VII.

Nel giorno del suo arrivo, vale a dire il 6 novembre, Nelson si recò

all’ammiragliato per fare una visita a lord Spincer suo amico, e gli

aveva partecipato il suo desiderio di lasciare il servizio, accennando

il motivo che suolsi addurre in questi casi, quello di una cattiva

salute.

Lord Spincer si era accontentato di sorridere all’espressione di

questo desiderio, e gli aveva augurato una seconda salute ed un secondo

Aboukir.

Al 1 gennaio vi furono promozioni, e lord Nelson apprese che era

stato nominato vice-ammiraglio della squadra azzurra, il che era una

ricompensa e un avanzamento ad un tempo; e quel giorno, riconciliatosi

col mare e con quella vita di pericoli che era la sua, trasportò la sua

bandiera sul _San Giuseppe_, che era a Plymouth.

Intanto io sentiva avvicinarsi il giorno del parto. Probabilmente non

sarebbe passato febbraio, senza mettere al mondo il bambino che io

teneva celato agli sguardi d’ognuno con tante sofferenze. Obbligata

alla corte di Vienna, dal principe Carlo ad Amburgo di essere sempre in

gran toletta, stretta in un corsetto chiuso a forza, nel corso della

mia gravidanza aveva degli spasimi e dei vomiti che inquietavano sir

William, benchè non sospettasse di nulla, poichè Nelson mi mostrò un

giorno una sua lettera in cui gli diceva:

«Emma ha dei dolori di stomaco, convulsioni e vomiti; credo che abbia

bisogno di prendere dell’emetico.»

Giunta a Londra, non doveva meno osservare le stesse cure che a Vienna,

a Dresda, ad Amburgo, perchè vi era tutta la famiglia di Nelson, suo

padre, suo fratello, sua moglie; ottenni da sir William di lasciar

l’albergo di Nerol, e andammo ad abitare in casa di suo nipote lord

Greenville all’estremità di Piccadilly, e che dominava Green Park.

Malgrado il desiderio che aveva di restare vicina a me in un momento

in cui il mio stato m’inspirava le più gravi inquietudini, Nelson

fu obbligato di partire il 13 gennaio per Plymouth. Colà un rimorso

sul modo che aveva serbato verso sua moglie, dopo il suo ritorno, lo

determinò a scriverle la lettera seguente, di cui io, nella mia pazza

gelosia per quella infelice creatura, gli serbai rancore per molto

tempo.

«Southampton, 13 gennaio 1801.

«Mia cara Fanny,

«Siamo arrivati qua orrendamente affaticati. Le mie migliori

tenerezze a mio padre e a tutta la famiglia. Vostro affez.

«NELSON»

Nelson giunse a Plymouth il 17, si stabilì a bordo del _S. Giuseppe_,

e vi rimase fino al 21; al 21 giunse ad Exeter con lord S. Vincent

che aveva incontrato sulla strada di Tor Abbey. Nelson fu ricevuto in

quella città con ogni sorta d’onori, e gli fu offerta la cittadinanza,

che gli era stata votata alcuni giorni prima.

In risposta ad un indirizzo che gli venne letto dal cancelliere in

quell’occasione, lord Nelson rispose:

«Qualunque onore mi possa essere accordato per la battaglia del Nilo,

io non ho che quello di aver eseguito gli ordini che ho ricevuto.

Questi ordini — aggiunse egli indicando lord S. Vincent — mi sono

pervenuti dal mio comandante in capo, che pur egli stesso li aveva

ricevuti dal lord dell’ammiragliato; questi ordini erano brevi e

precisi; dicevano d’incendiare, calare a picco e distruggere la flotta

francese dovunque si trovasse. Io sono stato soltanto lo strumento, di

cui la Provvidenza si è servita per giungere allo scopo, e per quanto

triste fosse stata la guerra, io le debbo oggi il vostro elogio, e

noi tutti le dobbiamo il godimento della libertà, delle nostre leggi,

della nostra religione; e poichè gli avvenimenti potranno far sì che

noi saremo in pace colla Francia, lo spero, saremo sempre in guerra coi

suoi principii.»

Seppi tutti questi particolari scritti separatamente nella lettera

seguente, che egli mi mandò da Plymouth il 18 gennaio 1801:

«Che pazzo sono stato io mai di dirvi, cara Lady Hamilton, di

scrivermi per Brixam. Sono stato veramente infelice sino ad oggi,

per non aver vostre lettere, ed ho paura di non poterle ricevere

che dimani. Ho fatto mal a credere che vi fosse qualcuno più attivo

di me; oggi ho ricevuto l’ordine di pormi sotto il comando di Lord

S. Vincent; ma siccome non è venuto quello di apparecchiare, sarà

probabilmente venerdì di notte o sabato mattina che faremo vela

per Forbais. Continuate a mandare le vostre lettere a Brixam. Il

mio occhio è veramente ammalato, l’ho fatto vedere al medico della

flotta che mi ha proibito di scrivere; eppure oggi sono stato

obbligato a scrivere a lord Spincer, a Saint-Vincent, e a Davison,

poi pel mio processo a Troubridge e a Locker; ma state tranquilla,

voi siete la sola donna a cui scrivo. Il medico mi ha ordinato di

non prendere che cibi blandi, di non bevere nè vino, nè porter;

e poi debbo stare in una camera oscura e tenere una visiera verde

sull’occhio; vorreste, mia cara amica, farmene una o due? io non

ne voglio da nessuno fuorchè da voi. Debbo inoltre bagnare i miei

occhi con acqua fredda.

«Credo che sia la continua occupazione di scrivere, che mi

ha prodotto questa malattia. L’occhio è iniettato di sangue e

talmente pieno d’umori che ci vedo soltanto per un angolo quanto la

lunghezza del naso.

«Ecco tante voci per le mie sofferenze, ma essendo lontano da voi,

mia cara amica, ho sventuratamente tutto il tempo per rendermele

più tormentose. Credetemi sempre, mia cara Lady, il vostro

fedelissimo e devotissimo

«O. NELSON»

Tre settimane dopo, ricevetti altre notizie di Nelson: mi scriveva l’8

febbraio a bordo del _S. Giuseppe_:

«Mia cara lady,

«M. Davyson reclama il privilegio di portarvi la risposta

della vostra amabile lettera, e sono sicuro che sarà esatto

nel consegnarvela. Sto poco bene di animo, e se il paese non

reclama tutti i miei servigi e tutta la mia intelligenza, nulla

m’impedirebbe di essere io stesso il latore della mia lettera.

Ma, mia cara amica, so che siete una vera e leale inglese, e che

avreste in odio quelli che non difendono il re, la religione,

le leggi e tutto ciò che ci è caro. È il vostro sesso che fa di

noi tanti eroi, che sembra non concedere che ai soli valenti la

bellezza, e se noi cadiamo sul campo dell’onore, continueremo

a vivere nel cuore delle donne che ci sono care; è il vostro

sesso che ricompensa il nostro, e che infine conserva fedelmente

le nostre memorie: e voi, mia cara ed onorata amica, siete,

credetemelo, la prima e la migliore del vostro sesso. Ho fatto il

giro del mondo, ed in nessun angolo del mondo non ho potuto trovare

una vostra eguale, nè alcuna che vi possa essere posta a paragone;

voi sapete come si ricompensa il coraggio, l’onore, la virtù, e non

chiedete mai se sono poste in un principe, in un duca, in un lord,

od in un contadino. Spero di vedervi tranquilla un giorno prima di

partire per Bronte, come ho risolto di fare.

«O. NELSON»

Simili lettere scritte da un uomo, di cui tutta Inghilterra si

occupava, e che i re chiamavano loro sostegno, ed a cui, dovunque si

presentava, rendevansi onori reali, mi rendevano pazza d’orgoglio.

Si è creduto che io avessi un potere sopra Nelson, e invece era

lui che aveva un potere su di me: se mi avesse ordinato la cosa più

impossibile, io l’avrei tentata; la più criminosa, e l’avrei commessa.

Sarei stata meno altiera di essere amata da un re, di quello che fosse

per essere amata da Nelson. Essere l’amante di Nelson mi sembrava

il più alto periodo di gloria cui potessi giungere, e per me l’esser

moglie di sir William, vale a dire ambasciatrice d’Inghilterra, non era

che il penultimo gradino della scala sociale che salii; essere l’amante

di Nelson era l’ultimo.

E così pure mi consolava fin dei dolori che la mia gravidanza mi faceva

provare, e questi dolori non mi provenivano per causa sua? il bambino

che portava nelle viscere non era forse suo?

Bene spesso ne parlavamo insieme. Egli non ebbe figli da sua moglie, e

prometteva di adorarlo, e avremmo fatto di più. Nelson voleva lasciare

il servizio; faceva i progetti più fantastici su di lui e sulla sua

educazione, sia che fosse un maschio od una femmina.

Sperava che Nelson potesse ritornare a Londra, quando fu decisa la

coalizione del nord. Il governo allora decise di mandare una flotta

potente nel Baltico, sotto gli ordini dell’ammiraglio Parker, con

lord Nelson comandante in secondo; per cui, il 17 febbraio 1801,

l’ammiraglio mandò quest’ordine a lord Nelson:

«Lord Nelson si metterà sotto il comando di sir Hyde Parker ammiraglio

dell’azzurra, e comandante in capo della squadra dei bastimenti e

vascelli di S. M. Sarà impiegato in servizj particolari.»

In forza di quest’ordine, al 18 dello stesso mese passò sul _S.

Giorgio_, e partì per Spethead, ove doveva attendere altri ordini.

In questo tempo la mia ora era giunta. Al 15 febbraio fui presa da

dolori, nel momento in cui sir William Hamilton era andato a vedere,

lontano otto ore da Londra, nella contea di Surrey, una bella casa

di campagna con fondi annessi, chiamata Merton Place, che mi piaceva

assai. Mi trovai dunque sola nel momento in cui aveva più bisogno di

esserlo.

Vi era per fortuna in casa una donna che, avendo avuto molti figli, era

molto esperta in materia di parto, e alcune volte, in caso di urgenza,

aveva fatto da levatrice e da chirurgo. La feci chiamare, e dopo tre o

quattro ore di dolori, misi al mondo una bambina, tanto meschina, che

si credette dapprima che non fosse venuta al mondo che per morire; e

ciò dipendeva dalle precauzioni che io era stata obbligata di prendere,

coi corsetti che non aveva mai cessato di portare.

La donna portò la bambina nell’angolo più remoto della casa, ove per

tre o quattro giorni fu nutrita, non essendo abbastanza forte per esser

trasportata dalla nutrice, già presa anticipatamente, e che aveva il

suo appartamento a Little Tischfield Street.

Nello stesso giorno scrissi a Nelson; ma siccome temeva che si

spaventasse dello stato di debolezza della bambina, gli dissi

di ritardare di sei ad otto giorni il suo viaggio, da quello che

riceverebbe la mia lettera, non volendo che vedesse la nostra cara

Orazia senza di me.

Il giorno seguente, sir William ritornò dalla contea di Surry. Non si

maravigliò di trovarmi a letto. Gli si disse che aveva avuto una crisi,

in cui aveva reso molta bile. Egli lo credette e scrisse a Nelson;

«Emma è stata molto ammalata; ora però sta meglio e credo che malgrado

la bile che ha reso, abbia ancora bisogno di purgativi.»

In capo a quattro giorni, grazie alla mia ammirevole costituzione,

potei alzarmi; ed all’ottavo mi sentii abbastanza forte per uscire.

Andai dalla donna che si prendeva cura di Orazia: la bambina era un

poco più vivace, ma sempre così meschina, e si può giudicare di quel

che era, quando dirò che per trafugarla di casa senza essere veduta, la

nascosi nel mio manicotto, ove stava comodamente.

La nutrice era una donna della classe inferiore cittadina, chiamata

mad. Thompson: era bella, fresca e di un’eccellente salute. Nelson,

senza dire per chi fosse destinata, l’aveva fatta scegliere dal suo

medico.

Gli dissi che le retribuzione che riceverebbe, sarebbe in proporzione

del suo silenzio e della sua fedeltà, e intanto le lasciai pel primo

mese di allattamento cinque ghinee.

Il giorno dopo, Nelson arrivò inatteso. Per affari della più alta

importanza aveva chiesto un congedo di tre giorni. Accordato questo

congedo, era partito il 23, vale a dire il giorno stesso, in cui io

aveva condotto la bambina dalla nutrice.

Non vi fu mezzo di dar la colazione a Nelson; arrivò digiuno, tanto

avea premura di vedere la bambina: pretestò una visita di beneficenza,

in cui aveva bisogno della mia presenza, salimmo in vettura e andammo a

Little Tischfield Street.

La fu per me una vera consolazione, in vedere la gioia di quell’uomo

che era divenuto la mia vita: rideva, piangeva, prendeva la bambina

nel suo unico braccio, la faceva saltare, ballare; volle assolutamente

farla ridere, e mi sosteneva che aveva riso. La chiamava sua figlia,

sua cara ed unica figlia, e ordinò di portarla il giorno seguente in

casa di sir William; e volendola familiarizzare alla sua vista, fece la

sua lezione alla nutrice su quanto doveva dire.

Difatti il giorno seguente costei venne in palazzo colla sua bambina in

braccio. La prima persona che vide fu sir William, che, fermandola, le

chiese chi fosse: essa rispose che si chiamava M. Thompson, che aveva

un fratello che serviva sui bastimenti di lord Nelson, il quale aveva

acconsentito di essere il padrino della piccola figlia che aveva in

braccio e che gli portava per fargliela vedere.

Sir William non dubitò un istante della verità di quella storia: prese

la bambina sulle braccia, le augurò ogni sorta di prosperità, e la

restituì alla sua nutrice.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 8/8 · 第 14 / 25 题