Ah, la terribile idea!
Lo invasava da una settimana, facendolo inorridire ogni volta che vi si
sorprendeva fissato e già propenso a metterla in discussione, ora come
ipotesi strana, ora come non difficile possibilità!
— Oh! oh!
A quali infami accessi lo riduceva colei, spingendolo alla disperazione
con la insopportabile gelosia! E perciò egli fremeva, scoprendola sempre
tanto più tenera e più ciecamente innamorata, quanto più egli si sentiva
distaccare da lei!
Intanto la speranza di poter sposare la figlia della Merlacchi gli si
accendeva nel cervello coi colori più vivi e cominciava a sembrargli
cosa seria. La signora Merlacchi, che ad ogni nuova visita di Fausto
diventava quasi aggressiva, non gli repugnava più. La graziosa
civetteria di Cornelia lo eccitava, gli risvegliava nell'animo la
passione della musica, se non la scintilla creatrice del compositore.
— Scriverà una romanza per me? Da cantarla io e nessun'altra? — gli
disse un giorno Cornelia.
— Ben volentieri, signorina; vorrei poter fare un capolavoro!
— Lo farà, ne sono certa.
E questo desiderio, espresso con tanta carezza nella voce e tanto
scintillìo di sorriso negli occhi, gli era parso, quasi, un tacito
fidanzamento.
— Sono matto? — tentava di riflettere.
Ma l'amor proprio gli annebbiava il cervello.
— Accadrà uno scandalo! Colei commetterà qualche pazzia!
Si desolava ripensando le assurde proposte di fuga, di rifugio in
qualche città straniera, che Paolina gli veniva facendo da qualche tempo
in qua. La sua dote, tutta in cartelle dello Stato, non poteva
toccargliela nessuno. Suo marito, è vero, in un momento di urgenza,
aveva ottenuto da lei il consenso di adoprarla per le sue vaste
speculazioni ferroviarie... Ma gli affari andavano bene. Certamente egli
aveva pensato a guarantirla... Anche senza la sua dote però essi
avrebbero potuto vivere comodamente, lei lavorando da sarta, lui dando
lezioni, o, meglio, conducendo a fine la sua _Venere infernale_.
— Ah! La mia Venere infernale è proprio lei! — esclamava Fausto
disperatamente.
E perchè doveva egli rassegnarsi? L'aveva forse sedotta? No, anzi era
stato avviluppato, stregato lui!
— Se commettessi un delitto per riavere la libertà, chi potrebbe
condannarmi?
Era arrivato a farsi tale domanda senza fremere di orrore.
Per evitare in quei giorni la frequenza delle visite della signora
Ghedini, aveva ideato un pretesto: ma quella volta la signora Paolina
non si era lasciata ingannare.
Si vedevano sparsi, con calcolato disordine, sul tavolino, sul letto,
sul canapè e sul leggìo del pianoforte i fogli dell'abbozzo dei primi
due atti della sua opera, parte scritti col lapis, parte con
l'inchiostro. La carta si era ingiallita e la scrittura aveva preso la
tinta dell'inchiostro invecchiato dalla luce e dalla polvere. Robba
morta tutti quei fogli! Quella mattina però dovevano simulare di essere
vivi per evitargli il tormento della presenza di colei e il pericolo di
scene repugnanti. Gli era forza mentire, mentire, mentire, se voleva
ottenere un po' di tregua!
Egli andava su e giù per la stanza con le braccia conserte, strette
nervosamente dalle mani aggrappate, coi capelli in disordine e con lo
sguardo fisso nella truce visione che più non lo abbandonava un momento
e lo avvinceva e lo soggiogava: andava su e giù ripetendo mentalmente le
uniche parole che pensasse da una settimana, anche ragionando d'altro,
anche nei sogni:
— Se commettessi un delitto per riavere la libertà, chi potrebbe
condannarmi?
E gli parve che qualcuno venisse a sorprenderlo, sentendo aprir l'uscio
e vedendo apparire la signora Ghedini che guardava diffidente i fogli
sparsi qua e là.
— Lavori?
— Riprendo la _Venere infernale_; me la sento frullare nel cervello.
E con un po' d'esitanza, di cui ebbe dispetto, soggiunse:
— Dovresti lasciarmi più libero in questi giorni.
— Non è vero che tu voglia lavorare! — gli gridò in faccia, indignata,
la signora Ghedini — Oh, Fausto!
E continuò, con accento di dolore e di rimprovero, parlando
affrettatamente, a voce bassa:
— Vedi come mi hai ridotta? Non mi riconosco. Perchè mi fai soffrire?
Che male ti ho fatto? Fin mio marito, che ha tante cose per la testa,
fin mio marito si è accorto che non sono più quella di prima. Mi crede
ammalata; vorrebbe che io consultassi un dottore.
— Ricominci?
— Bada, Fausto, bada! Mi conosci male, se ti figuri che io possa
sopportare in pace un tradimento. L'abbandono, sì, lo sopporterei; ne
morrei, forse, e sarebbe finita. Ma un tradimento, no! Sei tornato dalle
Merlacchi, e mi avevi giurato che non ci saresti andato più! Sono loro,
la madre o la figlia, o tutt'e due — quella mamma è capace di tutto! —
sono loro che tentano di rubarmiti. Bada, Fausto! Bada!
Glielo ripeteva con labbra frementi. E gli occhi le lampeggiavano; e
tutta la persona, scossa da tremito, trambasciava, mentre le lagrime
cominciavano a scenderle silenziose lungo le gote coperte d'improvviso
pallore.
— Ah! — urlò Fausto, prendendo con furia il cappello, sfuggendo dalle
mani della signora Ghedini che tentava di trattenerlo.
— Ho avuto torto! Fausto, perdonami! — ella balbettava supplicando.
Ma Fausto era già uscito di casa, sbatacchiando l'uscio villanamente.
Il dottor Anguilleri fu meravigliato di vederselo comparire davanti.
— Che è stato?
— Niente. Sai? Ho riflettuto su quella tua idea... bellissima... della
_Sinfonia dei baccilli_, o _della Morte_.
— Ah!
— Sono in vena. Voglio farne proprio qualcosa di grandioso e di
terribile, come tu hai detto. Ho già abbozzato... in testa... i punti
principali, s'intende: Un crescendo, capisci?... dopo un pianissimo di
violini e viole.... Poi, un unisono di ottoni.... Vengo per ispirarmi.
— Mi hai fatto paura! — esclamò il dottore, stupito di quell'aspetto
sconvolto, di quegli occhi che luccicavano sinistramente evitando lo
sguardo altrui, di quelle parole pronunziate ora a scatti, ora esitando.
— E l'ispirazione musicale ti riduce ogni volta così?
— Fammi vedere di nuovo la stanza... dove sono le stufe,... no, l'altra
appresso. Voglio averne un'impressione più viva, più immediata.
— Alla buon'ora! Non mi par vero che tu voglia lavorare. Sarà la prima
e, forse, la sola volta che i baccilli serviranno per un'opera d'arte.
Fausto gli andò dietro, camminando come un sonnambulo, senza scorgere
niente lungo il corridoio e le sale che attraversavano.
Il dottor Anguilleri, un po' invanito di veder presa sul serio da un
artista come Fausto un'idea buttata là, per ischerzo, in un momento di
buon umore, aperse l'uscio del camerino buio:
— A te! Ecco qui, spaventevole _crescendo_, tutti i morbi della terra!
Prendeva tre, quattro tubi per volta, e glieli faceva osservare dando
particolareggiate spiegazioni, scherzando intorno alla pericolosa
materia:
— Pei toni minori, i baccilli dell'erisipela, della difterite, della
tisi!
E rideva.
— Pei toni acuti, i baccilli del tifo, del colera, dell'edema maligno...
Ah! Ah!... dico bene? Scusa, tieni un po'; non aver paura! Bisogna
rimetterli attentamente, ognuno al loro posto, per non confonderli.... E
questi qui, finalmente, pei toni bassi: sono i baccilli del tetano e del
carbonchio.... Hai già tutta l'orchestra....
E, voltandogli le spalle, non si accorse di Fausto che, in mezzo
all'usciolino, si cacciava lestamente in tasca uno dei tubi affidatigli.