IL VENETO.--L'ITALIA DI MEZZO.
IL PAPA NON È RE, MA IL CARDINALE ANTONELLI.
GL'ITALIANI, I MAGIARI, GLI SLAVI.
FIRENZE,
BARBÈRA, BIANCHI e COMP.
Tipografi-Editori, Via Faenza, 4765.
1860.
Proprietà letteraria.
_Chi leggesse per primo lo scritto intitolato_ Il Papa non è Re, ma il
Cardinale Antonelli, _o l'altro_ l'Italia di mezzo, _badi che alcune
delle cose toccate in quelli hanno al possibile dichiarazione dagli
altri nell'opuscolo contenuti. Dico al possibile, perchè certe cose non
è lecito esprimere nelle stagioni che la libertà comincia o finisce,
come in quelle di piena servitù, quando il dire è pericolo; dove
all'incontro in quell'altre il reprimere i propri affetti può essere più
difficile coraggio, perchè più forte astinenza. Ciò nondimeno accennasi
qui entro a cagioni o circostanze di fatti, non indicate ne' documenti
e ne' libri finquì pubblicati. La novità non è invenzione, è sincerità:
ma la sincerità non detrae del rispetto alle persone, nè della
gratitudine per quella parte di bene che han fatto, e per quella a cui
si sono col desiderio sollevati._
_Uno scrittore milite, marchese artista, politico d'ingegno elegante,
uomo di felice facilità in ogni cosa che opera e dice e patisce,
affermava dianzi che il mondo d'oggidì comincia a essere governato non
dalla fede cristiana ma dal principio cristiano. E ne reca in prova il
non si essere nella guerra di Crimea dato patenti di corsari a infestare
il mare con legittime ruberie. Io non so veramente se da legittime
ruberie siano o sperino farsi in breve sicure le terre; e se quel nuovo
pudore, certamente lodevole e fausto, non sia dovuto almeno in parte
alla potenza diplomatica del commercio, al prevalere della bottega sul
gabinetto, all'essersi fatta la stessa politica più e più trafficante.
Non so se il principio cristiano, anco che vogliasi senza fede, abbia
trionfato nella guerra di Crimea, la qual guerra non tolse i seguaci del
Vangelo alla scimitarra e agli strazii che il Corano santifica; non so
se trionfasse nella Grecia, impedita d'insorgere dalle armi cristiane;
se trionfi in Polonia dove il rito orientale è predicato tuttavia a suon
di busse, e lo knutte è l'aspersorio cruento del prete benedicente; se
trionfi in America sotto il patibolo di Giovanni Brown, dove la libertà
è macellaia e mercante di umana carne, e siede a banchetto tracannando
sangue che il boia le mesce. Forse coteste eccezioni al principio
cristiano vengono appunto dal mancare a esso fede vera: ma di questa non
pare che possa farsi apostolo degno il Cardinale Antonelli._
_6 Gennaio 1860._
I PATTI E I FATTI.
I.--_Assunto_.
Il non conoscere certi fatti, il trasandarne taluni, o il non li
collegare insieme, il fondare sopra cotesto imperfetto e caduco edifizio
troppo grandi speranze, apparecchia disinganni gravi; dai quali poi
l'inscienza stessa o la negligenza de' fatti ci toglie poter dedurre
utili insegnamenti per il tempo avvenire. Acciocchè dunque le recenti
vicende ci fruttino, importa collegare tra loro certi fatti dispersi,
accennare come meglio si può a certi altri o ignorati da molti o non
voluti avvertire; i vuoti che lascia anco la storia coetanea, riempierli
colle induzioni che porge l'esperienza, e la conoscenza sicura di certe
particolarità quanto più minute o intime, tanto più rilevanti. La
cronaca del giorno d'ieri ha anch'essa la sua critica come le indagini
dell'antichità più remota: e il giudizio intero d'avvenimenti
recentissimi, bisogna talvolta saperlo comporre al modo che si
ricompongono i mastodonti. Questo studio d'archeologia contemporanea noi
tenteremo qui, e non per vana curiosità.
Ragioneremo, senz'odii nè amori di parte, cose meno gravi a udire che a
dire; ma ci asterremo da ogni acerba parola.
II.--_Prime mosse nazionali_.
Nell'agosto del 1856 lo scrivente ebbe contezza del concetto di Giuseppe
La Masa, maturato da esso, a quant'egli dice, assai prima; del francare
l'Italia con moti concordi di tutta la nazione, e nel fine e ne' mezzi
avviarla a unità. Interrogato, per discarico di coscienza e non già
ch'io dessi peso al mio voto, io sottoscrissi alla proposta, con le due
condizioni espresse: che l'unità fosse il fine, che tutta la nazione
concorrere ne' mezzi, con libere forze ma docili concorresse; che i
governi e gli eserciti regolari, di queste forze non volessero
diffidare, ma sapessero fortemente ordinarle. Altri soscrissero: uomini
che si dicevano devoti al Piemonte, s'astennero come da soverchio
ardimento. Uscì nel settembre la lettera di Daniele Manin, scritta in
nome proprio di lui solo, che dava l'Italia al Piemonte, senz'altra
condizione se non che il Piemonte facesse l'Italia. Cotesto parve a
taluni imporre troppo poco, e troppo; perchè nazione non si fa nè da un
re, nè da un ministro, nè da una parte d'essa nazione, per valida e
sapiente e risoluta e omogenea che sia. Ma forse era semplice
improprietà di linguaggio: la risoluzione del posporre il bene delle
parti al bene del tutto, era di buon cittadino. Chi si trovava allora in
Piemonte, e chi ne leggeva i giornali anche fuori, sa come parecchi,
nell'atto stesso del trionfare di tal concezione quasi di confessione,
se ne facessero beffe, serbandola però come un'arme, e pensando a trarne
profitto per fini più angusti ancora, e con più larghi arbitrii di
quelli che consentiva il Manin. Fu poi fondata la Società il cui assunto
era l'indipendenza di tutta intera la Penisola sotto la dittatura di
Vittorio Emanuele, senz'altra condizione nessuna in guarentigia de'
popoli combattenti, ma in guarentigia del leale condottiere concedendo
che, se non il tutto, facessesi di liberare il più possibile delle
parti. Condizione che nella mente di Giorgio Pallavicini, l'egregio
Presidente della società, era l'ultimo caso e più remoto, nella mente
d'altri il più prossimo ed unico. Chi s'avvedeva della segreta
discrepanza nell'apparente concordia, se amico schietto d'Italia e del
Piemonte, ne prendeva mal augurio e dolore; se faccendiere o uso a
ridere del pro e del contro, se ne faceva gioco. Taluni temevano che la
Società, creata per indirizzare il governo, non fosse da certi
interpreti del governo, o che per tali si spacciavano, troppo
indirizzata essa stessa; che di stimolante che intendeva essere
modestamente, non fosse da ultimo se non frenabile dagli stimolati; che
parendo operare come d'autorità e quasi d'uffizio, non mettesse nei
lontani fiducia pericolosa e troppo precipitose speranze, confondendosi
la sua voce con la voce dello stesso governo; che di qui si destassero
i sospetti non inerti e non mansueti degli avversi, i quali griderebbero
sè provocati, e si armerebbero in tempo, e potrebbero intanto infierire
sugli incautamente speranti, resi dalla speranza minacciosi in parole, e
malaccorti a discernere l'altrui simulata paura e il proprio pericolo;
finalmente, che l'impresa diretta ad effetto d'ispirazione non paresse
una mezza cospirazione, e non ne apportasse gl'inconvenienti. Delle
intenzioni pie e generose del Presidente e di non pochi Socii, sarebbe
stato calunnia e crudeltà dubitare, e non gliene rendere onore. Ma il
fatto si è che al rompere della guerra, il degno uomo credette
inevitabile sciogliere la Società, non già che il fine, cioè
l'indipendenza delle parti, non che l'unità, fosse allora ottenuto; ma
perchè la condizione segreta e palese de' fatti, se non degli animi, a
lui stesso appariva mutata. Lo scoramento dell'onest'uomo, e non tanto
credulo quanto a certi goffamente furbi piaceva spacciarlo, era
presagio; e di più settimane precorse ai fatti.
III.--_Svolgersi del concetto_.
Ma ed egli, e tutti i veramente avveduti, cioè gli onesti, non disperano
però, e disperare non devono. Se la prova non è riuscita qual si voleva,
è nondimeno in certi rispetti riuscita oltre alla speranza di taluni,
oltre alla tema o agli angusti desiderii di tali altri. Intanto la forza
delle cose ha voluto che delle braccia e delle volontà concorrenti da
diverse parti della nazione dovesse fare suo pro anco chi sulle prime
ne diffidava, e non avrebbe imaginato in altrui tanta fede, nè forse
voluta. La prontezza bramosa colla quale migliaia d'Italiani, che pochi
anni fa non se lo sarebbero nè anco sognato, affrontarono il dolore de'
cari loro, i sospetti e le persecuzioni de' governi, la pena del confino
o della carcere o della morte, per venire dopo i terrori di furtiva e
lungamente tortuosa e dispendiosa fuga a affrontare gli splendidi
pericoli della guerra; la docile pazienza con cui sostennero
gl'inaspettati rifiuti, e gl'indugi fatti tormentosi dal desiderio e
dall'inopia e dal pensiero dei cari lontani indarno abbandonati, e i
disagi del quartiere più gravi che quelli del campo, e gl'imperii
militari talvolta più duri che la disciplina non richiedesse; è fatto
nuovo nella storia italiana, e, checchè possa accadere, fecondo. E
quand'io parlo di rifiuti e d'indugi e d'imperii duri, non intendo
incolpare tutti, anzi nessuno, quant'è all'animo e alle intenzioni.
Dacchè gli abiti del vivere e quelli del temperamento non mutano a un
tratto; e l'educazione civile mutua è cosa di secoli. Ma certo è che, a
dispetto di tutti gl'impedimenti, gl'Italiani nati in paesi il cui nome
a non pochi forse de' Piemontesi era ignoto finora, si strinsero ad essi
come a fratelli, e al loro fianco combatterono degnamente. Col
piemontese La Marmora e col savoiardo Mollard stettero i modenesi
Cialdini, Cucchiari, Fanti; e il nizzardo Garibaldi, col nome suo a
certi Italiani spaventoso forse più che ai nemici, attrasse a sè una
schiera diversa di patrie, unanime di cuore, la quale, aiutata poteva
ancora più efficacemente aiutare. E in Piemonte altri non Piemontesi
tennero grado onorevole di milizia, e lo meritarono; e Piemontesi
altrove ebbero quasi trionfale accoglienza. Quanto poi al concetto
finale dell'unità, io non dirò che il pensiero di taluni tra quegli
stessi che più ne parevano vaghi corrispondesse alle parole, o le parole
quanto potevano ai fatti; ma dirò che dal cinquansei è grande anche in
ciò l'intervallo; e non è colpa di tutti gl'Italiani se ad allargare le
idee e le voglie di taluni è bisognato o giovato anco l'aspetto e
l'invito d'uno straniero potente. E qui per ispiegare vicende le quali
ai più paiono inesplicabili, forza è salire alquant'alto, toccando
soltanto quel ch'è necessario a farsi capire o indovinare, ma alle
persone e alle intenzioni osservando la debita o riverenza o pietà.
IV.--_Guerra di Crimea_.
Ognuno rammenta che uomini e Piemontesi e d'altre parti d'Italia, amici
e questi e quelli all'onore di tutta Italia e in specialità del
Piemonte, dalla guerra di Crimea dissentivano. Le ragioni a concorrervi
erano timore de' potentati invitanti, se rifiutati; se obbediti,
speranza. Potevasi opporre che la speranza d'ingrandimento, il quale
avesse dalla guerra a venire, non era bene augurata, se nel timore del
contrario leggevasi una confessione di debolezza; e che la forza vera
del Piemonte dovevasi attingere dal seno della nazione stessa, non da
aiuti di fuori. E questo tanto più, che la paura dei tristi effetti del
rifiuto era vana; perchè nessun potentato d'Europa, nè anco il vicino
più nemico di tutti, avrebbe permesso che con invasioni si fosse
esercitata vendetta sopra il Piemonte, difeso dalla sua giacitura e
dalle reciproche gelosie. E quanto al non sperare dai corrucciati
soccorso al bisogno; ognun sa che siccome la gratitudine di per sè sola
non è la ragione del porgere soccorsi politici, così nè anco
l'ingratitudine altrui è ragione a negarli, quando il soccorrente sia
mosso dalle utilità proprie e dai propri pericoli. Intendimento degli
alleati d'allora nell'invitare il Piemonte non era tanto d'avere il
sussidio de' suoi ventimila, del resto valenti, quanto d'attrarre
Austria a sè con la minaccia d'un'amicizia che potrebbe tornarle
molesta. I negoziati allora tenuti lo provano in modo assai chiaro: a
chi non bastasse la conoscenza degli uomini e della storia, lo provano i
fatti seguiti. Austria intese; e il gioco rivolto contro lei torse a
proprio vantaggio, promettendosi alleata se le assicurassero quieto
intanto il dominio in Italia, e dal Piemonte nessuna briga. Collegarsi
per gratitudine a Russia non poteva, sì per timore d'una vendetta e in
Italia e altrove, sì perchè, ripetiamolo, la gratitudine è una virtù
privata, tutt'al più un consiglio evangelico ai Gabinetti. Nè
l'innalzamento del Russo e la depressione del Turco potevano all'Austria
parere desiderabili. Dall'altro lato prestare servigi d'accordo col
Piemonte a Francia e a Inghilterra, foss'anco in pro di Turchia, non
stimava comoda cosa; ma più spediente, risparmiando le forze proprie
risparmiare anco la Russia, quasi una mezza alleata; occupando i
Principati, renderle meno grave il peso della guerra; e stare intanto a
vedere da qual parte penderà la vittoria. Accusarla di perfidia, nella
condizione in cui l'avevano posta tutti i precedenti suoi atti, nella
presente moralità della politica comune (la quale fa vieppiù risaltare
le eccezioni generose, ma non le può convertire in legge per ora), è
semplicità in cui non cadono gli uomini di Stato, nè anco quelli che del
riservo dell'Austria hanno poco a lodarsi. Nessuno si pensa di chiedere
l'impossibile; e i sagrifizi pericolosi senza guarentigia di compenso
sono un impossibile agli uomini pratici.
V.--_Cose desiderate da farsi tra il 49 e il 58_.
Ma per ritornare al Piemonte, i vantaggi da quella alleanza sperati, non
a tutti parevano tali che non se ne potessero attendere altri maggiori
da chi sapesse aspettare, nel che consiste assai volte e la virtù e la
prudenza degli uomini di governo. Io qui non intendo detrarre punto alle
lodi d'un uomo d'ingegno arguto e di rara operosità; che nè questo è
momento a riprensioni, nè io me ne sento autorità nè prurito; e le
riprensioni, se giuste, dovrebbero rifarsi da taluni almeno di quelli
che precedettero ad esso. Ma non devo tacere che parecchi e Piemontesi e
sinceri amici al Piemonte desideravano che per il bene d'Italia si fosse
qui, fin dal primo, proceduto altrimenti. Desideravano che nei più che
dieci anni di costosa aspettazione; di troppo sicura incertezza, di non
sufficiente apparecchio nè alla guerra nè alla pace, scemassero i
dispendii sospetti dell'esercito, quanto al numero delle milizie, ma gli
arnesi di guerra venissersi intanto accumulando; addestrassersi i militi
cittadini sul serio; si raffermasse con la disciplina lo spirito
militare congenito a questo popolo buono; s'imitassero in ciò le
istituzioni di Prussia; che si provvedesse alla marineria, tanto
negletta fin dopo intimata la guerra; non si sdegnasse in ciò l'opera
degli esuli Veneti, nè il sussidio dato loro paresse gratuita carità;
con simile intendimento ascrivessersi almeno i più reputati fra i militi
d'altre parti d'Italia, non aspettando di farlo agli estremi, con risico
di non ottima scelta; prima che alla magnificenza de' porti, si desse
cura al modo di degnamente, se non riempierli, munirli, e con essi le
coste, acciocchè un altro Stato italiano, provocato provocante (e fu
provocato abbastanza) non potesse con le ben guarnite sue navi
impunemente assalire, e non si dovesse anche in questo riporre tutta
intera la speranza nel sussidio, non sempre sicuro e pronto, non mai
affatto gratuito, degli stranieri invocati. Desideravano che, scemate le
spese di guerra in tempo di pace, se non scemare, non crescesse almeno
il debito pubblico, che è debito di ciascun cittadino, e ne pagano il
pro più caro quelli a cui meno fa pro, quelli che meno possono; che le
imposte non si aggravassero specialmente sulle arti minute e sul
commercio minuto; che i possidenti pagassero il giusto, e a tal fine il
catasto fosse prontamente iniziato, e intanto una più equa distribuzione
suppletoria attenuasse i danni dello Stato, e alleggerisse i pesi del
popolo; che alla sorte de' villici si cominciasse a provvedere, buona
parte dei quali in Piemonte sono in condizione più dura che in altri
paesi non aventi Statuto; che alla prosperità dell'industria s'aiutasse
non solo con mostre di pompa che non creano, e con premii che non
ispirano, ma promovendo la diffusione delle utili novità, e
principalmente curando che nelle Società degli Artieri l'amore della
libertà e quel dell'ordine, la religione e la istruzione concorressero
al fine medesimo, non fossero commessi a battaglia dissolutrice d'ogni
vincolo umano; che al commercio fosse dato braccio, in ispecie al
marittimo, il qual darebbe alle coste non pericolosa importanza, e,
insieme coll'agricoltura e colle arti, vita nuova all'isola di Sardegna
la qual si sospetta disamata e spregiata; che nel lusso delle strade
ferrate, non tanto utile al vivere materiale quanto forse dannoso al
civile e morale delle Provincie, troppo da meno di poche città
dominanti, non si trasandassero, e in Sardegna e altrove le strade
interne, che son come le vene del gran corpo, necessarie insino alle
ultime sue estremità. Desideravano sopra molte altre cose data al
Municipio l'importanza dovuta, senza la costituzione del quale non
solamente gli Statuti non valgono, ma possono farsi fomite di corruzione
e strumento di tanto più cattiva schiavitù quanto più palliata; che
delle deliberazioni municipali e delle provinciali facessesi grado a
quelle del parlamento; che il parlamento fosse da' governanti rispettato
non solo co' modi urbani del dire e del sedere, ma principalmente col
lasciarne la concezione vergine d'ogni macchia, le elezioni pure d'ogni
sospetto, non dico di subornazioni ma nè anco di suggestioni indirette,
di promesse di cose lecite, di lusinghe insolitamente benigne.
Desideravano che i lavori del parlamento fossero meno travagliosi per
lunghezza e verbosità, e insieme più fruttuosi per leggi non disputate
senza concludere, non fatte per poi disfare e rifare, leggi che l'ordine
civile col nuov'ordine politico conciliassero; che le penali fossero
così ritemprate da non far parere necessario il lusso de' patiboli,
lusso il qual non corregge i costumi, ma li fa atroci laddove non sono;
che provvedessesi alla sanità e moralità delle carceri, fogne di tutta
sorte contagi; che nei processi di stampa le sentenze de' giudici alla
coscienza pubblica vera, non allo schiamazzo di pochi giornali, nè al
cenno de' governanti, neppur sospettato, ubbidissero; che non solamente
la calunnia ma lo scherno, specialmente se vòlto contro interi ordini di
persone, fosse esemplarmente punito, perchè stupra la libertà e nel
cospetto de' nemici la infama; che a frenare la licenza non fosse
bisogno d'imperii venuti di fuori; e che della necessità di servire a
tali imperii si approfittasse per frenare a un tratto ogni maniera di
licenza, e non permettere che, dall'un lato repressa, dall'altro essa si
scagli a insolentire più che mai sopra i deboli, e le credenze del
popolo senza nè civiltà nè pudore conculchi. Desideravano che
l'istruzione educatrice si promovesse non per moltiplicazione di
scuolette impotenti o tentatrici e di maestrucoli arrogantelli o
scandalosi, e d'ispezioni sopra ispezioni, d'esami sopra esami, di testi
sopra testi, di norme e di guarentigie sopra norme e guarentigie, le
quali mai non giungono a regolare e ad assicurare sè stesse; ma per
fondazione di buone scuole a formare maestri, per scelta pronta e
rispettosa di direttori e precettori autorevoli, senza prova oltraggiosa
di concorsi e inutile di attestazioni; che coi riguardi debiti non alle
fazioni ma alla pubblica moralità, non ai gazzettieri, ma ai padri di
famiglia s'aprisse libero l'adito all'insegnamento privato; che il
letargo delle università per il paragone si scotesse; che dell'illustre
Accademia delle Scienze si facesse un consiglio di civiltà, un modello
delle Accademie rinnovellate, si accettassero o chiamassersi gli uomini
insigni di tutta la nazione, che sarebbero accorsi riconoscenti; e si
levasse un vessillo men minaccioso del bellico, e più unificatore
davvero, e più trionfale. Desideravano che la prima mossa civile dopo le
calamità militari non paresse un voler, non potendo con Vienna,
attaccare la guerra con Roma; che alle necessarie franchigie della
potestà secolare prendessersi gli auspizi dell'esempio di Francia e di
Toscana e di Napoli, ma senza piglio inimichevole nè in forma di sfida,
giacchè con una potestà che resistendo immobile, stanca, e vince
aspettando, le impazienze non valgono; che dei vescovi, non ancora
provocati, scegliessersi i meglio disposti, e la loro autorità si
opponesse ai restii; che tra' preti si rivolgesse l'occhio a que' tanti
i quali alle mutate cose s'erano dimostrati propensi, nè tutti si
lasciassero da goffe impertinenze o inasprire o condannare al silenzio;
che inutilmente non s'aizzassero i frati, con la minaccia alienando da
sè anco i non tocchi, e facendo gridare all'usurpazione intanto che lo
Stato e il popolo sopportavano dalla confiscazione improvida pesi più
gravi, come se fosse gloria e lucro e trastullo il crearsi a bella
posta, e a proprie spese quasi assoldarsi, nemici. Desideravano che le
divisioni, per le quali il vecchio Piemonte non è ancora ben fuso in sè
e però invalido a fondere nuovi paesi che non siano provincie, divisioni
ad ora ad ora prorompenti in discordia, fossero per savie elezioni di
magistrati e per avvedimenti morali meglio che politici mano mano
composte; che tra gli esuli facessesi tale discernimento, da non
eccedere nè in predilezioni e indulgenze malcaute, nè in diffidenze
ingiuriose, nè in severità precipitose o tarde, le quali paressero atti
d'arbitrio o di ubbidienza soverchia a cenni stranieri. Desideravano che
alle relazioni cogli esteri Stati fosse tenuto dietro con veduta più
ampia; che si sbrattassero Consoli inetti o ignobili o ligi a potentati
non amici; che massime nel Levante, dove la lingua d'Italia è tuttavia
la più nota, ma quella di Francia tra poco soverchierà, la bandiera
Piemontese si facesse proteggitrice di tutti gl'Italiani, anzi de'
Cristiani, indarno invocata. Desideravano che gli altri potentati
d'Italia non fossero fuor di tempo irritati, nè da minacciose promesse
tenuti all'erta, ma, cominciando dai meno avversi, procurassesi di
ottenere da essi, ogni agevolezza possibile e a sè e ai loro sudditi;
non si permettesse ai giornali insolentirgli contro, non si attendesse
per questo il precetto di Francia; non si facesse nelle animosità
distinzione ingenerosa tra i forti e i deboli; i più ostinati tra questi
mettessersi dalla parte del torto coll'abbondare in riguardi, che mai
non potevano parere paura; che con gli esempi del meglio tranquillamente
continuati, questa parte d'Italia si facesse rimprovero a chi non la
voleva modello. Desideravano (cosa per vero difficile a condurre, ma non
impossibile politicamente, in dieci anni di tempo), che deposte le
diffidenze proprie e dileguate a poco a poco le altrui, ritentassesi
quello che si era fiaccamente voluto nel 48 o fatto le viste di volere,
dico la colleganza, non di servigi dall'un lato e d'imperii dall'altro,
ma di mutui sicuri vantaggi tra i due grandi Stati Italiani i quali soli
potevano rendere vita di nazione all'Italia; che quel vincolo maritale
il qual poi stretto a questo fine con una famiglia che i suoi doveri
fanno essere necessariamente straniera, per quanto le sue affezioni
vogliasi credere che la rendano amica e devota, quel vincolo si
stringesse a viemmeglio preparare l'interna unità.
VI.--_Congresso a Parigi_.
Io non dico che tutte queste fossero cose operabili: dico anzi che da un
solo uomo operabili non erano nè tutte nè la minima parte di quelle; che
le più importanti operare non poteva il Piemonte tutto intero qual è.
Io non approvo e non biasimo; espongo, e rammento. E la memoria mi dice
che i benefizi sperati dalla guerra di Crimea, la qual guerra poteva
portare seco pericoli estremi ai deboli se continuata e dilatata, non
vennero appunto di lì. Se il Piemonte ebbe quindi opportunità di sedere
a un congresso coi maggiori potentati d'Europa, ognun sa che le cose
seguite nel corrente, anno con quella adunanza non hanno vincolo
necessario, poichè i nemici d'allora dovevano poi sperarsi proteggitori,
e un alleato e proteggitore d'allora sospettarsi avverso. In quel
congresso fu parlato, sì, dell'Italia; ma come? non del farla libera da
quella forza che sola mantiene le dominazioni minori moleste; non per
accennare, nè anco in ombra, ai dolori o alle speranze de' Veneti e de'
Lombardi; non per proporre i veri rimedi all'abuso della potestà
temporale del Papa, contro il quale pareva esser vòlto tutto il coraggio
dello zelo, quasi contro il solo accusabile: ma lui solo prendevasi in
mira, non tanto quasi come una specie di mito politico, quanto come il
più debole, e da potersi assalire con più sicura speranza di raccorre i
suffragi de' seguaci di Lutero e di Arrigo VIII, di Fozio e di Maometto.
Alla proposta che ne porgeva il Piemonte, diresti che sole le Legazioni
patissero del governo de' preti, che sole meritassero reggimento
migliore, sole fossero mature a questo. E i rimedi suggeriti alle piaghe
di quel membro, indiviso dall'intero corpo piagato, erano pure
insufficienti, e portavano seco nuovi dolori e pericoli. Il pericolo
più grave era quel paragone ingiurioso e odioso tra le une e le altre
provincie, quel fare alle une sperare ciò che alle altre negavasi con
tanto più dura noncuranza che pareva meditata e accompagnata di ragioni
o di scuse. Eccitando negli uni fiducia importunamente superba, negli
altri invidia dispettosa e disperata; e per più squisitezza di spregio,
consigliando ai preti regnanti l'accorgimento di commisurare al numero
dei sudditi da tener sotto, il numero degli armati Italiani e stranieri
che bastassero al tristo uffizio; venivansi a suscitare discordie nuove
in paese dalle discordie ingangrenito; e così preparavasi la civile e la
morale unità.
VII.--_Disegni più vecchi insieme e più nuovi_.
Cotesta vecchia ricetta, razzolata tra' fogli del conte Aldini, uomo
imperiale, che, come Bolognese, badava a San Petronio e alle aggiacenze,
e che scriveva al principe di Metternich, come protomedico della Corte e
della Penisola; cotesta ricetta, ognun vede non essere invenzione
colpevole del valente uomo che a Parigi nel 56 la mise innanzi
modestamente, per condiscendere al desiderio d'alcuni tra suoi amici, i
quali dalla guerra di Crimea non speravano migliore frutto; nè a quanto
pare da ciò lo sperava egli stesso. Onesta e pia cosa è discernere
l'angustia de' concetti dalla malignità degli intendimenti. Nè
intendimento maligno è da imputare, non dico all'arguto ministro che nel
congresso di Parigi portava in mezzo quell'unico tema, ma nè anco a
coloro che facevano lui troppo modesto canale di voglie nell'apparente
boria modeste. Senonchè bisogna pure soggiungere che meno angusto
concetto che quello di cui la facondia del conte di Cavour si faceva
levatrice nel 1856, era il concetto di Pellegrino Rossi nel 1832, quale
apparisce da una sua lettera al signor Guizot opportunamente ristampata
dal signor Eugenio Rendu nel recente suo libro intorno alle _Relazioni
tra le Corti d'Austria e di Francia e di Roma_; libro che chiaramente
dimostra quanto dalla protezione austriaca e la Corte e la Sede di Roma
abbia patito e sia in più pericolo di patire. Vero è che il Rendu
mescolando un po' le memorie con le speranze, ci dona l'occupazione
francese, qual è stata dal 49 infino a' dì nostri, come restitutrice
della dignità del Papato. Ma la sua argomentazione speriamo che, se non
storia, sia vaticinio; e, giacchè le cose sono a tal punto da chiedere
imperiosamente agli stessi imperanti risoluzione seria, aspettiamo.
Fatto è che il Rossi, più d'un quarto di secolo fa, proponeva che non
solo le Legazioni, ma insieme le Marche formassero uno Stato da sè,
titolarmente soggetto al Pontefice, e debitore a lui d'un annuo tributo,
assicuratogli da Austria insieme e da Francia. Il Papa così diventava
protettore davvero de' sudditi suoi Italiani dalle esterne e interne
violenze, e non protetto per forza d'armi esterne contro le esterne
insidie e contro gli odii intestini. E non che scemare, gli cresceva
sovranità; dico quella sovranità vera e degna di persona spirituale,
che secondo le originarie condizioni, gli fu conceduta sulle provincie
conservanti il diritto di governarsi di propria autorità.
Più largo ancora che quello del Rossi, era un concetto più antico, cioè
del 1822, ed era più pio al Pontefice, ancorchè dettato da Gian Pietro
Vieusseux protestante. Lo dettava egli alle istanze reiterate del conte
di Bombelles, uomo probo, allora ambasciatore austriaco in Toscana,
marito a una figliuola di madama di Brun, conosciuta da esso Vieusseux
in Copenaghen, amica al Sismondi, e riverente al nome italiano.
Proponeva il Vieusseux fin d'allora una Confederazione di Principi
Italiani, una Lega doganale, e quanta conformità d'istituzioni veramente
civili potessero permettere quei miseri tempi. Della quale proposta
giova, come di documento storico, tenere di conto, e all'affetto
dell'uomo benemerito renderne onore. E importa notare, che tra le cose
prudenti allora e opportune a dirsi, non più accomodabili a questo
tempo, ce n'è parecchie, e le più rilevanti, alle quali dovrebbero porre
mente i fondatori d'una Confederazione Italiana sul serio; che,
determinando questo concetto ancora incerto nella mente e de' governanti
e de' popoli, ne persuaderebbero la possibilità, ne farebbero più
agevole l'attuazione, e più sicura anco ai più diffidenti.
VIII.--_Jattanze e speranze_.
Ma ritorniamo all'animoso ministro dal quale l'ordine delle idee ci
portò alquanto lontano. Rivenuto di Parigi al suo parlamento dovevasi
certamente aspettare che, col ritegno voluto dalla prudenza, egli
toccasse delle cose trattate in Parigi, cioè della proposta sua rispetto
al migliore governo da dare a una parte degli Stati Papali. Nel che non
poteva, almeno in massima, non convenire, e l'Imperatore, la cui lettera
a Edgardo Ney rimaneva da più anni quasi fatta ludibrio alla Corte di
Roma; e l'Inghilterra, che aveva nella vittoria di Crimea messa in luce
piuttosto la sua debolezza che la sua forza, e a cui doveva gradire che
opportunità le si offrisse di far prova altrove in qualche maniera della
propria potenza. Veramente dovevano e l'Inghilterra e la Francia
rammentarsi altresì le accoglienze non rispettose da Napoli fatte alle
loro ingiunzioni, le quali avevano per ragione il disordine che quel
governo fomentava in Italia, e quindi in Europa: al che Napoli colla sua
inerzia sprezzante pareva rispondere, che altre cagioni di disordine
numera l'Italia e l'Europa; e che, tolte via queste, provvederebbe
anch'esso a fare il possibile dal suo canto. Ma le parole del ministro
in parlamento parvero avere significato più ampio che le sue proposte in
Parigi; e in quasi tutti subitamente infusero speranze grandi. Dicevano,
maravigliati dell'inaspettata fiducia: non è possibile che parole tali
non siano quasi il saggio d'altre parole segrete ancora più minacciose
ai nemici nostri, non siano precorritrici di fatti prossimi, memorandi.
Quindi le congratulazioni e i ringraziamenti affrettarsi; e
l'esultazione parere tanto più ragionevole, che rammentavasi, l'oratore
in altri tempi più disposti a guerra, essersi dimostrato ben cauto. Ma
coloro che questa memoria e la conoscenza degli uomini rendeva cauti,
non però diffidenti, aspettavano che prima ancora de' fatti, altre
parole venissero a rischiarare e temperare le prime. Vennero nel Senato,
dove il prudente dicitore avvertì, non essersi bene inteso il
significato del suo primo discorso, fervente di pii desiderii, ma non
istigatore di pericolose speranze. Certo è che le cose accadute nel 59
non erano nè pattuite nel cinquansei nè previste. Che a maturarle (come
taluni sognano, calunniando i popoli più che i principi) servisse un
misfatto, che quella paura ispirasse generosità; il crederlo sarebbe
quasi un farsi complice del misfatto: nè su tali stoltezze può l'uomo
onesto pur fermare il pensiero. Vero è che di lì venne occasione a una
legge, la quale, se le precedenti non bastavano, doveva essere portata
assai prima, acciò non paresse riparazione tarda, e quasi confessione di
reità nè commessa nè imaginata. E quelle leggi che provvedono al
rispetto delle persone e dell'onore sì de' principi e sì de' privati
cittadini, dovevano alcuna volta essere con severità più coraggiosa
eseguite. Ma cotesta negligenza piuttosto che agli uomini del governo è
da imputare alla timidità de' cittadini stessi, o alla loro inopportuna
generosità.