Se i fatti storici, per disgregati che paiano, non possono in tutto
tenersi divisi così che non abbiano tra sè relazione veruna; non si
deve però nè anco la loro apparente successione, o il materiale concorso
di certe circostanze, prendere come vincolo di causa ed effetto. La
critica storica in questo rispetto dev'essere governata dal criterio
morale; e specialmente ne' fatti recenti deve l'uomo tenersi in guardia
contro i pregiudizi delle passioni, e contro le sentenze de' politicanti
volgari, e anche contro le testimonianze di taluni fra gli uomini che
hanno presa qualche parte alle cose. Chi dicesse che alla alleanza di
Francia col Piemonte nel 59 la guerra di Crimea fosse necessario
apparecchio, si mostrerebbe nuovo delle cagioni che consigliano le
alleanze. Ma chi non volesse immaginare alcun negoziato, alcun patto
precedente alle cose seguite nel corrente anno, col fare un vuoto nella
serie de' tempi, non provvederebbe alla verità meglio di coloro che il
vuoto riempiono con negoziati e con patti da sè immaginati. Quest'è la
parte inscrutabile della storia: nè a dileguare tutte le finzioni
mitologiche le quali confondonsi all'esperienza degli uomini quotidiana
basterà, cred'io, la luce che suole in tali oscurità venire portando il
corso degli anni. Quel che fu detto e taciuto, inteso e sottinteso e
frainteso a Plombières; quello che fu poi sopraggiunto o detratto o
mutato espressamente o no dalle parti, a Parigi e a Torino, a Milano e a
Firenze, e altrove; per quali gradi si passasse dalle prime prudenti
promesse di pace scritte per rassicurare l'Europa, al proclama dato in
Milano, e dalle nozze di Clotilde di Savoia alla pace di Villafranca;
non lo sapranno ben dichiarare nè tutte insieme raccolte le lettere de'
giornali più minutamente informati, nè tutti i più autentici documenti
diplomatici che, a cose finite, usciranno alla luce; nè le memorie che
della vita propria potranno scrivere coloro stessi che parteciparono ai
patti, che fecero e che disfecero; nè le stesse loro narrazioni
privatissime confidate agli orecchi de' più intimi amici. Perchè
ciascheduno de' partecipanti non sa che una porzione de' fatti, quella
dov'egli operò di persona, o di cui fu testimone; ma quanto accadde in
sua assenza, quanto fu o espresso o lasciato intendere o disdetto o
impedito, insciente lui, tutto cotesto può essere che taluno de'
principalmente benemeriti lo ignori e lo giudichi malamente fors'anche
più dell'ultimo dei suoi segretari. Nelle stesse parole inenarrabili,
che posson essere corse tra due uomini soli, chi dice a noi che e l'uno
e l'altro le abbiano prese nel medesimo senso, e nel medesimo le abbiano
ritenute; e che i nuovi casi via via succedentisi non ne abbiano quasi
insensibilmente mutata nell'animo loro l'intelligenza con tanto più
risico di reciproci sbagli, quanto più i due uomini erano sinceramente
unanimi, ed espertamente avveduti, e cautamente animosi? Chi dice a noi
che in faccende tanto gravi, dalle quali pendeva il destino di milioni e
milioni d'uomini, e l'onore de' negoziatori (dico l'onore nel senso
comune della parola, e anco in quell'altro che concerne l'esito
fortunato), parlando ciascun di loro seco medesimo, si sia trovato dal
principio alla fine sempre costante a sè stesso; e che nella medesima
parlata che nell'intimo suo faceva in un punto medesimo, si sia bene
inteso, e francamente svelato a sè il suo volere? Disperati pertanto,
come noi siamo, di conoscere la verità segreta de' patti, attenghiamoci
a quel che d'essi apparisce manifesto in digrosso, e materialmente
palpabile; facciamo come gli anatomici che sotto il coltello scrutatore
ben sanno di non poter rincontrare la vita, ma, come possono, studiano
nondimeno la vita.
X.--_Apparecchi e auspizii della guerra_.
Se in troppe cose doveva il Piemonte pendere dal cenno del suo potente
alleato, e prenderne le parole e i silenzi per norma; in una cosa gli
era utile e bello imitarlo, nella parsimonia delle minacce e de' vanti,
sì perchè questa è indizio di forza e augurio fortunato, sì perchè non
paresse che il più debole fosse quasi condannato alle parti di
provocatore, e avesse sembianza di semplice strumento alle altrui
volontà. Rammentiamo con quanto riserbo e il Governo di Francia, e gli
stessi giornali francesi, parlassero dell'Austria innanzi la guerra; e
questo, se non ci spiega, c'insegnerà molte cose. Ma continui clamori,
non ismentiti, e non rattenuti come ognun sa che potevasi in questa
libertà della stampa, sfidavano il nemico, e lo annunziavano disfatto
già. Poniamo che esso non se ne lasciasse aizzare, che si tenesse armato
sull'orlo dell'opposta riva, aspettando a tutte le ore; e che d'altra
parte l'esercito di Francia si tenesse alle opposte falde dell'Alpi,
secondo la parola Imperiale la qual non prometteva soccorso se non
quando il Piemonte fosse dalle armi austriache occupato. Cotesto stato
d'inerzia violenta, di guerra senza guerra, di minaccia senza sfogo,
cotesto sfoggio rovinosissimo di potenza impotente, diventava ai freddi
e ai crudeli spettacolo di ludibrio; ma agli Italiani aspettanti tra
speranza convulsa e terrore dell'oppressore irritato, si faceva
incomportabile, inaudita agonia. Se l'Imperatore austriaco, quasi
impietosito, volle colla sua uscita imprevista e incredibile trarre
d'impaccio la parte avversa; non so chi ne possa andare superbo. So bene
che taluni invocavano le armi austriache di qua dal fiume acciocchè
tirassero le armi francesi di qua dal monte; ma io confesso che le
esperienze fatte sul corpo delle nazioni con tali calamite non mi paiono
un miracolo d'arte e di scienza. La tardità e inettitudine de'
condottieri nemici, le piogge del cielo e le acque della terra, la
provvida celerità del soccorso straniero, potettero attenuare i danni,
ma non impedire la troppo presentita possibilità che Torino per qualche
giorno vedesse nelle sue vie la bandiera gialla e nera; non impedire la
mal dimenticabile calamità, che provincie fiorenti fossero da
quell'aspetto contristate, insanguinate fuor di battaglia, insultate con
ladre angherie. Pagò caro; nè fu solo il braccio della Francia a
respingerlo di là da uno e da altro e da altro fiume, d'una in altra e
trincera e città; nè l'esercito Piemontese fu alla memorabile impresa un
inutile soprappiù. Combattettero allato ai soldati di Crimea e
d'Affrica, e noti inugualmente, soldati d'Italia; e tra questi, alla
pari coi meglio esercitati, i novelli; e ciascuna regione della Penisola
portò il suo tributo. Gran danno che, siccome i due Principi Capitani,
siccome le due nazioni sorelle, così non potessero sempre e in tutto
consentire intimamente i due eserciti ne' loro comandanti inferiori; e
ciò non per colpa d'alcuno in ispecie, ma perchè la novità del fatto, e
la diversità de' modi e de' temperamenti, più che quella degli umori e
degli animi, nocque un po'. Nè maraviglia se questo tra Piemontesi e
Francesi accadesse, quando taluni de' militi stessi d'altre parti
d'Italia ebbero a sentire alquanto fredde le accoglienze de' loro
fratelli, non si ricordando delle tante cause che per secoli li tennero
divisi da essi. Non è però meno da desiderare che questo non fosse; non
è men da dolersi che delle feste cordialmente clamorose fatte ai
Francesi venuti alla guerra nessuno evviva rimanesse per il ritorno di
loro vittoriosi, nessuna ghirlanda. Io so bene che la gratitudine era
ne' cuori, e che il dolore del disinganno è scusa più che sufficiente
negli occhi de' Francesi stessi; ma il meglio era governarsi per modo da
rendere o meno inuguale l'espressione della gratitudine, o piuttosto
impossibile il disinganno.
XI.--_Rotta e interruzione_.
Fatto è che l'Imperatore de' Francesi potè scrivere d'avere francato e
il Piemonte e la Lombardia; potè questa e quello chiamare debitori alla
Francia; potè quindi prescrivere al suo benefizio il limite della
propria volontà. Gli appassionati hanno un bel dire che la pace di
Villafranca è una ristampa del trattato di Campoformio con giunte e con
varianti: l'arbitro delle nostre sorti, o chi parla per lui, può
rispondere, che la guerra nel suo concetto non era che un episodio e
quasi una parentesi della pace; che l'altra guerra di Crimea è
similmente finita, lasciando le cose a mezzo, il vinto non più debole di
prima, l'alleato da soccorrere non punto più forte; che se là una
fortezza fu smantellata, e qui risparmiatene quattro, qui s'è in
compenso ricevuta con una mano, e donata con l'altra, una delle più
beate provincie del mondo; che la parola _rimettere_, comunque s'intenda
nel francese e nelle altre lingue d'Europa, non muta la natura de'
fatti; e che la storia dirà a chi quella provincia sia data, da chi
conquistata, e con quale frutto. Noi che non sappiamo nè gl'intendimenti
segreti di questa guerra, nè le promesse che a lei precedettero, e non
abbiamo altri documenti che le parole d'un proclama, e le promesse, non
sempre uguali e non tutte chiare, divulgate in nome del Piemonte, ma nè
dal suo Re nè dal suo Parlamento asserite; noi possiamo, se questo ci
giova, gridare barbaro col Metastasio il nostro destino; il meglio è
tacere, e apprendere come si vive. Chi invoca l'altrui soccorso, per
gaie che gli si facciano le condizioni, egli primo fa a se medesimo una
condizione dura, che la generosità altrui può fino a un certo segno
alleviare, mutare del tutto non può. Chi ha troppo sperato, ha già
tolto a sè stesso il diritto di muovere doglianza se le speranze sue
tutte non sono adempiute. Chi ha sperato in altrui, per forte che sia,
non è più in tempo a far prova di quel coraggio disperato che da ultimo
vince. Ricorrono adesso al Piemonte altri popoli speranti in lui, ma in
lui solo; e il Piemonte dalla sua stessa vittoria è messo in tale
stretta da non poter nè accettare di pieno arbitrio, nè rifiutare, nè
lasciare, nè prendere; apparisce avido insieme e timido, e non è nè
questo nè quello. E non per avidità nè per timidità, ma per altre
cagioni che sarebbe difficile dire chiaro, il suo potente alleato non
può permettergli ch'e' muova un passo senza prendere norma da quel che
conviene alla Francia. _Nec tecum possum vivere, nec sine te._
Senonchè legge provvida della natura si è, che in ciascun'anima umana, e
così in ciascuna società d'anime, sia una certa quantità, siccome d'ogni
altro bene, anco di buona fede. Felici gli uomini e i governi e i popoli
che sanno ben collocarla, e la spendono in cose e in persone oneste,
presso cui sole essa può rendere frutto. Ma la buona fede anco nelle
cose e nelle persone oneste ha i suoi limiti: e limite consiste nel
volere non tutto quel ch'è possibile, il che darebbe troppi diritti alle
speranze dei deboli, li renderebbe perpetui creditori e importuni
tiranni dei forti; ma volere l'utile, dico l'utile di coloro dai quali
aspettasi un qualche servigio. E quand'anco il servigio paia
espressamente promesso, bisogna por mente alle parole che esprimono la
promessa, e non dare a quelle un tropp'ampio significato. Io non dico
che le parole annunzianti l'_Italia libera fino all'Adriatico_
dovessersi intendere archeologicamente, cioè de' limiti fin dove il mare
arrivava in antico, che sarebbe la città d'Adria, e in tempi più remoti
ancora più su; ma dico che il nome di libertà si può intendere in molte
e diverse maniere, e che ai deboli non è lecito dargli l'interpretazione
più comoda a loro. Certo è che vedendo intatto dalla guerra l'Adriatico,
e del grande apparato marittimo non si fare dinnanzi a Venezia quell'uso
che gli Austriaci più d'ogni sforzo terrestre dovevano paventare;
raccogliendo le confessioni e le affermazioni non tanto private che non
diventassero pubbliche, le quali porgevano ai Veneti tutt'altro che
speranze; leggendo nella Gazzetta di Venezia il dì seguente alla
battaglia di Solferino un annunzio stampato già in altri giornali nel
quale vaticinavasi l'armistizio e le cose che poi sono fedelmente
seguite; e rammentando il celebre motto che l'_Impero è la pace_; se ne
viene a dedurre che la promessa dell'Italia libera è stata interpretata
in modo non conforme alla critica diplomatica, e che lo sbaglio è da
apporsi ai chiosatori imperiti. Il tutto si spiega supponendo che
l'Imperatore dei Francesi abbia con troppa buona fede sperato che
Austria e libertà italiana si possano conciliare. Non già ch'egli
potesse essere tanto credulo da sperare un Governo Italiano di libertà
civile entro a un Governo estero militare, nè le franchigie politiche
de' popoli consociate amicamente al franco esercizio d'una polizia non
assai popolare. Ma l'Imperatore si figurò che, siccom'egli in
Villafranca mutava disposizioni verso l'Austria vinta, o almeno
disperata di vittoria, così l'Austria muterebbe a un tratto disposizioni
verso i Veneti, se non liberati secondo il senso volgare della parola,
almeno raccomandati dal suo vincitore.
L'esempio de' Principati di lungo il Danubio gli era forse ragione a
fidarsi, dove l'Austria smesse da ultimo, tuttochè di mala voglia, le
sue renitenze men cristiane che turche; e dove con una specie di
scherzevole arguzia, vennesi a conseguire una specie d'unità. Vero è
che, pensando alla tanta mole di guerra, a tanta parte d'Europa
insorgente per la Turchia e per la civiltà contro Niccolò delle Russie
il qual diceva combattere per la croce; pensando al tanto sangue
versato, alle ruine fatte e alle eccitate speranze, i benefizi da
dedurne a Moldavia e a Valacchia potevansi aspettare maggiori: vero è
che l'unità della persona del Principe non è l'unità del principio nè
dello Stato; che all'occorrenza d'una novella elezione ritornano in
campo le dubbietà e le discordie; e che tocca ai Rumeni piuttosto
iniziare che compire l'impresa. Ma ad ogni modo la condizione di que'
Principati è meno incerta con accanto il Gran Turco, che non sia quella
del Veneto e dell'Italia con l'Austria soprale; e nel Veneto, quanto più
augusti erano anco diplomaticamente i diritti, tanto più minacciosi si
fanno, dopo la guerra liberatrice, i pericoli di servitù. Men difficile
imporre a Turchia leggi d'equità verso popoli mezzo francati, e per
buone ragioni sorretti dalla Russia vicina, che imporre all'Austria,
accovacciata in un nido d'Italia, patti di lega fraterna co' Principi
Italiani e co' popoli; trovar modo di conciliare i Principi tra loro e
co' popoli; sancire istituzioni tutte nuove, e donar loro in un dì la
fermezza d'inviolate consuetudini antiche. Questo credette l'Imperatore
de' Francesi fattibile nel suo buon volere, di cui diede saggi
guerreggiando, e nella sua grande potenza della quale è prova
arditissima la pace stessa.
XII.--_Congresso e guerra_.
Di qui non è da concludere che la pace sia per essere universale e
perpetua; giacchè se dall'un lato in Francia una parte degli armati
rimandasi, dall'altro apparecchiansi nuovi armamenti; e la nuova parola
inventata al nuovo bisogno, dico la demobilizzazione, va anch'essa
interpretata con le cautele debite; giacchè la diffidenza stessa
talvolta è una specie di credulità.
Altra specie di credulità, di semplicità, se posso così dire, doppia, è
il figurarsi di taluni, che un congresso europeo possa pacificamente
ordinare ogni cosa, e il figurarsi di tali altri che dalle pacifiche
dispute in congresso debba pullulare la guerra, e poi la libertà dalla
guerra. Certo è che o posino le armi o s'insanguinino, le sorti
dell'Italia infelice sono tali da non si poter decidere senza gli
arbitrii della forza straniera; e che le parole pacifiche, i consigli
amici, sono anch'essi nel caso nostro una maniera d'esercitare la
forza. L'Imperatore de' Francesi, provandosi di fondare una
Confederazione Italiana, assume non tanto il sospettato diritto quanto
il debito tedioso e rischioso di sempre intervenire nelle cose d'Italia
per sospingere questi, per rattenere quelli, per rammentare agli uni
ch'egli hanno troppa memoria o troppo ingegno, agli altri che poco. E,
non potend'egli, nè volendo, essere solo a compire gli uffizi di
pedagogo de' Principi e di arcipresidente della Lega; ne segue che tutti
i Gabinetti d'Europa troveranno la via d'immischiarsi nelle faccende
dell'Italia liberata, come parecchi s'immischiano nella creazione de'
Papi. Già fin dal 1847 fu detto, e dianzi da molte parti ripetuto, non
si poter ritoccare i trattati senza il consentimento di tutta l'Europa;
con che, senza forse avvedersene, vengono a riconfermare, come santi, i
diritti dell'alleanza del quindici, anzi a spacciarli per diritti
imprescrittibili e naturali. Consentimento di tutta Europa, qui suona un
foglio sottoscritto da cinque o sei Principi, dopo un più o men lungo e
amicabile disputare d'alcuni pochi inviati di Principi, dopo un
negoziare della cui generosità non si disputa; senza che in questa
Europa scrivente abbiano parte i parecchi milioni dell'Europa pensante e
paziente, senza che questi sappiano delle ragioni espresse disputando,
nè delle omesse, nè delle sottintese (e son quelle che tagliano il
nodo); non sappiano nè anco del destino che loro si viene facendo, se
non a cosa fatta. Questo significa il consentimento d'Europa. Entrano
nel congresso certamente per intercedere a favore de' deboli, ma non
però con sì rovinosa magnanimità che i forti abbiansi a ridurre nella
condizione di deboli; giacchè allora farebbero di bisogno nuovi
congressi per favorire coteste nuovamente create debolezze, sempre
rispettabili, perchè debolezze, fosser anco di Principi.
XIII.--_Inghilterra_.
Io non dubito punto di quelle che, nel linguaggio della diplomazia e
degli affetti teneri, chiamansi _simpatie_ del mondo incivilito a pro
dell'Italia; e non oserei da questo mondo escludere l'Inghilterra,
ancorchè nel 1848 ella non ci abbia altro mandato che Lord Minto per
saggio delle sue simpatie. Ma stimerei irriverenza all'amor patrio degli
Inglesi il pensare che nel presente zelo che mostrano in pro dell'Italia
sia in tutto dimenticata la cura degli utili loro; e che ad essi non
paia bello il poter gareggiare d'italianità coll'Imperator de' Francesi,
e fare le viste di voler superarlo. In troppe altre cose, e più
arrischiate di questa, si viene manifestando la gara. E io confesso che,
avendo l'Imperatore infino al giugno del corrente anno assai più
avventurato per l'Italia che non abbia Inghilterra, non posso vedere
senza rammarico e senza umiliazione, ch'altri intenda attribuire a sè
quasi postume benemerenze, e paia aver compassione di noi per fare
dispetto a chi dimostrò averla prima. Io non posso dimenticare le parole
dal Visconte di Palmerston scritte al Principe di Metternich, _suo
naturale alleato_, titolo oramai storico, come quello per cui tutti i
Principi sono cugini: «Accordandomi ai sentimenti legittimi del diritto
di possessione, per il quale il Governo austriaco manifesta la sua
risoluzione di difendere i possessi imperiali in Italia, il Governo
Britannico spera che nessun caso prossimo si presenti di mandare questa
risoluzione ad effetto.» Giova sperare che il signor Visconte, mutate le
insegne, e trasportato dall'Austria all'Italia il suo affetto, vorrà
beneficarci con altro che con la speranza che l'Austria non voglia
mandare contro di noi le sue risoluzioni ad effetto.
XIV.--_Russia_.
L'Italia che dianzi aveva tutti contro di sè, oggidì pare che abbia
tutti per sè cospiranti; nemici tra loro, o sospettati di poter domani
diventare nemici, in ciò solo unanimi stupendamente: Prussia e Francia,
Inghilterra e Russia. Anche Russia chiede un congresso; altri dice per
la Turchia, cioè per la cristianità, che le preme: ma l'una cosa non
esclude l'altra, essendo parte di cristianità anco l'Italia, a un
dipresso. Certo è che la guerra di Crimea, anzichè respingere Russia
verso Asia, la attrasse nel bel mezzo d'Europa; ebbe anche Russia la sua
Villafranca. Storico, ma sul serio, anzi sunto di storia molta, è il
motto: _Russia non s'imbroncia, ma si raccoglie_. Si raccoglie per
isvolgersi, come chi si fa indietro per prendere con più empito la
rincorsa. Russia, al modo di tutti coloro che si destinano, e son
destinati a vantaggi sicuri e ultimi, sa aspettare. E siccome i governi
liberi per loro fini si collegano co' governi assoluti; e umani in casa
verso una parte della propria famiglia, verso un'altra e di fuori son
altro; così per contrario i governi assoluti non solo si associano ai
liberi, ma si fanno promotori di libertà, di rivoluzioni, di congiure,
intendendo alla loro maniera il proverbio, che da un disordine nasce un
ordine. Non dico che debbasi da noi perciò diffidare o della Russia o
d'altri che sia, perchè nella diffidenza stessa, ripeto, può essere
credulità: dico che conviene saper discernere le ragioni vere e della
nostra fiducia e dell'altrui benefizio.
XV.--_Germania--Confederazione_.
Non bisogna attribuire agli uomini (uomini sono anco i Principi, persone
umane anco i governi) intenzioni sovranamente generose, o gratuitamente
crudeli; nè troppo grossi pensamenti, nè troppo acuti. In questo
rispetto Napoleone III fu da' suoi ammiratori calunniato, troppo più che
se fossero suoi nemici. Per torcere le parole di lui a servigio delle
proprie speranze, affermavano che quanto egli dice, è il contrario di
quello che sente; dal che per vero le promesse all'Italia
acquisterebbero senso troppo sinistro. Altri pensò che la pace di
Villafranca non fosse che un artifizio per lasciare l'Austria impacciata
nel Veneto, quasi un laccio di morte: altri per contrario pensò che
l'accostarsi all'Austria era un'alzata d'ingegno per dividerla da
Inghilterra, così come l'accostarsi a Russia era stato un voler mettere
l'Inghilterra in pensiero. Altri ordiva una trama di ragionamento più
fina; e diceva così: Francia non può permettere che Germania sia una,
che diventi nazione davvero. Finchè Polonia viveva, vigile e minacciosa
tra Germania e Russia, con la lancia sempre in resta contro la schiatta
Germanica, la più invaditrice che sia sulla terra; l'Europa poteva
affidarsi: ma, dopo la grande iniquità del secol passato, si è fatta
trista missione alla Francia impedire che Prussia appropri a sè tutte le
forze Alemanne. Or cotesto era da temere pocanzi; non gli eserciti del
Reno accennanti alla Francia, ma l'autorità morale cresciuta alla
Prussia dall'annichilarsi dell'Austria. Depressa questa con l'una mano,
con l'altra conveniva rilevarla da terra; e il rilevarla era un'altra
depressione. Il distruggere è un modo di creare; ma si può, anche
creando, distruggere. Questo gioco l'ha fatto la pace. Non so se la
Francia possa andar lieta di cotesto uffizio di reagente chimico di
revellente medico, se a Napoleone III possa piacere pur l'apparenza di
dissolvente e di pittima. Ma direi che chiunque troppo sperasse o troppo
temesse dalla dissoluzione delle alleanze vecchie e dal congegno di
nuove, risica di sbagliare; perchè e le nuove possono disfarsi, e le
vecchie rifarsi, siccome vedemmo e vediamo. E c'è una perpetua naturale
alleanza, in certe cose, di certa gente con certa altra gente. E per me
credo, che senza voler nè difendere nè offendere l'Imperatore di Francia
o quel d'Austria, altri potrebbe credere che nel loro colloquio e' si
siano dette ragioni a vicenda persuasive, e che l'uno abbia fatta la
parte dell'altro con rara, e forse unica, sincerità.
Guardiamoci dagli eccessi. Perchè la Confederazione Italiana fu adoprata
a palliare una pace non accetta, e a scusarla forse nella coscienza di
chi cercava conforti a sè stesso più che ad altrui, per questo taluni
parvero rigettare tutta sorte confederazioni, e si rifecero con
rettorica incauta dal numerare gl'inconvenienti delle confederazioni che
vivono, senza badare ai vantaggi. Laddove non si può di punto in bianco
cogliere la perfetta unità; laddove questa è da coloro stessi che si
dicono amici o sospettata o impedita; la Confederazione, quando non sia
ludibrio o laccio, giova a prepararla e a promuoverla. Laddove poi
siffatto vincolo è stretto dalle consuetudini e dalla ragione delle cose
(della quale la stessa utilità può essere prova, tuttochè non ne possa
tenere le veci), gli è cosa desiderabile senza dubbio. E affermo non
solamente che la Confederazione Americana e quella di Svizzera, ma fin
la Germanica ha per la Germania i suoi vantaggi; e che le discordie e i
pericoli degli Stati Germanici non da questa causa provengono, ma da ben
più profonde. Per la Confederazione, ancorchè svogliata e imperfetta, e
mal tollerata da lei stessa, Germania si sente a qualche modo nazione, e
ne prende le sembianze, il che è pure qualcosa; e ritrova occasioni
frequenti d'aspirare a unità, e di farla all'Europa temere. Questo nome
insomma è di per sè stesso una forza; e chi proponesse ai Tedeschi di
sciogliere ogni Dieta, ogni simulacro e cerimonia di deliberazioni
comuni, di affidare a uno Stato la cura di rappresentare tutta quanta la
schiatta e di renderla daddovero una, non ne avrebbe risposta del sì, se
non dallo Stato prescelto: e, messo al punto, anche questo esiterebbe,
come abbiam visto fare nel quarantotto la Prussia. Esiterebbe non tanto
per dappocaggine o per riguardi di verecondia e di generosità, quanto
perchè sentirebbe sorgere dalla natura stessa delle cose difficoltà
all'impresa non dissimili da minaccia. Certamente è ridicolo, in
orribile maniera ridicolo, che la Confederazione Germanica pianti i suoi
piuoli co' suoi cartelloni sull'estremo limite del Trentino, e distenda
sè stessa fin là; e chi dice a noi che la nuova Confederazione Italiana
per giuochi della sorte non impossibili non faccia sì che quei medesimi
piuoli con quei medesimi cartelloni vengano trapiantati sulle rive del
Mincio? Ma da coteste lepidezze germaniche non segue che quella loro
Confederazione sia per ora così cosa da nulla come taluni la vogliono.
Taluno de' quali, sbertando quella, confondeva ne' dispregi un degli
Stati Tedeschi serbato forse a sorte maggiore che non le sia dato fin
qui, la Baviera. Se si volesse per l'appunto misurare il valore
intrinseco delle sovranità, io non so quanti sovrani davvero potrebbero
contarsi in Europa; ma so che la vera potenza nè degli Stati nè delle
nazioni, la vera loro efficacia sull'avvenire, la storia non le suol
misurare nè dalla mole, nè dal rumore che fecero. La Baviera anco fino
al dì d'oggi, come contrappeso, fu qualche cosa al disopra del nulla:
ma potrebb'essere che diventasse un de' centri. E Napoleone I,
coll'istinto de' grandi ingegni e degli uomini fatali, pare che lo
presentisse; e accennò di volerlo operare: senonchè i lampi dell'alta
mente erano brevi a illuminare le tenebre del suo cuore e la tempesta
de' tempi. Ma può essere che, senza deliberata cospirazione di Principi
o rivoluzione di popoli, Austria venga via via perdendo, e dall'un lato
ceda del terreno alla Slavia rioccupante quel ch'è debito alla sua
schiatta, dall'altro alla Baviera meno sfruttata e meno odiata, che
rappresenti la Germania cattolica, e, rattenendo, educhi a istituzioni
più equabilmente liberali la Prussia. Questo, insinattanto che la
diversità delle confessioni, come nebbia importuna, al lume della virtù
si dilegui.
XVI.--_Roma_.
Se a questa grande unità Roma inalzasse il pensiero, ne avrebbe concetti
e più italiani e più cristiani; e non solo al decoro della sede, ma alla
sua stessa dignità temporale provvederebbe. I protettori della sua così
detta indipendenza dovrebbero farle paura, quand'ella rammenti che anco
la Russia accennò di voler essere vindice dei diritti del Pontefice Re;
che il visconte di Palmerston scrisse nel quaransette: «L'integrità
degli Stati Romani devesi riguardare come l'essenziale elemento della
politica indipendenza della Penisola Italica.» Ecco come l'ingegnoso
protestante concilii l'indipendenza della Chiesa Cattolica
coll'indipendenza della nazione italiana, per mezzo del Regno Papale,
conservato nella sua presente larghezza. Se poi Roma possa vantarsi e
godere di tal protettrice quale è l'Austria, contro cui protestò, come
contro usurpatrice, per bocca e di Pio VII e di Pio IX (e Pio VII faceva
profetica confutazione de' sofismi odierni, ripetendo in senso contrario
la parola stessa, e affermando le guarnigioni di Ferrara e Comacchio
contrarie all'indipendenza assoluta della Santa Sede, nel suo
principio), l'Austria che le tramava in casa cospirazioni, di quelle che
essa oltre Po punisce col laccio e col piombo, altri giudichi. Certo il
dover dipendere dalla difesa armata di protettori, per generosi e devoti
che siano, è una indipendenza di nuova maniera. E i più generosi e i più
devoti, dacchè si trovano coll'armi in mano ne' dominii del Pontefice
indipendente, non possono non parere e ad altri e a lui stesso, tosto o
tardi, sospetti di irriverenza. Guelfi o Ghibellini, protettori o
nemici, quando sono negli Stati del Papa, tutti è forza che siano o
paiano Ghibellini e nemici. Il cardinale Bernetti, quasi trent'anni
sono, scriveva che al Santo Padre i suoi figliuoli, come sudditi, _non
ubbidiscono che di nome_; nè credo che il cardinale Antonelli li abbia
col suo senno civile o con le sue virtù religiose fatti diventare più
docili. Or io non so come il non volere i popoli dipendere dal Principe
possa fare che il Pontefice non dipenda da Principi, nè da popoli. Dovrà
per lo meno dipendere dagli Svizzeri, da questi giannizzeri della
Cristianità, i quali fin Napoli sente di non poter sopportare. E
bisognerebbe poter interrogare la coscienza del cardinale Antonelli
perchè ci dica se la indipendenza che viene a lui dalle milizie di
Francia accampate in Roma, gli paia così comoda cosa com'egli pare
profondo politico al Gabinetto di Francia. Lo schermirsi ch'egli fa
dalla Confederazione minacciata sarà forse prova di raro accorgimento,
ma non è certamente di sacerdotale franchezza. E io credo insomma
ch'egli sia per l'appunto così contento della Francia, come la Francia è
di lui.
Quando Napoleone III calando in Italia prometteva serbare intatti al
Pontefice i suoi dominii terreni, nel Piemonte alleato fu fatto sopra
cotesta questione a un tratto silenzio, intimato, dicesi, dall'autorità,
o, se piace meglio, consigliato. La subitana prudenza che teneva dietro
alla licenza loquace, la qual troppo spesso confondeva e gli scandali
della Corte e l'autorità della Sede, non parve a me, credente,
generosità tanto imitabile, quant'era prova di maravigliosa prudenza e
docilità. E scrissi poche pagine, non per trattare a fondo la questione
già esaminata abbastanza, ma per rammentare riverentemente il diritto
de' popoli, il dovere de' preti. Giovava che la discussione non fosse
intermessa, anzi ripresa più pacatamente che mai, a fine di preparare,
nella coscienza pubblica, all'Imperatore stesso gli spedienti di
sciogliere il nodo, quando il suo momento venisse. Ma questo momento non
poteva essere, pendente la guerra: conveniva dunque intanto ragionare, e
aspettare la stagione de' fatti. Altri volle parere più zelante
dell'uomo la cui opera era stata, siccome necessaria, instantemente
invocata. Chi non seppe incominciare senza di lui, presunse finire senza
di lui; e apparentemente almeno, a dispetto di lui, non curando se ne
venissero smentite le sue parole, rotti i suoi segreti disegni. O
cotesti disegni erano ignoti, e conveniva usare precauzione grande
acciocchè l'inscienza e l'imperizia non paresse petulanza e ostilità; o
erano noti, e il pure precipitarne di proprio arbitrio il compimento era
per lo meno irriverenza pericolosa, o risicava di parere, che è il
medesimo, e forse peggio. Non giova mai voler apparire più forte o più
avveduto o più sollecito dei solleciti, degli avveduti, de' forti.
Ma la questione in parole, e pubbliche e schiette, ripeto, potevasi
intanto trattare, e dovevasi, anco per manifestare a Napoleone III i
_voti legittimi_ della nazione; al che egli disse di badare, e anche non
volendo ci bada. Speravo che il mio scrittarello potesse essere inteso
da tutti, come fu da moltissimi, per il suo verso: ma parve a taluno
che, laddove io proposi lasciassersi i sudditi del Papa assaggiare altro
governo, e poi, se loro meglio piacesse, ritornassero agli Svizzeri e al
Papa, io proponessi sul serio un nuovo regno del Cardinale Antonelli.
Che rispondere a interpretazioni tali? Che siamo in Italia; e che il fio
della servitù lunghissima, e della poca intelligenza de' fatti e del
linguaggio civile, bisogna pagarlo, e caro. Ora però dico sul serio che,
se gl'Italiani non fanno senno, anco liberati dai Papi, quel ch'io davo
come sfida dell'impossibile, diventerà inevitabile, e il Cardinale
Antonelli sarà di bel nuovo Re. Altri si dolse ch'io, desiderando
sottratto alla dominazione de' preti tutto il rimanente Stato, lasciassi
la città di Roma per sede al Pontefice; come se io ve lo volessi Re in
compagnia degli Svizzeri; come se il municipio di Roma amministrante sè
stesso non potess'essere degnamente all'intera nazione congiunto; come
se l'antica potestà temporale de' Papi non lasciasse ai municipii
maggiore libertà che ora non ne lascino certi statuti; come se quelle
liberali conciliazioni del diritto civile col canonico, le quali il Papa
ha permesse in tanti Stati cattolici, non si potessero, anzi dovessero
ammettere in Roma per evitare contraddizioni mostruose. A taluno pareva
crudeltà di niegare all'alma Roma quello che concedevasi a Forlimpopoli:
e appunto in quel mentre che la doglianza pia usciva, entravano in
Perugia gli Svizzeri a insegnare l'intervallo che corre dai desiderii
alla possibilità. Ma quand'anco da Roma e da Italia togliessesi insieme
con la Corte la Sede; quand'anco la nazione volessesi diredare di quella
morale potenza, maggiore di ogni impero, la qual verrebbe dall'autorità
spirituale d'un uomo sopra milioni d'uomini sparsi per tutto il mondo
civile, autorità ringrandita dallo sparir del diadema sopra la mitra;
quand'anco giovasse alla libertà Italiana e alla civiltà che il primo
prete o diventi suddito d'un Re straniero, o che un Re o una Repubblica
lo ricetti e gli dia un paese devoto al suo speciale governo, a
condizioni che potrebbersi fare gravi a lui a noi, forse a tutti;
quand'anco ciò fosse, nessun uomo che abbia memoria del passato e
discernimento del presente e presentimento dell'avvenire, oserebbe voler
collocato il centro della nazione novella in quella città che nè per
vantaggi militari nè per progressi civili e scientifici può dirsi
centro, in quella città che non solo all'Europa tutta ma alla misera
Italia stessa col suo nome risveglia tante rimembranze o di dolore o di
rancore, di troppo recente umiliazione e di troppo antica grandezza.
Ma queste sono anticaglie, che forse di qui a qualche secolo, come segue
di tutte le anticaglie, ritorneranno novità: per ora il fermarvisi con
la speranza o col timore sarebbe un far ridere i nostri nemici, un far
sospirare o anche arrabbiare gli amici. Adesso abbiamo dall'un lato
l'Impero Romano oltre l'Alpi (_Rome n'est plus dans Rome_), dall'altro,
il cugino del Re di Roma, che combattè nel trentuno non contro il
Pontefice ma contro gl'innumerabili regnatori di Roma al minuto, che da
dieci anni difende non il regno ma la persona del Pontefice con soldati
che non sono de' figli di Romolo; e insieme permette che una parte de'
sudditi del Sacerdote Romano esprimano in parole e in fatti i loro voti
legittimi non contro la persona del Sacerdote, ma contro que' regnatori
al minuto. In queste che paiono contraddizioni, egli sentirà certamente
una segreta convenienza che molti non sentono; ma io confesso di credere
non impossibile che sia sinceramente sentita in qualche maniera.
XVII.--_L'Alleato_.
E confesso altresì che, se le speranze in lui poste, se gl'impegni
espressi o taciti con lui presi mi paiono cosa rischiosa e ad altri e a
lui stesso; la dimenticanza di quegli impegni o la disperazione
improvvisa mi pare assai più rischiosa. Confesso che alla sua entrata in
Torino, dopo i memorabili cimenti suoi e del suo esercito, dopo la
Lombardia, o parte almeno della Lombardia, liberata, nonostante la pace
di Villafranca, avrei voluto men fredda accoglienza, acciocchè fin
l'ombra della ingratitudine fosse dagli avvantaggiati e dai deboli
allontanata, acciocchè il giusto dolore de' fratelli rimasti sotto il
giogo e in agonia non fosse potuto imputare a sentimenti di presuntuoso
dispetto, acciocchè l'angoscia appunto de' fratelli non fosse aggravata
dalla tema che il potente irritato li abbandoni per sempre alla loro
misera sorte. Io so bene che non si fa forza agli affetti, che non è
degno simulare la gioia, e ridurre a cosa teatrale i trionfi: ma se
quello era pretto e profondo dolore del benefizio non compiuto, pare a
me che dovesse durare un po' più, e con più efficaci segni, e non in
quell'incontro, essere significato. Il pensiero di quella giornata mi
sta sempre dinanzi; e mi umilia non solo per il vincitore salutato così,
ma e per la nazione che dalla sua improvvida credulità è tratta a
convertire in amaro la gioia delle stesse vittorie, e si espone a
esacerbare l'animo di colui che dianzi com'unica sua salute invocava.
Lasciando stare gli affetti, che in politica voglionsi cosa
spropositata, pare a me che se credevasi pur possibile che nell'animo
dell'uomo una buona disposizione verso le cose d'Italia o rimanesse o si
rinnovasse, cotesta possibilità di per sè sola era ragione a mostrargli
riconoscenza; e caso che ciò non si credesse possibile, le accoglienze
severe diventavano provocazione mal cauta, o per lo meno significazione
inutile ed impotente. Posto che il tremendo alleato più non volesse
giovare punto, non poteva egli nuocere più? Era forse amor patrio il
fornire pretesti a que' consiglieri pur troppi che gli stanno d'intorno,
che gli dissuadevano questa guerra, e che adesso di tale ricambio degli
Italiani si farebbero un'arme contr'essi? Possibile che e nello sperare
e nel disperare l'Italia abbia a dimostrarsi così nemica di sè?
Intenderebb'ella a così caro costo e in così nuova maniera smentire
l'antica calunnia appostale di Machiavelliche duplicità?
XVIII.--_Il non fatto, e il da farsi_.
Senonchè gli uomini previdenti che ha la nazione, anzi la miglior parte
della nazione, pare che meglio intendano, e cerchino di farsi intendere
meglio. E' s'accorgono che la pace di Villafranca ha sospeso assai cose,
non ne ha conchiusa nessuna; che Napoleone stesso manifestamente
dimostra la sua intenzione d'aver voluto lasciare adito non solo ai voti
legittimi ma ai legittimi fatti. Nè egli può intendere la legittimità
nel vieto senso de' regnanti di razza, restringendola ai diritti d'una
famiglia, e cotesti diritti facendo salire e scendere per gli organi
della generazione principesca; nè i voti de' quali egli scrisse, hanno a
essere vuoti d'effetto, e desiderii di debolezza più che suffragii
d'autorità. L'autorità propria egli deve all'autorità di que' voti, la
dice dovuta; e in questo e in altre cose parecchie giova pigliarlo in
parola. Pigliarlo in parola, non come a un lacciuolo, ma perch'egli
desidera esserci preso; vuol essere inteso: e guai a coloro che non
sanno punto intendere chi non vuol dire tutto! L'arte del sottintendere
è la misura della civiltà, della quale l'Italia si tiene maestra. Non è
nè svantaggio dei tempi, nè colpa di Napoleone III, se i popoli sono da
esso invitati a manifestare le proprie volontà: ma chi si appagasse di
manifestarle in sole parole, lasciando che Napoleone III faccia,
frantenderebbe lui; il quale non potendo e non dovendo fare ogni cosa, e
non volendo e non sapendo far nulla noi, ne verrebbe necessità che i
suoi nemici e nostri facessero essi.
L'occasione, anzi la necessità del parlare alto e dell'operare, non è
passata dopo la pace di Villafranca; è anzi più destra che mai.
Foss'anco passata, bisognerebbe apparecchiarsi a poterla cogliere se
ritorna. L'apparecchio è di concordi consigli, di armi concordi. Il dir
di volere tal principe, di disvolere tal'altro, dirlo in piazza o in
assemblea, dirlo a tavola in brindisi o dalle finestre in dicerie
applaudite senz'essere udite, non basta: non basta festeggiare
trionfalmente la futura decadenza di tale o tale razza di Principi, e
pregare gli stranieri che ci facciano poi italiani. I decreti delle
Nazioni, acciocchè siano validi, devono essere incisi con la punta delle
spade, e scritti col proprio sangue. Ma le spade italiane al bisogno
contansi tuttavia poche. Da più mesi è sgombra Lombardia; e dopo tanto,
esce un foglio di carta che intima la leva, una leva come ne' tempi
ordinarii. E se nel luglio Luigi Napoleone moriva? E se s'avverava il
suo presentimento di guerra più vasta, che altrove chiamasse le forze di
Francia? Io non dico che l'ordine non sia buono, massime quando prova
che le ombre arciducali non sempre ne sono la necessaria tutela; ma
l'ordine può conciliarsi eziandio con gli apparati di guerra. Nè il
numero dei pronti a combattere sì in Toscana e sì nelle Legazioni e sì
ne' Ducati è tanto che possa, se non con sforzi di valore non tentabili
per mera pompa e senza gran sangue, resistere all'austriaco invadente.
Nè è cosa onorevole nè sicura fidare nella momentanea forzata inerzia
del nemico, e di questa menare vanto. Or in tanto bisogno di braccia
armate, in questa sospensione che rende tuttavia inevitabili al Piemonte
stesso i soccorsi stranieri, io non intendo perchè i volontarii o sparsi
per l'esercito o accolti in schiere da sè, dovessero, con sì precipitosa
e non chiesta sollecitudine dei loro agi, essere lasciati liberi
dell'andarsene, e non piuttosto, ora più che mai, allettati degli altri
con fraterne accoglienze a venire: I Veneti specialmente, ai quali porre
in mano pochi soldi da ritornare alle case loro, cioè sotto il bastone
dell'Austria, sarebbe ludibrio crudele se non fosse sbadataggine di chi
crede aver altro a pensare; i Veneti giovava che fossero tutti raccolti
in una legione distinta del nome loro, per metterli al punto di più
insignemente onorarlo, per mostrare ai calunniatori ignoranti o
spietati, che anco il Veneto è Italia, che Austria, di qua dal Mincio
insopportabile, non è benefattrice di là.
Vero è che la pedanteria soldatesca non è tutt'uno con la disciplina
militare; e che i poveri volontarii furono, sebbene armati di quella
docile pazienza che è più difficile del coraggio, messi da cotesta
pedanteria a prove dure. Ne trionfarono sopportando; e questa, al parer
mio, è la più bella vittoria e più ben augurosa all'Italia, perchè
vittoria di noi stessi. Che Stati finora aventi una qual si sia vita da
sè, spontaneamente si addicano ad altro Stato, non dirò io certamente
che non sia bello: ma può nel merito averci parte o l'ebrietà delle cose
nuove, il pericolo delle dubbiose. Quando gli animi siano attutiti, e
data giù la procella, allora comincerà daddovero il merito della
concordia, il saggio dell'unità. Se fosse quel che raccontano, che a
Perugia chiedente d'unirsi, taluni delle Legazioni rispondessero col
rifiuto, cotesto non sarebbe auspizio d'italianità lieto assai: ma
speriamo che sia voce bugiarda. Speriamo che quanti si sono dati al
Piemonte, non aspetteranno oziosamente da esso quel ch'e' dice chiaro di
non poter dare per ora, sapranno stringersi tra loro, e fare
onoratamente da sè. Il cittadino guerriero che rappresenti e metta in
atto la loro unanime volontà, non è sorto finora. Altri forse dirà
che qui richiederebbesi un Washington o un Bolivar, non per fare
repubblica (i nomi non creano le cose, talvolta le disfanno), ma perchè
quei milioni d'uomini dimostrino di poter operare e pensare da sè, e
perchè quindi il merito dell'unione apparisca. Altri dirà che il sorgere
d'uomo tale potrebbe rapire nel moto altre parti che voglionsi intanto
quiete; e che la mancanza di certe persone può non denotare tanto la
infermità de' tempi quanto la provvida disposizione di Dio, il qual
intende condurre gli uomini come e dove non sanno, e scemando la gloria
de' meriti, sminuisce insieme pietosamente la taccia de' falli. Certo è
che con coteste astrazioni matematiche, di linee che non sono
superficie, e di superficie che non sono solidi; con cotesto voler
separare nella libertà quello che la servitù stessa univa, non si fanno
le grandi nazioni, nè di veruna specie cose grandi.
XIX.--_Sincerità_.
Provvedasi almeno che, nella mezzanità de' concetti e delle opere, la
sincerità delle intenzioni sia salva. Intendo bene ch'egli è difficile
tarpare le ali al desiderio e alla fantasia, e farli andare al passo
della diplomazia bipede e senza piume; intendo bene che scherzare coi
suffragi universali e colle Costituenti non si può senza risico. Ma se
le cospirazioni e le congiure, o i maneggi che somigliano a quelle,
possono parere comode a certi Principi; questa è ragione di più perchè
ne sospettino i popoli e le rigettino. Se la storia recente ci mostra,
tra gli uomini che dicevano sè moderati, esempi di trame, se così piace,
onestissime, ma che non si posson chiamare con altro titolo che di
cospirazioni, soggiuntovi pure quello di ispirate e di sante; da ciò non
segue che tutti i procedimenti in cui le parole e i fatti e le
intenzioni non vanno d'accordo, sia da parte de' Principi, sia da quella
de' popoli, non tornino da ultimo funeste a coloro stessi che avevano
per sè la ragione e il diritto. E anche senza questo fomite di
dissoluzione, l'Italia infelice ne ha troppi già nel suo seno: onde chi
per tal mezzo volesse aiutarla, foss'anco con intendimento pio, sarebbe
protettore sospetto.
Io non dirò certamente atti di poca sincerità i così detti indirizzi, le
congratulazioni e le condoglianze, le visite reciproche tra municipii e
Provincie, i pranzi e le messe da morto, le ambascerie pubbliche e le
deputazioni segrete, le feste nelle quali da ultimo sfogasi fino la
disperazione: ma temo che qui non sia pari alla sincerità l'efficacia;
che la civiltà troppo antica di certi paesi crei una politica troppo
nuova delle cose del mondo. Io so bene che in mezzo agli evviva e alle
tazze ospitali gl'Italiani tutti non cessano di pensare con lagrime al
calice amaro, ad ogni ora riempiuto, che bevono i veneti fratelli loro:
ma desidererei che in forme talvolta men clamorose fosse significato
l'affetto dei meno disgraziati. Desidererei che pe' Veneti a un tempo e
per sè con la medesima istanza pregassero tutti quelli dell'Italia di
mezzo; che si facessero interpreti dell'altrui dolore per forza muto,
non per stupidità o per paura, muto e immobile non per menomare i
singoli oppressi a sè i mali proprii, ma per non aggravare inutilmente i
comuni. Desidererei che una voce, che mille voci si alzassero per dire
che nostri fratelli, Veneti insieme e Lombardi, nobil parte d'Italia,
sono i popoli del Trentino, dannati in un limbo tormentoso a non essere
nè Italia nè Germania, sospetti ad entrambe; sui quali nel titolo odiato
di Tirolesi al peso della tirannide si sopraggrava l'incomportabile peso
della immeritata calunnia.
Ad alto uffizio per certo è in queste prove destinato il Piemonte: ma le
difficoltà accumulate dalla storia e dalla natura, da' falli della
nazione e dalle insidie dello straniero, al Piemonte si fanno più dure
per le arti improvvide che certuni in suo servigio adoprarono. Noi lo
vediamo costretto a pendere anch'esso dall'altrui volere e da' casi, a
tenere sè e noi attaccati a un filo il cui capo non è per ora in sua
mano; a misurare con più parsimonia le promesse ch'altri non faccia le
minacce, le promesse che non sempre furono parche così. E questa
differenza, non foss'altro, è disgrazia grande. Senza doglianze, inutili
ormai, del passato, impariamo tutti, o deboli forti che si sia, a
raffrenare le nostre e le altrui speranze, a non sospingere con l'una
mano per poi coll'altra dover rattenere; a rammentarci che diplomazia e
rivoluzione, se sono pericolose ciascuna da sè, molto più collegate; e
che quand'anco esse paiano tendere al medesimo fine, per via si
dividono, se non si combattono. Certamente il Piemonte, con
similitudine ormai trivialmente ripetuta paragonato alla Prussia, non
intende imitare la Prussia in questo, del dividere la nazione che egli
aspira a far una. Le cause religiose e civili che in Germania sono di
divisione, l'Italia non le ha; ha altre sue proprie, e abbastanza
tremende, senza che le non sue per imitazione si aggiungano: e quella
della religione sarebbe la più immedicabile, e tanto più rea che
bisognerebbe qui intruderla per forza. Ma ricordiamoci tutti che i
conati a unione, sebbene sinceri, non bastano a fare unità; come non
basta a levarci l'Austria di tra' piedi il patteggiare che lasci a noi
la Corona di Ferro: trista memoria, da desiderare che insieme con lei se
ne vada.
XX.--_Austria_.
Non rimanesse in Italia dell'Impero che un'ombra; basterebbe a dar ombra
e agli Italiani e ai Potentati d'Europa, e più forse a quelli a cui
dell'Italia importa meno. L'Austria stessa da cotesto simulacro di
potestà, da cotesta soddisfazione momentanea dell'orgoglio, avrebbe
pericoli senza compensi nè di vera dignità nè di lucro. E già il lucro a
lei e la sicurezza e la vita, per quel che concerne l'Italia, sono cose
disperatamente divise, nonchè dalla dignità, dall'onore. Che l'onore le
possa essere reso da Luigi Napoleone per via della Lega, se egli in
buona fede lo spera, non lo spera l'Austria certamente. Altra volta ella
aveva in proprio nome proposta una lega, e dopo il quarantanove fattone
que' saggi che impunemente poteva; ma e nel sedici la lega fu ricusata,
e dopo il quarantanove aggravò su lei gli odii e fece più urgenti i
pericoli. E il Metternich, con quella semplicità che e in bene e in male
è la dote dell'esperienza consumata, scriveva: «che l'Imperatore non ha
pretesa d'essere un potentato Italiano, ma si contenta d'essere il capo
del suo proprio Impero.» Or è da credere, per quanto Napoleone III sia
politico accorto e tenero dell'Austria, che il Metternich di quello che
Austria vuole s'intendesse un po' più.
Altri dimostrò argutamente che l'Italia è all'Austria peso e danno. Ma
l'Austria pare disposta a rispondere che questo le è peso soave, e
gratissimo danno, e ch'ella vuole pur seguitare provando agli Italiani
la propria generosità e pazienza fino alla consumazione de' secoli. Del
resto nel novero de' vantaggi che trae l'Austria dall'Italia, bisogna
comprendere non solamente il danaro sonante che l'erario riscuote, ma
tutti gli utili economici e commerciali che ne hanno le altre provincie
dell'Impero, talune delle quali con questo titolo imperano veramente
sopra l'Italia, e ricevono i suoi tributi; e però coll'Austria
combattono e combatteranno contro di noi, tuttochè per altro
dall'Austria oppresse esse stesse e ingiuriate. Poi l'argomento de'
numeri potrebbesi allargare in forma a troppi altri molesta; perchè, se
dovessero i governanti donare o vendere tutte quelle provincie dove per
il momento presente la spesa è più della rendita, cotesta ragione
varrebbe contro Inghilterra e contro Francia per le isole Jonie e di
Malta e di Corsica; senza dire d'altre provincie dall'Austria dominate.
E costei, con più apparente ragione che Francia e Inghilterra, potrebbe
rispondere che, fidata nell'esperienza del passato e nel patto recente
di Villafranca e ne' premii che sono promessi ai perseveranti (giacchè
l'ostinazione e la stessa stupidità può parere a lei perseveranza, e non
pare a lei sola), ch'ella spera che questo stato dispendiosamente
violento, in cui tutte le ricchezze del suo regno Italiano le sono dalla
guerra divorate e non bastano, cessi; che torni l'aureo tempo
dell'ordine, del quale sia sufficiente guarentigia, invece del cannone,
la forca; e le fortezze non servano che a custodia de' ribelli. Poi la
soprallodata perseveranza austriaca ha un'altra idea: che il credito
politico, a similitudine del commerciale, bisogna conservarlo a ogni
costo, a costo anco di debiti rovinosi, e che tengano della rapina e del
furto, e che pure non possano se non differire l'estremo fallimento e la
fuga vituperosa. L'Austria vede che sopra la cosiddetta bilancia
politica i potentati pesano non colle rendite nette, nè coll'affetto de'
sudditi pochi, nè colla gloria delle armi poche e intemerate, ma colla
estensione e la mole delle provincie che tengono, bene o male, o per
amore o per forza. Coteste provincie, a un bel bisogno, servono non
foss'altro per baratto; ma poi posson anco servire per titoli di nuova
preda; giacchè nel jus delle genti, quale lo insegnano non i trattati
teorici ma i pratici, la preda è diritto alla preda. Or se così è che le
apparenze pur della forza somministrano vantaggi nelle partizioni che
i forti fanno delle spoglie de' deboli; quando l'Austria non si tenesse
aggrappata all'Italia per altro, ne la renderebbe tenace il pensiero
della Turchia, ch'è la Gerusalemme de' novelli crociati. Dico della
Turchia per un modo d'esempio; ma non intendo con ciò misurare gli
appetiti dell'Austria, nè segnare il confine ai voli delle sue fantasie.
Chi governa le fantasie di certi governi? La bilancia europea pesa
tutto; ma chi misura gl'impulsi, furtivi o scoperti, delle tante mani
che tengono la bilancia?
Questo traslato poetico, e le mitologiche personificazioni dell'ordine,
della famiglia, e tante altre figure politiche, provano che il regno
della poesia non è finito, che gli uomini positivi sono anch'essi poeti
alla loro maniera. Giacchè dunque la natura, cacciata con la forca,
ricorre; sia lecito le ragioni semplicemente aritmetiche confermare con
ragioni più alte; e volendo persuadere all'Austria che se ne vada,
rammentarle che un mezzo secolo di prove sempre più infelici e infami
sopra l'Italia è già assai; che i suoi pericoli sono venuti sempre
crescendo con l'ostentazione della sua forza e dell'accanita sua
volontà; che il malcontento, da prima mutolo e inerte e sparso, s'è
fatto sempre più clamoroso e operoso e concorde; che popoli e principi,
dianzi o non curanti o avversi, dimostrano adesso o rispetto dell'Italia
o pietà (vera o finta, interessata o generosa); che la simulazione
stessa è un omaggio, quanto meno spontaneo tanto più valido a dimostrare
la invitta necessità delle cose; rammentarle che le incessanti brighe
austriache di prevalenza, tuttochè attestino più timidità che vigore,
danno agli altri Principi, se non sospetto, noia; e che la noia riscuote
talvolta più che la stessa paura; rammentarle che le inquietudini
dell'Italia danno esempio tanto più pericoloso, che oramai riconosconsi
provocate dall'Austria stessa; e che ai Principi legittimi non piace
vedere il disordine diventato cosa legittima, ed essere sforzati a
proteggerlo per tema di peggio. Se Austria teme che il lasciare libera
di sè l'Italia, possa farsi tentazione agli altri popoli da lei tenuti a
osare il simile, pensi che l'esempio delle rivoluzioni continue e delle
guerre, miracolosamente restate, più che finite, per la generosità del
nemico o per casi dove il merito di lei non ha parte, sono tentazioni
agli altri suoi sudditi ben più da temere per essa. Pensi che il suo
dominio in Italia, meno antico e più contrario a natura e più
insopportabile per gli odii recenti da lei irritati, e anco per le
vergogne da lei patite, non solo non avvantaggia la sicurezza e l'unità
del suo vecchio impero, non solo non le porge speranza di nuovi
possessi, ma le minaccia interna totale dissoluzione; che verso le altre
provincie ell'è ancora in tempo di mutar tenore, rinsavita, e di
rendersi tollerabile, e anco, se vuole, benefica, migliorando le loro
istituzioni, e alla loro civiltà provvedendo. Per poter fare questo, per
sanare la gangrena del suo debito, se i Potentati le offrissero un certo
numero di milioni in premio delle sue rapine e in riscatto di quello che
mai non fu suo, essa dovrebbe accettarli come mancia insperata, e
andarsene quatta, facendo senno, e attendendo a curarsi e svolgersi
dentro; e non d'estorsioni maledette, ma di propria e sempre più feconda
e meritata grandezza arricchire.
Dove terrebb'ella i soldati Italiani sotto la sua bandiera coscritti?
Non nell'Italia malfida; non nelle altre provincie, dove lo stesso loro
aspetto sarebbe una rivoluzione vivente. Quali milizie manderebb'ella a
tenere l'Italia compressa? I Polacchi ch'ella ha aizzati alle stragi
fraterne, ma non però fatti amici suoi; e che, disperati d'altro, si
volgerebbero alla Russia con meno ribrezzo? tanto l'Austria si è
avvilita e moralmente spodestata da sè. Forse gli Ungheresi, che le han
fatto provare il bisogno dell'elemosina russa? Forse gli Slavi, de'
quali essa si è contro Ungheresi e Italiani servita per poi non solo
fallire alle recenti promesse della paura, ma rompere gli antichi
Statuti e giuramenti, sì comodi del resto a osservarsi, per schernire la
loro malcauta credulità, e conculcarli? Ecco i Croati, il cui nome per
le arti di lei è fatto intollerabilmente odioso alla civiltà, si
risentono, negano il loro braccio alla guerra, rammentano la fede
tradita, le loro franchigie violate, con atto tra di furto e rapina.
Esce un libro in Parigi, munito di documenti diplomatici e storici,
armato di ragionamenti e di fatti, che mette in luce cose all'Europa
ignorate, i torti dell'Austria verso la Croazia infelice. Libro degno
che vi pongano mente e Principi e popoli, e l'Austria più di tutti, per
iscuotere da sè i fantasmi della sua inferma tirannide, e gettare
l'occhio sul precipizio che le sta aperto, e lasciare l'Italia a cui
troppo essa costa, ma che le costerà troppo più, se ci resta.
XXI.--_Possibilità del pericolo_.
Ma gl'Italiani non devono attendere che Austria, consigliata o dal
pentimento o da un rotolo di monete messole nelle mani, se ne vada di
suo proprio moto, sospinta dai Potentati, tutti con improvvisa concordia
pietosi a pro del debole, risoluti a pro di chi non ardisce operare da
sè. Bisogna porre (ed è troppo possibile) il caso che Austria non voglia
cedere a nessun costo, che dentro in Italia ci sia chi la voglia, e,
anche uscita, la chiami; che fuor d'Italia nessuno voglia o possa sul
serio farle forza o paura; che, quand'anco cotesto volere e potere si
trovino uniti, un momento, un solo momento si dia, nel quale gl'Italiani
abbiano da sè stessi a far prova del proprio volere e potere contro un
astuto e agguerrito e disperato nemico. Nel pensiero di questa, fosse
pur lontanissima, possibilità, gl'Italiani devono affrettarsi agli
apparecchi di guerra, come se fossero soli al duello di morte,
raccogliersi in silenzio dignitoso e severo, nè con pompe di scenici
trionfi sgomentare e accuorare gli amici, gli avversi irritare insieme e
inanimire. Pretendere che altri faccia per essi, come servitore per
padrone; sdegnarsi che non abbia fatto abbastanza, quando non si sa
veramente quanto egli abbia promesso di fare, e a che condizioni
promesso, e se altri prima di lui possa essere sospettato di venir meno
alle poste condizioni; è, se non altro, puerilità. Quando sapete, e
dovete sapere, che patti segreti ci furono sopra il vostro destino;
l'immaginarli tutti in servigio di voi, è fantasia consolante,
perdonabile, se così piace, agli inesperti e agli infelici che sentono
il proprio dolore e diritto; ma non è fantasia alla qual devano ubbidire
i più forti come se fossero i deboli essi, e devano le leggi del mondo
civile piegarsi come a cenno di Dio onnipotente. Patti ignorati, perciò
stesso che sono ignorati, devono mettere, più che baldanza, sgomento,
massimamente a nazione che da secoli patisce inganni non sempre dal suo
lato innocenti, e disinganni crudeli. Il lavoro di secoli, foss'anco
lavoro di distruzione, non si disfà e non si ripara in un dì: che anzi
le ruine ammontate si fanno alla riedificazione impedimento. L'Italia
deve non aspettare che un Re, sia di qua o sia di là d'Alpe, la faccia.
Nessun Re, nessun uomo è da tanto. Essa deve con lunghissima fatica
riedificare sè stessa. Deve primieramente conoscersi, e acquistare la
coscienza della propria forza vera, la quale coscienza non si ha
dissimulando a grande studio le proprie debolezze. E gl'Italiani non
solamente se le dissimulano, ma se le aggravano e creano. Tra cittadini
e villici non s'intendono ancora: tra provincia e provincia è cominciata
così in digrosso una qualche specie o mostra d'intesa; ma decreti, nè
visite cerimoniose non bastano a tanto. Due milioni e mezzo e più
d'Italiani gemono e fremono sotto quel bastone e quel ferro che minaccia
tuttavia la nazione tutta quanta; e altri milioni intanto tripudiano
della speranza, alla quale il dolore fraterno e le significazioni del
lutto pubblico sarebbero augurio ben più fausto nel cospetto del mondo e
di Dio. E poi si dolgono che l'Imperatore de' Francesi non abbia fatto
abbastanza per loro. Hann'eglino fatto, fann'eglino il loro dovere per
sè? Vuolsi ch'egli si dolesse del non essere stato inteso. E sebbene io
non presuma d'intenderlo, perchè non so tutto quanto egli ha detto;
sebbene io creda ch'e' non ami essere sempre inteso in tutto e da tutti;
confesso però che chi molto pretende dai forti, ha dovere d'intenderli o
d'indovinarli in qualche maniera; e che l'unica scusa o compenso della
debolezza assai volte è l'intendimento, a almeno la prudenza modesta. Io
so bene che, oltre all'affezione, l'Imperatore ha altre ragioni di
giovare all'Italia; ma l'Italia ne ha ben più per giovare a sè stessa.
Egli può tuttavia mettere nella bilancia che libra i nostri destini,
mettere di quelle parole che pesano quanto la spada, perchè pronunziate
con in mano la spada; può senza suo risico acquistarsi una gloria di
conquistatore più pura che quella dello zio, la cui ombra occupa
tuttavia Europa tutta, e delle cui tradizioni si fanno forti e amici e
nemici: ma la spada di Francia, grazie a Dio, non costringe l'Italia a
starsene inerme, non assicura l'Italia da tutti i pericoli. La Francia
ha i suoi pericoli anch'essa: e se il sospetto d'uno di questi ha
dettata la pace di Villafranca, un altro sospetto può ben commuovere
nuove guerre nelle quali agli Italiani sia forza dar saggio di sè.
Napoleone III si compiace in far prova della propria oltrepotenza
distraendo amici e avversi con accenni di guerra or a ponente or a
mezzodì, or a levante; ma potrebbe anch'egli essere in simile maniera
distratto, sì che non possa provvedere a noi altri. E taluni tra noi
richiedevano il tutto da esso, come se l'Italia fosse il centro del
mondo, come se la Francia non fosse grande se non per farsi all'Italia
piedistallo. Siamo riconoscenti a quella nazione prode, che sparse tanto
sangue, per noi; ma pensiamo che non le sue intenzioni e il cuore de'
suoi magnanimi, ma le sue necessità vere o immaginate, e le arti ostili
di chi non vuole un'Italia forte, e le calamità secolari di questa
terra, potrebbero mutare in contrario le cose. Cotesto, nell'animo degli
onesti e de' previdenti, non dovrebbe punto scemare della gratitudine
debita ai fatti finora seguiti: nè Magenta e Solferino, indelebili nella
storia, devonsi mai, checchè decada, dalla coscienza dell'Italia
cancellare. Senonchè la più degna gratitudine al benefizio è il
dimostrarsene meritevoli; e il miglior modo del dimostrarsene meritevoli
è fare il possibile per non ne aver di bisogno. Se il tempo datoci a
riconoscere e rifare noi stessi, lo perdiamo in baldorie; sarà troppo
tardi il lamentarci ch'altri ci abbia lasciata una libertà di balocco
come a fanciulli, per rendere palpabile la nostra immaturità, per
farcela confessare a noi stessi, per condurci a invocare nuovo giogo
com'unico scampo, e strascinarci, disonorati, là dove noi non si voleva
venire. Intanto chi si tiene già libero e forte e felice, rattenga
gl'impeti della propria esultazione; si ricordi che c'è tuttavia
degl'Italiani che soffrono. La creatura conculcata e avvinta, che
appena ha sciolte le braccia e si vede ancora alle spalle il calcio del
fucile tiranno che minaccia percuoterla, non dovrebbe sentirsi gran
voglia d'agitare le mani per applaudire a sè stessa.
XXII.--_Conclusione_.
Narra la storia una di quelle parole che sono il compendio di vicende di
secoli, sono il simbolo del fato de' popoli, sono la filosofia della
storia; narra d'uomini Ghibellini in Firenze tratti dal vincitore alla
morte. Domanda l'uno: _Dove andiamo noi?_ E il compagno risponde: _A
pagare un debito che ci lasciarono i nostri padri._ Un debito tremendo a
noi lasciarono i nostri, e noi l'abbiamo aggravato; e pagarlo bisogna:
pagarlo bisogna o con lagrime e con sudore e con sangue, o almeno con
atti di senno forte, d'astinenza modesta, di virtù generosa. I nostri
padri invocarono lo straniero a opprimere i loro fratelli; invocato, lo
provocarono: sappiamo noi e meno insuperbire, e umiliarci meno;
esercitare a tempo la fiducia e la diffidenza. Essi affidarono l'armi a
braccia mercenarie: e a corrompere sè stessi abusarono il sentimento del
bello, e le maraviglie della natura e dell'arte: noi riformiamoci in
civiltà forte e austera; rammentiamoci che la grazia verace germina
dalla forza. Essi disconobbero il vicino, il fratello: noi apprendiamo a
studiarci, e leggere l'un nell'altro come in libro di lingua non ancor
bene nota. Essi disprezzarono e odiarono: sappiamo amare.