CAPITOLO XXVIII.

_Distruzione finale del Paganesimo. Introduzione del culto dei

Santi, e delle reliquie fra i Cristiani._

La rovina del Paganesimo, seguita ai tempi di Teodosio, è forse l'unico

esempio dell'intiero annientamento di un'antica e popolare

superstizione; e può meritare per conseguenza di esser considerata come

un evento singolare nell'istoria dello spirito umano. I Cristiani, e

specialmente il Clero, avevan sofferto con impazienza le prudenti

dilazioni di Costantino, e l'ugual tolleranza di Valentiniano il

Vecchio; nè potevan creder perfetta o sicura la lor conquista,

finattantochè fosse permesso agli avversari di esistere. Impiegossi

l'autorità che Ambrogio ed i suoi fratelli aveano acquistato sopra la

gioventù di Graziano e la pietà di Teodosio, per inspirare massime di

persecuzione nei petti degl'Imperiali proseliti. Si stabilirono due

speciosi principj di religiosa giurisprudenza, dai quali deducevasi

un'immediata e rigorosa conseguenza contro i sudditi dell'Impero, che

continuavano ad osservare le ceremonie dei loro maggiori: vale a dire,

che il Magistrato in qualche modo si fa reo dei delitti che trascura di

proibire o di gastigare, e che il culto idolatrico delle favolose

Divinità e dei veri demonj è il delitto più abominevole contro la

suprema Maestà del Creatore. S'applicavano senza riflessione, e forse

erroneamente dal Clero le leggi di Mosè, e gli esempi della Storia

Giudaica[566] all'universale e dolce regno del Cristianesimo[567]. Fu

eccitato lo zelo degl'Imperatori a vendicare il proprio onore e quello

di Dio; e circa sessant'anni dopo la conversione di Costantino, si

rovesciarono i templi del Mondo Romano.

Dai giorni di Numa fino al regno di Graziano, i Romani mantennero la

regolar successione dei vari collegi dell'Ordine Sacerdotale[568].

Quindici Pontefici esercitavano la suprema loro giurisdizione su tutte

le persone e le cose dedicate al servizio degli Dei, e le varie

questioni, che continuamente nascevano in un sistema tradizionale e mal

collegato, eran sottoposte al giudizio del sacro lor Tribunale. Quindici

gravi ed eruditi Auguri osservavano l'aspetto dei Cieli, e determinavano

le azioni degli Eroi, secondo il volo degli uccelli. Quindici Custodi

dei libri Sibillini (che dal loro numero prendevano il nome di

Quindecimviri) alle occasioni consultavan l'istoria del futuro, e per

quanto sembra, delle cose contingenti. Sei Vestali consacravano la loro

verginità alla guardia del fuoco sacro e degli ignoti pegni della durata

di Roma, i quali a nessun mortale era stato permesso di rimirare

impunemente[569]. Sette Epuloni preparavano la mensa degli Dei,

dirigevano la solenne processione, e regolavan le cerimonie dell'annua

solennità. I tre Flamini di Giove, di Marte e di Quirino si

risguardavano come i particolari ministri delle tre più potenti

Divinità, che vigilavano sul destino di Roma e dell'Universo. Il Re dei

sacrifizi rappresentava la persona di Numa e dei suoi successori nelle

religiose funzioni, che non si potevano eseguire se non da mani Reali.

Le confraternite de' Salj, dei Lupercali ec. praticavano tali riti, che

avrebbero eccitato riso e disprezzo in qualunque persona ragionevole,

con la viva fiducia di attirarsi il favore degli Dei immortali. La

autorità, che i Sacerdoti Romani avevano anticamente avuto nei consigli

della Repubblica, fu appoco appoco abolita per lo stabilimento della

Monarchia, e per la mutazione della sede Imperiale. Ma era tuttavia

protetta dalle leggi e dai costumi del paese la dignità del sacro loro

carattere; e sempre continuavano, specialmente il collegio dei

Pontefici, ad esercitare nella capitale, ed alle volte nelle Province, i

diritti della loro ecclesiastica e civile Giurisdizione. Le loro vesti

di porpora, i cocchi di parata, ed i sontuosi loro trattamenti

attraevano l'ammirazione del popolo; e dalle sacre terre non meno che

dal pubblico erario tiravano un ampio stipendio, che abbondantemente

serviva a sostenere lo splendore del Sacerdozio e tutte le spese del

Culto religioso dello Stato. Siccome il servizio dell'altare non era

incompatibile col comando degli eserciti, i Romani, dopo i lor consolati

e trionfi, aspiravano ai posti di Pontefici o di Auguri; gli impieghi di

Cicerone[570] e di Pompeo nel quarto secolo erano occupati dai membri

più illustri del Senato; e la dignità della lor nascita rifletteva uno

splendore più grande sul carattere Sacerdotale. I quindici Sacerdoti,

che componevano il collegio dei Pontefici, avevano un grado più distinto

come compagni del loro Sovrano; e gl'Imperatori Cristiani condiscesero

ad accettare la veste e le insegne proprie del Sommo Pontificato. Ma

quando salì sul trono Graziano, più scrupoloso o più illuminato egli

rigettò vigorosamente quei simboli profani[571], applicò all'uso dello

Stato o della Chiesa le rendite de' Sacerdoti e delle Vestali, abolì gli

onori e le immunità loro, e sciolse l'antica fabbrica della

superstizione Romana, che era sostenuta dalle opinioni e dall'abitudine

di undici secoli. Il Paganesimo era sempre la religione costitutiva del

Senato. La sala o il tempio, in cui si adunava, era ornato dalla statua

e dall'altare della Vittoria[572], che rappresentava una maestosa donna

collocata sopra un globo con larghe vesti, con ali stese e con una

corona di alloro in mano[573]. I Senatori solevan giurare sull'altar

della Dea d'osservare le leggi dell'Imperatore e dell'Impero; ed una

solenne offerta di vino e d'incenso era l'ordinario principio dello loro

pubbliche deliberazioni[574]. La remozione di questo antico monumento

era l'unica ingiuria, che Costanzo avea fatto alla superstizione de'

Romani. L'altare della Vittoria fu ristabilito da Giuliano, da

Valentiniano tollerato, ed un'altra volta bandito dal Senato per lo zelo

di Graziano[575]. Pure l'Imperatore avea risparmiato le statue degli

Dei, che erano esposte alla pubblica venerazione: tuttavia sussistevano

quattrocento ventiquattro tempj, o cappelle per soddisfare la devozione

del popolo; ed in ogni quartiere di Roma era offesa la delicatezza dei

Cristiani dal fumo dei sacrifizi idolatrici[576].

[A. 384]

Ma i Cristiani facevano la minor parte del Senato di Roma[577]; e non

poterono esprimere che con la loro assenza la disapprovazione dei

legittimi, quantunque profani, atti del maggior partito Pagano. In

quell'assemblea le morte ceneri della libertà per un momento si

ravvivarono, ed infiammate furono dal soffio del fanatismo. Si

mandarono, l'una dopo l'altra, quattro rispettabili Deputazioni alla

Corte Imperiale[578] per rappresentar le querele del Sacerdozio e del

Senato, e per sollecitar la restaurazione dell'altare della Vittoria.

S'affidò la condotta di quest'importante affare all'eloquente

Simmaco[579], ricco e nobile Senatore, che univa il sacro carattere di

Pontefice e d'Augure con le dignità civili di Proconsole dell'Affrica e

di Prefetto di Roma. Era il petto di Simmaco animato dal più ardente

zelo per la causa del Paganesimo spirante; ed i religiosi di lui

antagonisti compiangevano in esso l'abuso dall'ingegno e l'inefficacia

delle morali virtù[580]. L'oratore, la domanda del quale all'Imperatore

Valentiniano tuttavia sussiste, sapeva le difficoltà ed il pericolo

dell'uffizio che s'era addossato. Egli evitò con cautela ogni argomento,

che potesse apparir relativo alla religione del suo Sovrano; umilmente

dichiarò, che le uniche sue armi eran le preghiere e le suppliche; e

trasse le sue ragioni artificiosamente dalle scuole della rettorica

piuttosto che da quelle della filosofia. Simmaco procurò di sedurre

l'immagine del giovane Principe con lo spiegar gli attributi della Dea

della Vittoria; egli insinuò che la confiscazione delle rendite dedicate

al servizio degli Dei, era un ordine indegno del generoso e

disinteressato carattere dell'Imperatore; e sostenne, che i sacrifizi

Romani sarebbero stati privi della forza ed energia loro, se non si

fossero più celebrati a spese ed in nome della Repubblica. Anche lo

scetticismo stesso potè somministrare un'apologia alla superstizione. Il

grande ed incomprensibil _segreto_ dell'universo, egli diceva, elude le

ricerche dell'uomo. Dove non può istruire la ragione, si può permettere

che guidi l'uso; e sembra che ogni nazione segua i dettami della

prudenza, mediante un fedele attaccamento a quei riti ed a quelle

opinioni, che hanno ricevuto l'approvazione dei secoli. Se quei secoli

si son veduti coronati di gloria e di prosperità, se il devoto popolo ha

frequentemente ottenuto i benefizi, che ha domandato agli altari degli

Dei, dee sembrare sempre più prudente consiglio quello di persistere

nella medesima pratica salutare, senza correr gl'ignoti rischi, che

posson seguire una precipitosa innovazione. Fu applicato il testimonio

dell'antichità e del successo con singolar vantaggio alla Religione di

Numa; e Roma stessa, qual celeste Genio, che presedeva al destino della

città, fu introdotta dall'Oratore a difendere la propria causa avanti al

Tribunale degli Imperatori. «Egregi Principi, (dice la venerabil

Matrona) Padri della patria, abbiate compassione della mia età, che

finora è passata in un continuo corso di opere pie. Poichè non ne son io

malcontenta, permettetemi di continuar nella pratica degli antichi miei

riti. Poichè son nata libera, concedetemi di godere i miei domestici

instituti. Questa religione ha ridotto il Mondo sotto alle mie leggi.

Questi riti hanno rispinto Annibale dalla città, ed i Galli dal

Campidoglio. Era la mia canuta chioma riserbata a tal intollerabil

disgrazia? Ignoro il nuovo sistema, che mi si vuol fare adottare; ma son

bene sicura, che la correzione della vecchiezza è sempre un uffizio

ingrato ed ignominioso[581]». I timori del popolo supplivano a quel che

la discrezione dell'oratore avea soppresso; e le calamità che

affliggevano e minacciavano il decadente Impero, venivano dai Pagani

concordemente imputate alla nuova religione di Cristo e di Costantino.

Ma le speranze di Simmaco restaron più volte deluse dalla ferma e destra

opposizione dell'Arcivescovo di Milano, che fortificò gli Imperatori

contro la fallace eloquenza dell'Avvocato di Roma. In questa

controversia, Ambrogio condiscende a parlar da filosofo, e a domandare

con qualche disprezzo, perchè si credesse necessario d'introdurre

un'immaginaria ed invisibile potestà, come causa di quelle vittorie, che

sufficientemente si poteano spiegare col valore e con la disciplina

delle legioni? Giustamente deride l'assurda reverenza per l'antichità,

che non poteva produrre altro effetto che quello di scoraggiare i

progressi delle arti, e far ricadere il genere umano nella sua

originaria barbarie. Quindi a grado a grado innalzandosi ad un più

sublime e teologico tuono, pronunzia che il solo Cristianesimo contiene

la dottrina di verità e di salute, e che ogni sorta di politeismo

conduce i suoi delusi seguaci per la via dell'errore all'abisso della

eterna perdizione[582]. Argomenti di tal sorta, suggeriti da un Vescovo

favorito, avean forza d'impedire la restaurazione dell'altare della

Vittoria; ma i medesimi argomenti cadevano con molto maggior energia ed

effetto dalla bocca d'un conquistatore, e gli Dei dell'antichità furon

tratti in trionfo dietro al cocchio di Teodosio[583]. In una piena

adunanza del Senato, l'Imperatore, secondo le formalità della

Repubblica, propose l'importante questione, se il culto di Giove, o

quello di Cristo formar dovesse la Religione dei Romani. La libertà dei

voti, che egli affettava di concedere, fu tolta dalle speranze e dai

timori, che inspirava la sua presenza; e l'arbitrario esilio di Simmaco

era una recente ammonizione, che poteva essere pericoloso l'opporsi ai

desiderj del Monarca. Fattasi una regolar divisione del Senato, Giove

restò condannato e degradato pel parere d'una pluralità di voti; ed è

piuttosto sorprendente, che vi si trovassero alcuni membri tanto arditi

da dichiarare, coi loro discorsi e suffragi, che essi eran sempre

attaccati agli interessi d'una ripudiata Divinità[584]. La precipitosa

conversione del Senato si deve attribuire a motivi o soprannaturali o

sordidi, e molti di questi ripugnanti proseliti dimostrarono, ad ogni

favorevole occasione, la segreta loro tendenza a gettar via la maschera

dell'odiosa dissimulazione. Ma si confermarono essi appoco appoco nella

nuova religione, a misura che la causa dell'antica diveniva più

disperata; e cederono all'autorità dell'Imperatore, all'uso dei tempi,

alle preghiere delle mogli e dei figli[585], che erano instigati e

diretti dal Clero di Roma e dai Monaci dell'Oriente. L'esempio

edificante della famiglia Anicia fu tosto imitato dal resto della

nobiltà: i Bassi, i Paolini, i Gracchi abbracciarono la religion

Cristiana; ed «i luminari del Mondo, la venerabile assemblea dei Catoni»

(tali sono le ampollose espressioni di Prudenzio) «erano impazienti di

spogliarsi degli ornamenti Pontificali, di gettar via la spoglia del

vecchio serpente, di assumere le candide vesti della battesimale

innocenza, e d'umiliare l'orgoglio dei Fasci Consolari avanti alle tombe

dei Martiri[586]». I cittadini, che sussistevano con la propria

industria, e la plebe, che era sostenuta dalla pubblica liberalità,

empivan le Chiese del Laterano e del Vaticano con una continua folla di

devoti proseliti. I decreti del Senato, che condannavano il culto degli

idoli, ratificati furono dal general consenso dei Romani[587]; s'oscurò

lo splendore del Campidoglio; ed i tempj solitari furono abbandonati

alla rovina e al disprezzo[588]. Roma si sottopose al giogo

dell'evangelio; ed il suo esempio trasse le soggiogate Province che non

avevano ancor perduta la reverenza per l'autorità ed il nome di Roma.

La filiale pietà degli Imperatori medesimi gli indusse a procedere con

qualche cautela e tenerezza nella riforma dell'eterna città. Quegli

assoluti Monarchi agirono con minor riguardo verso i pregiudizi dei

Provinciali. Il pio lavoro, che dalla morte di Costanzo[589] era stato

sospeso quasi venti anni, fu vigorosamente riassunto, e finalmente

condotto a termine dallo zelo di Teodosio. Mentre questo bellicoso

Principe combatteva ancora co' Goti non per la gloria, ma per la

salvezza della Repubblica, s'arrischiò ad offendere una considerabile

parte di sudditi con certi atti, che potevano forse assicurare la

protezione del Cielo, ma che dovevano sembrar temerari ed inopportuni

agli occhi dell'umana prudenza. Il buon successo dei suoi primi

tentativi contro i Pagani diede coraggio al pio Imperatore di rinnovare

ed invigorire gli editti di proscrizione: le medesime leggi che si erano

avanti pubblicate nelle Province Orientali, furono applicate, dopo la

morte di Massimo, a tutta l'estensione dell'Impero d'Occidente; ed ogni

vittoria dell'ortodosso Teodosio contribuì al trionfo della Cristiana e

Cattolica fede[590]. Egli attaccò la superstizione nella più vitale sua

parte, col proibir l'uso dei sacrifizi, ch'ei dichiarò illeciti ed

infami: e sebbene i termini de' suoi editti, più strettamente presi,

condannassero l'empia curiosità, che esaminava le viscere delle

vittime[591], ogni successiva spiegazione tendeva ad involgere nel

medesimo delitto la general pratica d'immolare, che essenzialmente

costituiva la religione dei Pagani. Siccome i tempj erano stati eretti a

causa dei sacrifizi, era dovere d'un benefico Principe quello

d'allontanare dai sudditi la pericolosa tentazione di trasgredire le

leggi che avea stabilite. Fu data una spezial commissione a Cinegio,

Prefetto del Pretorio d'Oriente, ed in seguito ai Conti Giovio e

Gaudenzio, due riguardevoli Uffiziali nell'Occidente, in forza di cui fu

ordinato loro di chiudere i tempj, di togliere o distrugger

gl'istromenti d'idolatria, d'abolire i privilegi dei Sacerdoti, e di

confiscare i patrimoni sacri a benefizio dell'Imperatore, della Chiesa o

dell'esercito[592]. Qui avrebbe potuto aver termine la desolazione, ed i

nudi edifizi, che non erano più impiegati al servizio dell'idolatria, si

sarebber potuti difendere dalla distruttiva rabbia del fanatismo. Molti

di quei tempj erano i più belli e splendidi monumenti della Greca

Architettura; e l'Imperatore medesimo avea interesse di non oscurar lo

splendore delle sue città, nè diminuire il valore dei suoi propri beni.

Si potea permettere che sussistessero quei magnifici edifizi, come tanti

durevoli trofei della vittoria di Cristo. Nella decadenza, in cui si

trovavan le arti, si potevano utilmente convertire in magazzini, in

luoghi di manifatture o di pubbliche adunanze, e forse anche, qualora si

fossero coi sacri riti sufficientemente purificate le mura dei tempj, si

poteva concedere che il culto del vero Dio espiasse l'antico delitto

della idolatria. Ma finattantochè sussistevano, i Pagani nutrivano una

forte e segreta speranza, che una felice rivoluzione, un secondo

Giuliano potesse di nuovo ristabilire gli altari degli Dei; e l'ardore,

col quale porgevano al trono le inefficaci loro preghiere[593], accrebbe

nei riformatori Cristiani lo zelo d'estirpare senza misericordia la

radice della superstizione. Le leggi degl'Imperatori dimostrano qualche

sintomo di una disposizione più dolce[594]: ma i loro freddi e languidi

sforzi non furono sufficienti ad arrestare il corso dell'entusiasmo e

della rapina, che era diretta o piuttosto mossa dai Regolatori

spirituali della Chiesa. Nella Gallia il Santo Martino, Vescovo di

Tours[595], marciava alla testa dei fedeli suoi Monaci a distrugger

gl'idoli, i tempj, e gli alberi sacri della estesa sua Diocesi; e

nell'esecuzione di questa difficile impresa il prudente lettore

giudicherà, se Martino era sostenuto dal soccorso di miracolosa potenza,

o dalle armi corporali. Nella Siria il divino ed eccellente

Marcello[596], come l'appella Teodoreto, Vescovo animato da fervore

Apostolico, risolvè di gettare a terra i magnifici tempj, ch'erano

tuttavia nella Diocesi d'Apamea. L'arte e la solidità, con cui era stato

fabbricato il tempio di Giove, resistè all'attacco. Era situata quella

fabbrica sopra un'eminenza; da ciascheduno dei quattro lati di essa era

sostenuto il sublime tetto da quindici grosse colonne, che avevano la

circonferenza di sedici piedi: e le gran pietre, delle quali venivan

composte, erano stabilmente collegate fra loro con piombo e ferro.

Invano erasi adoperata l'opera dei più forti ed acuti strumenti. Bisognò

ricorrere all'opera di distruggere i fondamenti delle colonne, che

caddero a terra subito che furono consumati dal fuoco i pali di legno,

che per un tempo vi si eran posti; e ne vengono descritte le difficoltà

sotto l'allegoria d'un nero demonio, che ritardava, quantunque non

potesse disfare, le operazioni dei macchinisti Cristiani. Superbo della

vittoria, Marcello si portò in persona sul campo contro la Potestà delle

tenebre; marciava una copiosa truppa di soldati e di gladiatori sotto

l'Episcopale stendardo; e l'un dopo l'altro s'attaccarono i villaggi ed

i tempj di campagna della Diocesi d'Apamea. Dovunque temevasi qualche

resistenza o pericolo, il Campion della fede, che per essere storpiato

non potea fuggire, nè combattere, si poneva ad una conveniente distanza,

oltre la portata dei dardi. Ma questa prudenza divenne cagione della sua

morte: fu egli sorpreso ed ucciso da un corpo di esacerbati villani; ed

il Sinodo della Provincia senza esitare pronunziò, che il santo Marcello

aveva sacrificato la propria vita per la causa di Dio. Nel sostener

questa causa si distinsero per la diligenza e lo zelo i Monaci, che

uscirono con precipitosa furia del deserto. Meritarono essi l'inimicizia

dei Pagani; e ad alcuni di loro poterono applicarsi i rimproveri

d'avarizia e d'intemperanza: d'avarizia, che soddisfacevano col sacro

saccheggio, e d'intemperanza, alla quale si abbandonavano a spese del

popolo, che follemente ammirava in essi i laceri panni, la sonora

salmodia e l'artificial pallidezza[597]. Un piccol numero di tempj fu

protetto dai timori della venalità, dal buon gusto, o dalla prudenza dei

civili ed ecclesiastici Governatori. A Cartagine il tempio della Venere

Celeste, il sacro recinto del quale formava una circonferenza di due

miglia, fu giudiziosamente convertito in una Chiesa Cristiana[598]; ed

una simile consacrazione ha conservata intatta la maestosa cupola del

Panteon a Roma[599]. Ma in quasi tutte le Province del Mondo Romano, un

esercito di fanatici, senza autorità e senza disciplina, invase i

pacifici abitatori; e la rovina delle più belle fabbriche della

antichità tuttavia spiega le devastazioni di quei Barbari, che ebbero il

tempo e la voglia di eseguire tale faticosa distruzione.

In questo ampio e vario prospetto di demolizioni può lo spettatore

distinguere in Alessandria le rovine del tempio di Serapide[600]. Questo

non pare che sia stato uno degli Dei naturali, o de' mostri che uscirono

dal fertil suolo del superstizioso Egitto[601]. Il primo de' Tolomei

aveva ricevuto ordine in sogno di portare in Egitto quel misterioso

straniero dalla costa del Ponto, dov'era stato per lungo tempo adorato

dagli abitanti di Sinope; ma si conoscevano tanto imperfettamente gli

attributi ed il regno di esso, che divenne un soggetto di disputa, se

rappresentasse il lucido globo del giorno o il tenebroso Monarca delle

sotterranee regioni[602]. Gli Egizj, che erano attaccati ostinatamente

alla religione dei loro padri, non vollero ammettere dentro le mura

delle loro città questa divinità forestiera[603]. Ma gli ossequiosi

Sacerdoti, che furon sedotti dalla liberalità de' Tolomei, si

sottoposero senza resistenza al potere del Dio del Ponto: gli fu trovata

un'onorevol domestica genealogia; e s'introdusse questo fortunato

usurpatore nel trono e nel letto d'Osiride[604], marito d'Iside e

celeste Monarca dell'Egitto. Alessandria che se ne attribuiva la special

protezione, si gloriava del nome di città di Serapide. Il suo

tempio[605], rivale della sublimità e magnificenza del Campidoglio, era

stato eretto sulla spaziosa cima di un'artefatta montagna innalzata

cento passi sopra il piano delle altre parti della città, e l'interiore

cavità di essa veniva stabilmente sostenuta da archi, e divisa in volte

ed in sotterranei quartieri. Era circondato il sacro edifizio da un

portico quadrangolare; le magnifiche sale, e le squisite statue vi

spiegavano il trionfo delle arti, e si conservavano i tesori dell'antica

dottrina nella famosa libreria d'Alessandria, ch'era con nuovo splendore

risorta dalle sue ceneri[606]. Poscia che gli editti di Teodosio ebbero

severamente proibito i sacrifizi dei Pagani, essi erano tuttavia

tollerati nella città e nel tempio di Serapide; e questa singolare

condiscendenza fu imprudentemente attribuita a' superstiziosi terrori

dei Cristiani medesimi, come se temessero d'abolire quegli antichi riti,

che soli assicurar potevano le inondazioni del Nilo, le riccolte

dell'Egitto e la sussistenza di Costantinopoli[607].

La sede Archiepiscopale d'Alessandria in quel tempo[608] era occupata da

Teofilo[609], perpetuo nemico della pace e della virtù, uomo audace e

cattivo, le mani del quale furono alternativamente macchiate dal sangue

e dall'oro. Si eccitò il religioso sdegno di lui dagli onori di

Serapide; e gli insulti, che ei fece ad un'antica cappella di Bacco,

persuasero i Pagani, che meditava un'impresa più importante e

pericolosa. Nella tumultuaria capitale dell'Egitto il più leggiero

incitamento serviva ad accendere una guerra civile. I devoti di

Serapide, ch'eran molto inferiori in forza ed in numero a' loro

avversari, presero le armi, spinti dal filosofo Olimpio[610], che gli

esortò a morire in difesa degli altari degli Dei. Si fortificarono

questi Pagani fanatici nel tempio o per meglio dire nella fortezza di

Serapide; rispinsero gli assedianti per mezzo di valorose sortite e

d'una risoluta difesa; e con le inumane crudeltà, che esercitarono

contro i Cristiani lor prigionieri, ottennero l'ultima consolazione dei

disperati. Il prudente magistrato fece utili sforzi per istabilire una

tregua, finattantochè la risposta di Teodosio determinasse il destino di

Serapide. S'adunarono le due parti senz'armi nella piazza principale; e

pubblicamente fu letto l'Imperiale rescritto. Ma quando si pronunziò

contro gli idoli d'Alessandria una sentenza di distruzione, i Cristiani

gettarono un grido di gioia e di giubilo, mentre gli infelici Pagani, al

furore dei quali era succeduta la costernazione, si ritirarono in fretta

e silenzio, e con la fuga ed oscurità loro delusero lo sdegno dei loro

nemici. Teofilo passò a demolire il tempio di Serapide senz'altre

difficoltà, che quelle ch'ei trovò nel peso e nella stabilità dei

materiali; tali ostacoli però tanto riuscirono insuperabili, che fu

costretto a lasciarvi i fondamenti; ed a contentarsi di ridur l'edifizio

medesimo ad un mucchio di sassi, una parte dei quali poco tempo dopo si

tolse per far luogo ad una Chiesa, che vi fu eretta in onore dei Martiri

Cristiani. Fu saccheggiata o distrutta la ricca libreria di Alessandria;

e circa vent'anni dopo, la vista degli scaffali voti eccitò il

dispiacere e lo sdegno di uno spettatore, la mente del quale non era

totalmente oscurata da religiosi pregiudizi[611]. Si potevano senza

dubbio salvare dal naufragio dell'idolatria pel piacere e per

l'istruzione dei posteri le composizioni degli antichi, tante delle

quali sono irreparabilmente perite; e poteva lo zelo, o l'avarizia

dell'Arcivescovo[612] essersi saziata con le ricche spoglie, che furono

il premio della sua vittoria. Mentre si fondevano diligentemente le

immagini ed i vasi d'oro e d'argento, e quelli del metallo meno

stimabile si rompevano con disprezzo, e gettavansi per le strade,

Teofilo si affaticava ad esporre le frodi ed i vizi dei ministri

degl'idoli; la lor destrezza nel maneggiare la calamita; le segrete loro

maniere di introdurre un uomo nella cavità della statua, e lo scandaloso

abuso, ch'essi facevano della fiducia dei devoti mariti e delle mogli

non sospettose[613]. Può sembrare che accuse di tal sorta meritino

qualche fede, non essendo contrarie all'artificioso ed interessato

spirito della superstizione. Ma il medesimo spirito è ugualmente

inclinato al vil costume d'insultare e di calunniare un abbattuto

nemico; e naturalmente viene scossa la nostra credenza dalla

riflessione, ch'è molto meno difficile inventare una storia falsa, che

sostenere una pratica frode. La colossale statua di Serapide[614] restò

involta nella rovina del tempio e della religione di esso. Un gran

numero di lamine di vari metalli, ingegnosamente unite fra loro,

componeva la maestosa figura della Divinità, che toccava da ogni parte

le mura del santuario. L'aspetto di Serapide, la sua positura sedente, e

lo scettro, che teneva nella mano sinistra, erano molto simili alle

rappresentazioni ordinarie di Giove. Esso era distinto da Giove nel

corbello o moggio, che aveva sul capo; e nell'emblematico mostro, che

teneva nella mano destra, il capo ed il corpo del quale era di un

serpente che si divideva in tre code, le quali terminavano in tre capi,

di cane, di leone e di lupo. Asserivasi con sicurezza, che se un'empia

mano avesse ardito di violare la maestà di quel Dio, i cieli e la terra

sarebbero immediatamente tornati al primiero lor caos. Un intrepido

soldato, animato dallo zelo, ed armato di una pesante scure militare,

salì sulla scala; ed il popolo Cristiano medesimo aspettava con qualche

ansietà di veder l'evento della battaglia[615]. Egli vibrò un vigoroso

colpo sulla guancia di Serapide; la guancia cadde a terra; non sentissi

alcun tuono, e tanto i cieli quanto la terra continuarono a mantenere la

tranquillità e l'ordine solito. Replicò il vittorioso soldato i suoi

colpi: fu rovesciato e fatto in pezzi l'enorme idolo; e le membra di

Serapide furono ignominiosamente trascinate per le strade di

Alessandria. Si bruciò nell'anfiteatro, in mezzo ai clamori della plebe,

il suo lacero corpo, e molti attribuirono la lor conversione a questa

scoperta dell'impotenza della loro tutelare Divinità. Le popolari specie

di religione, che propongono dei materiali e visibili oggetti di culto,

hanno il vantaggio di adattarsi e famigliarizzarsi ai sensi degli

uomini; ma questo vantaggio è contrabbilanciato da' vari ed inevitabili

accidenti, a' quali s'espone la fede dell'idolatra. Appena è possibile

ch'esso in ogni disposizione di mente conservi l'implicita sua riverenza

per gl'idoli o le reliquie, il cui semplice occhio o la mano profana non

son capaci di distinguere dalle più comuni produzioni della natura o

dell'arte; e se nel tempo del pericolo la segreta e miracolosa loro

virtù non opera per la propria conservazione, il devoto sprezza le vane

apologie de' suoi sacerdoti, e giustamente deride l'oggetto e la follia

del superstizioso suo attaccamento. Dopo la caduta di Serapide, i Pagani

tuttavia nutrivano speranza, che il Nilo avrebbe negato l'annuo suo

tributo agli empi dominatori dell'Egitto; e lo straordinario indugio

dell'inondazione pareva che indicasse il corruccio del Nume. Ma tale

dilazione fu tosto compensata dal rapido gonfiamento delle acque. Ad un

tratto queste s'alzarono a tal insolita altezza, che servì a consolare

il malcontento partito con la piacevole speranza d'un diluvio,

finattantochè il pacifico fiume di nuovo si ritirò al ben noto e

fertilizzante livello di sedici cubiti, o di circa trenta piedi

Inglesi[616].

I tempj del Romano Impero erano abbandonati o distrutti; ma l'ingegnosa

superstizione dei Pagani tentava d'eludere le leggi di Teodosio, dalle

quali era severamente punito qualunque sacrifizio. Gli abitanti della

campagna, la condotta dei quali era meno esposta agli occhi della

maliziosa curiosità, coprivano le religiose loro adunanze colle

apparenze di conviti. Nei giorni delle feste solenni, s'univano in gran

copia sotto l'estesa ombra di alcuni alberi sacri; si uccidevano ed

arrostivan bovi e pecore, e questo rurale convito era santificato

dall'uso dell'incenso e dagl'inni, che si cantavano in onor degli Dei.

Ma si adduceva, che siccome non s'offeriva bruciando alcuna parte

dell'animale, nè v'era l'altare per ricevere il sangue, e s'aveva cura

d'ommetter la precedente oblazione delle torte salate, e la final

ceremonia delle libazioni, queste festive adunanze non inducevan nei

convitati la colpa nè la pena d'un illegittimo sacrifizio[617].

Qualunque si fosse la verità dei fatti, o il merito della

distinzione[618] furon tolti di mezzo questi vani pretesti dall'ultimo

editto di Teodosio, che mortalmente ferì la superstizion dei

Pagani[619]. Questa legge proibitiva s'esprime nei termini più assoluti

ed estesi. «È nostra volontà e piacere (dice l'Imperatore) che nessuno

dei nostri sudditi, o sieno magistrati o privati cittadini, comunque

sublime o basso esser possa lo stato e condizion loro, ardisca in

qualunque città o in qualunque luogo venerare un idolo inanimato col

sagrifizio d'innocenti vittime». L'atto di sacrificare e la pratica

della divinazione per mezzo delle viscere della vittima si dichiarano

(senz'alcun riguardo all'oggetto di tali ricerche) delitti di tradimento

contro lo Stato, che non si possono espiare, se non con la morte del

reo. I riti della superstizione Pagana, che potevano sembrar meno

sanguinosi ed atroci, sono aboliti come altamente ingiuriosi alla verità

ed all'onore della religione; vengono specialmente enunciati e

condannati i lumi, l'incenso, le ghirlande, e le libazioni di vino; e

sono inclusi in questa rigorosa condanna gl'innocenti diritti del Genio

domestico, e degli Dei Penati. L'uso di alcuna di queste profane ed

illegittime ceremonie sottopone il delinquente alla confiscazione della

casa, o del fondo, in cui si è fatta; e se maliziosamente ha scelto il

luogo d'un altro pel teatro della sua empietà, è condannato a pagare

senza dilazione, una grave pena di venticinque libbre d'oro, che sono

più di mille lire sterline. Viene imposta una pena non meno

considerabile alla connivenza di quei segreti nemici della religione,

che trascureranno il dovere dei loro rispettivi uffizi, di rivelare cioè

o di punire il delitto d'idolatria. Tale fu lo spirito persecutore delle

leggi di Teodosio che furono più volte confermate dai suoi figli e

nipoti, con alto ed unanime applauso del Mondo Cristiano[620].

Nei crudeli regni di Decio e di Diocleziano era stato proscritto il

Cristianesimo, come un'apostasia, dall'ereditaria ed antica religion

dell'Impero; e gl'ingiusti sospetti, che si avevano d'un'oscura e

pericolosa fazione, venivano in qualche modo favoriti dall'inseparabile

unione, e dalle rapide conquiste della Chiesa Cattolica. Ma non si

possono applicare le medesime scuse d'ignoranza e di timore

agl'Imperatori Cristiani, che violavano i precetti dell'umanità e del

Vangelo. L'esperienza dei tempi avea dimostrato la debolezza e la follia

del Paganesimo; il lume della ragione e della fede aveva già esposto

alla maggior parte del genere umano la vanità degl'idoli, e la decadente

setta, che era tuttavia attaccata al lor culto, si poteva lasciar

esercitare in pace e nell'oscurità i religiosi riti dei suoi maggiori.

Se i Pagani fossero stati animati dall'indomito zelo, che occupava lo

spirito dei primi credenti, il trionfo della Chiesa sarebbe stato

macchiato di sangue; ed i martiri di Giove o d'Apollo abbracciato

avrebbero la gloriosa occasione di sacrificare le proprie vite e

sostanze a piè dei loro altari. Ma zelo così ostinato non era conforme

alla libera e negligente natura del politeismo. I violenti e replicati

colpi de' Principi ortodossi perderonsi nella molle e cedente materia,

contro la quale eran diretti; e la pronta obbedienza dei Pagani li

difese dalle pene e dalle multe del Codice Teodosiano[621]. Invece di

sostenere, che l'autorità degli Dei era superiore a quella

dell'Imperatore, essi desisterono con un lamentevole mormorio, dall'uso

di quei sacri riti, che il loro Principe avea condannato. Se qualche

volta furon tentati da un impeto di passione o dalla speranza di non

esser scoperti a secondare la favorita superstizione, l'umile pentimento

loro disarmava la severità del Magistrato Cristiano, e rade volte

ricusavano di purgare la propria temerità col sottomettersi, con qualche

segreta ripugnanza, al giogo dell'Evangelio. Eran piene le Chiese d'una

sempre crescente moltitudine di quest'indegni proseliti, che per motivi

temporali s'erano uniformati alla religion dominante; e nel tempo, che

devotamente imitavano la positura, e recitavan le preci dei Fedeli,

soddisfacevano la lor coscienza mediante la tacita e sincera invocazione

degli Dei dell'antichità[622]. Se i Pagani non avevan pazienza di

sofferire, mancava loro anche il coraggio di resistere, e le disperse

migliaia di essi, che deploravano la rovina dei tempj, cederono senza

contrasto alla fortuna dei loro avversari. Alla tumultuaria

opposizione[623], che fecero i villani della Siria, e la plebaglia

d'Alessandria al furore del fanatismo privato, fu imposto silenzio

dall'autorità e dal nome dell'Imperatore. I Pagani dell'Occidente, senza

contribuire all'innalzamento d'Eugenio, disonorarono col parziale

attaccamento loro la causa ed il carattere dell'usurpatore. Il Clero

ardentemente esclamava, ch'egli aggravava il delitto della ribellione

con quello dell'apostasia; che per licenza di lui erasi ristabilito

l'altare della Vittoria; e che si spiegavano in campo gli idolatrici

simboli d'Ercole e di Giove contro l'invincibil stendardo della Croce.

Ma presto furon distrutte le vane speranze dei Pagani con la disfatta

d'Eugenio; ed essi restarono esposti allo sdegno del vincitore, che si

sforzava di meritare il favore celeste coll'estirpazione

dell'Idolatria[624].

[A. 390-420]

Un popolo di schiavi è sempre pronto ad applaudire alla clemenza del suo

Signore, che nell'abuso del potere assoluto non deviene all'ultime

estremità dell'ingiustizia e dell'oppressione. Teodosio poteva senza

dubbio aver proposto ai Pagani suoi sudditi l'alternativa del battesimo

o della morte; e l'eloquente Libanio ha lodato la moderazione di un

Principe, che non obbligò mai con legge positiva tutti i suoi sudditi ad

immediatamente abbracciare e praticar la religione del proprio

Sovrano[625]. Non era divenuta la professione del Cristianesimo una

qualità essenziale per godere i diritti civili della società; nè s'era

imposto alcun peso particolare ai Settarj, che creduli ammettevano le

favole d'Ovidio, e rigettavano ostinati i miracoli del Vangelo. Il

palazzo, le scuole, l'esercito ed il senato eran pieni di devoti e

dichiarati Pagani; essi ottenevano senza distinzione gli onori civili e

militari dell'Impero. Teodosio distinse il suo generoso riguardo per la

virtù e pei talenti, con impartire a Simmaco la dignità consolare[626],

e con esprimere la sua personal amicizia per Libanio[627]; e i due più

eloquenti apologisti del Paganesimo non furon mai sollecitati o a mutare

o a dissimular le religiose lor opinioni. Era permessa ai Pagani la più

licenziosa libertà di parlare e di scrivere; gli istorici e filosofici

avanzi d'Eunapio, di Zosimo[628] e dei fanatici dottori della scuola

Platonica dimostrano le animosità più furiose, e contengono le più aspre

invettive contro i sentimenti e la condotta dei vittoriosi loro

avversari. Se questi audaci libelli erano pubblicamente noti, noi

dobbiamo applaudire il buon senso dei Principi Cristiani, che

riguardavano con riso e disprezzo gli ultimi sforzi della superstizione

e della disperazione[629]. Ma rigorosamente s'eseguivano le leggi

Imperiali, che proibivano i sacrifizi e le ceremonie del Paganesimo, ed

ogni momento contribuiva a distruggere l'autorità d'una religione,

ch'era sostenuta dall'uso piuttosto che dalle prove. Può segretamente

nutrirsi la devozione del poeta o del filosofo per mezzo delle

preghiere, della meditazione e dello studio; ma sembra che l'esercizio

del Culto pubblico sia l'unico solido fondamento delle opinioni

religiose del popolo, che traggono la loro forza dall'imitazione e

dall'abito. L'interrompimento di tal pubblico esercizio può nel corso di

pochi anni condurre a fine l'importante opera di una rivoluzion

nazionale. Non può lungamente conservarsi la memoria delle opinioni

teologiche senza l'artificiale aiuto dei Sacerdoti, dei tempj e dei

libri[630]. Il volgo ignorante, il cui animo è sempre agitato dalle

cieche speranze, e dai terrori della superstizione, verrà ben presto

persuaso da' suoi superiori a dirigere i propri voti alle dominanti

Divinità del suo secolo, ed appoco appoco s'imbeverà d'un ardente zelo

pel sostegno e la propagazione di quella nuova dottrina, che a principio

la fame spirituale l'obbligò ad accettare. La generazione, venuta dopo

la promulgazion delle leggi Imperiali, fu tratta nel seno della Chiesa

cattolica; e la caduta del Paganesimo, quantunque sì dolce, fu tanto

rapida, che non più di ventott'anni dopo la morte di Teodosio,

dall'occhio del Legislatore non se ne scorgevano più i deboli e minuti

vestigi[631].

La rovina della religione Pagana vien descritta dai Sofisti, come un

terribile e sorprendente prodigio, che coprì la terra di tenebre, e

ristabilì l'antico dominio della notte e del caos. Essi riferiscono in

alto e patetico tuono, che i tempj eran convertiti in sepolcri, e che i

luoghi sacri che prima splendevano adornati di statue degli Dei, erano

vilmente contaminati dalle reliquie dei martiri Cristiani. «I Monaci

(specie d'immondi animali, ai quali Eunapio è tentato di negar fino il

nome di uomini) sono gli autori del nuovo culto, il quale in luogo di

quelle Divinità, che si concepiscono coll'intelletto, ha sostituito i

più abbietti e dispregevoli schiavi. Le teste salate ed imbalsamate di

quegl'infami malfattori, che pei loro delitti han sofferto una giusta ed

ignominiosa morte; i loro corpi tuttavia marcati dall'impressione delle

verghe e dalle cicatrici, lasciatevi da que' tormenti che dati furono

per sentenza del magistrato: questi sono (prosegue Eunapio) gli Dei che

la terra produce ai nostri giorni; questi sono i martiri, gli arbitri

supremi delle nostre suppliche e domande a Dio, le tombe dei quali

vengono adesso consacrate come gli oggetti della venerazione del

popolo»[632]. Senz'approvarne la malizia, egli è molto naturale il

partecipare della sorpresa del Sofista, spettatore d'una rivoluzione che

innalzò quelle oscure vittime della Romana legge, al grado di celesti ed

invisibili protettori dell'Imperio Romano. Il grato rispetto, che

avevano i Cristiani pei martiri della fede, fu elevato dal tempo e dalla

vittoria ad una religiosa adorazione, ed i più illustri fra i Santi e

Profeti furono meritamente associati agli onori dei martiri. Cento

cinquant'anni dopo la gloriosa morte di S. Pietro e di S. Paolo, si

distinsero il Vaticano e la via Ostiense pei sepolcri, o piuttosto pei

trofei di quegli spirituali Eroi[633]. Nel secolo dopo la conversione di

Costantino, gl'Imperatori, i Consoli, ed i Generali degli eserciti

devotamente vigilavano i sepolcri di un facitor di tende e d'un

pescatore[634]: e furon depositate le lor venerabili ossa sotto gli

altari di Cristo, sui quali continuamente i Vescovi della città reale

offerivano l'incruento sacrifizio[635]. La nuova capitale dell'Oriente,

incapace di produrre alcun antico e domestico trofeo, fu arricchita

delle spoglie delle dipendenti Province. I corpi di S. Andrea, di S.

Luca, e di S. Timoteo quasi per trecent'anni avevan riposato in oscuri

sepolcri, dai quali furono trasportati con solenne pompa alla chiesa

degli Apostoli, che la magnificenza di Costantino aveva fondato sulle

rive del Bosforo Tracio[636]. Circa cinquant'anni dopo le medesime rive

onorate furono dalla presenza di Samuele, Profeta e Giudice del popolo

Israelita. Le sue ceneri, depositate in un vaso d'oro e coperte d'un

velo di seta, passarono dalle mani d'un Vescovo a quelle d'un altro. Si

riceveron dal popolo le reliquie di Samuele con la medesima gioia e

reverenza, che si sarebbe dimostrata al Profeta medesimo vivente; le

pubbliche strade, dalla Palestina fino alle porte di Costantinopoli,

eran occupate da una continua processione; e l'istesso Imperatore

Arcadio alla testa dei più illustri membri del Clero e del Senato,

s'avanzò incontro allo straordinario suo ospite, che aveva sempre

meritato e voluto l'omaggio dei Re[637]. L'esempio di Roma e di

Costantinopoli confermò la fede e la disciplina del Mondo Cattolico. Gli

onori de' Santi e dei Martiri, dopo un debole ed inefficace susurro

della profana ragione[638], si stabilirono generalmente; ed al tempo

d'Ambrogio e di Girolamo stimavasi, che sempre mancasse qualche cosa

alla santità d'una Chiesa Cristiana, finattantochè non fosse stata

santificata da qualche parte di sacre reliquie che determinassero ed

infiammassero la devozione del Fedele.

Nel lungo periodo di dodici secoli, che scorsero fra il regno di

Costantino, e la riforma di Lutero, il culto dei Santi e delle reliquie

corruppe la pura e perfetta semplicità del cristiano sistema; e si

posson osservare sintomi di tralignamento anche nelle prime generazioni

che adottarono e favorirono questa perniciosa innovazione.

I. La soddisfacente esperienza, che le reliquie dei Santi eran più

valutabili dell'oro e delle pietre preziose[639], stimolò il Clero a

moltiplicare i tesori della Chiesa. Senza molto riguardo alla verità od

alla probabilità, s'inventavan dei nomi per gli scheletri, e delle

azioni pei nomi. La fama degli Apostoli e dei santi uomini, che avevano

imitato la loro virtù, fu oscurata da religiose finzioni. All'invincibil

drappello dei genuini e primitivi martiri, essi aggiunsero molte

migliaia di eroi immaginari, che non eran mai stati se non nella

fantasia di artificiosi e crudeli autori di leggende; ed havvi motivo di

sospettare, che Tours non fosse la sola Diocesi, in cui le ossa d'un

malfattore fossero adorate invece di quelle di un Santo[640]. Una

pratica superstiziosa, che tendeva ad accrescere le tentazioni della

frode e della credulità, appoco appoco estinse nel Mondo Cristiano il

lume dell'istoria e della ragione.

II. Ma il progresso della superstizione sarebbe stato molto meno rapido

e vittorioso, qualora la fede del popolo non fosse stata assistita

dall'opportuno aiuto delle visioni e dei miracoli per assicurare

l'autenticità e la virtù delle più sospette reliquie. Nel regno di

Teodosio il Giovane, Luciano[641] Prete di Gerusalemme e ministro

Ecclesiastico del villaggio di Cafargamala, circa venti miglia distante

dalla città, riferì un sogno assai singolare, che per togliere i suoi

dubbi era stato ripetuto per tre sabati continui. Gli appariva nel

silenzio della notte una venerabile figura con una lunga barba, una

veste bianca ed una verga d'oro, diceva, che il suo nome era Gamaliele,

e dichiarava all'attonito Prete, che il suo corpo insieme con quelli

d'Abida suo figlio, di Nicodemo suo amico e dell'illustre Stefano, primo

martire della fede Cristiana, erano segretamente sepolti nel vicino

campo. Aggiunse con qualche impazienza, ch'era ormai tempo di liberar

lui ed i suoi compagni dall'oscura loro prigione; che la comparsa loro

sarebbe stata salutare ad un Mondo angustiato; e ch'essi avevano scelto

Luciano per informare il Vescovo di Gerusalemme della situazione e delle

brame loro. Per mezzo di nuove visioni si tolsero l'un dopo l'altro i

dubbi e le difficoltà, che tuttavia ritardavano questa importante

scoperta; e finalmente fu scavata la terra dal Vescovo, alla presenza di

una innumerabile moltitudine. Si trovarono per ordine le casse di

Gamaliele, del figlio, e dell'amico; ma quando comparve alla luce la

quarta cassa, che conteneva il corpo di Stefano, tremò la terra, e si

sparse un odore come di paradiso, che immediatamente risanò le varie

malattie di settantatre degli astanti. I compagni di Stefano restarono

nella pacifica lor residenza di Cafargamala, ma le reliquie del primo

martire si trasportarono con solenne processione ad una Chiesa, eretta

in onor loro sul monte Sion; e si conobbe in quasi tutte le Province del

Mondo Romano, che ogni piccola particella di quelle reliquie, come una

goccia di sangue[642] o la raschiatura di un osso, godeva una divina e

miracolosa virtù. Il grave e dotto Agostino[643], l'ingegno del quale

appena può ammettere la scusa della credulità, ha riferito

gl'innumerabili prodigi, che si fecero nell'Affrica dalle reliquie di S.

Stefano; e questa maravigliosa narrazione è inserita nell'elaborata

opera della Città di Dio, che il Vescovo d'Ippona produsse come una

stabile ed immortal prova della verità della Religione Cristiana.

Agostino solennemente dichiara d'avere scelto solo quei miracoli, che

venivano pubblicamente assicurati dagl'individui, che furon gli oggetti

o gli spettatori del potere del Martire. Molti ne furon omessi o

dimenticati; ed Ippona era stata trattata meno favorevolmente delle

altre città della Provincia. Eppure il Vescovo conta, nello spazio di

due anni, e dentro i limiti della sua Diocesi[644], più di settanta

miracoli, fra i quali erano tre morti risuscitati. Se vogliamo rivolgere

lo sguardo a tutte le Diocesi ed a tutti i Santi del Mondo Cristiano,

non sarà facile il calcolare le favole e gli errori, che nacquero da

quest'inesauribil sorgente. Ma ci sarà sicuramente permesso d'osservare,

che un miracolo, in quel tempo di credulità e di superstizione, perde

tal nome e tutto il suo merito, mentre appena potrebbe adesso

risguardarsi come una deviazione dalle ordinarie stabilite leggi della

natura.

III. Gli innumerabili miracoli dei quali eran le tombe dei martiri un

perpetuo teatro, manifestarono al pietoso credente lo stato e la

costituzione attuale del Mondo invisibile, e parve che le sue religiose

speculazioni fosser fondate sopra la stabile base del fatto e

dell'esperienza. Qualunque si fosse la condizione delle anime volgari,

nel lungo intervallo fra lo scioglimento e la resurrezione dei loro

corpi, egli era evidente che gli spiriti superiori dei Santi e dei

Martiri non passavano quella porzione di loro esistenza in tacito ed

ignobile sonno[645]. Egli era evidente (senza pretender di determinare

il luogo della loro abitazione o la natura della loro felicità) che essi

godevano la viva ed attiva coscienza della lor beatitudine, della virtù

e del potere che avevano; e che erano già sicuri del possesso

dell'eterno lor premio. L'estensione delle intellettuali facoltà loro

sorpassava la misura dell'umana immaginazione; mentre si provava

coll'esperienza, ch'essi eran capaci di udire e d'intendere le varie

domande dei numerosi loro devoti, che nell'istesso momento, ma nelle

parti più lontane del Mondo, invocavano il nome e l'aiuto di Stefano o

di Martino[646]. La fiducia dei loro supplicanti era fondata nella

persuasione, che i Santi, mentre regnavan con Cristo, gettassero un

occhio di compassione sopra la terra; che altamente s'interessassero

alla prosperità della Chiesa Cattolica; e che gl'individui, che imitavan

l'esempio della lor fede e pietà, fossero i particolari e favoriti

oggetti del più tenero loro riguardo. Alle volte invero potevano

influire nell'amicizia loro considerazioni di una specie meno sublime;

essi rimiravano con parziale affetto i luoghi che erano stati

santificati dalla nascita, dalla dimora, dalla morte, dalla sepoltura di

se medesimi o dal possesso delle loro reliquie. Le più basse passioni

d'orgoglio, d'avarizia e di vendetta, pare che siano indegne di un petto

celeste: pure i Santi stessi condiscendevano a dimostrare la grata loro

approvazione della generosità dei loro devoti; e si assegnavano i più

aspri castighi a quegli empi, che violavano i magnifici lor Santuari, o

non credevano al loro soprannaturale potere[647]. In fatti atroce doveva

essere il delitto, e strano sarebbe stato lo scetticismo di quelli, che

avesser ostinatamente resistito alle prove di una Divina potenza, a cui

gli elementi, tutto l'ordine della creazione animale, e fino le sottili

ed invisibili operazioni della mente umana eran costrette ad

ubbidire[648]. Gl'immediati e quasi instantanei effetti, che si

supponeva, seguissero la preghiera o l'offesa, persuasero i Cristiani

dell'ampia dose di favore e di autorità, che i Santi godevano alla

presenza del sommo Dio; e sembrò quasi superfluo il cercare se i

medesimi erano continuamente obbligati ad intercedere avanti al trono

della grazia, o se fosse loro permesso di esercitare, secondo i dettami

della loro benevolenza e giustizia, il delegato potere del subordinato

lor ministero. L'immaginazione, che erasi con penoso sforzo innalzata

alla contemplazione ed al culto della Causa Universale, ardentemente

abbracciò questi inferiori oggetti d'adorazione, come più proporzionati

alle grossolane idee ed imperfette facoltà che essa aveva. A grado a

grado corruppesi la sublime e semplice Teologia dei primitivi Cristiani;

e la Monarchia celeste, già oscurata da metafisiche sottigliezze, restò

degradata dall'introduzione di una popolare mitologia, che tendeva a

ristabilire il regno del Politeismo[649].

IV. Siccome gli oggetti della religione furono appoco appoco ridotti

alla misura dell'immaginazione, si introdussero i riti e le cerimonie,

che parevano operar più potentemente sui sensi del volgo. Se al

principio del quinto secolo[650] fossero ad un tratto resuscitati

Tertulliano, o Lattanzio[651], e veduto avessero la festa di qualche

Santo o Martire popolare[652], avrebber guardato con sorpresa e con

isdegno il profano spettacolo, ch'era succeduto al puro e spiritual

culto di una congregazione Cristiana. All'aprirsi delle porte della

Chiesa sarebbero essi restati offesi dal fumo dell'incenso, dall'odor

dei fiori, e dalla luce delle fiaccole e delle lampade, che sul

mezzogiorno spargevano un affettato, superfluo, e, secondo loro,

sacrilego lume. Se avvicinati si fossero alla balaustrata dell'altare,

avrebbero incontrato una folla prostrata, composta per la massima parte

di stranieri e di pellegrini, che la vigilia della festa si portavano

alla città; e già sentivano il forte trasporto del fanatismo, e forse

del vino. S'imprimevan devoti baci sulle mura e sul pavimento del sacro

edifizio, e qualunque si fosse il linguaggio della Chiesa, le ferventi

lor preci eran dirette all'ossa, al sangue, o alle ceneri del Santo, che

ordinariamente veniva nascosto da un velo di lino o di seta agli occhi

del volgo. I Cristiani frequentavano le tombe dei Martiri con la

speranza d'ottenere dalla potente loro intercessione ogni sorta di

spirituali, ma più specialmente, di temporali vantaggi. Imploravano essi

la conservazione della salute, la cura delle infermità, la fecondità

delle sterili mogli, o la salvezza e felicità dei lor figli. Quando

intraprendevano qualche distante o pericoloso viaggio, supplicavano i

santi Martiri ad esser loro protettori e lor guide; e se tornavano senza

disgrazie, di nuovo correvano ai sepolcri dei Martiri per celebrare con

grati ringraziamenti le obbligazioni che avevano alla memoria ed alle

reliquie dei celesti lor Patroni. Le mura eran piene all'intorno dei

simboli de' favori, ch'essi avean ricevuti; occhi, mani, piedi d'oro e

d'argento, ed edificanti pitture, che non potevan lungamente evitare

l'abuso di una indiscreta o idolatrica devozione, rappresentavano

l'immagine, gli attributi ed i miracoli del Santo tutelare. Uno stesso

originale ed uniforme spirito di superstizione potè suggerire nei paesi

o nei secoli più distanti fra loro gli stessi metodi d'ingannar la

credulità, e d'agire sui sensi del genere umano[653], ma bisogna

ingenuamente confessare, che i ministri della Chiesa Cattolica imitarono

quel profano modello, ch'erano impazienti di distruggere. I Vescovi più

rispettabili s'erano persuasi, che gl'ignoranti volgari più volentieri

avrebbero rinunziato alla superstizione del Paganesimo, se avessero

trovato qualche rassomiglianza o compensazione nel seno del

Cristianesimo. La religione di Costantino terminò, in meno di un secolo,

la definitiva conquista dell'Imperio Romano; ma i vincitori medesimi

furono insensibilmente soggiogati dalle arti dei loro vinti rivali[654].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05 · 第 23 / 35 题