ITALIANI, MAGIARI, SLAVI.

Un giornale che a me non cadde di dover nominare molte volte che

potevasi a lode, e però non lo vo' nominare, adesso che devo contradire

in parte a una sentenza forse non propria de' suoi direttori; un

giornale italiano, trattando di quella che molti chiamano vendita della

Venezia, soggiunge che l'Austria, liberata da quest'impaccio e pericolo

sempre più minacciante, potrà con migliore agio e coscienza dedicarsi a

fare men dure le sorti degli altri popoli a lei soggetti, e così più

sicure onoratamente le proprie. Questo è consiglio utile e a' popoli e

all'Austria stessa: e noi dobbiamo desiderare l'utilità anco di quelli

che ci recarono e recano danni; con tanto più sincero animo desiderarla,

che il bene vero dei governati non si può mai dividere da quello dei

governanti; e finattanto che creature umane all'impero d'Austria

vivranno soggette, sarà sempre debito d'umanità l'augurare che Austria

le tenga in maniera comportabile e a quelle e a sè stessa. Il detto

giornale prosegue dicendo che all'Austria gioverebbe rammentarsi degli

obblighi ch'ell'ha verso la nazione Ungherese e al possibile farla

contenta: ed è sano consiglio anche questo, dacchè la nazione Ungherese

e per la innata prodezza, e per le ingiustizie patite, e per le dovizie

materiali e morali che raccoglie in sè, meritevoli d'essere svolte e

tratte nella luce del mondo civile, e per il vigore di volontà che ha

mostrato, è degnissima di commiserazione e di riverenza. Ma da questo

non segue che, per affidarsi ai Magiari, abbia l'Austria, diffidando de'

popoli slavi, come di quelli che le preparano _l'ultimo crollo_, a

concedere ai primi quella condizione di cose che noccia ai secondi.

Ognun sa che, tra le altre richieste, i Magiari vogliono l'integrità

dell'antico regno; e con questa parola è da temere che taluni non

intendano la trista e a loro medesimi funesta libertà di trattare gli

Slavi alla maniera che innanzi il 1848 li trattavano; onde poi vennero

le resistenze terribili delle quali Austria ben seppe approfittare, e da

ultimo l'infelice esito della guerra. La quale, se condotta

dall'Ungheria e dalla Croazia cospiranti, avrebbe prevenuti i soccorsi

della Russia, o li avrebbe fatti impotenti; avrebbe insieme con quelle

due nazioni liberata l'Italia. Non è certamente da credere che lo

scritto del giornale al quale accenniamo, intendesse insegnare

all'Austria come si faccia a schiacciare l'un popolo con le forze e con

gli odii dell'altro, e quel de' due che rimase depresso rialzare poi,

per deprimere quello che con la sua vittoria minaccia diventare molesto.

Siffatti consigli, buoni forse a bisbigliarsi all'orecchio tra principi

e principi d'una certa natura, non si conviene che i popoli li diano a'

principi, e molto meno popoli oppressi ne siano liberali al loro

oppressore in danno d'altri popoli nella miseria compagni. Gli

ammaestramenti che soglionsi a titolo di biasimo dire machiavellici, a

me sempre parvero, anzichè furberia, ineffabile semplicità: e questo del

quale parliamo, se all'Austria fosse dato da uomini italiani, sarebbe il

più machiavellico, cioè il più malaccorto di tutti. Non è dunque neanco

da immaginare che accennando al pericolo che Austria può dagli Slavi

temere, lo scrittore intendesse armare i sospetti di lei contro quelli;

ma conveniva, se non sbaglio, avvertire espressamente che dai diritti

del regno Ungherese vuol essere esclusa la così detta integrità nel

senso odioso a buona parte de' già componenti quel regno.

Non solamente certi giornali esagerando per sfogo di benevolenza, e a

buon fine, e di buona fede i vantaggi de' popoli che prendono a

difendere, ma i Potentati e i popoli stessi col dimostrare o troppo

presto o troppo spesso, e dapprima con soverchia instanza e poi con poca

costanza, il loro affetto verso tale o tal nazione, nocciono da ultimo

più che giovare. Se le più delle protezioni in effetto tornano da ultimo

moleste e tremende, non riescono un gran benefizio neanco le protezioni

in promessa. Che non si disse, e che non pareva volersi fare a pro

della sventurata Polonia? Tutti gli anni abbondanza di pie perorazioni

dalla ringhiera di Francia; tutti gli anni nella risposta della Camera

al Trono, una parola di raccomandazione degnevole per la Polonia. Ma

poi? Non vorrei il simile per la prode Ungheria. Ma so di buon luogo che

taluni degli stessi Ungheresi, i quali sono entro nel paese e non amano

illudersi, sperano meno baldanzosamente che i loro amici di fuori; nè

pare ad essi caparra di validi aiuti la dissoluzione della già

solennemente forgiata legione ungherese. E quest'è un fatto palese, e

che lascia arguire altri fatti segreti, tanto più malaugurosi al domani,

quanto parevano l'altr'jeri più lieti. Gli Ungheresi che si trovano

sopra luogo, ben sanno che in Ungheria quegli stessi che amano

caldamente la patria, non hanno nè verso l'Austria nè verso le varie

schiatte de' propri concittadini i medesimi sentimenti, nè le opinioni

medesime quanto al da farsi; e che quand'anco nell'ora del cimento la

concordia fosse piena, non sarebbe così un'ora dopo. Sanno che fin nelle

recentissime resistenze gli stessi Protestanti, i quali la comune causa

doveva più strettamente congiungere, si sono divisi; altri accettando le

concessioni austriache, altri no. Sanno che oltre alla Croazia, distinta

dalla natura e in parte dalle istituzioni, l'antico regno magiaro ha

dentro in sè molte razze e diverse, e che la nazione la qual darebbe il

nome allo Stato, dei dodici milioni di quello ne fa soli cinque, e che

gli altri milioni non comporterebbero oramai le condizioni di Governo

che già a malincuore pativano. Sanno che non solamente la parte

democratica, ma quegli stessi magnati che sono sospetti ad essa, non

cessano però d'essere all'Austria sospetti; la quale della presente

unanimità in tanto solo non teme in quanto la crede apparente, in quanto

spera potere dentro nel paese stesso fomentare le dissensioni, e

aiutarsene. Il credere, dunque, che Austria per timore degli Slavi si

possa confidentemente abbandonare a Ungheria, e Ungheria ad Austria per

odio degli Slavi, sarebbe illusione mal cauta, e in uomini liberali

inonesta.

Onesto e prudente e utile a tutti, ma principalmente agli Ungheresi,

sarebbe il dichiarare netto fin d'ora quel ch'essi intendano per diritti

del regno e per integrità; giacchè ne' termini ambigui si nasconde

spesso insidia non solo a chi li ode, ma a chi li pronunzia. Giova che

Austria intenda bene quel che da essa richiedesi, perchè poi non faccia

le viste di frantendere, come suole sempre a vantaggio proprio, con

quella furba affettazione di dabbenaggine che canzona gli accorti; e

acciocchè del frantendere innocente altrui non faccia arme a sè. Giova

che gli altri popoli o attigui o misti agli Ungheresi sappiano qual

destino a loro si vien preparando; e non solamente gli antichi e recenti

sospetti e dispetti s'acchetino, ma gli animi e le braccia si dispongano

a potentemente propugnare i comuni diritti, comuni davvero. Giova che

gli Ungheresi stessi tra loro s'intendano; giacchè non s'intendono bene

ancora, e se non si vuol dire dissenzioni, tra essi serpeggiano

dubbietà. Giova che ciascuno di loro intenda bene se stesso; giacchè

dall'osservazione di quanto essi fecero nel 48 e nel 49, e di quanto

ordirono poi, dall'udita di quanto dicono in palese e in segreto, mi par

di raccogliere che molti di loro non sono ben fermi di quel che

vogliono, e stanno attendendo dagli eventi consiglio. Pericolosa

incertezza, la quale ormai da amarissima esperienza proviamo quanto ai

popoli faccia danno, e quanto se ne approfittino i loro nemici. Un de'

malanni di tale incertezza è il fare inganno a noi stessi; e intanto che

noi con le indeterminate speranze illudiamo altrui, siamo noi medesimi

più traditi che traditori; l'improvvida temenza di guardar fiso

nell'avvenire e di dire quel che vediamo, ci frutta non solo disinganni

e sventure, ma odii e dispregi e calunnie.

Se, a cagione d'esempio, per integrità del suo regno l'Ungheria intende

che a lei venga restituita la ricca regione del Banato, la quale dalla

violenza astuta dell'Austria fu dopo il 48 divelta per indebolire esso

regno, sotto pretesto di favoreggiare lo svolgimento della nazione

Serbica, da' Magiari compressa (favore che da un governo tale qual è

l'austriaco non si sarebbero neanco i Serbi aspettato); se questo

s'intende, è di tutto diritto la chiesta. Ma quel che l'Austria faceva

le viste di volere così per istrazio de' Magiari e per ischerno de'

Serbi stessi, l'Ungheria deve operarlo sul serio e di cuore, acciocchè

l'integrità del regno apparisca, com'io credo che sia, cosa onesta. Dico

che d'ora innanzi non solo non devono gli Ungheresi schiacciare le altre

schiatte consorti, ma trattare le devono come concittadine, e

all'incremento di ciascuna adoprarsi per infino a quel segno che non

turbi l'armonia dell'intero, non ne dissipi l'unità. Or questo, forza è

confessare che non fu nettamente proposto finquì; e che taluni, e

autorevoli tra i Magiari, guatano quelle schiatte con occhio di

dispregio o di diffidenza, non come sorelle, ma a mala pena suddite. Un

recente indizio lo dimostra, indizio che non deve parere leggiero a chi

sa come il fatto della lingua sia, non solo nell'ordine intellettuale ma

nel civile, cosa di somma importanza. Perchè la lingua è il pensiero, il

respiro dell'anima; la lingua è il vincolo delle intelligenze e de'

cuori; la lingua è la proprietà della famiglia e della nazione; la

lingua è il frutto e il germe de' secoli.

Fu nel 1836 statuito che la lingua degli atti pubblici fosse la lingua

ungherese, cioè a dire che quanti d'altre razze la ignoravano, non

potessero più parlare in Parlamento, e per ogni altro uso degli uffizi

invocassero un turcimanno, e dalle cariche si astenessero infine a tanto

che l'avessero appresa. Così tutti i non giovani, e gli occupati da

altre cure e bisogni si trovavano a un tratto interdetti: e coloro

stessi che allo studio di quel difficile idioma si fossero sottoposti,

avevano pur sempre rimpetto ai Magiari uno svantaggio grave; e creavasi,

oltre all'aristocrazia de' natali, e quella de' soldi, e quella

degl'intrighi, una nuova e più pesante aristocrazia, della lingua.

Perchè tutti sanno quanto il potere speditamente e convenientemente

parlare e scrivere doni, in ispecie presso certi popoli e in certi casi,

autorità e sicurtà di vittoria; e come i prevalenti per altri titoli

sappiano nelle pubbliche lotte anche di questo valersi; e come nelle

elezioni si faccia scusabile, anzi giusto e necessario, che sia

prescelto colui che ha dominio della lingua dominante. Segue di qui, che

tra le tirannie le quali aggravano più intimamente e più

incomportabilmente, è da numerare la tirannia della lingua.

Ora leggiamo annunziato ne' giornali con vanto, come in Transilvania

nella città di Clausenburgo fosse di recente deliberato da una società

intitolata Museo che la lingua comune da usarsi abbia a essere

l'ungherese. Notisi che quel Museo non è punto un'autorità dello Stato,

che i soci sono tutti Magiari; e non è da stupire ch'essi amino usare la

lingua propria. Ma la Transilvania non è magiara tutta; e la campagna,

cioè la maggior parte della nazione, degna di riverenza perchè la più

semplice e più abbisognante di protezione, è Rumena. Innanzi che Austria

con le gravezze illegittimamente imposte in dispregio degli antichi

Statuti opprimesse e villici e cittadini, quelli erano molto

animosamente divisi da questi; adesso i comuni guai li congiungono e li

fanno parere più concordi che invero non siano, che almeno non

sarebbero, mutate in meglio le cose. Non è da credere che i Rumeni

soffrirebbero essere trattati dai pretti Magiari com'erano già; e è da

sperare che questi abbiano coscienza del dovere e dell'utile proprio.

Certamente non si conviene al Governo di uno Stato qualsivoglia essere

bilingue o trilingue e più; ma non è neanco da volere che questa

unificazione ch'è una delle più difficili a consumarsi, facciasi come

per infusione dello Spirito Santo: e prima di venire alla decisione

assoluta, bisogna preparare e gli animi e le menti e gli organi della

voce; bisogna sostenere i necessari indugi della preparazione; e

capacitarsi che il far presto è un disfare, e che la scala si scende e

si sale per gradi, o si ruzzola. E in nessun paese del mondo forse le

preparazioni a ciò intellettuali e morali e civili appaiono più

necessarie che nel regno ungherese.

Per toccarlo con mano, non c'è che da contare il numero degli abitanti

di nazione ungherese e il numero delle altre schiatte. I Magiari non

montano a cinque milioni d'anime secondo l'Almanacco di Gotha; ma

pongansi pure milioni cinque. Que' di stirpe germanica secentomila; i

Rumeni, dentro nell'Ungheria proprio, dugentomila; gli Slovacchi poco

meno di due milioni e mezzo; Croati e Serbi cencinquantamila;

quattrocentomila Ruteni. Nel Banato, già parte dell'Ungheria stessa, i

Magiari non sono che trecencinquantamila; i Rumeni stessi son più di

loro, cioè quattrocentomila; que' di stirpe germanica trecencinquantamila

anch'essi, i Serbi dugentottantamila, cencinquantamila i

Croati. I così detti confini militari dell'Ungheria (altri

da quelli della Croazia, s'intende) fanno dugentomil'anime tra

Tedeschi, Rumeni e Slavi; nè qui entra Magiari. In Transilvania Magiari

meno di mezzo milione; ma diasi mezzo: cencinquantamila Tedeschi; un

milione e settecentomila Rumeni. Insomma dei poco meno che tredici

milioni del regno ungherese, Ungheresi c'è meno di sei, il resto

parlanti altre lingue. Altri veda come sia giusto e facile cambiare a

più di sette milioni d'uomini la lingua in bocca e l'anima in petto;

cambiarla in questo momento di secolo che ciascuna nazione rivendica a

sè l'eredità delle sue tradizioni, e la pura proprietà della lingua che

alle tradizioni conserva, e da esse riceve, la vita.

Lo sforzo a rivendicare questa proprietà sacrosanta, tentata invadere

dal più tristo comunismo che sia, del quale certi governi che chiamano

sè legittimi porgono audacemente e incautamente l'esempio, lo sforzo che

dico, è notabile segnatamente nella Croazia, la quale, intedescata già

nella parte sua più civile, e abbandonata del resto, massime allorchè

vide minacciarsi l'invasione della lingua magiara, si risentì, e diede

cura alle lettere slave, adoprando la favella natia, sempre più appurata

e arricchita. Non tutti forse gl'Italiani sanno che, secondo l'antico

patto con cui la nazione s'era aggregata all'impero austriaco, oltre

alle diete sue proprie, la Croazia, non so s'io dica doveva o poteva

mandare suoi rappresentanti alla dieta generale del regno ungherese: ma

perchè essa intendeva conservare distinta la sua propria vita, che

Austria e Ungheria volevano, insieme cospirando, sottrarle di furto;

alla dieta non mandava già deputati di ciascuna provincia, ma due nunzi

soli; e questo per tema che le sue Provincie, a poco a poco assomigliate

a quelle del regno ungarico, non fossero da ultimo confuse con esse, e

fatte suddite; e così assorbito, sparisse quel regno che aveva già

esercitato il diritto d'eleggersi re suoi propri, altri da que'

d'Ungheria; aveva franchigie proprie, e imposte minori. Andando dunque

alla dieta i due nunzi, quando la lingua magiara fu diventata lingua del

parlamento, sebbene la sapessero anch'essi e nelle adunanze preparatorie

la usassero, nella pubblica dieta se ne astenevano apposta, e parlavano

il già consueto latino, con ira de' deputati magiari strepitanti e

picchianti delle sciabole in terra, intanto che uditori dalle ringhiere

spianavano le pistole sui nunzi imperterriti. Così l'antica lingua

d'Italia, alla nazione che contro l'Italia pur troppo esercitò le sue

armi, si faceva scudo e arme. Or se mai taluni degli Ungheresi con

l'integrità e co' diritti del regno intendessero ricuperare l'istituto

della comune dieta, e obbligare la nazione sorella a parlare la lingua

straniera a lei, ignota ai più de' suoi figli, tacersi; io non so se

nell'Europa civile gli uomini amici di libertà potrebbero a cotesta

maniera di guerra così cordialmente applaudire come ammirarono quella

che nel 1849 sostenne in campo l'animosa Ungheria.

A dileguare fin l'ombra delle superbie e degli astii vecchi dovrebbe

invero bastare la coscienza de' comuni dolori: e se Austria diffida e

paventa di Magiari insieme e di Slavi, e s'ingegna gli uni contro gli

altri aizzare, questa almeno dovrebbe essere ragione potente a amicarli.

Una vertigine provvida ai popoli travolge i pensieri della corte di

Vienna; che dopo il 1849 poteva conciliarsi l'una almeno delle due

nazioni, o qualche ordine almeno di persone in ciascuna delle due,

alleviandone i pesi, dimostrandone a qualche modo fiducia e riverenza:

ma tutte Vienna le esasperò. E come se gli antichi fomiti fossero pochi,

sopravvenne il Concordato con Roma (alzata d'ingegno tutta profana, per

fare della sagrestia un'anticamera al gabinetto di corte) sopravvenne a

incitare in Ungheria il risentimento de' protestanti (che tra' Magiari

sono il maggior numero, e forse i più ricchi), i quali dello zelo

religioso rinfiammarono l'amore di patria, e per questo parte degli

stessi Cattolici ebbero consenzienti. Così il Concordato, che in Italia

apparve uno scherno delle curie vescovili e della curia papale, facendo

più impertinente la licenza della polizia civile e della polizia

soldatesca, il concordato in Ungheria parve volersi dall'Austria

pigliare in sul serio, e suscitò contro lei serii impacci. Ma se gli

Ungheresi ebbero lo speciale privilegio di cotesta molestia, in altro

furono troppo appareggiati agli Slavi. E nell'uno e nell'altro paese i

beni della nazione, quasi fossero beni della famiglia imperiale, furono

(ricchezza inestimabile in mani intelligenti) venduti per una miseria,

come si suole dai prodighi e dai disperati. E le imposte, già tenui,

sopraccrebbero in modo tantopiù incomportabile quantopiù inusitato. Le

diete de' due regni ne stabilivano un tempo la quantità, anzi la

concedevano, secondo i patti dall'Austria giurati: oggidì l'arbitrio

imperiale le impone, come fa il Gran Signore de' Turchi; e Ungheria paga

d'imposte dirette ottanta milioni di fiorini; e i dugentottanta mila che

pagava Croazia, sono montati a sette milioni, somma esorbitante per

paese povero, e più tirannesca gravezza di quel che siano gli ottanta

all'ubertosa Ungheria. Aggiungansi le indirette che ascendono ad

altrettanto, e che massimamente sul popolo di Croazia pesano

odiosamente; al quale era ignota la maledizione del bollo; e ad essi la

cultura libera del tabacco, trafficato utilmente anche fuori, era grande

rinfranco. E tutto questo non per rifondersi in servigio delle nazioni

aggravate, ma forse più che la metà per opprimere e quelle e altre

nazioni, e principalmente l'Italia; per gettarlo nelle voragini della

polizia e della guerra, e servire alle ladrerie degl'ingegneri militari

e di generali voraci; un de' quali è ora appunto sotto processo infame,

e col deporlo, è già condannato dal padrone suo stesso.

Se dunque (per rivenire a quello da cui si è cominciato il discorso)

Austria, temendo de' popoli Slavi, intendesse aizzare i Magiari

contr'essi; dico primieramente che non le riuscirebbe l'arte sua trista,

come le riuscì l'altra volta: ma poi, se mai, lusingando le passioni

d'un partito, ella cominciasse a parere di poter conseguire in alcuna

parte l'intento, allora sì che l'amor patrio de' popoli Slavi, fatto più

veemente dalle passioni irritate, accrescerebbe ad essi potenza.

Croazia, già vergognata e sdegnosa de' patti antichi infranti, delle

promesse fallite, della odiosa parte che le fu fatta prendere in

servigio dell'Austria, impoverita e dal mal governo e da' tributi,

conscia più che mai della forza propria e del proprio diritto, si

solleverebbe tutta con l'impeto degli uomini semplici che si conoscono,

peggio che traditi, delusi; e troverebbe, tra i popoli e tra i

potentati d'Europa, aiutatori e segreti ed aperti. E quand'anco (cosa

non credibile) Austria potesse contro lei avventare l'intera Ungheria,

quand'anco in Ungheria non fossero e protestanti mal contenti e Slavi

compressi, e Rumeni aspiranti al consorzio di Moldavia e di Valacchia,

gli ottantaquattro mila dell'esercito magiaro (de' quali la cavalleria

famosa e terribile è il nerbo) non so quanto varrebbero contro i

cenventimila Croati, infanteria forte, che Napoleone da Smolensko

onorava col titolo di suoi prodi; contro tutto il paese dalle alture e

dalle foreste combattente per la propria terra e per le case e per le

donne, anch'esse non digiune di guerra. E quand'Austria col braccio di

sudditi, jeri ribelli e a un tratto fedeli, vincesse; l'impero già più

non sarebbe Austriaco ma Magiaro; Ungheria al suo padrone detterebbe la

legge. E se questo non fosse; se Austria, trovato non più che un docile

arnese di guerra, sapesse rimanere tuttavia imperatrice; che penserebbe

la Francia della sua così rassodata potenza? che ne penserebbe la

Prussia? e i potentati d'Europa tutta, che tanto fanno per il loro così

detto equilibrio, e per quello soffrono tante cose? Ma quando pur tutti

si compiacessero nella depressione de' popoli Slavi operata per il

valore de' Magiari in servigio dell'Austria; certo che gl'Italiani non

ci si dovrebbero compiacere. Anche posto che la così detta vendita del

Veneto sia patteggiata, e Austria riscuota la mercede de' sagrifizi

all'Italia fatti patire, e se ne stendano le carte in regola per man di

notaio, e del contratto entri mallevadrice l'Europa benevolente; chi

dice a noi che Austria ringagliardita non trovi altri titoli, oltre a

quelli per cui è creduta ora legittimamente tenere un piede in Italia,

per metterceli tutti e due, e per tentar d'assaggiare altre provincie

oltre a quella che avrebbe venduta? La dialettica della forza è feconda

di spedienti ingegnosi; e la legittimità del cannone sa farsi tenere più

imprescrittibile che il jus delle genti.

Non ho finquì rammentato la Russia perchè le serbavo luogo speciale, per

quindi prendere il destro ad un umile avvertimento che gioverebbe, se

non isbaglio, e a Russia e ad Austria, e a Slavi e a Magiari. Se Austria

seguita la perversa via d'irritare gli Slavi, o lo faccia per opera de'

Magiari o altrimenti; badi bene ch'ella si tira addosso gli sdegni e le

forze di circa ottanta milioni d'uomini, i quali già troppo Russia tende

ad attrarre a sè, senza che s'aggiunga la molla dell'odio alla potenza

delle credenze religiose, e alla innata smania del nuovo, e all'amore

del lontano che spesso apparisce più desiderabile o più venerando, e al

lenocinio delle promesse e delle lusinghe e de' doni. Austria sa che

anco prima della guerra ungherese, nella quale il soccorso russo non fu

mosso tanto dalla tema di ribellioni contagiose, quanto dalla voglia

d'accostarsi all'Europa civile, e dall'ambizione del patrocinare ch'è

sempre via comoda al padroneggiare, anco prima della guerra ungherese, e

dei dispetti eccitati da quella che suol chiamarsi ingratitudine di lei

verso il suo salvatore, Austria sa che anco prima, dicevo, viaggiatori

russi passeggiavano le sue provincie seminando regali e parole

tentatrici, e pur con la presenza tacita e col nome di Russi tentando.

Austria sa che da non pochi tra gli Slavi del mezzogiorno col nome

d'imperatore intendesi Pietroburgo, non Vienna; sa che in Boemia e

altrove sono scrittori da Russia salariati; sa che il Montenegro, meglio

che per telegrafi elettrici, corrisponde con Pietroburgo per fila

d'argento; sa che ora mentre parliamo, per via di libri e di messi,

l'antica cospirazione ferve più che mai operosa. Stava in lei farsi capo

vivente agli Slavi del mezzogiorno; concedere ad essi quelle temperate

libertà che Russia non poteva e non voleva concedere; e senza deprimere

quelli del rito greco, ma anzi conciliandoseli e distaccandoli da colui

ch'essi onorano come papa, rispettare gli Slavi cattolici, sì che non

s'abbandonino anch'essi alla Russia disperati e frementi. Questo giovava

da ultimo alla Russia stessa, la quale non può certamente fino alle

Bocche di Cattaro distendere il suo già troppo ampio impero; alla Russia

le cui ambizioni danno già tal noia all'Europa, che i più prudenti tra'

Russi, o lo facciano ad arte o davvero, non più ragionano di panslavismo

come di signoria esercitabile materialmente, ma di popoli Slavi

confederati. Sarebbe ormai tempo d'accorgersi che l'equilibrio europeo

non può più essere una scherma di reciproche gelosie tra' potenti, nè

uno sforzo loro concorde per dividere i deboli, i quali, lacerati dal

ferro e dai trattati, sui campi di battaglie e nei congressi, pur

tuttavia sentono la vita, e tendono a raccostarsi, a raccogliersi in

corpo retto da un'anima e da una mente.

Ma non dappertutto la natura e la storia consentono che ciascuna

schiatta di popoli faccia, così nettamente come potrebbe in Italia,

nazione da sè. E per parlare segnatamente dell'Ungheria, l'una stirpe

sul terreno medesimo è quasi insinuata nell'altra; e forza è che vivano

alla meglio sotto un comune governo. Acciocchè la mistione non sia nè

confusione nè stretta angustiosa, un solo spediente c'è, ma sicuro:

ridurre al mero essenziale l'unità del governo; e nell'amministrazione

della provincia e del municipio lasciare allo svolgersi di ciascuna

parte distinta, quanta si può mai libertà. Questo solo può conservare

all'Austria quel tanto di vita, ch'ella non ha co' suoi falli già tolto

a se stessa, questo solo può risparmiare alla Russia la prematura

decrepitezza che le è minacciata.

Quanto all'Italia, ci pare aver già detto abbastanza quel ch'ella deva

augurare ai Magiari e agli Slavi; e come alla possibilità e all'utilità

de' suoi desiderii la probità sia congiunta. Non per richiamare memorie

amarissime, ma per rammentare agli altri popoli il debito e l'utile

loro, avvertiamo che troppo tardi l'Ungheria s'avvisò nella grande sua

guerra di tendere la mano amica all'Italia; che quella dimenticanza

nocente a lei e all'Italia del pari, non è ancora ammendata; che

certamente ammendare non la potettero quegli Ungheresi che furono

dall'Austria forzati a porgere nel 1859 così dure prove contro

gl'Italiani del loro vigore animoso. Avvertiamo che i soldati italiani

sotto il vessillo austriaco non furono forzati a spargere in pace e nel

bel mezzo delle città sangue ungherese, come sparsero nel 1845 sangue

croato, allorquando in Zagabria una commozione popolare insorta per

causa d'elezioni municipali, fu sedata con le armi di militi italiani.

Avvertiamo che nel 1859 gli spiriti erano tanto mutati da non si poter

più Austria fidare d'alcun generale croato nella guerra d'Italia, da

essere quelle milizie tenute al retroguardo per proteggere la ritirata;

dappoichè ebbero per ben due volte fatta resistenza, essi soli di tutto

l'esercito, a marciare innanzi, affermando essere contro i patti della

nazione il guerreggiare fuor de' propri confini: della quale scusa noti

s'erano armati mai finallora. Dalle disposizioni mutate importa trarre

profitto; importa sapere che fin dal 1848 taluni tra gli Slavi erano

disposti ad accordi con gl'Italiani, se ne fosse loro aperto l'adito, e

l'adito cercarono essi, ma troppo tardi, da sè; di che io ho prove, e lo

posso attestare. Importa sapere che un libro è dianzi uscito in Parigi,

di scrittore croato, interprete del volere dei suoi concittadini di

tutti i ceti, un libro in lingua francese, a provare con documenti

diplomatici e storici i diritti della sua nazione, l'originaria

costituzione del regno e le consuetudini e i patti recenti dall'Austria

violati, il legittimo scadere di lei da' suoi titoli, per sola sua colpa

seguito. Importa sapere che negli apparecchi dell'ultima guerra il padre

veterano al figliuolo, sospinto a partirsi, diceva nelle pubbliche vie,

udenti tutti: ricòrdati, figliuolo, di quanto tuo padre e i tuoi

abbiamo, e inutilmente, patito. Importa sapere che in ricompensa

dell'impero scampato alla stretta estrema, gli Uffiziali croati dopo il

1849 erano rimandati alle case loro senza soldo; onde taluni

disperatamente si gettarono in terra turca a predare, altri agli edifizi

pubblici nelle città appiccavano per vendetta le fiamme. Importa sapere

che centomila circa tra donne e pupilli abbrunati dall'Austria nel 1848

e nel 49 piangono la loro indigente vedovanza e orfanezza; che a

migliaia si strascinano per le città e per le campagne i soldati che la

guerra mutilò e deformò (giacchè le materne cure dell'Austria da essi

propugnata negano un ricovero e un pane a que' cadaveri vivi), si

strascinano spettacolo di pietà e d'ira a' fratelli, accattando famelici

da famelici, e la voce, che sola ormai resta ad essi, grida al cielo

giustizia e pietà, pietà per la patria loro, pietà per quegli stessi

Magiari e Italiani dall'arme loro e dalla credula fedeltà al Bèlial

austriaco sacrificati. Importa sapere che non solo là dove prima non si

vedevano impiegati tedeschi, ora impiegati e maestri insultano con la

presenza, e tolgono ai nativi il campamento dovuto, e alla gioventù la

sua lingua, ma per le terre e per le borgate sono disseminati soldati di

polizia forestieri, documento di paura, e fomite di diffidenza, e

contagio di scostumatezza in popolo semplice al quale è religione il

pudore; e che questa è ferita di tutte più cocente, perchè offende

l'onore e penetra l'anima. Importa sapere che quella nazione la quale,

della civiltà non avendo tutti i vantaggi, non ne ha neppure tutti i

contagi, disingannata e stanca com'è, può domani sorgere in armi; e se

Francia o Italia sostiene con le sovvenzioni necessarie di danaro per

tre o quattro mesi i suoi moti, Austria è ita. Or l'Austria nell'atto

appunto di aprire alle chieste de' Magiari non gli orecchi suoi, ma le

carceri; ai Croati che stanno minacciosamente muti, si volge spontanea

con docilità e umiltà insolite, e con scossa subitana di pia

sollecitudine, interroga di quel che sarebbe da fare per più svolgere lo

spirito della loro Nazione, e per meglio coltivare il patrio idioma; e

ciò col doppio intendimento, di placare i loro corrucci, e più urtare i

Magiari palpando i Croati, e questi aver pronti contro quelli al

bisogno. Ma questi, cogliendo intanto dalla profferta il loro vantaggio,

sapranno scansare la rete marcia e squarciata; e non troveranno,

speriamo, un bano Jellacich, che ponga il suo vanto nel farli flagello

in mano altrui, flagello buttato poi a terra e calcato co' piedi; e ne

abbia in premio lo scherno d'un titolo impotente, il dispregio de' suoi,

una moglie, e vecchiaia prematura, quasi lunga agonia confusa

d'imbecillità e di rimorsi. Noi altri aiutiamoli a emendare il passato;

non li irritiamo col disprezzo, non li disperiamo coll'odio; non siamo

(nel senso che molti danno alla parola più cattivo) croati a noi stessi.

Se i fantasmi della paura sono debolezza fanciullesca, le superstizioni

dell'odio sono ubbie fratricide. Ma nell'odio è paura.

Quel motto che dei Borboni di Francia fu sazievolmente detto e ridetto,

gioverebbe che, se si vuole a altri principi, non si potesse almeno ai

popoli appropriare: _Niente hanno appreso, e niente dimenticato_.

Senonchè io a' popoli augurerei che, molto apprendendo, niente

dimentichino; nè i falli propri, per espiarli; nè le offese altrui, per

scansarne le cagioni e i pretesti, per provvedere come respingansi con

onestà e con onore, per vincerle co' benefizi, e il rispetto degli

avversi e degli sprezzanti conquistare con opere grandi. Apprenda sempre

meglio l'illustre nazione ungherese a non diffidare di quelli che stanno

a lei inseparabilmente attaccati, a convertire in vincoli d'affetto i

nodi della necessità, che altrimenti la impediranno, e la strozzeranno.

Apprendano gli Slavi o misti a' Magiari, fino ad ora congiunti ad essi

sotto la medesima dinastia, a non odiare neanco chi li sconosce, a darsi

a conoscere con fatti nuovi di mite civiltà generosa; e se il tempo

ingrandisce il loro paese col consorzio d'altri loro fratelli differenti

di riti di costumi o di lingua, vogliano concedere ad essi ogni

agevolezza di libertà; non imitino l'antica durezza improvvida de'

Magiari, la quale sentirono tanto intolleranda, che pur dall'ombra e dal

pensiero rifuggono. Apprendano gl'Italiani a volere, non in decreti e in

brindisi, ma in fatti e in affetti e in sagrifizi, sincera unità, non

per tema del pericolo o per speranza di peculiari vantaggi, ma per

obbedienza alle leggi della natura troppo qui violate dagli odii e dai

sospetti, per terrore delle discordie, per vergogna delle aggregazioni

fittizie, sotto le quali possono col tempo covare vanità peggio che

municipali, d'uomini singoli e di partiti: apprendano a cogliere l'una

dall'altra famiglia non tanto le facili utilità materiali, quanto gli

esempi civili e morali di bene; a farsi gli uni agli altri ministri e

discepoli, anzichè padroni e maestri. La docilità è dote propria degli

uomini e de' popoli grandi. Per essa la Grecia e l'Italia, attingendo

l'una dall'altra e dall'Oriente ambedue, si fecero educatrici del mondo,

vinsero il vincitore.

Il segreto dei fatti palesi seguiti nel 1859 · 第 7 / 15 题