.
Del resto in tutte le feste che si diedero al mio eroe, dai municipj,
dalle città, o dalle assemblee pubbliche, combinai costantemente, col
mio talento declamatorio, e colla mia voce veramente rimarchevole, di
aumentare l’allegria dei conviti e i piaceri delle serate: non soltanto
la voce pubblica, ma anche i giornali della provincia fecero conoscere
gli immensi successi che ottenni.
Al principio di settembre ritornammo a Merton, e vi restammo tutto
l’inverno.
Da molto tempo sir William non istava molto bene, ma verso la fine
dell’inverno la sua indisposizione si fece assai grave, e nel mese di
marzo cadde ammalato seriamente. Lo conducemmo subito a Londra, ove gli
furono prodigate tutte le cure, ma la scienza nulla poteva contro ai
suoi settantadue anni, e andò sempre più indebolendosi, di modo che al
6 aprile ci trovammo tutti e due in ginocchio al suo letto per ricevere
l’ultimo suo sospiro.
Sir William morì come un uomo che non ha nulla da rimproverarsi, e
pochi minuti prima di morire, con voce debole, ma piena di serenità,
disse a Nelson prendendogli la mano: — Bravo e grande Nelson, la nostra
amicizia quantunque lunga è stata senza nubi, e morendo sono altiero
dell’amico che Dio mi ha dato. Spero che vedrete e farete rendere
giustizia dai ministri ad Emma. Voi sapete meglio di chiunque i grandi
servigi che ha reso, e vi ricorderete tutto ciò che ha fatto pel
nostro paese. Proteggete la mia cara moglie, e possa il grande Iddio
benedirvi, darvi sempre la vittoria, e proteggervi nelle battaglie.
Poi volgendosi a me, disse:
— Mia incomparabile Emma, voi non mi avete mai offeso, nè in pensieri,
nè in parole, nè in azioni: lasciate che vi ringrazii profondamente per
la vostra affezione, per la vostra bontà, nei dieci anni della nostra
felice unione.
Poi, facendo un ultimo sforzo, unì le nostre due mani, mandò un sospiro
e spirò.
Piansi sir William, e lo piansi sinceramente; gli doveva l’alta
situazione che aveva occupato alla corte, e la parte brillante che vi
ebbi. Forse sarebbe stato meglio per la mia eterna salute che fossi
rimasta umile e povera nell’oscurità; ma questa riflessione che faccio
oggi, non si presentava allora al mio pensiero.
Lord William non dubitava che dopo la sua morte non ottenessi coll’alta
influenza di Nelson la successione nella sua pensione che era di 1500
sterline. Egli sapeva che Nelson aveva comperato per me Merton-place
che valeva cinquecento sterline; credette perciò di lasciarmi
ricca legandomi 750 sterline. Difatti queste tre rendite riunite mi
costituivano circa un’entrata complessiva di settantamila franchi.
Ma bisognò rinunziare completamente alla speranza della pensione
ministeriale: per quante pratiche siansi fatte da me e da lord Nelson,
non ottenemmo nemmeno l’onore di una risposta. Ma Nelson non era uomo
di lasciarmi sopportare un lungo affronto. Mi fece una falsa vendita
di Merton, e mi assicurò una rendita di mille e dugento lire sterline,
il che mi dava, con Merton ed i legati di sir William, sessantamila
franchi di rendita.
Da un codicillo del suo testamento, fatto una settimana prima della
sua morte, sir William dava a Nelson un mio bel ritratto in miniatura,
dipinto sullo smalto; io gli diedi una catena d’oro, ed egli portò
costantemente la catena al collo ed il ritratto sul cuore.
Ma una cosa che mi stupì e mi rattristò ad un tempo assai
profondamente, fu la condotta di lord Greenville suo nipote. Quest’uomo
che mi aveva tanto amato, che credeva d’impazzire perdendomi, si
dichiarò uno dei più accaniti persecutori. Un mese dopo la morte di suo
zio, mi obbligò ad uscire dalla casa che gli apparteneva.
Nelson, vedendo che non aveva più domicilio a Londra, prese un piccolo
appartamento separato dal mio, ed era un gran sacrificio che faceva per
la mia riputazione e al rispetto del mondo; ma non ebbe il coraggio di
continuare questa separazione alla nostra casa di campagna.
Presi a pigione una casa a Clarge Street.
Ma qualche settimana dopo questa nuova istallazione, perdetti
l’appoggio e la presenza del mio nobile amico, chiamato al comando
della flotta del Mediterraneo.
Era insieme un grande onore e un grande dolore per me. In questi
diciotto mesi, in cui ci eravamo abituati a quella vita d’intimità che
bisognava rompere, e per una guerra più accanita che mai, si sarebbe
detto che la lunga speranza della pace, che andava a scemare, aveva
esacerbato, l’una contro l’altra, le due nazioni.
Il dolore di Nelson era tanto più grave, perchè era incinta per la
seconda volta, e per la seconda volta era obbligato a lasciarmi in
quella condizione, che, secondo lui, doveva stringere di più i nostri
legami.
Prima di lasciarci giurammo che nulla ci avrebbe potuto separar mai
più; e mi diede un anello d’oro, col quale aveva rimpiazzato quello che
mi aveva dato sir Hamilton.
Appena imbarcato mi scrisse:
«22 maggio 1803, otto ore mattina.
«Mia carissima Emma,
«Siamo in vista di Ushant, e potremo vedere l’ammiraglio Cornwallis
in un’ora.
«Sono molto inquieto dell’idea che mi potrà prendere il _Victory_ e
mandarci nell’_Amphion_, che è molto incommodo; ma che posso farci?
«Vi assicuro, cara Emma, che ho la più grande convinzione che
avremo tosto onori, ricchezze e salute, e resteremo insieme fino ad
età avanzata.
«Conservo il tuo ritratto e quello della mia figlioccia, ma non
voglio ancora appenderlo alla parete, finchè non sono sicuro
di restar qui. Assicuratevi che la mia affezione per voi è
inalterabile, nulla al mondo la può diminuire. Ve ne prego, dite
ciò alla _cara_ M. T. quando la vedrete; ditele che il mio amore
per lei e per la sua cara e dolce figlia è infinito, e se ve ne
sono altri, il mio amore si estenderà su tutti. Finalmente, mia
cara Emma, ditele tutto ciò che il vostro caro e affettuoso cuore
potrà pensare.
«Noi siamo ben collocati su questo bastimento. M. Elliot sta bene;
ditelo a lord Minto. Murry, Sulton, insomma tutti i nostri compagni
di bordo hanno l’apparenza di essere felici, e se c’incontreremo
colla flotta francese, faremo quello che siamo soliti a farle.
«Hardy è stato fino a Plymouth, per vedere se il nostro _Duchman_ è
salvo; sarà una presa eccellente.
«Gaetano invia i suoi umili doveri a milady; è un buon uomo e sono
sicuro che ritornerà, perchè credo che la guerra non sarà lunga;
sebbene lunga abbastanza per farmi una fortuna indipendente.
«Se il vento continua, lunedì saremo sulle coste di Portogallo, e
prima di domenica nel Mediterraneo.
«Dite a mistress Cadogan le migliori cose che potrete, ed anche
alla sua governante mistress Nelson e a suo marito il dottore ec.
ec. ec.
«Non vi scriverò più fino a che non sarò a bordo dell’ammiraglia.
Dite a mistress Thomson, che le scriverò alla prima occasione,
non essendo sicuro se questa lettera le perverrà. Dopo il primo di
luglio manderò una lunga lettera a Nelson.
«23 maggio.
«Ieri siamo stati vicinissimi a Brest, e seppi da una fregata che
l’ammiraglio Cornwallis ha un convegno in mare. L’abbiamo cercato,
ma a quest’ora non l’abbiamo trovato.
«Il vento è forte. Se non trovo l’ammiraglio fra sei ore, saremo
tutti obbligati di andare sull’_Amphion_ con mio grande dispiacere,
e di lasciare il _Victory_. E tutto ciò avviene per l’alta sapienza
dei miei superiori.
«Lascio la mia lettera aperta fino all’ultimo momento, avendo
ancora qualche speranza. Intanto cerco inutilmente una buona
ragione di non lasciarmi trasportare sull’_Amphion_.
«Faccio i preparativi per imbarcarmi sull’_Amphion_ non avendo
trovato l’ammiraglio Cornwallis.
«Che Iddio vi benedica, ecco la preghiera del vostro più sincero.
«NELSON BRONTE»
«Vorrei avere le pubblicazioni di Stephen.
«Debbo aver lasciato costà il mio sigillo d’argento; che non mi fu
più possibile di trovarlo.»
«Sulton mi ha raggiunto jeri, e grazie a Dio ci fu reso il
_Victory_; siamo andati tutti al suo bordo, e in pochi giorni ci
metteremo in ordine.
«Hardy è tutto occupato ad appendere nella mia cabina il vostro
ritratto e quello di Orazia; spero di vedere arrivare i due
altri dall’esposizione; non ho bisogno di altri ornamenti nella
mia cabina. Potrò contemplarli tutti i giorni, e trovarvi nuove
bellezze ogni giorno. Non mi occorre altro.
«Non aspettate grandi notizie da noi: non vediamo nulla. Ho gran
paura che Napoli cada nelle mani dei Francesi, e se Acton non sta
in guardia, anche la Sicilia: però ho dato i miei consigli, in modo
così chiaro e preciso, che se ciò accade non si potrà darmene la
colpa.
«Il capitano dice che Elliot non può soffrir Napoli; lo credo
anch’io. Ahimè, non è più come quando ci eravate voi.
«La regina, a quanto credo dal suggello, ha mandato una lettera a
Castelcicala. La lettera che mi dirige è piena di ringraziamenti
per me, per la cura che prendo del suo regno: se il dottore Scott
ha tempo, ve ne manderò una copia.
«Il re vive ritirato; ha rifiutato di ricevere il generale francese
Saint Cyr, che è venuto a Napoli per regolare le contribuzioni pel
pagamento dell’armata francese.
«La regina ha ricevuto l’ordine di offrire un pranzo tanto a lui
quanto al ministro francese; ma nel dare quest’ordine il re è
rimasto a Belvedere. Credo che si disponga a lasciar Napoli, e a
ritirarsi in Sicilia, se però i Francesi glielo permetteranno.
«Acton non ha avuto il coraggio di dare un pranzo ad Elliot o ad
un inglese. La flotta è pronta ad uscire, e non uscirà per paura di
battersi con me.
«Calcolo che ho perduto due vascelli francesi da 74 per non essere
restato nel _Victory_; ma spero che ritorneranno cogl’interessi.
«Questa lettera andrà a Gibilterra, con Sulton sull’_Amphion_.
«Fra due o tre giorni scriverò al dottore: veggo dai giornali
francesi che è stato ammesso al baciamano.
«Col più dolce ricordo alla vostra buona madre e a tutti quelli di
Merton, sono sempre il vostro fedelissimo e affezionatissimo.
«NELSON BRONTE»
«_Victory_, 10 agosto innanzi Tolone.
«Mia cara Emma,
«Colgo l’occasione che mi offre M. Accourt che attraversa la Spagna
coi dispacci per l’Inghilterra, per inviarvi questa lettera, perchè
non vorrei per nulla al mondo perdere un’occasione di scrivervi.
«Al quattro vi ho scritto da Gibilterra. Ma nessuno dei nostri
mezzi di comunicazione coll’Inghilterra non è certo. Credo che
l’ammiragliato ci ha completamente dimenticati, poichè nessun
vascello ci ha raggiunti dopo la nostra partenza da Spithead. Non
ho quindi nessuna notizia da darvi se non che un mio scooner ha
messo il suo naso nella rada di Tolone e che subito quattro fregate
l’hanno preso per un trasporto d’acqua per la flotta; ma spero di
aver presto occasione di pagare questo debito cogl’interessi.
«M. Accourt dice che a Napoli si ha la speranza di essere salvati
colla mediazione dei Russi; credo però che se i Russi fanno la
guerra ai Francesi, non siano però tutti pel reame, e quei nostri
amici appoggiandosi su di una canna spezzata, perderanno anche la
Sicilia.
«Prendere qualche cosa pel mio ducato di Bronte, non lo spero:
le finanze di Napoli non sono state mai peggiori: pazienza, ma
vorrei....
«Vedo che son morti molti vescovi: vorrei sapere se mio fratello si
annoia a Cantorbery: mi occuperei per fargli avere un vescovado: se
lo vedete e gli scrivete, ditegli che non ho dieci minuti di tempo
per inviargli una parola; M. Accourt non può trattenersi di più.»
«26 Agosto.
«Cara Emma,
«Dire che penso a voi giorno e notte, e dire tutto il giorno e
tutta la notte, non basta per esprimere la mia affezione ed il
mio amore per voi: credetemi che sono incapace di offendervi in
pensieri, in parole ed in azioni. Tutte le ricchezze del Perù non
basterebbero a riscattarvi per un sol momento; io sono tutto a voi.
«L’appello della nostra patria è un dovere, al quale debbo
arrendermi, e se non rispondessi a quest’appello, voi stessa,
nei vostri momenti di fredda riflessione, mi rimproverereste e
mi credereste così miserabile e avreste avuto vergogna di me;
non mi direste più: Ecco l’uomo che ha salvato la patria, ecco
chi è sempre il primo a correre alla battaglia, e l’ultimo a
tornare, e poi tutti questi onori si riflettono su di voi. Il
mondo dirà, vedendomi: quanti sacrifizj non ha fatto quell’uomo
per assicurare le nostre proprietà fino a lasciare la donna più
vezzosa e più gentile del mondo. Amandomi come voi mi amate, come
voi dovete comprendermi.... Il mio cuore è con voi, mia cara amica.
Procurerò di lasciare un nome senza macchia. Io non l’ho fatto nè
per ambizione, nè per desiderio di ricchezza; nè il desiderio di
ricchezze nè l’ambizione avrebbero potuto tenermi lontano da tutto
ciò che ama il mio cuore. Non ho salvato il mio paese e la donna
che amo perchè era nella volontà del Signore.
«Sempre, sempre vostro in questo mondo e nell’eternità.
«NELSON BRONTE»
«Per sempre, per sempre il vostro
«NELSON»
Ora riprendiamo il corso del nostro racconto.