— In tre o quattro giorni! — aveva detto Anguilleri.
E da tre giorni Fausto spiava con ansia la sua vittima, mostrandosi
buono, indulgente; meravigliandola con la insperata mutazione;
invitandola a visitarlo più spesso.
Non aveva rimorsi, nè timori; il cuore gli s'era indurito. Rappresentava
la sua parte con perfetta tranquillità, rassicurato dalla certezza che
nessuno avrebbe potuto, non che accusarlo, sospettarlo.
— Hai consultato il dottore? — le domandava appena entrata.
— No; il mio vero dottore sei tu; tu solo conosci il mio male, tu solo
puoi guarirmi!
— Ti senti bene?
— Benissimo, da che tu non sei più cattivo con me!
Egli la guardava fisso, scrutandone il colorito della pelle e delle
labbra, quasi avesse potuto scorgervi a occhio nudo i baccilli che già
dovevano essersi sviluppati dalle spore.
Intanto nessun sintomo, neppure al quarto giorno!
Anguilleri, si era dunque ingannato? Gli aveva dato a intendere una
frottola, come accade ai giovani scienziati che spacciano per cose certe
le ipotesi più ardite? O colei resisteva anche alle spore del
carbonchio, per sciagura di lui?
Come domandarle intanto se avesse mangiato il micidiale frutto candito
ch'egli le aveva regalato giorni addietro?
Paventava di tradirsi; e attendeva ansioso, smaniante, sforzandosi di
non lasciar scorgere il suo profondo turbamento, e per ciò soffrendo di
più, quando la coscienza gli faceva sentire qualche sordo e fuggevole
rimprovero.
— Ormai!
E con quest'esclamazione cercava di stordirsi.
Ma di giorno in giorno, di ora in ora la coscienza tornava a rimorderlo
più forte, quantunque a intervalli, quasi stentasse di svegliarsi dal
torpore in cui si trovava caduta da un pezzo.
E Fausto strizzava gli occhi, per vincere i brividi che lo assalivano,
per arrestare il capogiro che lo faceva vacillare.
La notte, però, appena abbassate le palpebre....
Abbandonando il putrefatto cadavere della signora Ghedini, a miriadi, a
miriadi, avidi di nuova preda, i baccilli, non più invisibili, ma grossi
come formiche, incalzavano Fausto, lo circondavano da ogni parte, lo
assalivano, lo rodevano, lo riducevano a lentamente lentamente
agonizzare accanto al nero carcame della sua vittima, che però aveva
ancora qualcosa di vivo negli occhi viscidi, enormemente spalancati, e
sembrava godere della interminabile agonia del suo infame assassino....
E nessuno che osasse soccorrerlo! E Anguilleri, freddo, impassibile, gli
appuntava addosso l'inutile microscopio.... Non li vedeva dunque a
occhio nudo i terribili baccilli, grossi come formiche?
Si svegliava di soprassalto, bagnato di sudore diaccio, balbettante il
grido di aiuto che stava per sfuggirgli nel sonno; e seduto sul letto,
spalancava gli occhi dal terrore, non ben sicuro che qualche bacio di
lei non gli avesse attaccato il male, quantunque egli, da quattro
giorni, evitasse di baciarla in bocca, e si lavasse spessissimo col
bicloruro di mercurio diluito nell'acqua a l'un per mille.
E la mattina tornava a fremere, smanioso, impaziente, fino al momento
della solita visita di Paolina, che non poteva mai venire a trovarlo
prima delle dieci e mezzo. Il cuore gli trabalzava al lieve scricchiolìo
dell'uscio; e il giorno ch'ella non comparve all'ora consueta, nè più
tardi. Fausto diè un rantolo, e si sentì venir meno.
— Le spore hanno agito!
Rimase immobile in mezzo alla camera, quasi non se lo fosse aspettato,
quasi il fatto non avesse dovuto accadere, ed egli avesse sperato, anzi
voluto, che non fosse potuto accadere. Gli era cascata la benda dagli
occhi; si vedeva assassino, nè poteva più riparare.
— Ormai.... — ripetè anche quella volta, ma balbettando d'orrore.
Una scampanellata! Era il dottor Anguilleri.
— Insomma, questa sinfonia dei baccilli?
Fausto si sentì strozzare le parole in gola.
— È fatta? O non la farai più?
— Sì, sì, la farò — potè rispondere con gran sforzo. — Una sinfonia non
s'improvvisa.
— Ah!, io temo che l'unica sinfonia dei baccilli rimarrà quella mia di
ieri — altro che la tua! — mentre cercavo un tubo di spore di carbonchio
che non riuscivo, nè son riuscito a trovare. L'avrò messo per isbaglio
in qualche altro bicchiere, l'ultima volta che tu venisti lassù....
Quella, sì, è stata una sinfonia di imprecazioni sgorgata proprio di
getto! Quanto a la tua, sapevo bene che non ne avresti fatto niente, che
non ne farai più niente, ed ho voluto accertarmene coi miei propri
occhi, uscendo dalla camera dell'ingegnere che è gravemente
indisposto.... L'ingegnere lavora troppo e mangia troppo; credo che
abbia un'enterite bella e buona. Non ne sai nulla?
— No.
— La signora m'ha domandato se è cosa grave; le ho detto la verità. È
abbattutissima, povera signora.
— Indisposta anche lei?
— Lei sta bene; è per via del marito.
— C'è pericolo?...
— È stato già proposto un consulto.