VI.

Il nostro soggiorno a Vienna fu una festa continua. Il principe e

la principessa Esterhazy, in un loro viaggio a Napoli, erano stati

ricevuti ammirabilmente al palazzo dell’ambasciata; vollero renderci

quell’ospitalltà.

Fummo quindi invitati a passare una settimana al palazzo del principe

ad Eisenstadt, ove vedemmo una cosa curiosa e che era probabilmente

per farci onore in tutto il tempo che passavamo al castello. Vi era una

guardia di cento granatieri, di cui il più piccolo era alto sei piedi;

mano mano che si succedevano nel servizio, quelli che scendevano dalla

guardia si sedevano ad una tavola ampiamente e squisitamente servita

finchè il veniva a rimpiazzare un’altra serie di venticinque uomini.

Ci fu dato un gran concerto nella cappella del palazzo, sotto la

direzione del venerabile Haydn, che allora aveva sessantanove anni. La

sua famosa cantata della creazione fu eseguita in nostro onore.

Al suo ritorno da Pietroburgo, la regina di Napoli mi pregava

continuamente, come si prega un’amica la cui presenza è indispensabile,

di andare con lei in Italia: tutto era calmato, il re era ritornato

a Napoli, la pace era fatta e ci prometteva il ritorno delle belle

giornate che avevano seguito il mio arrivo nella deliziosa aurora della

nostra amicizia.

Bisognava lasciar Nelson, e sarebbe stata una crudele ingratitudine,

quando aveva tutto perduto per me, di dimenticare così presto una

carriera come la sua, sacrificata al mio amore.

Fui inflessibile.

La regina allora, vedendo che ero decisa di partire, mi supplicò di

accettare, in memoria della sua reale amicizia, una rendita o pensione

vitalizia di mille lire sterline. Alla prima parola che ne dissi a sir

William:

— Noi siamo abbastanza ricchi, mi rispose, e d’altronde una tale

liberalità ecciterebbe i sospetti del governo inglese.

L’ora della partenza arrivò. La separazione fu crudele e piena di

lagrime, di cui la regina versò la sua buona parte, poi, l’una dopo

l’altra, le tre principesse mi abbracciarono; passammo l’ultima notte

insieme, ricordandoci i buoni e i tristi giorni, promettendoci di non

dimenticarli mai.

Finalmente ci lasciammo; la regina mi fece promettere di rivederla. Sir

William era soffrente e agitato per gli ultimi avvenimenti. La regina

mi fece comprendere, che una volta vedova e Nelson in crociera, io

rimarrei ben sola ed abbandonata: essa contava su quell’eventualità per

farmi mantenere la mia promessa.

Ciò che mi richiamava imperiosamente in Inghilterra, era specialmente

lo stato in cui mi trovava.

Era incinta.

Sir William non ignorava di certo la mia intimità con Nelson; ma

siccome le nostre relazioni coniugali erano state quasi sempre quelle

di un fratello e di una sorella, non aveva mostrato gelosia. Stava però

alla mia delicatezza di togliere agli occhi di tutti il mio stato,

di partorire nel silenzio e nella solitudine. Era riconoscente a sir

William Hamilton che chiudeva gli occhi; ma non doveva mai permettere

che la malevolenza glieli aprisse.

Partimmo per Praga, ove l’arciduca Carlo ci aveva invitato ad andarlo a

vedere, e dopo uno splendido ricevimento, sempre spinta dallo stato in

cui mi trovava, continuammo la nostra via per Dresda e per Amburgo.

Eravamo appena discesi all’albergo, quando mi si annunziò che un uomo

di sessant’anni, e la cui apparenza era poco più che volgare, insisteva

per parlarmi.

Gli feci chiedere cosa desiderasse; rispose che non voleva dirlo che a

me.

Vinta da questa ostinazione, ordinai di farlo entrare.

Infatti vidi un piccolo vecchio di sessantasei anni, che imbarazzato

balbettava un cattivo inglese, e tenendo il cappello in mano, mi

raccontava che nella suo cantina aveva del vino del Reno del 1625, il

che era ben altro che il vino di cui parla Orazio che non datava che

dal consolato di Opimio, poichè il vino del mio vecchietto aveva cento

settantacinque anni, e da un mezzo secolo era in possesso della sua

famiglia.

Questo vino, diceva egli, era riservato per un’occasione straordinaria,

e questa occasione gli si presentava al di là della sua aspettazione;

quell’uomo che per cinquant’anni era stato così avaro del suo vino,

chiedeva di me, perchè interponessi i miei buoni uffici presso Nelson,

per ottenere da lui che si risolvesse di accettare sei dozzine di

bottiglie di quel vino, che avrebbe così avuto l’onore, mescolandosi

_al suo sangue generoso, di far battere il cuore dell’eroe_.

Lord Nelson entrò in quel momento, e comprendendo lo scopo della visita

del vecchio, cominciò col rifiutare un dono che non aveva prezzo, ma

vinto poi dalle istanze di chi glielo offriva, finì coll’accettare sei

bottiglie, ma alla condizione che il donatore pranzerebbe con lui il

giorno seguente.

L’invito fu accettato, e fu inviata una dozzina di bottiglie; su di che

Nelson osservò che bevendo sei di quelle dodici bottiglie ne sarebbero

rimaste altre sei, che si sarebbero poste in serbo per beverne ad

ognuna delle vittorie future che egli avrebbe riportato, e che, lo

sperava bene, sarebbero state una mezza dozzina.

Difatti, al suo ritorno da Copenaghen bevve, in un gran pranzo

che egli diede, una delle sei bottiglie, facendo un brindisi a chi

gliela regalò, ma dopo Trafalgar, ahimè, quantunque la vittoria fosse

splendida, le cinque bottiglie rimasero intatte; il vincitore era

caduto nel mezzo della sua vittoria.

La seconda cosa rimarchevole, che ci accadde ad Amburgo, fu la visita

che Nelson ricevette da Dumoriez.

Egli mi presentò, come pure a sir William, l’illustre vincitore di

Valmy e di Jemmapes, che, secondo ogni probabilità, salvò la Francia da

un’invasione, e che non fidandosi della riconoscenza della Convenzione

che lo invitava a presentarsi, si presentò, trovando la cosa più

sicura, agli Austriaci col giovine duca d’Orleans, che più tardi dovea

sposare una delle giovani principesse, da cui aveva preso congedo a

Vienna.

Era curiosissima di vedere da vicino una celebrità di cui aveva inteso

tante volte parlare.

Era allora un uomo dai sessantasei ai sessantotto anni, di statura

media, svelto ancora e nervoso, che sembrava che ne avesse cinquanta

o cinquantacinque; la sua testa era viva e spiritosa, il suo sguardo

pieno di fuoco, il suo viso aveva le tinte calde che le differenti

atmosfere imprimono sul viso d’un soldato; un colpo di sciabola aveva

lasciato la sua traccia sulla sua fronte; e seppi che in un solo

combattimento, in cui si era fatto sciabolare piuttosto che arrendersi,

ne aveva ricevute venticinque o ventisei. Era stato ministro della

guerra di Luigi XVI, ed era sotto il suo ministero che la Convenzione

si era dichiarata ostile all’Austria.

Egli era esiliato, e considerava filosoficamente quanto succedeva

in Francia. Debbo dire che il suo colpo d’occhio aveva, se non

qualche cosa dell’aquila, almeno qualche cosa del falcone; leggeva

distintamente nell’avvenire e parlò del generale Bonaparte come di uno

dei più grandi uomini di guerra, che fosse mai esistito, e ci predisse

una fortuna ascendente di cui non vedeva il termine.

Noi gli demmo da parte nostra tutti i particolari sulla corte di

Napoli, su quella di Palermo e di Vienna, e gli dovemmo una delle

giornate più aggradevoli del nostro viaggio.

Restammo tre giorni ad Amburgo, vale a dire il tempo di dare un po’

di riposo a sir William; poi c’imbarcammo il 6 novembre e arrivammo a

Varmouth.

Era la prima volta che Nelson toccava il suolo d’Inghilterra dopo la

battaglia del Nilo. Fu ricevuto con ammirazione ed entusiasmo. Nel

momento dello sbarco, la voce del suo arrivo si sparse per la città, la

popolazione accorse, gridando: Viva Nelson; si tolsero i cavalli dalla

carrozza e lo trascinarono allo albergo di Wrester in mezzo ad applausi

frenetici. La fanteria della città venne a difilare sotto le sue

finestre; la musica del reggimento gli diede una serenata. Il mayor ed

il corpo municipale vennero a prenderlo, e lo condussero accompagnato

da sir William e da me, che affaticata com’era non potei sfuggire dal

recarmi alla chiesa, ove si resero azioni di grazie al cielo. Quando

lasciammo la città, un distaccamento di cavalleria ci accompagnò non

soltanto fino alle porte della città, ma ci scortò anche per buona

parte della strada. Tutti i vascelli della baia erano pavesati come la

festa del re, della regina o del principe ereditario.

Il 20 settembre, lord Nelson aveva scritto da Vienna al suo amico

Davison la lettera seguente:

«Mio caro Davison,

«Avvicinandosi il giorno del mio ritorno in Inghilterra, vi prego

di farmi il piacere, voi e mio fratello, di cercarmi una casa, o

anche solamente un buon alloggio ammobigliato per me. Non molto

lusso, purchè sia conveniente alla mia situazione e a termine di

mese in mese, non sapendo fino a quando resterò a Londra. Ponete

mente poi che non sono tanto ricco quanto credete; due annate della

rendita del mio ducato di Bronte mi furono già pagate in Sicilia;

procurate quindi di non far nulla di superfluo.

«La nostra partenza è fissata per domani, probabilmente arriveremo

a Londra verso la metà di ottobre. La mia salute è eccellente, ma

aspettatevi di vedere un vecchio. Scusatemi i disturbi che vi do e

credetemi

«ecc. ecc.»

Arrivando a Londra, fu un’altra festa per noi. Nelson riscosse i

trionfi di Aboukir, di Napoli e di Malta: alla voce del suo arrivo

tutti i bastimenti del Tamigi si pavesarono, tutte le corporazioni

gli votarono delle armi d’onore e degli indirizzi; il popolo inglese,

nemico capitale della Francia, andò pieno d’entusiasmo incontro al

distruttore della flotta francese. La gloria di Nelson, grazie ai

racconti degli uomini di mare, era divenuta una specie di leggenda e

di gloria nazionale; la sua popolarità sorgeva dal patriottismo; ogni

Inglese, oltre alla parte di orgoglio che si attribuiva coll’essere

compatriotto di uno fra più grandi capitani di mare che sia esistito,

credeva di dovergli la tranquillità della sua casa, l’onore di sua

moglie, la proprietà dei suoi campi, la pace della sua patria.

Nelson entrò in Londra l’8 novembre, e scese all’albergo di Nerol a S.

James Street.

Mi ricordo che era sabato.

Colà mi attendeva un colpo terribile.

Da molto tempo andava chiedendo a me stessa, come mai si conterrebbe

Nelson, arrivando a Londra, quando si troverebbe fra me e lady Nelson,

di cui ognuno si accorda a vantare la condotta irreprensibile. Non

aveva mai fatto questa quistione a lord Nelson. Non mi accostava che

fremendo e coll’ingiustizia naturale di una falsa posizione, sentiva di

detestare lady Nelson e che all’occasione sarei stata implacabile con

lei.

Ahimè, e lo fui! Confesso che la mia crudeltà per quell’eccellente

creatura, la persistenza che impiegai ad allontanar da lei suo marito

e ad impedirle di vederlo, è ancor oggi uno dei miei più profondi

rimorsi.

Si giudichi, che quando entrai nell’appartamento destinato per Nelson,

vidi pel primo il venerabile padre di Nelson che aveva ottant’anni,

accompagnato da una donna, che senza mai averla veduta, riconobbi

all’oppressione del cuore che sentiva nel vederla, non poter essere che

lady Nelson.

Nelson si volse verso di me, mi vide pallida e tremante, coi denti

convulsi; egli fu crudele al pari di me.

Andò direttamente incontro a suo padre, lo abbracciò con effusione, ma

salutò freddamente sua moglie, come se avesse fatto per una straniera.

Essa si fece pallidissima in viso; gettò su di me uno sguardo che

m’inasprì, perchè credetti di riconoscervi più compassione che collera,

ed andò ad appoggiarsi al braccio del padre di Nelson, come per

nascondere il suo dolore sotto i capelli bianchi del vecchio.

Lasciai il salotto, ed entrai nell’appartamento che era stato

momentaneamente destinato per noi.

Nelson venne a raggiungermi subito, si gettò al miei piedi, e mi giurò

che mai lady Nelson non sarebbe per lui che una sorella. Vide che

questa promessa non bastava ancora per rassicurarmi, e allora, — che

Iddio perdoni, a lui che fece il giuramento ed a me che glielo lasciai

fare, — e allora fece il giuramento di non più rivederla, o di non

riceverla che in mia presenza.

Il giorno seguente era domenica, e il lord Mayor, che voleva dare una

festa a lord Nelson, fu obbligato a rimetterla a lunedì; la solennità

della domenica inglese non permette di darsi ad alcuna occupazione

mondana.

Al lunedì Nelson andò alla City, ma a Lundgate-hill il popolo staccò

i cavalli dalla carrozza e lo trascinò per tutto il Guide-hall con

frenetici urrà. Passando innanzi a Cheapside, fu salutato dalle

acclamazioni delle donne, che stipavano le finestre e facevano

sventolare i loro fazzoletti: dopo i toasts di uso, Nelson fu pregato

di andare a ricevere la spada che gli era stata decretata. Nelson si

avanzò sotto un arco di trionfo che era stato innalzato per riceverlo,

e dove l’aspettava il tesoriere della città che gl’indirizzò un

discorso a cui Nelson rispose:

«Sir,

«È grande orgoglio e profonda soddisfazione per me quella di

ricevere dall’onorevole corte questa testimonianza della sua

approvazione per la mia condotta; e con questa spada — e la

sollevò — spero di giungere ad annientare il nostro inveterato

ed implacabile nemico, senza di che il nostro paese non potrà mal

godere una pace solida ed onorevole.»

Lo si vede, Nelson aveva già promesso con queste parole di uscire dallo

stato di riposo che si era ripromesso in Inghilterra.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 8/8 · 第 13 / 25 题