IL PAPA NON È RE, MA IL CARDINALE ANTONELLI.

Se l'opuscolo _Il Papa e il Congresso_ sia di mano che sa trattare il

bastone del comando e la spada, non so; ma è certamente di chi sa

trattare la penna. Se questa sia opera precorritrice di fatti, non è

forse ben certo ancora a colui che l'ha scritta: ma debito nostro è non

discredere, e non impedire; e neanco porgere pretesti perch'altri ci

dica non buoni che a dare impaccio. Questo importa avvertire, e

tenerselo dinanzi alla mente.

Nell'opuscolo è una parte di principii, e una di pratica. Quanto ai

principii, essendo fatto per i diplomatici, e volendo per la via delle

solite transazioni all'una e all'altra parte concedere qualche cosa, i

ragionatori troppo severi o troppo sinceri ci avrebbero che ridire.

Quando si pensa che Cristo non fece sè nè san Pietro re, che il Papa fu

e apparve indipendente nella sua potestà anche prima d'essere re, e che

spodestato non disse eresie nè fu sospettato di dirle; e che essendo o

parendo re, non fu sempre e non parve e non pare a tutti libero; se ne

deduce che la necessità della corte all'indipendenza della Sede non è nè

domma nè fatto. Ma se s'intende che il Papa non deve, come nessun

altr'uomo, essere schiavo nè di re nè di popoli; e che per più alta

ragione ch'agli altri uomini dev'essere a lui assicurata eziandio

l'apparenza del libero arbitrio, come condizione non solo d'autorevole

dignità ma d'onore (inteso nel comune senso di buona fama); concedesi

volentieri come necessità morale e come dignità sociale e come

condizione della dignità di tutti i credenti, e dei non credenti stessi,

concedesi che il capo di una religione di dugento milioni d'uomini non

deva essere suddito. Non per salvarlo così dal debito dell'obbedire alle

terrene potestà giuste, alle quali devono obbedire anco i re; non per

sottrarlo ai meriti del coraggio, dell'annegazione, del martirio; non

per invidiare a lui quella forza interiore e quelle gioie sublimi che

vengono dall'esteriore debolezza e dalle contradizioni e dai dolori

inevitabili generosamente patiti; ma sì per togliere ai prepotenti

d'ogni generazione le agevolezze e le tentazioni di dargli noia,

d'offendere in esso milioni di coscienze; e per risparmiare alla società

umana turbazioni, alle anime, scandali. Senonchè a fare il papa non

suddito, basta assicurargli il soggiorno in città che non soggiaccia a

principe alcuno; dove le cure minute dell'amministrazione siano affidate

a' cittadini stessi, sì perch'eglino non siano macchine, e sappiano

servirsi da sè; sì perchè al padre di tanta famiglia dov'esso è il servo

de' servi, rimanga libera la mente e l'anima e la giornata per attendere

di cuore e sul serio al suo ministero tremendo.

Un'altra sentenza, contraria alla prima, par che conceda forse troppo da

un'altra parte, ed è là dove affermasi che il capo della confessione

cattolica, come tenace che dev'essere delle tradizioni, non può non si

fare avverso ai progressi civili. Ma la storia di molti secoli ci

dimostra come i più grandi progressi e della scienza e dell'arte, non

pochi de' più memorabili moti e delle più stabili istituzioni di

libertà, furono iniziati nel seno di nazioni cattoliche, non

contrastando i preti e gli uomini credenti, anzi spesso aiutando

valentemente. Chiaro è che non solo in fatto di religione, ma e di

scienza umana e di tutto quanto concerne la vita, certe tradizioni

bisogna serbarle, per non ritornare a ogni tratto all'abbiccì delle

cose, per intendersi, per francamente operare. Se la pianta, se l'uomo

son fatti per crescere; non è già che l'atterrare il tronco e svellere

le radici, lo slogare le ossa e sformare la faccia sia da stimare

bellezza e incremento. Le declamazioni che certi poveretti ridicono

fedelissimamente e noiosissimamente a proposito del progresso e de'

preti, non s'accorgendo essere una tradizione anche la loro, ma meschina

e dissolutrice, sono puerilità triviali, provano tutt'altro che libertà

di pensiero. Non c'è società religiosa nè civile la qual possa

permettere che tutta sorte verità pubblicamente si neghino: ch'anzi i

meno riverenti al sacerdozio, quando le questioni toccano i loro propri

diritti e utili e affetti, diventano più intolleranti; e nel senso che

dann'essi alla parola, più chierici. La differenza che dovrebbe correre

tra le potestà meramente civili, e l'autorità civilmente esercitata dal

prete, sta in questo, che il prete quand'anco avesse il diritto della

spada e del bastone e della catena, dovrebbe, per confutare il falso e

correggere il male, servirsi di mezzi intellettuali e morali e

religiosi, non solamente perchè più conformi alla sua missione, ma

perchè maggiormente efficaci, anzi essi soli davvero efficaci.

A porre in quiete pertanto la coscienza del sommo pontefice basta che

nel recinto dov'egli risiede non s'insegnino pubblicamente dottrine

contrarie al domma e alla morale insegnati da esso. E già quanto alle

verità morali, i governi di tutti i popoli cristiani consentono nel non

permettere promulgazione di principii contrari a quelle; senonchè ad

impedirla, i governi umani non hanno altre armi che materiali, nè di più

nobili possono giovarsi per assoluta autorità, ma per raccomandazione o

consiglio e preghiera. E di qui è che quando i governi sentono bisogno

del prete, ricorrono a lui; e se non possono con bel modo usano la forza

a strappare le sue predicazioni e i suoi cantici congratulanti; e se

n'hanno paura, la costringono in nome della libertà a stare zitto.

Posta così la questione, ognun vede che nel paese abitato dal Papa tutti

i progressi si farebbero leciti, tranne la negazione del domma, se

questa è progresso: ma ognun vede insieme che restringendo i limiti

della residenza pontificale, rendesi più fattibile la custodia del

domma. Date al Papa una larga frontiera ch'egli abbia a difendere dai

contrabbandi delle eresie e degli spropositi; e voi ridurrete tutta la

sua potestà alla impotente e insopportabile vigilanza sopra un esercito

di gabellieri spirituali; i quali tutti, per santi che siano ed eroi,

non possono avere lo zelo e il coraggio di Sua Santità. Vigilanza, più

che ad altri, insopportabile a lui, non foss'altro perchè sperimentata

impotente. Che se difficile cosa pare che pur dentro alla cerchia d'una

città non penetrino libri proibiti, come impedirlo in uno stato di tre

milioni? E al Papa-re, non è lecito avere milizia di soldati e milizia

di satelliti che non sappiano o non vogliano tenere da' suoi dominii

lontana la falsità; non è lecito in cosa tale farsi inutilmente

canzonare e odiare.

Ma la sua materiale potestà porta ancora più gravi contradizioni atte

massime della sua coscienza. Il Principe della Chiesa cattolica o deve

non avere forza per corporalmente punire e respingere gli altrimente

credenti, o deve tutta adoprarla a tutti punirli e respingerli, tutti e

sempre. Deve dunque la sua polizia vigilare sopra chiunque non senta

messa la festa, e non osservi gli altri comandamenti della Chiesa; sopra

chiunque tiene discorsi, anco privati, irriverenti alla religione o ai

ministri di lei; deve inibire che i suoi sudditi abbiano faccende o

colloqui con uomini di nessuna credenza o di diversa credenza; deve

penetrare il segreto delle pareti domestiche e delle lettere; deve

vietare che acattolici o israeliti saltino il fosso de' suoi dominii, e

circondare agli stati della Chiesa la muraglia della Cina. Solo questo

spediente lo può liberare dall'obbligo di statuire in regola generale

quella che parve enormità tanto strana, del consentire che sia sottratto

ai genitori un bambino per acquistarlo alla Chiesa. Se tutti i bambini

degli Israeliti e de' Protestanti non hanno a essere similmente

sottratti ai genitori, e se il Papa vuol essere Papa, non c'è che un

modo: non essere Re. Il concedere agl'Inglesi luogo di sepoltura decente

per tolleranza dell'oro e dell'armi britanniche, il negarlo ai Greci

perchè poveri e deboli, è contradizione che offende la coscienza e il

pudore, il senso comune ed il senso della umanità.

Dunque il non potere lui sempre neanco come Re quelle cose che come Papa

dovrebbe, dimostra che il suo regno non gli serve a nulla di bene, ma

gli moltiplica con le cure i rimorsi. Da una sola città gli sarebbe

possibile escludere le ballerine, e altri simili diletti e piaceri,

amenità e leggiadrie, le quali del resto nessun uomo di Stato, per

profano e profondo che sia, ha sentenziato finquì necessarie al

progresso della ragione, alla libertà dei popoli, alla felicità della

vita. Ma il fatto delle ballerine (alle cui vivacità mi si dice che

possa sedersi spettatore il porporato che ha in cura la polizia, cioè il

buon costume della Città Santa) è pure una leggerezza, un fuscello di

paglia, rispetto ai soldati svizzeri (e a quanto dicesi, anche d'altra

progenie) che sono la trave confitta nell'occhio del Cardinale

Antonelli. Dico del Cardinale Antonelli, perchè Pio IX nel mio pensiero

è collocato più alto, non solo per la dignità del suo grado, ma per la

bontà delle sue intenzioni, le quali non sorrette dalla forza

dell'animo, amici e nemici a gara fecero infruttuose. Se, come Paolo

sublimemente c'insegna, Carità è più che Fede; or mi si dica qual

sostegno alla Fede possa prestare una forza odiata e sprezzata, insulto

quotidiano alla divina carità.

Ma tempo è di venire alla parte pratica dell'opuscolo; la qual sola è

nuova, giacchè degl'inconvienti del regno sacerdotale, e del modo di

rendere il pontefice non solamente non suddito ma più che re, ampliando

la potestà vera sua col restringere l'apparente, e col dileguare le

illusioni bugiarde, altri avevano già fatto parola. E questo all'autore

è lode, perchè dimostra non essere una singolarità strana la sua, ma

proposta fondata così nell'opinione di molti autorevoli come

nell'esperienza pubblica e nella pubblica coscienza. L'importanza del

nuovo libro gli viene dal luogo e dal tempo, e desta in molti la voglia

di conoscere se nell'autore, qualunque egli sia, cotesta sia idea nuova

o antica. Io dico che antica. Altri ne frastornarono lo svolgimento con

fatti de' quali non è lecito dire chiaro perchè troppo segreti, e

superfluo dire a lungo perchè troppo palesi, dolersene inutile perchè

irreparabili. Ma volendo in qualche parte ripararli, e rannodare le fila

rotte, l'autore qualunque si sia (_O quem te memorem?_) scrisse questo

libretto; che a taluni parrà transizione brusca, contradizione, e non è

punto.

Parrà veramente che in questione concernente il pastore del gregge

cattolico, soli dovessero i potentati cattolici averci lingua: ma

badiamo che qui non si tratta delle sorti, com'altri disse con

improprietà, del papato, il quale per certo non dipende nè da re nè da

popoli, nè Congressi lo terranno ritto, nè rivoluzioni lo rovesceranno.

All'essenza del papato in tanto solo collegasi la trattazione presente,

in quanto il regno al papato è impaccio e tentazione: ma i Principi se

per questo facessero congresso o guerra, non riguarderebbero il Papa se

non come un principe italiano, insopportabile ai popoli italiani, e

quindi incomodo a Europa tutta. Di questo son giudici anco i Potentati

acattolici; i quali anzi, siccome meno interessati, sarebbero meno

sospetti di fini obliqui; e anche l'essere più lontani farebbe ad essi

discernere meglio certe cose che la prossimità o sminuisce all'occhio o

confonde. Più ragionevole sarebbe l'opporre: come e con che titolo, di

punto in bianco l'Europa de' gabinetti possa entrare a decidere le sorti

de' popoli italiani. Qui la risposta è terribilmente facile e pronta:

può perchè può. Agl'Italiani toccava provarsi d'incominciare a volere

essere più padroni in casa propria, voler esser almeno in grado di poter

dimostrare co' fatti il loro diritto al più o men prossimo esercizio

d'una qualche particella della lor padronanza: ma inutile adesso

riparlare di ciò. Resta solo a desiderare che chi può, voglia il bene

degli Italiani: e gran bene al certo sarebbe che si togliesse dai loro

occhi lo spettacolo d'un regno odiosamente inetto, e si desse a Pio IX

la forse da lui segretamente bramata opportunità d'un comodo

sagrifizio, d'un glorioso rifiuto. Coloro che approfittano della sua

regale servitù, urleranno intorno alla sua coscienza, la assorderanno; e

chi sa non riescano a farlo a sè medesimo parere martire di quello

appunto che più scalza l'edifizio murato col sangue de' martiri? Ma

checchè sia delle battaglie che quel pio infelice avrà a sostenere, gli

è cosa sicura che a togliergli dal viso la maschera che lo affoga di

principe, basta un solo atto di forza clemente; a tenergliela, voglionsi

atti quotidiani di violenza imprecata e impotente.

L'autore dell'opuscolo che rimarrà documento di storia, con ingegnoso

diletto discorre dei vantaggi onorati che alla nuova Roma verrebbero se

la potenza pontificale in lei si trovasse purificata, e a dir così

condensata. Senonchè, tra le lusinghe, gli scappa detta una parola che

suona minaccia, e già diede appiglio alle obiezioni di coloro a' quali

il distruggere è creare; dico là dove condanna i cittadini dell'eterna

città al _culto_ eterno delle _rovine_. Se ai Romani si lascia la cura

grave di amministrare davvero le proprie faccende, di migliorare

gl'intelletti e gli animi de' loro fratelli e le condizioni della comune

vita, di custodire non solo ma d'intendere e d'illustrare i loro

monumenti, e degnamente ampliarne con opere nuove l'eredità; se ai

Romani concedesi il diritto di trattare tutte quante le grandi questioni

che affaticano e consolano lo spirito umano, e la cui piena discussione

non è punto inceppata dalla credenza cattolica; se ai Romani si lascia

l'esercizio delle armi cittadine, le quali non sarebbero rivolte mai

contro un prete inerme, e difeso dalla venerazione e dalla indignazione

di tutta l'Europa civile; se ai Romani si largisce la cittadinanza

italiana, la facoltà di poter villeggiare a piacere nell'Italia laicale

e di porre ivi dimora alla pari con i natii, e di prendere parte con

Italiani e stranieri alle grandi imprese economiche e commerciali,

d'educazione e d'arte, alle quali la presente Europa in gran parte è

immatura tuttavia; non temete che venga ad essi in ribrezzo il domicilio

nella città fatta capitale davvero del mondo cattolico, la Parigi e la

Londra della religione; nella città ispiratrice e nutrice di nuovi

ordini religiosi, e de' vecchi (secondo il vecchio cattolico titolo)

riformati nella città; ispiratrice e nutrice di Congregazioni destinate

non tanto a numerare gl'innumerabili e illeggibili libri dov'è qualche

proposizione non vera, senza discernere i gradi dell'errore e la più o

meno reità dell'intenzione, e così additandoli alla curiosità de'

malevoli e facendone scandalo, quanto consacrate a consigliare e creare

libri nuovi e nuove istituzioni benefiche al mondo; nella Città

ispiratrice e nutrice d'Apostoli che, forti in dottrina di lingue e di

letterature, e d'erudizione varia e delle scienze stesse de' corpi,

vadano per tutta la terra predicando la verità con la parola e con

l'esempio e col sangue, e non comportino che Roma in ciò sia da meno di

Lione; nella Città illustrata da Cardinali che tra i più dotti e

benemeriti ciascuna nazione cattolica sceglierebbe in proporzione del

numero de' suoi fedeli, arricchita di rendita netta e onesta dagli

spontanei tributi di tutte le cattoliche nazioni. Se nella Roma

governata qual è, se nella Napoli di Ferdinando e di Francesco è sì

grande il numero de' forestieri non solo viaggianti a diporto ma lieti

di fermo soggiorno; or pensate se la fame de' giornali e la sete de'

parlamenti; se il bisogno da certa libertà così urbana e di certa così

gioviale eloquenza potrebbe lasciare deserta la città unica, divenuta

puramente religiosa, e libera quietamente.

Io non so se da quell'opuscolo deva riuscire deliberazione pacifica di

Congresso o risoluzione di guerra; non so se le due cose insieme; non so

se unite, o l'una da sè, conseguiranno l'intento: ma giova che la

proposta sia fatta, sia fatta fuori d'Italia, sia fatta da uomo

riverente alla sede. Quello che più disturberebbe il buon esito, sarebbe

un intenzione empia in impresa sì pia. Le apparenze stesse e i sospetti

dell'odio o del disprezzo nocerebbero gravemente. Se gl'Italiani,

irritanti dalla lunga stolta spietata tirannide di coloro che abusano il

nome del Papa e di Cristo, movessero da sè soli a spodestare il

principe; anco non commettendo atti indegni, parrebbero avventarsi a lui

come a preda; farebbero sembrare non solo lui vittima, ma il Cardinale

Antonelli e i fratelli suoi, martiri; tirerebbero sopra sè la

detestazione de' fedeli lontani che ignorano le costui colpe, e par loro

atto di fede il discrederle; ai nemici interni ed esterni offrirebbero

atroce pretesto di scagliarsi contro noi, come contro crocifissori

dell'Unto di Dio. Nè sarebbe maraviglia vedere potentati acattolici per

loro mire e per nuove brighe, che a un tratto trasmutano gli alleati in

avversari e i rivali in amici, i potentati acattolici farsi vendicatori

del Papa a fine di più avvilire il Papato e di comprimere le speranze di

questa Italia importune. E già ne avete preludii: ecco giornali

stranieri bisbigliare parole sinistre: ecco già l'Austria che santamente

per dono della santa alleanza si pigliava e si tiene le provincie

papaline oltre Po; l'Austria che fabbricava non solo in Ferrara e in

Comacchio alla sua Aquila i nidi; l'Austria che, tutrice della

indipendenza del prete, dentro ai dominii del principe contro il

principe cospirava, servendole non solo i Castagnoli e i Baratelli, ma i

suoi uffiziali che pubblicamente screditavano il governo del prete;

l'Austria che ai canoni del prete indipendente per molti e molti anni

nelle sue Università fece guerra, tacendo esso prete indipendente e

benedicendo; ecco l'Austria (dicesi; e io nol vo' credere ancora, ma il

rumore stesso è un preludio) che all'apparire di un opuscolo anonimo, ne

domanda ragione all'imperatore de' Francesi siccome a suddito da

chiamarsi con un precotto di polizia al tribunale della censura sua

aulica. Insomma, se altri che gl'Italiani potessero dedicarsi a

quest'opera, sarebbe una benedizione: e pare a me che dovremmo, anco a

patti che dianzi ci fossero sgraditi, accettarla.

Quanto difficile sia liberarsi dall'Austria l'abbiamo provato e

proviamo; ma meno difficile questo agl'italiani anche soli, che a loro

soli sottrarsi al Cardinale Antonelli senza una guerra europea.

L'Italia liberata dallo straniero, crescerebbe, giova sperarlo, in

nazione grande; ma chi liberasse il Papato dal regno, farebbe migliori

le condizioni di dugento milioni d'anime umane, anzi di tutta intera

l'umanità, della quale i popoli cattolici, nessun può negare che siano

una delle più nobili parti e destinate a più fecondo avvenire. Se per

questo benefizio da rendere a tutta la specie e a tutti i secoli, fosse

irremissibilmente ingiunto all'Italia il non essere per ora Nazione una,

o il sostenere altro sagrifizio; l'Italia lo dovrebbe, lo vorrebbe di

certo.

Resta a vedere se cotesta sia condizione irremissibile; e importa

saperlo. Chiunque teme conoscere questa verità, chiunque si sforza con

furberie semplicette di sviare da questo punto l'attenzione degli

Italiani, con qualunque intendimento lo faccia, li tradisce, tradisce sè

stesso. Pensiamo che in altro opuscolo grandi promesse sonarono, e

l'adempimento ne incominciò, e fu interrotto: di questo non accada il

simile, almeno per colpa nostra. Altri, uso già ai disinganni,

sospettava che nell'opuscolo non s'intendesse se non preparare

anticipata alla Francia una scusa, per poter dire poi: Volevamo; non s'è

potuto. Io non vo' credere questo: ma ad ogni modo è dovere

degl'Italiani il non fornire scuse, cercate che siano o no; il fare in

modo che non si possa mai dire loro: Noi volevamo; siete voi che non

avete voluto.

L'autore dell'opuscolo pare, a come parla, abbastanza informato di quel

che la Francia può e vuole; pare che creda e brami far credere un

pensiero maturato, non mutabile per ostacoli già previsti e da doversi

coraggiosamente incontrare. Se altri chiede ragioni da non si rendere,

se minaccia; la Francia, dopo provatasi di dileguare i sospetti

ingiusti, di associare all'alta impresa quanti se ne sentono degni, può

apparecchiarsi a diversa risposta, ove questa si voglia: mostrare (e

adesso sul serio) i suoi legni nelle acque di San Marco, sollevare il

Friuli, far con un soffio ch'Etna e Vesuvio ribollano. Sessanta milioni

tra d'Italiani e Francesi possono dar da pensare all'Europa, foss'anco

tutta nemica; che non sarà. E se non bastano, c'è la Polonia che geme;

l'Ungheria c'è che freme; c'è la Croazia, memore del benefico governo

francese, e, purchè non la soggioghino ai Magiari, pronta a levarsi per

le proprie franchigie violate, e per la civiltà a cui fu fatta con arti

tristissime parere avversa. Napoleone I, per sua sventura e nostra, nel

suo grande spirito non comprese lo spirito delle nazioni; dalla Russia

al Tirolo, dalla Germania alla Calabria, dall'Inghilterra alla Spagna,

le provocò tutte, e cadde. A Napoleone III s'aprono più sicuri e più

alti destini, purch'egli voglia; e ha provato che sa volere. Ma

perseveratamente non si vogliono se non le opere generose.

Il segreto dei fatti palesi seguiti nel 1859 · 第 6 / 15 题