ITALIA DI MEZZO.

Chi dubita se l'Italia sia fatta per essere nazione, osservi come, anco

lacerata qual è, le sue membra provino consentimento di vita. Non si può

toccare una delle sue questioni, o piaghe che piaccia chiamarle, che

l'altre non rispondano con un moto di dolore e di speranza, tutte.

Francate la Lombardia; e fate, se vi dà l'animo, che il Veneto rimanga

in pace, scisso: lasciate che si rimuovano da Parma e da Modena gli

antichi principi; e imponete a Parma e a Modena che formino ancora uno

Stato da sè: alleviate a Romagna il suo giogo; e poi consigliate che gli

altri sudditi del Cardinale Antonelli vivano lieti del dare con le

proprie miserie rimorsi alla Beatitudine di Pio IX: sollevate Toscana,

mostratele la speranza del farsi forte d'unione fraterna ed in essa

ritemperarsi; e poi mandatela al Congresso, che Svezia e Austria e

Napoli le indovinino le sue sorti: fate sventolare agli occhi della

Sicilia un vessillo italiano; eppoi consigliatela di stare buona, e

intanto di fare razza da sè con Francesco di Napoli.

Quando s'ebbe la guerra, l'unica riuscita ragionevole e onesta parve a

me che potesse venire dall'intendimento deliberato di farne partecipe la

nazione tutta quanta: epperò dacchè Toscana si mosse, io pregai fossero

paventati i consigli di coloro a cui pareva possibile restringere il

moto, e farlo utile e onorevole a sè tenendolo diviso da Napoli, e

consentendo a coloro i quali sconsigliavano ogni mossa nel regno per

servire a fini propri o ad altrui. E so che il Filangeri, temendo non

per il re suo ma per sè, aveva agli esuli mandato voce, e promesso che

adoprerebbe il suo ingegno e l'autorità d'accordo con essi: senonchè,

accorgendosi ch'egli poteva risparmiare un cimento rischioso, compose in

quiete accorta la troppo inerte e troppo operosa vecchiaia. Certo è che

senza quegli otto e più milioni d'uomini occupanti quella tanto ricca e

opportuna e pericolosa regione, senza quell'esercito e quella flotta,

non ci sarà mai Italia forte e vera, nè veruna altra parte d'Italia

potrà per sè sperare durevole sicurezza di libera pace.

Il tempo del fare ogni cosa a proprio senno è passato: potrà ritornare;

noi possiamo prepararlo, affrettarlo; ma per ora è passato. Chi invoca

l'aiuto di straniero potente, rimane legato dall'altrui benefizio,

ancorchè a lui non paia d'averlo pienamente conseguito e a suo modo;

deve obbedire alla necessità che s'è creata egli stesso.

L'ingratitudine è vietata ai deboli; i quali devono attendere di poter

diventare terribili per essere ingrati impunemente. Ma finchè dipendono

dall'altrui volontà, la prima condizione imposta non dico dalla sana

politica ma dal senso comune, si è di conoscere con certezza la volontà

che è l'arbitra dei loro destini; e quella parte d'essa volontà che

apparisce chiara, non la dissimulare a sè. Dicesi che nel 1848 in una

città d'Italia la moltitudine in piazza gridasse a un inviato straniero

affacciantesi alla finestra: _Vogliamo anche Malta_. Io non so se

qualche Italiano ci sia che si pensi di gridare all'Imperatore de'

Francesi e de' Corsi: _Vogliamo la Corsica_. Ma credo che nessun di

coloro che l'hanno invocato, possa, senza farlo sorridere amaramente,

dirgli a proposito di nulla: _Vogliamo_. La forza del volere è tanto più

nobile quanto più rara cosa; ma il volere costante non consiste già nel

ripetere le stesse parole senza accompagnarle co' fatti. C'è delle

parole che sono fatti, perchè li preparano, l'indirizzano, additano il

fine e i mezzi: ma il dire di per sè, e il pur ridire, non è un operare.

A formare un esercito italiano da poter solo da sè sostenere l'impeto

nemico e respingerlo, tutti confessano che in otto mesi non s'è fatto

quanto potevasi; e ne recano scuse accettabili, se così piace, ma che

non fanno l'esercito desiderato, nè tolgono la dipendenza accennata. Or

in questa pericolosa incertezza risicasi di offendere senza volere e

senza sapere; si risica di parere cospiratori contro il proprio

alleato, quando non cospiriamo che contro noi stessi. Le parti oggidì

paiono scambiate; e sono i principi che cospirano o per guadagnare

terreno o per ripigliarlo: ma appunto per questo i popoli devono fare

altrimenti; procedere retti, parlare schietti, e pregare ch'altri sia

schietto con loro; e se in alcuna cosa la provocazione a' deboli fosse

lecita, questo solo, dico la sincerità provocare. Sapute le intenzioni

del forte, sapranno o dissuaderle, o attenuarne almeno in parte gli

effetti, o piegarvisi senza viltà, e preparare le moltitudini al

disinganno, acciocchè gl'illusi non paiano traditori.

Soprattutto bisogna guardarsi dal raffermare e moltiplicare le illusioni

altrui nel momento che dai nostri occhi stessi le si vengono dileguando.

Bisogna guardarsi da promesse che paiano istigazioni, e possono

suscitare improvvide precipitose speranze, fomite di moti impotenti e

funesti. Bisogna guardarsi dall'esercitare contro i dissenzienti quegli

arbitrii di rigore che dispiacevano ne' principi tanto, e che non forza

denotano ma debolezza. Bisogna non aizzare gli avversi, non fare avversi

gl'indifferenti, non dare importanza ai dappoco, non stuzzicare la

prurigine degli agiati martirii. Bisogna, giacchè disperasi (e a torto,

secondo me) d'eccitare nell'umile popolo le animose ispirazioni della

patria carità, non provocare coloro che hanno nelle mani la coscienza

de' popoli.

Le moltitudini sono buone, docili, non solo credenti ma credule: e lo

sanno per prova anco gli avversi a' credenti. Nell'arguta Toscana,

nell'ardita e irritata Romagna ammiriamo la quiete rassegnata, la

gioia con cui s'obbedisce al volere d'uomini nuovi, senza saperne o

cercarne il perchè. A chi ne muove dubbio, son pronti a dozzine a

rispondere: _e' ci avranno le loro ragioni a fare così_. Han paglia in

becco. I Parlamenti non parlano, non perchè non sappiano che si dire o

che si pensare, ma perchè lo scemare pur d'una dramma l'autorità di que'

pochi che credonsi necessari dagli uni, inevitabili dagli altri, pare a

tutti misfatto. Se questa alcuno giudica prudenza soverchia, nessuno

oserebbe chiamarla inonesta.

Ma senza detrarre all'autorità di veruno, anzi per raffermarla in onore

e salute di tutti, sarà lecito desiderare che i governanti sappiano dove

vanno, dove conducono la nazione da essi con sincero animo amata. Si

aggregarono con civile intenzione al Piemonte; il Piemonte rispose

parole che non rifiutano, ma che non accettano in forma da creare la

bramata unità. Alle parole incerte succedettero fatti incerti, o certi

troppo. Or non è lecito agli uomini _pratici_ non si curare de' fatti, o

fare tra essi una scelta a piacere, o interpretarli in un solo senso, se

il senso n'è doppio. Pare che in Europa ci sia chi non vuole in Italia

un regno forte, perchè _forte_ a costoro significa _minaccioso_. E il

Piemonte accresciuto de' Ducati e del Granducato e di parte de' dominii

del Cardinale Antonelli, farebbe egli un regno forte veramente ora

adesso? Adesso, con l'Austria ai confini dov'è? Se il soccorso di

Francia gli venisse meno, potrebb'egli l'esercito Italiano qual è

difendere questo regno cosiffattamente ampliato? E cotesto stesso

Congresso, sperato liberatore, non ha egli allentati i voleri e

distratte le menti dal provvedere allo spediente unico di liberazione,

al rendersi sul serio forti?

Il Congresso darebb'egli leggi o consigli? Cederebb'egli alla ragione o

agli affetti, il Congresso? E di che genere affetti? Da che punti di

comune intesa moverebbe la disputa d'uomini tanto d'umore diversi? Cioè

a dire, in che lingua parlerebbero per intendersi? Il Conte di Cavour,

già sgradito a non pochi di que' del Congresso, e forse a chi più pareva

gradito, potrebb'egli, sedendo lì, col suo ingegno fare che l'esercito

italiano cresca in numero pur d'un sol uomo oltre a quelli che ne'

passati mesi di tregua si vennero preparando? È egli chiamato perchè si

sperino in alcuna parte mutate le sue disposizioni la forma del

manifestarle, o perchè siano mutate le altrui? È egli chiamato perchè

aiuti a Parigi, perchè in Italia non dia impaccio? È egli chiamato per

discarico di chi vuol fare chiaro che in pro dell'Italia s'è tentato

ogni cosa, e non bisogna prendersela che col destino d'Italia se

indarno?

Innanzi il Congresso de' Potentati Europei, conveniva che si fosse

potuto adunare un Congresso degli Stati Italiani, per dirsi netto quel

che potrebbero e vorrebbero dell'Italia far essi. L'impossibilità

dell'accordarsi tra loro, dimostra che la loro presenza al Congresso

Europeo non farà che moltiplicare le confusioni e gl'imbrogli. Ma un

altro Congresso era ed è fattibile e inevitabile e debito:

degl'inviati da' paesi d'Italia incerti ancora del proprio destino, che

dopo deliberatone invano co' loro decreti, dopo interrogatone indarno il

Piemonte incerto anch'esso di quel ch'è da fare e da dire e da omettere

e da tacere, non diano più retta a consigli passionati, a informazioni

che non osano farsi palesi per poter essere ritrattate o negate. Vadano

a dirittura dall'Imperatore dei Francesi, e non gli ripetano le volontà

loro, ch'egli sa bene a mente, ma sentano un poco la sua volontà.

Sappiano finalmente qual era il suo primo disegno, e quali intoppi lo

frastornarono: quale la sua intenzione d'adesso; perchè mai questa

latitudine data a una parte d'Italia a reggersi da sè mesi e mesi, a

rendere o lasciar parere impossibile il ritorno degli antichi padroni.

Ardiscano sentire il vero; ed egli non temerà certamente di dirgliene.

Non è lecito ignorare oramai certe cose; e fingendo ignorarle, o parendo

di fingere, offendere quotidianamente chi può sospettare nella stessa

semplicità e nella inscienza un oltraggio.

Il segreto dei fatti palesi seguiti nel 1859 · 第 5 / 15 题