Quel che doveva in Italia seguire dal primo del corrente anno all'ultimo
dì, nessuno, per grandi che avesse le speranze delle cose prospere o
l'apprensione delle avverse, l'avrebbe saputo antivedere, almeno per
quel che concerne la singolarità de' modi ne' quali si vennero gli
avvenimenti svolgendo. Così è che gli ammaestramenti della storia, per
la novità dei casi seguenti, tornano inutili a chi viene dopo; così
accade spesso che quelle cose più ci colgano sprovveduti, alle quali le
minacce altrui e i nostri vanti più parevano dover prepararci.
Il dì primo dell'anno non era ancora sonata quella parola regia con cui
Vittorio Emanuele si disse _sensibile al grido dei popoli_; e questa fu
che eccitò veramente un grido d'esultante ed impaziente speranza. Parve
di subito imminente la guerra, insoffribile ogni indugio; e quando
Francia prometteva ad Austria e ad Europa di non varcare le Alpi, se
non quando Austria avesse varcato il Ticino, quella promessa a molti
sonava minaccia; e taluni desideravano l'Austria invaditrice pur per
veder soccorritrice la Francia. Esaudì l'Austria quella invocazione; e
fu un punto che Torino sentì approssimarsi lo scalpitare dei cavalli
nemici. Francia venne; in meno d'un mese, di battaglia in battaglia, e
di sbaglio in isbaglio, Austria fu a Solferino. Dove per le sorti
italiane e per l'onore delle armi francesi e per il destino dell'impero
stesso, lungamente librati in fatale bilancia, combattettero il
pertinace valore degli uomini e la tempesta del cielo. Alla quale i
patti di Villafranca fecero succedere inaspettata bonaccia; simile a
quelle che invidiano il porto sperato ai naviganti stanchi, i quali,
sentendo le correnti marine ritrarli nell'alto, imprecano al nocchiero,
che, per freddamente audace che sia, impensierisce.
Il turbine della guerra, che aveva travolti oltre il Ticino gli
Austriaci, gli spazzò in men di un mese fin oltre il Mincio, divelse
piante ducali e arciducali, portò via cardinali. A cardinali e arciduchi
successero dittatori già sudditi loro; ed ecco da ultimo un avvocato del
foro torinese redare per procura la potestà dello zio di Francesco
Giuseppe e del nepote alla duchessa d'Angoulemme, d'una donna e di un
prete. Milano e un brano non piccolo di Lombardia ritornano d'Austria in
Italia; il Piemonte si allarga non tanto di terra quanto di concetti e
di affetti; i suoi nuovi fratelli lo obbligano a sempre più
fraternamente trattare i sudditi antichi; meditansi nuove leggi da
ampliare (con parsimonia però) le innocue franchigie municipali, e
l'onesta libertà del pensiero nell'educazione, libertà troppo più
importante al viver civile che quella della stampa, fatta per imperizia
e per abuso, se non dannosa, impotente. Altre leggi preparerannosi; le
quali del resto non diventeranno leggi davvero se non si mutano in
consuetudini, se non le fecondano i sentimenti. Apresi intanto un nuovo
campo di prove: l'Italia settentrionale si sente più vicina all'Italia
di mezzo; e se il riparo delle Alpi non si è più rialzato nè meglio
munito, quello degli Appennini in qualche parte è abbassato o forato.
Atti di concordia tra gli Italiani si celebrano, che mesi fa non si
sarebbero immaginati neanco: città che parevano sepolte in letargo, si
scuotono senza convulsione; altre che temevansi disperatamente frementi,
attendono con fiducia quieta. In sola una città (e non di quelle da cui
più sarebbesi temuto; e anche qui la previdenza degli uomini venne meno,
e fu questa forse la cagione del male che li colse alla sprovvista), in
sola una città un solo esempio d'atrocità fu veduto, fra tante ire da
tanta età accumulate: e all'onor dell'Italia giova notare che dalla
bocca di un Italiano, l'Azeglio, non da stranieri, uscirono a riprendere
quel fatto le parole più severe e accorate.
Se non che ai lungamente infelici e minacciati di nuova infelicità, il
fermarsi nei conforti al dolore, il non ne torre via le cagioni, sarebbe
pericolo e colpa e vergogna. Piuttosto che trascendere in esultazioni,
giova pensare che gli ottenuti qualsiansi vantaggi, l'Italia non li
deve tutti a sè stessa; e che nel 1848, fra i molti errori e non tutti
innocenti, potevasi almeno affermare che armi tutte italiane, comecchè
da ultimo sventurate, resistettero a lungo non inugualmente contro
quelle forze alle quali a gran pena si tenne pari l'agguerrita e animosa
e meritamente celebrata potenza di Francia; pensare che, se il giogo
della tirannide è grave, il peso del benefizio non è leggiero se non a
chi sappia farsene degno; pensare che la vittoria dovuta in parte ad
altrui, bisogna tosto o tardi scontarla; che se gli uomini privati
possono gratuitamente largire oro e sangue, i governanti de' popoli di
rado lo possono, lo vogliono ancor più di rado; e che il reiterare di
tali largizioni, nessuno può richiederlo come debito, e potend'anco, non
lo deve, se cura la propria dignità. Bologna che gode dei dittatori
Cipriani, Farini, Bon-Compagni, non può non rammentare il sangue, gli
insulti della sorella Perugia; e più alto che i cantici di Lombardia
liberata, s'innalza il gemito dei Veneti angariati, incarcerati,
percossi, delusi delle promesse solenni. Ai Veneti non è promessa
consolatrice il figurarsi dominati da Austria immedesimata all'Italia;
il figurarsi l'Italia trasformata in un corpo di nuova fattura, corpo di
cui il papa capo, e Francesco di Vienna e Francesco di Napoli membra, e
duchi e arciduchi incerti, o altri incogniti e nascituri come principi,
membra. Il fatto si è che, con tutti questi trionfi, Austriaci a diecine
ed a cinquantine di migliaia stanno accampati in Italia, e Svizzeri
assoldati versano o s'apparecchiano di versare sangue italiano, e
Italiani stanno per essere sguinzagliati contro i loro fratelli; e per
schermo da Austriaci e da Svizzeri e da Italiani ci restano Francesi in
Lombardia, in Roma Francesi.
Se a Roma fossero spediti col medesimo intento che in Lombardia; se
quelli di Lombardia devano da ultimo riuscire al medesimo intento che
quelli di Roma, o se viceversa; il giudicarlo o il domandarlo non spetta
a chi ignora assai cose, e quest'una ben sa, che tutto sapere non si può
nè si deve. Ma d'altra parte non si può non sapere che oltre agli
intenti palesi de' grandi fatti politici, sempre ce n'è di segreti; e
che, per esempio, la pace di Villafranca non poteva essere ad uomo così
cauto insieme e così risoluto com'è chi governa nazione tanto coraggiosa
quant'è la francese, non poteva essere consigliata dal solo timore delle
armi di Prussia. Inutili oramai sopra ciò le querele, ma peggio che
inutili le parole provocatrici a cui tanti si lasciarono e lasciano
andare pubblicamente. Se i popoli ignorando il segreto e di quella pace
e di quella guerra, non si potettero dar per intesi di certe cose, e
senza avvedersene offesero; se continuando per la medesima via, senza
malizia nessuna seguitano tutti i giorni a fare il contrario di quello
che altri vorrebbe; è da sperare non ne portino la pena, come semplici e
innocenti che sono: ma non sarebbe punto innocenza il voler tutte
interpretare a proprio comodo e piacere le parole che i potenti
pronunziano, e in quelle stesse che per le necessità politiche quali le
fa la miseria dei tempi suonano ambigue, voler leggere ogni cosa chiaro
e determinato in proprio servigio; e per contrario, alle parole che
chiarissimamente suonano sfavorevoli, non dare retta. Fu già
schiettamente significato all'Italia che la Francia aveva compita la
parte sua: e questo si chiama parlare netto; e non intendo perchè non
s'abbia ad intendere. E quand'anco non fosse profferita cotesta parola
che non è punto minaccia ma consiglio più provvido d'ogni promessa; chi
guarentisce a noi che la vita e la sanità e l'agio di difendere
gl'Italiani basti al potente alleato per tanto tempo quanto a essi fa di
bisogno? E se la morte, se una infermità, se una guerra diversa ci
lasciasse esposti agli assalti e alle insidie degli esterni e degli
interni amici e nemici?
La più feconda promessa uscita dalla bocca imperiale è nella parola:
_Armatevi, Italiani_. Nè per la pace fu quella parola disdetta; ma anzi
confermata e illustrata. E chi disse: _La mia parte è compita_, intese:
_Ora a voi_. Bisognava dunque, dopo il dì 12 di luglio, ben più
sollecitamente che prima, non dico provocare la guerra, ma dico
agguerrirsi; porre la propria salute nel non sperare da altri salute;
far ragione d'essere al mondo soli, circondati da pericoli minacciosi.
Non era ormai l'Italia che, rigettando i soccorsi, dicesse: _Farò da
me_; era l'Europa che parte per aspettazione di benevolenza, parte per
stanchezza o dispetto, comandava all'Italia: _Farai da te_. Bisognava
non svogliare o rimandare scontenti i poveri Volontari, ma sempre più
stringerli, disciplinarli, incuorarli, ordinare una leva che facesse
montare l'esercito a numero tale da far fronte alla forza nemica. E
potevasi; e della inesperienza avrebbe tenuto luogo l'ardente volontà,
la coscienza del diritto, il pensiero del combattere sul proprio
terreno; e il numero, non foss'altro, degli armati, avrebbe raffidati
gli amici, inanimiti i dubitanti, sgomentati gli avversi, spronati
insieme e rattenuti i consigli dei potentati europei, spronatili a
rompere gl'indugi insidiosi, rattenutili da sentenze sprezzanti e
spietate. Bisognava mettere a profitto il primo impeto dei popoli
liberati per ottenere e dai benestanti e dai poveri stessi (la cui
cordialità colla moltitudine delle piccole offerte accumulate supera i
donativi della più sfoggiata opulenza) ottenere que' sussidi, che
avrebbe del resto estorti per sè lo straniero se dimorasse più a lungo.
Bisognava, coll'autorità dei signori amati e dei preti degni, eccitare
nei campagnuoli l'affetto di patria, il quale nessuno mai curò svolgere
in essi neanco in quel grado che pur si poteva, neanco stringendo tra
loro e i cittadini que' vincoli non dico di fratellanza ma di clientela,
pe' quali erano forti le antiche società, e grandi imprese potettersi
dalle nazioni compire. La nazione bisognava rigenerare negli esercizi
militari, non contentarsi che qualche migliaio di guardie civiche in
qualche città si mostrasse con sufficiente destrezza e con lodevole
puntualità alle rassegne o a cerimonie di quasi scenica pompa:
incominciare con la vita del campo, con gite via via sempre più
faticose, con esercizi sempre più violenti, a indurarli al disagio, che
a sostenere perseverantemente è più duro del pericolo, e fin del
tormento, al disagio la cui dissuetudine rende i popoli imbelli.
L'apparecchiarsi daddovero alla guerra avrebbe vinta, prima che
sopraggiungesse, la guerra. L'usarvisi tuttavia (giacchè il tempo
opportuno non è tutto ancora passato) renderebbe gl'Italiani degni di
rispetto e agli stranieri e a quei, qualunque si siano, principi che
verranno. Perchè quand'anco l'esito delle cose oltrepassasse la più
lusinghiera speranza, quand'anco senza travaglio ottenessimo a un tratto
quiete libera e dignitosa; e all'Italia toccasse una sorte non mai
toccata a gente o ad uomo nessuno, dico di fruir con onore beni largiti
dall'altrui generosità, non conquistati con opera corrispondente al loro
valore; quand'anco ciò fosse, la conservazione di questi richiederebbe a
ogni modo il lavoro che per il loro conseguimento si fosse risparmiato.
Non basta mutare governo, bisogna mutare vita. E se le leggi sorreggono
la libertà, non la fondano che i costumi.
Libertà non si crea per decreti. Possono i parlamenti col coraggio
iniziarla, con la concordia sostenerla, con la proposta di buone
istituzioni avviarla: ma sue nutrici e tutrici sono la fede, le virtù
domestiche, e l'armi. Non parlo de' vanti matti nè delle feste puerili;
de' _Te Deum_ tra due pranzi, de' mortori alternati co' balli; agonia
della patria, morte de' vili. Ma dico che, salvo i non mai abbastanza
lodati, i quali affrontarono i pericoli del campo, le angustie della
carcere o dell'esilio, il maggior numero di questi undici milioni
d'anime hanno ricevuto la novella condizione di cose senza sagrifizi,
senza ansietà, senza quasi pensiero del buio e minacciante avvenire. E
la storia e l'esperienza ci provano come alle inerti speranze consegua
disperazione inerte, non consolata da memorie, non compianta. Questo
spiraglio concesso all'Italia di libera vita doveva essere così fitto di
nobili esempi, che qualunque si fossero i governanti venturi, dovessero
averne o modello o rimprovero, e l'Europa apprendesse da' fatti quello
che noi possiamo e sappiamo. La maraviglia che da più parti dimostrasi
per l'ordine conservato in mezzo a quello che da taluno chiamasi
disordine quand'è in nome dei molti, ma stimasi giustizia quand'è a
vendetta di pochi; cotesta maraviglia piuttosto che ammirazione
rispettosa o amorevole, è in altri sorpresa di fatto che non si
aspettava da gente a cui non si aveva nè fede nè stima, in altri
sorpresa stizzosa, perchè del disordine che disonorasse l'Italia
tramavano far loro pro; e si confidano che prolungando la prova, le
speranze irritate e deluse, il dispetto che prorompe dall'animo de'
deboli ad arte stancati, conduca le cose là dove costoro fin dal
principio intendevano d'avviarle. Non però ogni parola che si fa
sentire, è di maraviglia e di lode. Quegli nel quale i più speravano
maggiormente, e che più si dimostrava benevolo, non risparmia
riprensioni severe e di detti e di fatti; ma a chi sappia intenderle,
salutari. E basta rammentare la recente lettera di lord Ellenbouroug per
sentire come possa la lode sincera esser mista a rimproveri amari, e il
dono a raffacci che farebbero seccare gli allori della vittoria più
rigogliosi. Sarebbero ben semplici gl'Italiani se si fidassero ai
cospiranti affetti di tutti i potentati di Europa per loro; quando
cotesta cospirazione stessa è prova dell'essere que' potentati divisi da
interessi contrari e da reciproche gelosie.
Non lo possono oramai gl'Italiani dissimulare a se stessi. Il cammino
che han preso è onorato ma arduo: non che giunti alla meta, e' sono
appena alle mosse. Amici e nemici stanno a guardarli se sappiano
prendere la signoria del proprio destino. Da questo punto dipende il
destino di secoli forse. Nessuno farà l'Italia s'ella non si rifà da se
stessa; e primo segno del suo rifarsi sarà il ridivenire valida a
difendersi con le armi proprie da tutti, sola e sempre. Il tempo di
questi lunghi mesi perduto, riguadagnarlo bisogna: costituire un
esercito; raccogliere, non da prestiti che rovinano l'avvenire e fanno
la nazione dipendente dai suoi stessi nemici, ma da offerte comuni,
regolarmente raccolte a tempi fissi, il danaro occorrente. La nazione
che ha già saputo sagrificare le proprie affezioni municipali al
principio d'unità, s'è mostrata degna di sagrificare alle necessità
dell'onore e della vita una parte della propria ricchezza, che le
sarebbe poi restituita ad usura. Sta in lei il farsi l'ammirazione
davvero, o lo zimbello, dei popoli.
Queste parole ho dettate non senza pena, e dopo lungo esitare; ma,
sollecitato da chi ama d'ardente amore l'Italia, rimproverato del mio
silenzio come di colpevole noncuranza, scorgendo imminenti i pericoli,
e i disinganni sempre più acerbi, parlo, per invitare, per supplicare
che vengano efficacemente al soccorso coloro ne' quali è il valore della
parola, del senno, della volontà; coloro che hanno il vantaggio del
favore pubblico, l'autorità del consiglio, la potestà del comando.