VIII.

Nelson rimase un giorno e mezzo con noi, poi ci dovette lasciar di

nuovo: questo secondo strazio di cuore ci fu ancor più doloroso del

primo; forse non ci saremmo riveduti più; questa bambina, che il

cielo ci aveva dato, non aveva esaurito per noi il tesoro delle bontà

celesti?

Convenimmo di scriverci in modo che, ove le lettere cadessero in altre

mani, nessuno potesse comprender nulla del loro contenuto, mentre per

noi dicevamo quanto ci occorreva. Così per esempio, alcuni giorni dopo

la partenza di Nelson, ricevetti da lui la lettera seguente, che darà

un’idea della nostra corrispondenza intima.

Si ponga mente che egli era M. Thomson, e che io era madama Thomson.

Egli mi scriveva da Deal:

«Non potete immaginare la vivezza dei miei sentimenti per voi: ora più

che mai sono grandi e sinceri, e non verranno mai meno. Tutti i doveri

del mio cuore saranno di crearci per l’avvenire de’ nuovi legami, e di

darci nuove prove di tenerezza e di affezione. Ho veduto l’amico di M.

Thomson e ho parlato molto con lui. Quel giovine sembra divorare le

parole mano mano che escono dalla mia bocca. Mi disse che non potrà

mai dimenticare le vostre gentilezze e la dolce vostra affezione per

lei e per la sua cara bambina. Vorrei che mi diceste che voi avete

avuto la bontà di vederla, e come stia, perchè mai bambino più caro e

più bello non nacque da due amanti; è veramente un figlio dell’amore.

Sono determinato di tenere suo padre a bordo, perchè se lo lasciassi

conversare colla madre, ne nascerebbe immediatamente un altro; ma dopo

due mesi gli darò il congedo, e spero che non si separeranno più, e

allora avverrà ciò che a Dio piace.»

Ecco le lettere secrete che mi scriveva, e che non nuocevano per nulla

alle lettere, per così dire, ufficiali, che riceveva da lui.

Così, p. e., al 2 marzo lasciava Portsmouth sul _S. Giorgio_, e al 3 mi

scriveva:

«Mia cara Emma,

«Il mio capo mi ha fatto l’onore di mettermi sulla fronte di

battaglia e sarò il primo al combattimento. Vi direi di più se

non temessi d’inquietarvi, conoscendo la grande tenerezza che

avete per me. Il _S. Giorgio_ darà un nuovo raggio di gloria alla

fama d’Inghilterra, se Nelson sopravvive, e se l’onnipotente

provvidenza, che continuamente mi protegge nei pericoli, e che

ha difeso la mia vita nei giorni di battaglia, mi assiste e mi

protegge ancora. Conservatemi sempre nella vostra memoria ed in

quella di sir William: il mio ultimo pensiero sarà per voi due

che mi amate. Giudico il vostro cuore dal mio. Voglia il gran Dio

dell’universo proteggervi e benedirvi insieme a sir William. È la

fervida preghiera dell’inalterabile amico fino alla morte di voi e

di sir William.

«NELSON BRONTE.»

Mi si permetta di dare ancora un saggio della nostra corrispondenza

privata, e si vedrà con quale ardore quell’uomo mi amava; quanto più

grande è quell’amore, più grande è la mia scusa.

Mi scriveva da Dusse innanzi a Boulogne:

«Non temete di nessuna donna, cara Emma, poichè ogni altra donna m’è

odiosa. Non ne conosco alcuna che vi possa rassomigliare, mia Emma.

Sono certo che non farete nulla che possa raffreddare l’amore che ho

per voi: quanto a me, morrei piuttosto che cagionarvi la minima pena.

Date dieci mila baci alla mia cara Orazia. Ieri il soggetto della

conversazione è caduto sul vaccino: un gentiluomo pretendeva che suo

figlio, che era stato vaccinato, aveva avuto contatto con un altro

fanciullo colpito dal vaiuolo, senza esser preso dalla malattia. Se

ciò è vero, è il trionfo del vaccino. Il fanciullo ha avuto un poco di

febbre per due giorni e soltanto una piccola infiammazione al braccio,

in luogo di essere coperto da pustule come era il fanciullo colpito dal

vaiuolo.

«Del resto fate quel che volete.»

Parlai di questa lettera al dottor Rowlay e del miracolo medico che

proclamava. Sventuratamente m’imbattei in un avversario accanito di

Jenner, il quale si oppose assolutamente a che Orazia fosse vaccinata,

e siccome aveva egli in quel momento un soggetto conveniente,

inoculò il pus alla povera bambina. Del resto la operazione riuscì

maravigliosamente; in tre settimane Orazia era completamente guarita.

In questa occasione presi a pigione per M. Thomson una casa a Slone

Street e ogni cosa andava bene.

Ora debbo fare una confessione e, per quanto mi costi, la farò.

Quanto più cresceva il mio amore per Nelson, tanto più aumentava il

mio odio ingiustificabile per sua moglie. Completamente separata di

corpo da lady Nelson, Orazio volle che questa separazione si estendesse

a tutti gli oggetti materiali e inservibili: mi scrisse di rinviare

a lady Nelson tutti gli oggetti di toletta ed altro che le potesse

appartenere, e che si trovavano coi suoi. Avrei dovuto ricusare, avrei

dovuto di questa crudele cura incaricare una donna della famiglia di

Nelson, qualche cognata; ma invece trovai in ciò l’acre piacere della

gelosia che si vendica; e lady Nelson ricevette tutti gli oggetti

che le appartenevano, con una carta su cui aveva scritto queste sole

parole: — Da parte e per ordine di lord Nelson.

Spero che Iddio misericordioso mi perdonerà, pel mio pentimento, il

dolore che ho dovuto cagionare a quella infelice donna.

Sir William nel suo viaggio alla contea di Surry non si era inteso per

Merton-place, e, invecchiando, era diventato sempre più avaro, e si

ritirò da questa compera per due o trecento sterline. Nel suo viaggio

a Londra, aveva parlato di questa compera a Nelson, e gli aveva molto

vantato la situazione della casa. Nelson si ricordò del mio desiderio,

e quando seppe che sir William non aveva comperato Merton-place,

gli scrisse incaricandolo di comperare Merton-place al prezzo che

gli venisse chiesto, dicendo che era sempre stato il suo più grande

desiderio di vivere in campagna cogli amici, che egli comperava Merton

per farne un ritiro per noi tre, ove avremmo potuto passare i nostri

giorni tranquillamente lungi da’ rumori della città e dagl’intrighi del

ministero.

Sir William andò dal notaio del proprietario di Merton-place, che

acquistò in nome di lord Nelson, al prezzo che aveva ricusato di

prenderlo egli stesso.

Siccome era sicura che Nelson non comperava Merton-place che per

farmene un dono, gli esposi nella mia lettera certi scrupoli, intorno

alla località che, se piaceva moltissimo a me, poteva dispiacere a lui.

Egli si affrettò di rispondermi:

«Non inquetatevi su questo punto; sono certo che Merton mi piacerà,

ed ho buona opinione del vostro gusto e del vostro giudizio, per non

credere che possa mancare.»

È nota quella terribile campagna dell’Inghilterra contro la

Danimarca, a cui Nelson era chiamato a prendere parte. Incaricato del

bombardamento di Copenaghen, Nelson si avanzò ad un punto tale, che

l’ammiraglio Parker, temendo che le navi inglesi naufragassero e non

potessero più manovrare, diede dal vascello ammiraglio il segnale della

ritirata.

Nelson prevenuto dal capitano Hardy del segnale che gli faceva il suo

superiore, portò il cannocchiale al suo occhio cieco.

— Non veggo nulla, disse, e continuò il combattimento.

Il cattivo stato della salute di Nelson e specialmente il suo desiderio

di rivedere me e la sua cara Orazia, di cui sarei stata gelosa, se una

madre può essere gelosa di sua figlia, gli faceva chiedere, quando la

campagna era quasi finita, il favore di ritornare a Londra. Siccome

egli chiedeva questo favore sotto forma di un congedo, l’ammiragliato

glielo accordò, sapendo bene d’altronde ove ritrovarlo, al primo colpo

di cannone che si tirerebbe.

Si sperava che il cannone tacerebbe per qualche tempo. Il ministero

Pitt, vale a dire il ministero della guerra, era caduto, e il ministero

Addington, vale a dire quello della pace, gli era succeduto.

Nelson lasciò quindi il suo comando nel Baltico, e al 18 giugno salì

sul brick la _Kite_ comandato dal capitano Degby, e arrivò ad Yarmouth

al 1 di luglio.

Ci capitò nel momento in cui meno si attendeva il suo bastimento, non

avendo impiegato che 10 giorni a venire da Kioge bay a Yarmouth.

La mia gioia fu grande. Fortunatamente, sotto il velo di una tenera

amicizia, potevamo, in presenza di sir William, dirci una parte delle

cose che sgorgavano dal nostro cuore. D’altronde un quarto d’ora dopo

l’arrivo di Nelson il principe di Castelcicala, ambasciatore, se lo si

ricorda, del re delle Due Sicilie, venne a comunicare un dispaccio a

sir William: sir William andò in un’altra sala e ci lasciò soli.

La prima parola di Nelson fu per Orazia; le dimande si succedevano con

tale rapidità che non poteva rispondervi.

Entrai nella sala, e dissi sotto voce a sir William, che lord Nelson

voleva vedere la sua figlioccia, e mi pregava di accompagnarlo dalla

nutrice.

Non aveva voluto uscire senza prima avvisare sir William.

Sir William mi strinse la mano e scosse la testa.

— Ecco un padrino molto tenero e premuroso, disse; andate pure, figlia

mia.

Lasciai i due diplomatici a discutere gli affari di stato, di cui,

grazie a Dio, non mi mischiava più, e salimmo in carrozza per andare a

Slone Street.

Cammin facendo, chiesi a lord Nelson notizie dell’uccello.

— Di quale uccello?

— L’uccello d’Aboukir, quello che venne a riposarsi sulla vostra spalla

il giorno che vi feci una visita sul _Vanguard_.

— Ah! disse egli con gioia, l’ho riveduto alla mattina del

bombardamento di Copenaghen; davvero, che comincio a credere che

quell’uccello sia il mio buon genio.

Nelson rivedendo la piccola Orazia fu ancor più felice della prima

volta. La bambina in quei quattro mesi che scorsero, era cresciuta, ed

aveva vinta la sua debolezza, era la più bella creatura che si potesse

vedere.

Nelson ritornò a Piccadilly pazzo di gioia; non fece che parlare della

sua figlioccia tutto il tempo del pranzo.

Come dissi, le negoziazioni erano aperte per la pace dal nuovo

ministero, ma l’Inghilterra non acconsentiva che alla condizione di

conservar Malta, e che le si cedesse la Trinità. Bonaparte si oppose

vigorosamente contro queste due pretensioni, e annunziò nel _Moniteur_

che riunirebbe la flotta a Boulogne per tentare un’invasione in

Inghilterra.

Difatti alcune divisioni di scialuppe e di cannoniere uscirono dai

porti di Calvados della Seyne, e si recarono a Boulogne.

L’Inghilterra non volle restare indietro, e riunì forze considerevoli

per opporsi a quel progetto.

Nelson ricevette il comando della squadra destinata a sorvegliare i

preparativi della Francia.

Bisognava separarsi di nuovo, ma questa volta vi era la speranza,

che la separazione sarebbe corta; era più una dimostrazione, che una

ripresa di ostilità.

La commissione di Nelson gli arrivò il 25 luglio 1801, e al 27 scrisse

a sir Evan Nepean Esq:

«Signore,

«Vi prego di avere la bontà d’informare i lord commissarii

dall’ammiragliato del mio arrivo a Londra, e che immediatamente

trasporto la mia bandiera a bordo dal vascello l’_Unità_ nel bacino

di Sherness.

«NELSON BRONTE.»

Memorie di Emma Lyonna, vol. 8/8 · 第 15 / 25 题