Confesso che dopo aver veduto la regina dare tante prove di fermezza e
di rapida decisione, rimasi stupita alle sue timide esitazioni, in una
circostanza in cui ogni ora perduta poteva essere irreparabile.
All’8 di luglio si apprese che un piccolo distaccamento di Francesi
composto di 326 uomini con artiglieria e cavalleria era entrato a
Lucca; questa notizia determinò la regina a partire, e annunziò che
partiva per mare.
Quando si seppe in Livorno la notizia di questa partenza che aveva
tutta l’apparenza d’una fuga, si manifestò subito una sommossa; il
popolo voleva ritenere la regina, le principesse ed il principe
Leopoldo. La cosa parve assai grave alla regina che lasciò
immediatamente la città, ed andò a bordo dell’_Alessandro_, sul quale
Nelson aveva inalberato la sua bandiera. Ma dopo ventiquattr’ore la
regina mutò risoluzione, e decise di andare ad Ancona per la via di
terra.
Siccome aveva con sè, come già dissi, le tre principessine ed il
principe, vale a dire che non poteva ammettere nessun’aura persona
nella carrozza senza separarsi da qualcuno de’ suoi figli, si convenne
che essa partirebbe per la prima, e che noi l’avremmo seguita. Aveva
tanta premura di allontanarsi da quei Francesi che detestava così
cordialmente, che partiva il giorno seguente per Firenze, senza
aspettare le altre carrozze, al solo annunzio che la via era libera.
Lord Nelson, sir William, miss Knight ed io partimmo il giorno
seguente, vale a dire l’11 di luglio.
Questo viaggio, oltre al pericolo, presentava la probabilità di grandi
disturbi: cattiva strada, cattive vetture, invece di un mare quasi
sempre tranquillo nel mese di luglio, e di una buona cabina con tutti i
comodi della vita; poi, dopo cento leghe fatte in questa guisa, qualche
polacca austriaca o qualche balcan da pesca dalmato per trasportarci a
Trieste. Anche lord Nelson aveva disapprovato fino all’ultimo momento
questa maniera di viaggiare, e trovava veramente molto più comodo di
superare la punta di Calabria e di entrare nell’Adriatico a bordo
dell’_Alessandro_, vale a dire da re: in quanto a me confesso che
preferiva il viaggio per terra per quanto fosse faticoso. Sir William
poi era talmente ammalato, che dichiarò di esser quasi certo di non
arrivare vivo ad Ancona; ma che fedele alla regina arrischiava anche la
vita per seguirla.
E partimmo.
Impiegammo ventisei ore per andare da Livorno a Firenze in causa delle
marcie e contromarcie che i Francesi ci costrinsero a fare. A Castel
S. Giovanni la carrozza si rovesciò: Sir William ebbe una leggiera
contusione al ginocchio, io ebbi una spalla lussata; un medico di
villaggio me la rimise a posto facendomi soffrire orribili dolori,
mentre un fabbro raccomodava la ruota spezzata; ma la ruota aggiustata
troppo di fretta, si spezzò nuovamente ad Arezzo.
Siccome i Francesi si avvicinavano e ci volevano due giorni per
raccomodare la carrozza, risolvemmo di prenderne un’altra, la prima che
ci capitò, e partimmo in quella soltanto io, lord Nelson e sir William;
miss Knight e la mia cameriera che potevano essere prese impunemente
per francesi, essendo persone di minor importanza, le lasciammo
indietro, per raggiungerci poi colla carrozza aggiustata.
Continuammo la via per strade orribili, ed in mezzo a popolazioni in
preda a tale miseria che è impossibile a descrivere.
Giunti ad Ancona, la regina trovò una fregata austriaca preparata per
riceverla; era tutta adorna di sete e di velluti, e oltre alla camera
reale, vi erano otto letti per le persone del suo seguito. Desiderosa
di lasciare al più presto possibile la terra, la regina si recò subito
a bordo del bastimento; ma appena vi si era stabilita, esitò di nuovo,
per sapere se era bene rimanervi; e quando arrivammo noi, tre giorni
dopo, la trovammo incerta se doveva domandare ospitalità alla squadra
russa, composta di tre fregate e di un brik. Nelson, che aveva poca
confidenza nella marina austriaca, la incoraggiò in questo proposito;
inoltre la fregata austriaca per disporsi a ricevere la famiglia reale
era stata obbligata a ridurre a 24 il numero del suoi cannoni, e i
Francesi che erano padroni delle coste della Dalmazia, avrebbero potuto
con una flottiglia di barche prendere la _Bellona_ all’abbordaggio.
La squadra russa era comandata da un Dalmato, chiamato conte
Wainorvich, che in un combattimento sostenuto l’anno precedente, ebbe
rovesciata la sua bandiera dagli Austriaci, ed aveva fatto voto di non
metter piede sul suolo austriaco, nè sopra alcuno de’ suoi territori
dipendenti, e mantenne il suo voto tanto fedelmente, che non restituì
nemmeno la sua visita alla regina, che era andata a vederlo, sotto
pretesto che la fregata _Bellona_ era terra austriaca.
Ma siccome la fregata russa non era preparata all’onore che la regina
le faceva, il capitano non potè che cedere la sua camera per lei e per
la sua famiglia, e noi c’imbarcammo su di un’altra.
Sir William era tanto ammalato, che tutti i medici l’avevano
condannato, e il più indulgente di essi pretendeva che sarebbe forse
arrivato a Trieste, ma non a Vienna.
Contro ogni aspettazione, sir William si trovò un poco meglio arrivando
a Trieste dopo una buona traversata.
La regina partì da Trieste il 7 agosto, noi la seguimmo due giorni
dopo; questi due giorni erano stati presi per dare un poco di riposo a
sir William
Prima di separarci a Livorno, la regina, non sapendo se ci saremmo
riveduti ancora, in vista dei pericoli del viaggio, aveva fatto a
ciascuno un regalo d’addio: Nelson ebbe un ritratto del re contornato
di diamanti, e di smeraldi; William una tabacchiera col ritratto
della regina, contornato di diamanti, ed io finalmente una splendida
collana di diamanti, colla cifra in diamanti di tutti i principi e le
principesse.
Si è veduto che contro ogni aspettazione il viaggio si compì senz’altro
accidente che quello che è toccato a noi, o piuttosto alla nostra
carrozza.
In questo viaggio ci raggiungemmo tre volte, per separarci ancora
un’altra volta e per sempre, dopo Ancona, Trieste e Vienna.
A Vienna, grazie alla grande amicizia che la regina aveva per me, fui
ammirevolmente ricevuta dall’imperatrice, da sua figlia e da tutta la
famiglia imperiale.
La convalescenza di sir William, che durò sei settimane, ci trattenne a
Vienna più di quanto vi saremmo rimasti senza di ciò, il che non nocque
pure ai piaceri che ebbi nelle feste che mi si diedero. Sir William
voleva che andassi in società con lord Nelson, precisamente come se si
trovasse in perfetta salute e ci avesse accompagnati.
Era ormai tempo che la regina venisse a Vienna a difendere i suoi
interessi, di cui nessuno aveva preso cura durante la sua assenza.
Ciò la determinò a prendere una grande risoluzione.
Vedendo che l’imperatore Francesco non aveva stipulato nulla per lei,
e vedendo che gl’Inglesi difendevano la Sicilia, i cui porti potevano
esser utili e abbandonavano Napoli, che non poteva giovar loro per
nulla, decise di partire per Pietroburgo onde chiedere un appoggio
all’imperatore Paolo.
Ma siccome era indispensabile che nessuno sapesse questo viaggio, finse
una indisposizione.
E infatti lord Keith aveva qualche ragione di dire che Bonaparte
annunziava, senza misteri, che prima di far la pace aveva un’altra
potenza da distruggere in Italia. Bonaparte dopo la battaglia di
Marengo pensò un istante di far marciare una divisione sopra Napoli.
La stagione già avanzata, probabilmente gli avvenimenti che seguirono
l’armistizio, salvarono momentaneamente Napoli, obbligando Bonaparte
a concentrare le sue truppe in Italia; ma terminata la guerra, e
Bonaparte completando con una o due altre vittorie quella di Marengo,
era probabile che il regno delle Due Sicilie ne pagasse le spese.
Per conseguenza la regina partì per Pietroburgo.
L’intrigo ebbe la riuscita sperata dalla regina. Paolo I, per una
vicenda di variazioni che subiva il suo carattere, era in quel momento
in amichevoli rapporti col primo console Bonaparte; era evidente che
costui, geloso di conservarsi un amico così potente, avrebbe fatto
tutto ciò che l’imperatore gli chiedeva.
Paolo I scrisse una lettera calorosissima al primo console; ma volle da
Carolina il giuramento che se riuscisse a firmare un trattato di pace
tra la Francia e Napoli, il trattato sarebbe rigorosamente osservato.
Il generale Levacheff, gran cacciatore dell’imperatore Paolo, fu
espressamente inviato al primo console, latore della lettera di Paolo,
e garante della promessa della regina, di modo che al 6 febbraio
1801, un armistizio, seguito da un trattato definitivo, fu conchiuso a
Foligno fra il cavaliere Micheroux e il generale Murat.
Uno degli articoli del trattato recava che, «i sudditi del re che
erano stati esiliati, imprigionati e costretti a fuggire per causa di
opinioni politiche, poteano ritornare in patria e riavere la libertà ed
il godimento dei loro beni.»
Sventuratamente per molti era troppo tardi: i tribunali avevano
operato, e tutto l’anno 1799 ed il principio del 1800, avevano veduto
terribili esecuzioni, fra le quali quella dell’infelice Domenico
Cirillo, che aveva, lo si ricorda, rifiutato di venire a curare la
regina dopo la visita che avevamo fatto insieme alla Vicaria, e che noi
non potemmo salvare dalla collera del re, quantunque la regina, spinta
da me, gli avesse chiesto la sua grazia in ginocchio.