L'ingegnere, prostrato dal grande abbattimento di forze, prodotto anche
dalle frequenti emorragie del naso, mezzo assopito sui guanciali, si
lamentava, fiocamente, mentre i dottori ascoltavano la relazione della
malattia che il collega curante faceva sotto voce per non infastidire il
malato.
La signora Ghedini, che mostrava sul viso le traccie delle veglie e del
dolore, seduta al capezzale, posava una mano su la fronte del marito e,
di tratto in tratto, ripeteva ai dottori:
— Scotta! scotta!
Fausto non osava guardarla. Accorso a prestare assistenza, spalancava
intanto gli orecchi per non perdere neppure una parola della relazione
del dottore che enumerava a uno a uno i sintomi dell'enterite; e a
Fausto pareva di sentir ripetere, motto per motto, quel che l'Anguilleri
gli aveva detto nella sua prima visita al laboratorio: — Abbattimento di
forze, emorragie, sordo dolore negli organi addominali. E — mentalmente
egli aggiungeva — in tre o quattro giorni, morte e rapida putrefazione!
Un atroce sospetto gli era già entrato nell'animo, sospetto che si mutò
in orribile certezza per lui, quando uno dei dottori sussurrò
all'Anguilleri:
— Quasi tutti i sintomi del carbonchio; non le pare?
— È affare di microscopio — rispose l'Anguilleri.
— Oh, non invaderemo il vostro dominio, collega!
E quel dottore, sorridendo, aveva accennato a Fausto, quasi per
chiamarlo testimone della deferenza verso il collega.
Fausto, invece, non capiva più niente; pareva diventato ebete.
Soltanto, come in un sogno, rammentava una scena accaduta.... dove?...
un breve dialogo... di chi?
Era, stato lui o un demonio, che aveva detto: — Paolina, tieni; è un
candito regalatomi da una bambina mia alunna...?
Era Paolina o un'altra persona colei che aveva risposto: — Grazie!
Grazie!?
Era lui quel demonio che insisteva:
— Non lo mangi?
— Domani. Oggi mi sento male....
E, come in un sogno, rivedeva sur un vassoio del salotto di Paolina quel
fatale candito, involto nella carta rossa, quasi Paolina avesse voluto
conservarlo.... Perchè non aveva egli ubbidito all'impulso della
coscienza che gli suggeriva: — Riprendilo!... fallo sparire?... — Il
commendatore non lo avrebbe trovato, non si sarebbe lasciato vincere
dalla sua golosità pei canditi!...
E assistendo, quasi in un dormiveglia, all'agonia e alla morte
dell'ingegnere, Fausto ripeteva mentalmente: — È stato così! È stato
così!
Otto giorni dopo, non era ancora rinvenuto da quello stato di stupore e
di prostrazione che lo aveva ridotta una larva d'uomo.
In tutto il lungo concatenamento di circostanze che avevano influito sul
corso della sua vita, Fausto già scorgeva una mente direttrice, una mano
operante che gli facevano scontare, forse, peccati altrui, e che,
certamente, lo punivano della vanità, della superbia, dell'orgoglio,
delle aspirazioni sproporzionate coi suoi mezzi e con le facoltà del suo
intelletto. Per ciò era caduto sempre più, sempre più in basso, senza
potersi rialzare mai!... Spostato nella società; impotente in arte;
delinquente.... e niente altro!
E farneticando, raccoglieva carte e libri sul tavolino, cavava fuori dai
cassettoni biancheria e vestiti; e tirato in mezzo alla camera il
vecchio baule, foderato di strisce di pelle di cervo, vi andava
riponendo ogni cosa alla rinfusa, quasi gli fosse arrivata l'ingiunzione
legale di sgombrare.
Dove sarebbe andato? Che avrebbe fatto?
Non lo sapeva, nè si curava di saperlo; gli pareva che la sua vita
dovesse, in un modo o in un altro, presto finire. Quegli stracci, quei
libri, quei vecchi fogli di musica egli li calcava in quella specie di
cassa mortuaria, prima che rinchiudessero lui in una cassa mortuaria
vera, se pure ne avrebbe ottenuto una dalla pubblica pietà.
Tutt'a un tratto, dal cupo fondo del cuore, gli sorse dinanzi la figura
della signora Ghedini, vestita a lutto. Fausto indietreggiò, come
davanti a uno spettro. L'aveva smarrita di vista, fra le nebbie che da
otto giorni gl'ingombravano il cervello; l'aveva dimenticata! Almeno gli
era parso così. E non solamente se la vedeva ora riapparire nella
immaginazione, ma ne sentiva un'impressione fisica. I suoi nervi,
diventati straordinariamente sensibili, già percepivano... che cosa? Non
sapeva spiegarlo a sè stesso. La indovinava vicina, la sentiva arrivare,
e tremava, tremava alle vibrazioni di un fascino che gli pareva lo
afferrasse a traverso i muri, a traverso gli usci, e lo inchiodasse là.
E quando la vide realmente apparire, abbrunata, un po' pallida, e sentì
la stretta delle sue braccia attorno al collo, e la udì, come la prima
volta, singhiozzare: — Fausto, come t'amo! Amami, Fausto! Eccomi ora
tutta tua, soltanto tua! — parve a Fausto udire una voce beffarda che lo
schernisse con quelle fatali parole, intanto che una mano di ferro lo
ghermiva e lo incatenava a colei, saldamente e per sempre.