IL VENETO.

Per quanta non curanza o si abbia o si finga delle cose d'Italia, in

particolare del Veneto, la sua condizione ogni dì si presenta come una

difficoltà politica ad Europa tutta; non per l'importanza storica o

civile, nè anco per l'economica, del paese, ma per la geografica e la

strategica, e per i potentati che han preso parte nella lite, e per

quelli che potrebbero prendervela, e per quelli che sono, anche malgrado

loro, obbligati a dovere comechessia definirla. Nè la soluzione delle

difficoltà si può differire a bell'agio, come s'è fatto, e si farà forse

ancora per assai tempo, di quanto concerne l'impero ottomanno; sì perchè

qui l'impaccio del partirsi le spoglie non c'è; sì perchè trattasi di

cosa più prossima e collocata nella luce delle nazioni civili; sì perchè

a questo è a bella posta convocato un congresso, il quale deve pur

qualche cosa risolvere, volendo essere tribunale supremo. Nè sarebbe

sentenza finale la sua se lasciasse appiglio a liti nuove, se non

provvedesse insieme alla sorte d'un popolo, e alla quiete di molti altri

popoli, e alla sicurezza e all'onore dei giudici stessi, i quali

tergiversando e lasciando spazio alle tergiversazioni altrui, non

darebbero gran saggio nè di potenza nè di previdenza. Or la questione,

non solamente giova ma è forza che sciolgasi in modo pacifico; perchè,

quand'anco il congresso non concludesse niente e si venisse di nuovo

alla guerra, dovrebbe alla guerra seguire un altro congresso; e, dato

giù il fumo dei cannoni rigati, bisognerebbe da ultimo consegnare alle

righe d'un foglio la giustizia o l'ingiustizia consumata. Seguirebbero

sempre dispute di diritto, o di quel che il più forte e il più destro

spacciasse per diritto; seguirebbero transazioni. L'ha detto un uomo che

pare assai perito della materia, l'autore dell'opuscolo _Napoleone III e

l'Italia_. Tant'era cominciare dalla cosa con cui si doveva finire: ma

quello che non si è fatto, conviene il farlo ora, innanzi che un altro

centinaio di migliaia d'uomini cada mietuto sulla terra d'Italia, se

bastano.

La soluzione da taluni proposta concilia molte contrarietà, che la

guerra non potrebbe se non più terribilmente aggravare. Il popolo da

liberarsi non rinnega la naturale santità del proprio diritto, la

storica legittimità di quello, venerabile come cosa antica, cospicuo

come cosa illustrata da prova recente; non confessa e non permette che

altri possa affermare, ch'egli si riscatta con oro per non si francare

col ferro. Dopo le resistenze di Vicenza e di Venezia, e del Cadore,

dove un pugno di montanari inermi respinse le soldatesche austriache per

sette settimane; dopo le schiere d'esuli volontari che corsero al

pericolo come a festa, e che Vittorio Emanuele attestò non impari a'

suoi prodi; nè Austria nè altri può dire che manchi il coraggio del

sacrifizio ad uomini che, disarmati, abbandonati d'ogni speranza,

100,000 e più fucili nemici appena possono oramai contenere. Se dunque

per risparmiare, non già ciascun veneto il sangue proprio, ma il sangue

de' suoi cari, e gl'insulti barbarici più amari che morte, per

risparmiare nuova guerra al resto d'Italia e all'Europa, gli oppressi si

rassegnano a un estremo tributo, impostogli non dall'oppressore,

disperato già del tenere più a lungo la preda, ma dal desiderio di

respirare al più presto insieme con gl'italiani fratelli un po' di

quiete, e dal consentimento dei potentati d'Europa; la dignità loro non

n'ha detrimento. E questi potentati, da altra parte, chiamando l'Austria

non a sindacato, ma seco a consiglio; non la discacciando dal Veneto con

le armi o con le minacce, ma proponendole un patto più vantaggioso a lei

della possessione aborrita e perpetuamente contesa; liberandola dal

doppio giogo dell'odio e de' debiti che schiaccia lei, più che essa

l'Italia; provvedono alla sua ch'e' potranno chiamare dignità, le

rendono un benefizio inestimabile, fanno opera di colleghi e fratelli.

Napoleone III, l'uomo di Magenta e di Solferino, non era di per sè solo

il più idoneo interprete dei desiderii de' Veneti presso l'Austria;

Napoleone III, l'uomo di Villafranca, non conveniva che di sua volontà

propria paresse egli solo voler dissentire da quello che aveva

coll'Austria consentito; Napoleone III, che in nome d'un suo antecessore

doveva dimostrarsi scontento dei patti del quindici, meglio era che la

proposta e l'uffizio del mutarli lasciasse agli eredi di coloro stessi

che avevano stipulati essi patti. E d'altra parte, possono questi eredi

dire all'erede dell'Austria, che, i titoli comuni delle loro possessioni

essendo fondati sopra la successione legittima, ed essendo la

possessione del Veneto venuta all'Austria dal patto di Campoformio, cioè

dalla concessione d'un figlio della rivoluzione, d'uno che aveva colla

spada stracciate tante pergamene di legittime monarchie e repubbliche;

liberarsi da questa memoria di disordine scandaloso, da questo documento

del quale e i Veneti e tutti gli altri popoli soggetti a lei si

potrebbero servire per coglierla in contraddizione, sarebbe assai

provvido accorgimento. Potrebbero insieme gli eredi dei re che scrissero

i patti del quindici considerare che, essendo il fine di quelli la pace

d'Europa e la loro propria quiete, e mancando oramai quelli al fine; il

mutarli è un consentire più intimamente allo spirito che li dettava. Nel

fatto de' Veneti poi conseguesi, per provvida disposizione della celeste

giustizia, il doppio vantaggio, dell'osservare insieme il principio

della legittimità, violato da coloro che se ne armavano, e del

riconoscere il suffragio dei popoli; al quale suffragio non solamente

l'imperator de' Francesi ricorse e ricorre, ma e quel d'Austria in

Gallizia, e con migliori auspizii quel di Russia, conciliando a sè il

maggior numero de' sudditi suoi coll'affrancamento de' servi,

conciliandosi l'opinione dell'Europa per mezzo di giornali avvedutamente

compilati, conciliandosi con molte industrie la fiducia di tutte le

nazioni slave e di tutti i seguaci del suo medesimo rito. Se l'intaccare

la scritta del quindici fosse novità, sarebbe pure atto di prudenza

coraggiosa l'osarla spontaneamente prima che tremende necessità

distruggano il merito di tale atto, e di vantaggioso e onorevole che

potrebbe essere ancora, lo facciano pieno di pericoli e di vergogna: ma

il Belgio e Cracovia e la Grecia e la Francia sono esempi sufficienti a

tor via gli scrupoli e dare ardimento. Senonchè le più delle eccezioni

sin qui fatte ai decreti della santa alleanza, quand'anco non si

vogliano chiamare o fortuite o forzate, certamente a tutti coloro che le

operarono o le permisero non acquistano lode di pura spontaneità o di

coraggio. Tempo è che di proposito e di concordia, lealmente,

solennemente, con pieno giudizio, un intero rinnovamento di que' decreti

si faccia; e che, come per buon augurio delle riformazioni rimanenti,

incomincisi da Venezia e dal Veneto; e Austria, fin che c'è tempo, abbia

il merito o almeno le apparenze del libero consentimento. Lasciando

stare la coscienza del giusto, e riguardando i computi della mera

utilità; deve Austria piegarvisi quando pensi che avrebbe potuto a

quest'ora perdere troppo più, e che troppo più risica di perdere poi

senza compenso e senza decoro.

Questo timore ben più legittimo che non siano i titoli di lei sopra il

Veneto, deve essere più forte dei sospetti che la turbano e tentano:

sospetti, dico, che l'esempio si faccia contagioso, e che altre parti

dell'impero pretendano cosa simile. Le condizioni del Veneto sono in ciò

singolari. Nessun'altra nazione soggetta all'Austria si trova divisa in

sè da governi opposti, parte esteri e parte suoi proprii: nessuna

provincia ha per più di dieci anni dimostrato e con la parola e col

silenzio, e con la rivoluzione e con la guerra, e con le carceri e con

gli esilii, la coscienza del proprio diritto, l'aborrimento del giogo

straniero, la perseverante e concorde volontà non di alleviarlo a sè ma

di scuoterlo: nessuna parte dell'impero è stata ed è più angariata, più

insultata insieme e temuta da' suoi insultatori, i quali coll'esaurirne

le forze, col provocarne l'odio insieme e il disprezzo, si confessano

disperati di poterla lungamente tenere non solo al modo che soglionsi

tenere popoli civili da civili governi, ma neanco al modo che il padrone

de' Negri o il mulattiere tiene la schiava sua o la sua bestia, avendo

cioè qualche riguardo alla vita e alle forze di quella per accrescere

lucro a sè e mantenerlo. Aggiungasi che gli altri stati o provincie sono

all'Austria attaccati da tempo più antico, con patti più o meno

consentiti o tollerati; i quali se essa col governo suo infrange, può,

ravveduta, osservandoli meglio, legittimarsi: ma il Veneto è possessione

recente, ingiusta nell'origine, ingiusta nel modo del tenerla e del

ripigliarla, intollerata ai posseduti, intollerabile ai posseditori; nè

può farla parere antica a chi patisce, se non la moltitudine de'

patimenti in così breve numero d'anni raffittita senza misericordia e

senza discernimento. Sola la Gallizia potrebbesi recare ad esempio; ma

nel Veneto e i diritti e i dolori e il malcontento e le resistenze ognun

vede essere incomparabilmente maggiori. E l'ora della Polonia non è per

anche suonata; ed è da sperare che col disciogliersi della tirannide

turca, gli stessi potentati che la Polonia divisero, ricevendo altrove

compensi, vogliano per onore ed utile proprio ricomporla.

Se Austria temesse che il torsi di dosso ai Veneti fosse ad altri popoli

da lei governati incitamento a imitarli, e però resistesse ai consigli

della propria utilità; non s'accorgerebbe del suo vero pericolo. Più

grave pericolo a lei, oltrechè più ignominioso, è l'esempio di sudditi

ch'essa non sa nè appagare nè domare, il cui silenzio sdegnoso e la

prostrazione irrequieta e violenta sono essi stessi una continua

ribellione: più grave pericolo è l'esempio quotidiano di questa guerra

instancabile dello spirito contro la materia tiranna, che lo opprime e

non può comprimerlo: più grave pericolo è la necessità di mandare i

sudditi delle altre provincie satelliti degl'Italiani, nel quale ufficio

non possono tutti compiacersi per crudeli che siano, nè, per vili che

siano, gloriarsi. Quando comincia (ed è già cominciata) a penetrare

negli animi dei soldati occupanti l'Italia la pietà e la vergogna;

quando cominciano a intendere e farsi intendere; quando si accorgono che

il ribelle è una vittima, e ch'essi stessi sotto sembianze d'aguzzini

son vittime; l'Austria è perduta, il suo impero è tutto una obbrobriosa

rovina. Poi, ripeto che il fatto delle altre provincie è diverso; che

parte di quelle nè si sentono ancora mature, nè possono costituirsi in

nazione; e che sola la rea ostinazione dell'Austria potrebbe mutare le

sorti loro in modo insperato. La più minacciosa di tutte, l'Ungheria,

dopo la gigantesca scossa d'anni fa, si gravò sopra sè stessa e giacque;

e coloro che maggiormente sperano in lei, se non amano illudersi o

illudere, devono pensare che ivi non è unanimità tanto piena quanto in

Italia; che un partito, e potente, vuole la grandezza magiara, ma la

vuole sotto la tutela dell'Austria; che la prossimità del paese, le

consuetudini inveterate, e il vanto stesso de' benefizi dal valore

ungarico all'Austria resi, sono vincoli non ancora rotti; e che, ad ogni

modo, il piantarsi una dinastia nuova in quel regno, oltre ad altre

difficoltà, avrebbe impedimento dalle gelosie de' potentati reciproche,

e dal timore che la novella dominazione colle armi di un popolo

bellicoso si distendesse sui popoli circostanti. Della Croazia

piuttosto, la quale i più degli Italiani, ignari d'altri e di sè,

immaginano come la verga ferrea dell'Austria; della Croazia delusa delle

promesse profuse nell'ora della paura, spogliata delle pattuite

guarentigie, aggravata ad arte della detestazione del mondo civile; dico

che della Croazia avrebbe Vienna a temere piuttosto: ma non è

l'affrancamento del Veneto che la inciterebbe a rivendicare la propria

libertà.

Un altro pericolo all'Austria verrebbe dal volere i Veneti soggiogati a

sè; che insorgendo taluna delle tante schiatte a lei sottomesse, la

necessità continua del tenere in Italia centomila soldati, se non più, e

del pagarli, le sottrarrebbe le forze a difendersi da altre sommosse; e

le leve forzate, e le forzate imposte la renderebbero sempre più debole

e povera, sempre più avvilita e fallita. Sottrarsi all'Italia a

qualunque sia patto, diventa per lei di dì in dì sempre più urgente

bisogno, per conservare alla meglio un impero, o piuttosto per

ricrearselo, giacchè essa lo ha con le sue proprie mani disfatto. E

soldati e armi e danari le mancano per tenere insieme Italia e Croazia e

Ungheria; ma quello che più le manca, è la mente: perchè, distratta da

tanti diversi sospetti e spaventi, sbalordita dalla propria tirannide,

non può discernere, non che calcare, la via che le resta unica di

salute; dico il dotare i suoi sudditi d'istituzioni migliori, o almeno

dare le già promesse, rendere le rapite. Questo degli altri sudditi;

giacchè, quanto all'Italia, ogni ammenda è tarda, ogni ritrattazione

discreduta, ogni accomodamento impossibile. S'ella, dopo gli smacchi

sofferti, a costo di perdere altrove quanto potrebbe pur ritenere, si

afferra a questo brano d'Italia; segno è che le sue mire vanno oltre;

ch'ella agogna a tutta l'antica preda, e a maggiore: perchè non potendo

col Veneto pagare i debiti che le costa e le costerebbe l'occupazione

del Veneto, di qui segue ch'ella deve sperare mutate, col nostro peggio,

le sue sorti. E lo spera; e i suoi fidi lo dicono apertamente. Or vedano

i potentati d'Europa se ciò torni comodo a loro; veda la Francia se a

lei giovi un'Italia austriaca; la Prussia, se un'Austria tedesca insieme

e italiana. E veda l'Austria se i suoi sognati ingrandimenti possano non

le fare nemica l'Europa tutta, e non tentare altri stati, ingelositi, a

sommovere contro lei, non che Italia, altri paesi più prossimi ad essa e

di possessione meno disperata. Ma l'Europa civile saprà, speriamo,

provvedere meglio e a sè e a noi; antivenire il caso non impossibile,

che gli Italiani, finalmente, stancati e da nemici e da amici, comincino

a contarsi, ad intendersi, a fidare in sè stessi e nella giustizia di

Dio degnamente invocata.

L'orgoglio siccome degli uomini singoli e delle famiglie private, così

dei principi e degli stati, si fa spesse volte vanità, illude sè stesso,

e colle armi proprie si ferisce. La speranza del riacquistare il perduto

per colpa e inettitudine, nell'atto di sospingere a sconsigliati

ardimenti, moltiplica le bugiarde paure, siccome bugiarda essa stessa.

L'Austria, a cedere in Italia, teme umiliazione che la abbassi nel

cospetto del mondo; non s'accorge, e dovrebbe pure accorgersi, come la

sua pertinace ingiustizia è quella che la disonora davvero e avvilisce.

Questo sarebbe anzi il momento di risolversene con meno umiliazione,

dacchè la pace di Villafranca le ha offerte condizioni insperate; dacchè

l'onore delle armi è salvo in battaglie, precedute e seguite da ritirate

soverchiamente frequenti, ma che al vincitore costarono caro; le quali

battaglie, pensando alla precipitazione delle prime mosse e alla tardità

dei capitani che le eseguivano, alla loro imperizia decrepita, alla

discordia manifesta, alla svogliatezza o renitenza delle soldatesche

combattenti per signore disamato, al paese sopra cui combattevano

avverso, ai contrattempi delle piogge e de' turbini, io confesserò

volentieri essere state battaglie maravigliose. Disfatta a Solferino

quando teneva la vittoria già in pugno, e ne aveva tutt'intorno spediti

i messaggi, Austria tra poco sederà di pari col suo vincitore a

consiglio, giudice e parte, giudice delle sorti proprie e di quelle

della nazione sua accusatrice e sua preda. Non si lasci sfuggire questo

punto di tempo, che forse è l'ultimo favorevole a lei; non aspetti il

fallimento che già la preme; non crei a sè turpe necessità di nuove

falsificazioni, di nuove lesioni alla maestà della fede pubblica, più

del fallimento vituperose. Son queste le umiliazioni il cui pensiero

dovrebbe metterle un raccapriccio di vergogna, e farla fuggire oltre

l'Alpi più ratta che se inseguita da un milione d'armati. Per rifarsi di

soldo e differire di poco la ruina del credito suo, Austria fece forza

alla propria natura cauta e lenta, passò disperatamente il Ticino:

ringrazi adesso Dio e gli uomini di potere, rifatta alquanto di soldo,

varcare i monti, come viaggiatore che ritorna stanco ma spontaneo alla

sua casa men ricca, dopo spassatosi lungamente a ufo nelle delizie di

palagi non suoi.

Ma se non s'intende che ad Austria la ricognizione di un diritto

accompagnata da compenso sia umiliazione, non è neanco da intendere che

umiliazione sia ai Veneti la profferta. La quale fu, non so da chi

primo, sparsa per i giornali; e parecchi Francesi generosamente amici

all'Italia la accolsero quasi festanti, e la divulgarono più e più,

confortandola con profferte proprie cordiali. Non essendo ormai dunque

lecito dissimularla, importa dichiararne il legittimo significato. La

condizione proposta possono i Veneti accettare, come un nuovo documento

della buona volontà loro, da porgere ai potentati d'Europa; i quali

possono alla loro volta proporla all'Austria non come un'elemosina alla

sua inopia, purchè dal canto suo l'Austria nè altri non si creda di fare

agli Italiani un'elemosina della loro imprescrittibile libertà. Non si

tratta di riscattare le anime, e neanco il terreno. Che se il popolo

italiano non mette innanzi la propria sovranità (parola schernita

crudelmente e smentita dai cortigiani della povera plebe), prega che gli

sia lecito desiderare la proprietà di sè stesso. Se altri lo ha

barattato o donato o venduto, non soffre già egli, accettando la

presente proposta, d'essere riguardato come schiavo, come greggia, come

cosa. Piuttostochè ricomprare sè stesso, egli si crederebbe di

riscattare Austria da taluno almeno de' suoi debiti divoratori; di

riscattare le nazioni all'Austria sottoposte dalla crudele necessità

d'invadere, depredare, bastonare, uccidere lui in nome di quella, e per

prezzo del reo ministero di sgherri ricevere bastonature e morte,

odiosità e vitupero. Intenderebbero i Veneti insieme risparmiare a sè

stessi la trista necessità de' disordini che accompagnano i moti di

libertà, anco più santi; risparmiare ai loro fratelli le calamità della

guerra, risparmiare all'Europa i dispendii incessanti d'un apparato

militare che smunge gli stati, che porta con sè gli svantaggi delle

battaglie perdute, e delle paci ingloriose; risparmiarle gl'impacci

delle pericolose mediazioni, e le ree loro sequele e rimorsi.

I Veneti, disarmati da secoli, posti in un paese che dalla sua giacitura

e dagli abiti dell'antica civiltà è fatto malagevole a difendere al modo

che difendonsi ne' deserti o tra le rupi montane i popoli indurati dalla

loro miseria stessa; i Veneti compressi entro le loro città da una forza

nemica contro la quale gli eserciti della bellicosa Francia appena

prevalsero in campo; non disconoscono la propria presente debolezza, il

dolore e l'ira non sfogano in vani vanti: ma sanno che l'Austria con

tutte le sue soldatesche è debole più di loro; e la coscienza del

proprio diritto, la volontà perseverante, il consentimento di quante ha

il mondo civile anime generose, i falli e le colpe del loro oppressore,

serbano a loro la finale vittoria. Senonchè gli sforzi necessari a

conseguirla trarrebbero forse in armi gran parte d'Europa; e l'Italia

sarebbe il campo dell'universale battaglia; sopra le sue terre, i suoi

monumenti, i suoi parvoli, le sue donne cadrebbero le rovine, le rapine

e gli strazi, ai quali dovrebbero lor malgrado concorrere gli stessi di

lei difensori, i figli suoi stessi. Se uno spediente si porge di

sperdere dall'Italia e dall'Europa questa tremenda minaccia; gli è

dovere sì degli Italiani e sì de' potentati europei l'appigliarvisi.

Questo terreno, i cui frutti per tanti secoli furono da tante fami

straniere divorati, inghiottì via via a centinaia di migliaia i

divoratori: ma qual pro della tarda, comechè atroce, vendetta? Meglio

prevenire il flagello. Siccome i Veneti, pronti all'insorgere sul

cominciare della recente guerra, rattennero gli sdegni e le speranze al

cenno di chi per fini suoi li voleva spettatori quieti e quasi

noncuranti de' fratelli e di sè; e per mostrare la propria fiducia alle

promesse, l'obbedienza ai liberatori sperati, la religiosa osservanza

dell'ordine, perdettero l'opportunità di sgomentare con moti interni

alle spalle il nemico, e di assicurare ai combattenti il trionfo; così

deporrebbero adesso ogni proposito di quelle resistenze violente alle

quali può essere offerto il destro e dalle turbazioni e dai dolori

d'altri popoli, e dalle guerre e dalle gelosie d'altri principi. Può

dunque il congresso annunziato evitare e a' principi e a' popoli

sventure grandi: chi sospetta dell'Austria, può così porle un freno; chi

l'ama, o per meglio dire, ha interessi più o meno comuni con essa, può

provvedere al decoro di lei con questa proposta che la sciolga dalle

difficoltà raggruppate da lei intorno a sè stessa.

Nè le difficoltà e i pericoli son di lei sola. Russia non dico che deva

temere della Polonia divisa, nè delle insidie d'Inghilterra potente

d'arti segrete assai più che d'armi, nè d'una nuova guerra più efficace

di quella che si ruppe contro Sebastopoli, come flutto spumante agli

scogli; ma deve temere che faccende estranee a' suoi fini la distraggano

dai vasti concetti ne' quali l'attenzione di lei si raccoglie.

Inghilterra deve temere le sue possessioni troppo ampie, le sue colonie

non tutte contente; temere Francia e Russia, e più di tutto i suoi

propri sospetti, e la smania di parer più potente che non sia, e più

benefica che non voglia. Prussia deve temere e dell'Austria rivale, e

degli stati minori a lei collegati, e della confederazione germanica,

che intende rinnovellarsi non forse per far lei padrona assoluta.

Francia è terreno che traballa e che fuma. Le insidie tese ai popoli non

sono sicurezza ai regnanti. Colgan essi questa occasione, unica forse,

di conciliare insieme le proprie utilità e la giustizia; se non vogliono

renderne conto severo a quel Dio che giudica i forti della terra, e

quanto più sollevati in alto, con tanto più rumorosa rovina gli

schiaccia.

Il segreto dei fatti palesi seguiti nel 1859 · 第 4 / 15 题