Se l'opuscolo _Il Papa e il Congresso_ sia di mano che sa trattare il
bastone del comando e la spada, non so; ma è certamente di chi sa
trattare la penna. Se questa sia opera precorritrice di fatti, non è
forse ben certo ancora a colui che l'ha scritta: ma debito nostro è non
discredere, e non impedire; e neanco porgere pretesti perch'altri ci
dica non buoni che a dare impaccio. Questo importa avvertire, e
tenerselo dinanzi alla mente.
Nell'opuscolo è una parte di principii, e una di pratica. Quanto ai
principii, essendo fatto per i diplomatici, e volendo per la via delle
solite transazioni all'una e all'altra parte concedere qualche cosa, i
ragionatori troppo severi o troppo sinceri ci avrebbero che ridire.
Quando si pensa che Cristo non fece sè nè san Pietro re, che il Papa fu
e apparve indipendente nella sua potestà anche prima d'essere re, e che
spodestato non disse eresie nè fu sospettato di dirle; e che essendo o
parendo re, non fu sempre e non parve e non pare a tutti libero; se ne
deduce che la necessità della corte all'indipendenza della Sede non è nè
domma nè fatto. Ma se s'intende che il Papa non deve, come nessun
altr'uomo, essere schiavo nè di re nè di popoli; e che per più alta
ragione ch'agli altri uomini dev'essere a lui assicurata eziandio
l'apparenza del libero arbitrio, come condizione non solo d'autorevole
dignità ma d'onore (inteso nel comune senso di buona fama); concedesi
volentieri come necessità morale e come dignità sociale e come
condizione della dignità di tutti i credenti, e dei non credenti stessi,
concedesi che il capo di una religione di dugento milioni d'uomini non
deva essere suddito. Non per salvarlo così dal debito dell'obbedire alle
terrene potestà giuste, alle quali devono obbedire anco i re; non per
sottrarlo ai meriti del coraggio, dell'annegazione, del martirio; non
per invidiare a lui quella forza interiore e quelle gioie sublimi che
vengono dall'esteriore debolezza e dalle contradizioni e dai dolori
inevitabili generosamente patiti; ma sì per togliere ai prepotenti
d'ogni generazione le agevolezze e le tentazioni di dargli noia,
d'offendere in esso milioni di coscienze; e per risparmiare alla società
umana turbazioni, alle anime, scandali. Senonchè a fare il papa non
suddito, basta assicurargli il soggiorno in città che non soggiaccia a
principe alcuno; dove le cure minute dell'amministrazione siano affidate
a' cittadini stessi, sì perch'eglino non siano macchine, e sappiano
servirsi da sè; sì perchè al padre di tanta famiglia dov'esso è il servo
de' servi, rimanga libera la mente e l'anima e la giornata per attendere
di cuore e sul serio al suo ministero tremendo.
Un'altra sentenza, contraria alla prima, par che conceda forse troppo da
un'altra parte, ed è là dove affermasi che il capo della confessione
cattolica, come tenace che dev'essere delle tradizioni, non può non si
fare avverso ai progressi civili. Ma la storia di molti secoli ci
dimostra come i più grandi progressi e della scienza e dell'arte, non
pochi de' più memorabili moti e delle più stabili istituzioni di
libertà, furono iniziati nel seno di nazioni cattoliche, non
contrastando i preti e gli uomini credenti, anzi spesso aiutando
valentemente. Chiaro è che non solo in fatto di religione, ma e di
scienza umana e di tutto quanto concerne la vita, certe tradizioni
bisogna serbarle, per non ritornare a ogni tratto all'abbiccì delle
cose, per intendersi, per francamente operare. Se la pianta, se l'uomo
son fatti per crescere; non è già che l'atterrare il tronco e svellere
le radici, lo slogare le ossa e sformare la faccia sia da stimare
bellezza e incremento. Le declamazioni che certi poveretti ridicono
fedelissimamente e noiosissimamente a proposito del progresso e de'
preti, non s'accorgendo essere una tradizione anche la loro, ma meschina
e dissolutrice, sono puerilità triviali, provano tutt'altro che libertà
di pensiero. Non c'è società religiosa nè civile la qual possa
permettere che tutta sorte verità pubblicamente si neghino: ch'anzi i
meno riverenti al sacerdozio, quando le questioni toccano i loro propri
diritti e utili e affetti, diventano più intolleranti; e nel senso che
dann'essi alla parola, più chierici. La differenza che dovrebbe correre
tra le potestà meramente civili, e l'autorità civilmente esercitata dal
prete, sta in questo, che il prete quand'anco avesse il diritto della
spada e del bastone e della catena, dovrebbe, per confutare il falso e
correggere il male, servirsi di mezzi intellettuali e morali e
religiosi, non solamente perchè più conformi alla sua missione, ma
perchè maggiormente efficaci, anzi essi soli davvero efficaci.
A porre in quiete pertanto la coscienza del sommo pontefice basta che
nel recinto dov'egli risiede non s'insegnino pubblicamente dottrine
contrarie al domma e alla morale insegnati da esso. E già quanto alle
verità morali, i governi di tutti i popoli cristiani consentono nel non
permettere promulgazione di principii contrari a quelle; senonchè ad
impedirla, i governi umani non hanno altre armi che materiali, nè di più
nobili possono giovarsi per assoluta autorità, ma per raccomandazione o
consiglio e preghiera. E di qui è che quando i governi sentono bisogno
del prete, ricorrono a lui; e se non possono con bel modo usano la forza
a strappare le sue predicazioni e i suoi cantici congratulanti; e se
n'hanno paura, la costringono in nome della libertà a stare zitto.
Posta così la questione, ognun vede che nel paese abitato dal Papa tutti
i progressi si farebbero leciti, tranne la negazione del domma, se
questa è progresso: ma ognun vede insieme che restringendo i limiti
della residenza pontificale, rendesi più fattibile la custodia del
domma. Date al Papa una larga frontiera ch'egli abbia a difendere dai
contrabbandi delle eresie e degli spropositi; e voi ridurrete tutta la
sua potestà alla impotente e insopportabile vigilanza sopra un esercito
di gabellieri spirituali; i quali tutti, per santi che siano ed eroi,
non possono avere lo zelo e il coraggio di Sua Santità. Vigilanza, più
che ad altri, insopportabile a lui, non foss'altro perchè sperimentata
impotente. Che se difficile cosa pare che pur dentro alla cerchia d'una
città non penetrino libri proibiti, come impedirlo in uno stato di tre
milioni? E al Papa-re, non è lecito avere milizia di soldati e milizia
di satelliti che non sappiano o non vogliano tenere da' suoi dominii
lontana la falsità; non è lecito in cosa tale farsi inutilmente
canzonare e odiare.
Ma la sua materiale potestà porta ancora più gravi contradizioni atte
massime della sua coscienza. Il Principe della Chiesa cattolica o deve
non avere forza per corporalmente punire e respingere gli altrimente
credenti, o deve tutta adoprarla a tutti punirli e respingerli, tutti e
sempre. Deve dunque la sua polizia vigilare sopra chiunque non senta
messa la festa, e non osservi gli altri comandamenti della Chiesa; sopra
chiunque tiene discorsi, anco privati, irriverenti alla religione o ai
ministri di lei; deve inibire che i suoi sudditi abbiano faccende o
colloqui con uomini di nessuna credenza o di diversa credenza; deve
penetrare il segreto delle pareti domestiche e delle lettere; deve
vietare che acattolici o israeliti saltino il fosso de' suoi dominii, e
circondare agli stati della Chiesa la muraglia della Cina. Solo questo
spediente lo può liberare dall'obbligo di statuire in regola generale
quella che parve enormità tanto strana, del consentire che sia sottratto
ai genitori un bambino per acquistarlo alla Chiesa. Se tutti i bambini
degli Israeliti e de' Protestanti non hanno a essere similmente
sottratti ai genitori, e se il Papa vuol essere Papa, non c'è che un
modo: non essere Re. Il concedere agl'Inglesi luogo di sepoltura decente
per tolleranza dell'oro e dell'armi britanniche, il negarlo ai Greci
perchè poveri e deboli, è contradizione che offende la coscienza e il
pudore, il senso comune ed il senso della umanità.
Dunque il non potere lui sempre neanco come Re quelle cose che come Papa
dovrebbe, dimostra che il suo regno non gli serve a nulla di bene, ma
gli moltiplica con le cure i rimorsi. Da una sola città gli sarebbe
possibile escludere le ballerine, e altri simili diletti e piaceri,
amenità e leggiadrie, le quali del resto nessun uomo di Stato, per
profano e profondo che sia, ha sentenziato finquì necessarie al
progresso della ragione, alla libertà dei popoli, alla felicità della
vita. Ma il fatto delle ballerine (alle cui vivacità mi si dice che
possa sedersi spettatore il porporato che ha in cura la polizia, cioè il
buon costume della Città Santa) è pure una leggerezza, un fuscello di
paglia, rispetto ai soldati svizzeri (e a quanto dicesi, anche d'altra
progenie) che sono la trave confitta nell'occhio del Cardinale
Antonelli. Dico del Cardinale Antonelli, perchè Pio IX nel mio pensiero
è collocato più alto, non solo per la dignità del suo grado, ma per la
bontà delle sue intenzioni, le quali non sorrette dalla forza
dell'animo, amici e nemici a gara fecero infruttuose. Se, come Paolo
sublimemente c'insegna, Carità è più che Fede; or mi si dica qual
sostegno alla Fede possa prestare una forza odiata e sprezzata, insulto
quotidiano alla divina carità.
Ma tempo è di venire alla parte pratica dell'opuscolo; la qual sola è
nuova, giacchè degl'inconvienti del regno sacerdotale, e del modo di
rendere il pontefice non solamente non suddito ma più che re, ampliando
la potestà vera sua col restringere l'apparente, e col dileguare le
illusioni bugiarde, altri avevano già fatto parola. E questo all'autore
è lode, perchè dimostra non essere una singolarità strana la sua, ma
proposta fondata così nell'opinione di molti autorevoli come
nell'esperienza pubblica e nella pubblica coscienza. L'importanza del
nuovo libro gli viene dal luogo e dal tempo, e desta in molti la voglia
di conoscere se nell'autore, qualunque egli sia, cotesta sia idea nuova
o antica. Io dico che antica. Altri ne frastornarono lo svolgimento con
fatti de' quali non è lecito dire chiaro perchè troppo segreti, e
superfluo dire a lungo perchè troppo palesi, dolersene inutile perchè
irreparabili. Ma volendo in qualche parte ripararli, e rannodare le fila
rotte, l'autore qualunque si sia (_O quem te memorem?_) scrisse questo
libretto; che a taluni parrà transizione brusca, contradizione, e non è
punto.
Parrà veramente che in questione concernente il pastore del gregge
cattolico, soli dovessero i potentati cattolici averci lingua: ma
badiamo che qui non si tratta delle sorti, com'altri disse con
improprietà, del papato, il quale per certo non dipende nè da re nè da
popoli, nè Congressi lo terranno ritto, nè rivoluzioni lo rovesceranno.
All'essenza del papato in tanto solo collegasi la trattazione presente,
in quanto il regno al papato è impaccio e tentazione: ma i Principi se
per questo facessero congresso o guerra, non riguarderebbero il Papa se
non come un principe italiano, insopportabile ai popoli italiani, e
quindi incomodo a Europa tutta. Di questo son giudici anco i Potentati
acattolici; i quali anzi, siccome meno interessati, sarebbero meno
sospetti di fini obliqui; e anche l'essere più lontani farebbe ad essi
discernere meglio certe cose che la prossimità o sminuisce all'occhio o
confonde. Più ragionevole sarebbe l'opporre: come e con che titolo, di
punto in bianco l'Europa de' gabinetti possa entrare a decidere le sorti
de' popoli italiani. Qui la risposta è terribilmente facile e pronta:
può perchè può. Agl'Italiani toccava provarsi d'incominciare a volere
essere più padroni in casa propria, voler esser almeno in grado di poter
dimostrare co' fatti il loro diritto al più o men prossimo esercizio
d'una qualche particella della lor padronanza: ma inutile adesso
riparlare di ciò. Resta solo a desiderare che chi può, voglia il bene
degli Italiani: e gran bene al certo sarebbe che si togliesse dai loro
occhi lo spettacolo d'un regno odiosamente inetto, e si desse a Pio IX
la forse da lui segretamente bramata opportunità d'un comodo
sagrifizio, d'un glorioso rifiuto. Coloro che approfittano della sua
regale servitù, urleranno intorno alla sua coscienza, la assorderanno; e
chi sa non riescano a farlo a sè medesimo parere martire di quello
appunto che più scalza l'edifizio murato col sangue de' martiri? Ma
checchè sia delle battaglie che quel pio infelice avrà a sostenere, gli
è cosa sicura che a togliergli dal viso la maschera che lo affoga di
principe, basta un solo atto di forza clemente; a tenergliela, voglionsi
atti quotidiani di violenza imprecata e impotente.
L'autore dell'opuscolo che rimarrà documento di storia, con ingegnoso
diletto discorre dei vantaggi onorati che alla nuova Roma verrebbero se
la potenza pontificale in lei si trovasse purificata, e a dir così
condensata. Senonchè, tra le lusinghe, gli scappa detta una parola che
suona minaccia, e già diede appiglio alle obiezioni di coloro a' quali
il distruggere è creare; dico là dove condanna i cittadini dell'eterna
città al _culto_ eterno delle _rovine_. Se ai Romani si lascia la cura
grave di amministrare davvero le proprie faccende, di migliorare
gl'intelletti e gli animi de' loro fratelli e le condizioni della comune
vita, di custodire non solo ma d'intendere e d'illustrare i loro
monumenti, e degnamente ampliarne con opere nuove l'eredità; se ai
Romani concedesi il diritto di trattare tutte quante le grandi questioni
che affaticano e consolano lo spirito umano, e la cui piena discussione
non è punto inceppata dalla credenza cattolica; se ai Romani si lascia
l'esercizio delle armi cittadine, le quali non sarebbero rivolte mai
contro un prete inerme, e difeso dalla venerazione e dalla indignazione
di tutta l'Europa civile; se ai Romani si largisce la cittadinanza
italiana, la facoltà di poter villeggiare a piacere nell'Italia laicale
e di porre ivi dimora alla pari con i natii, e di prendere parte con
Italiani e stranieri alle grandi imprese economiche e commerciali,
d'educazione e d'arte, alle quali la presente Europa in gran parte è
immatura tuttavia; non temete che venga ad essi in ribrezzo il domicilio
nella città fatta capitale davvero del mondo cattolico, la Parigi e la
Londra della religione; nella città ispiratrice e nutrice di nuovi
ordini religiosi, e de' vecchi (secondo il vecchio cattolico titolo)
riformati nella città; ispiratrice e nutrice di Congregazioni destinate
non tanto a numerare gl'innumerabili e illeggibili libri dov'è qualche
proposizione non vera, senza discernere i gradi dell'errore e la più o
meno reità dell'intenzione, e così additandoli alla curiosità de'
malevoli e facendone scandalo, quanto consacrate a consigliare e creare
libri nuovi e nuove istituzioni benefiche al mondo; nella Città
ispiratrice e nutrice d'Apostoli che, forti in dottrina di lingue e di
letterature, e d'erudizione varia e delle scienze stesse de' corpi,
vadano per tutta la terra predicando la verità con la parola e con
l'esempio e col sangue, e non comportino che Roma in ciò sia da meno di
Lione; nella Città illustrata da Cardinali che tra i più dotti e
benemeriti ciascuna nazione cattolica sceglierebbe in proporzione del
numero de' suoi fedeli, arricchita di rendita netta e onesta dagli
spontanei tributi di tutte le cattoliche nazioni. Se nella Roma
governata qual è, se nella Napoli di Ferdinando e di Francesco è sì
grande il numero de' forestieri non solo viaggianti a diporto ma lieti
di fermo soggiorno; or pensate se la fame de' giornali e la sete de'
parlamenti; se il bisogno da certa libertà così urbana e di certa così
gioviale eloquenza potrebbe lasciare deserta la città unica, divenuta
puramente religiosa, e libera quietamente.
Io non so se da quell'opuscolo deva riuscire deliberazione pacifica di
Congresso o risoluzione di guerra; non so se le due cose insieme; non so
se unite, o l'una da sè, conseguiranno l'intento: ma giova che la
proposta sia fatta, sia fatta fuori d'Italia, sia fatta da uomo
riverente alla sede. Quello che più disturberebbe il buon esito, sarebbe
un intenzione empia in impresa sì pia. Le apparenze stesse e i sospetti
dell'odio o del disprezzo nocerebbero gravemente. Se gl'Italiani,
irritanti dalla lunga stolta spietata tirannide di coloro che abusano il
nome del Papa e di Cristo, movessero da sè soli a spodestare il
principe; anco non commettendo atti indegni, parrebbero avventarsi a lui
come a preda; farebbero sembrare non solo lui vittima, ma il Cardinale
Antonelli e i fratelli suoi, martiri; tirerebbero sopra sè la
detestazione de' fedeli lontani che ignorano le costui colpe, e par loro
atto di fede il discrederle; ai nemici interni ed esterni offrirebbero
atroce pretesto di scagliarsi contro noi, come contro crocifissori
dell'Unto di Dio. Nè sarebbe maraviglia vedere potentati acattolici per
loro mire e per nuove brighe, che a un tratto trasmutano gli alleati in
avversari e i rivali in amici, i potentati acattolici farsi vendicatori
del Papa a fine di più avvilire il Papato e di comprimere le speranze di
questa Italia importune. E già ne avete preludii: ecco giornali
stranieri bisbigliare parole sinistre: ecco già l'Austria che santamente
per dono della santa alleanza si pigliava e si tiene le provincie
papaline oltre Po; l'Austria che fabbricava non solo in Ferrara e in
Comacchio alla sua Aquila i nidi; l'Austria che, tutrice della
indipendenza del prete, dentro ai dominii del principe contro il
principe cospirava, servendole non solo i Castagnoli e i Baratelli, ma i
suoi uffiziali che pubblicamente screditavano il governo del prete;
l'Austria che ai canoni del prete indipendente per molti e molti anni
nelle sue Università fece guerra, tacendo esso prete indipendente e
benedicendo; ecco l'Austria (dicesi; e io nol vo' credere ancora, ma il
rumore stesso è un preludio) che all'apparire di un opuscolo anonimo, ne
domanda ragione all'imperatore de' Francesi siccome a suddito da
chiamarsi con un precotto di polizia al tribunale della censura sua
aulica. Insomma, se altri che gl'Italiani potessero dedicarsi a
quest'opera, sarebbe una benedizione: e pare a me che dovremmo, anco a
patti che dianzi ci fossero sgraditi, accettarla.
Quanto difficile sia liberarsi dall'Austria l'abbiamo provato e
proviamo; ma meno difficile questo agl'italiani anche soli, che a loro
soli sottrarsi al Cardinale Antonelli senza una guerra europea.
L'Italia liberata dallo straniero, crescerebbe, giova sperarlo, in
nazione grande; ma chi liberasse il Papato dal regno, farebbe migliori
le condizioni di dugento milioni d'anime umane, anzi di tutta intera
l'umanità, della quale i popoli cattolici, nessun può negare che siano
una delle più nobili parti e destinate a più fecondo avvenire. Se per
questo benefizio da rendere a tutta la specie e a tutti i secoli, fosse
irremissibilmente ingiunto all'Italia il non essere per ora Nazione una,
o il sostenere altro sagrifizio; l'Italia lo dovrebbe, lo vorrebbe di
certo.
Resta a vedere se cotesta sia condizione irremissibile; e importa
saperlo. Chiunque teme conoscere questa verità, chiunque si sforza con
furberie semplicette di sviare da questo punto l'attenzione degli
Italiani, con qualunque intendimento lo faccia, li tradisce, tradisce sè
stesso. Pensiamo che in altro opuscolo grandi promesse sonarono, e
l'adempimento ne incominciò, e fu interrotto: di questo non accada il
simile, almeno per colpa nostra. Altri, uso già ai disinganni,
sospettava che nell'opuscolo non s'intendesse se non preparare
anticipata alla Francia una scusa, per poter dire poi: Volevamo; non s'è
potuto. Io non vo' credere questo: ma ad ogni modo è dovere
degl'Italiani il non fornire scuse, cercate che siano o no; il fare in
modo che non si possa mai dire loro: Noi volevamo; siete voi che non
avete voluto.
L'autore dell'opuscolo pare, a come parla, abbastanza informato di quel
che la Francia può e vuole; pare che creda e brami far credere un
pensiero maturato, non mutabile per ostacoli già previsti e da doversi
coraggiosamente incontrare. Se altri chiede ragioni da non si rendere,
se minaccia; la Francia, dopo provatasi di dileguare i sospetti
ingiusti, di associare all'alta impresa quanti se ne sentono degni, può
apparecchiarsi a diversa risposta, ove questa si voglia: mostrare (e
adesso sul serio) i suoi legni nelle acque di San Marco, sollevare il
Friuli, far con un soffio ch'Etna e Vesuvio ribollano. Sessanta milioni
tra d'Italiani e Francesi possono dar da pensare all'Europa, foss'anco
tutta nemica; che non sarà. E se non bastano, c'è la Polonia che geme;
l'Ungheria c'è che freme; c'è la Croazia, memore del benefico governo
francese, e, purchè non la soggioghino ai Magiari, pronta a levarsi per
le proprie franchigie violate, e per la civiltà a cui fu fatta con arti
tristissime parere avversa. Napoleone I, per sua sventura e nostra, nel
suo grande spirito non comprese lo spirito delle nazioni; dalla Russia
al Tirolo, dalla Germania alla Calabria, dall'Inghilterra alla Spagna,
le provocò tutte, e cadde. A Napoleone III s'aprono più sicuri e più
alti destini, purch'egli voglia; e ha provato che sa volere. Ma
perseveratamente non si vogliono se non le opere generose.