CAPITOLO XXVII.

_Morte di Graziano. Rovina dell'Arrianesimo. S. Ambrogio. Prima

guerra civile contro Massimo. Carattere, amministrazione e

penitenza di Teodosio. Morte di Valentiniano II. Seconda guerra

civile contro Eugenio. Morte di Teodosio._

Non aveva Graziano ancor finita l'età di venti anni, che la sua fama

uguagliava già quella dei più celebri Principi. La gentile ed amabile

indole sua rendevalo caro agli amici privati, e la graziosa affabilità

delle sue maniere impegnava l'affezione del popolo. I Letterati, che

godevano della generosità del loro Sovrano, ne riconoscevano il gusto e

l'eloquenza; i militari applaudivano ugualmente il valore e la destrezza

di esso nelle armi; e si risguardava dal Clero l'umile pietà di

Graziano, come la prima e la più vantaggiosa delle sue virtù. La

vittoria di Colmar aveva liberato l'Occidente da una formidabile

invasione; e le grate Province dell'Oriente attribuivano i meriti di

Teodosio all'autore della grandezza di lui e della pubblica salute.

Graziano non sopravvisse a tali memorabili fatti che quattro o cinque

anni; sopravvisse però alla propria riputazione, ed avanti che cadesse

vittima della ribellione, aveva perduto in gran parte il rispetto e la

fiducia del Mondo Romano.

L'errore è inescusabile, poichè travisa la principale ed immediata

cagione della caduta dell'Impero Occidentale di Roma.

La notabile alterazione del carattere o della condotta di esso non può

imputarsi nè agli artifizi della adulazione, che fino dall'infanzia

circondato avevano il figlio di Valentiniano, nè alle forti passioni,

dalle quali sembra, che quel moderato giovane fosse libero. Un più

accurato esame della vita di Graziano può suggerire per avventura la

vera causa, per cui restaron deluse le pubbliche speranze. Le apparenti

virtù di lui, invece d'essere un difficil prodotto dell'esperienza e

dell'avversità, erano i prematuri ed artificiali frutti d'un'educazione

reale. L'ansiosa tenerezza di suo padre era continuamente occupata in

procurargli quei vantaggi, de' quali aveva forse tanto maggiore stima,

quanto meno egli stesso ne avea goduto; ed i più abili maestri d'ogni

scienza e d'ogni arte s'erano affaticati a formar lo spirito e il corpo

del giovane Principe[441]. Con ostentazione faceva uso delle notizie,

che essi con gran fatica gli comunicavano, e queste gli procuravano da

tutti prodighe lodi. La molle e docile sua disposizione riceveva

facilmente la impronta dei giudiziosi loro precetti, ed era facile il

prendere una mancanza di passione per forza di raziocinio. I suoi

precettori furono appoco appoco innalzati al grado ed all'autorità di

Ministri di Stato[442]; e siccome saviamente dissimulavano la segreta

loro influenza, parve, ch'egli agisse con fermezza, a proposito, e con

giudizio nelle più importanti occasioni della sua vita e del suo regno.

Ma la forza di questa elaborata istruzione non penetrò al di là della

superficie; ed i periti maestri, che con tanta cura guidavano i passi

del loro allievo reale, non poterono inspirar nel debole ed indolente

carattere di lui quel vigoroso ed indipendente principio d'azione, che

rende la ricerca laboriosa della gloria essenzialmente necessaria alla

felicità, e quasi all'esistenza dell'Eroe. Appena il tempo ed il caso

ebbero allontanati quei fedeli consiglieri dal trono, l'Imperator

d'Occidente insensibilmente discese al livello del naturale suo genio,

abbandonò le redini del governo a quelle ambiziose mani, che erano già

stese per prenderle, e passò il suo tempo nelle più frivole occupazioni.

Gl'indegni delegati del suo potere, del merito dei quali era un

sacrilegio il dubitare[443], instituirono un pubblico mercimonio di

favore e d'ingiustizia sì nella Corte che nelle Province. Si dirigeva la

coscienza del credulo Principe da' Santi e dai Vescovi[444], i quali

procurarono un editto Imperiale per punire come capitale delitto la

violazione, la negligenza, o anche l'ignoranza della divina legge[445].

Fra i diversi esercizi, nei quali s'era occupata la gioventù di

Graziano, erasi egli applicato con particolar genio e successo a

maneggiare i cavalli, a tender l'arco ed a scagliare il giavellotto; e

queste abilità, che potevano essere utili per un soldato, restarono

prostituite nel più vile oggetto della caccia. Si formarono vasti parchi

pei divertimenti Imperiali, furono abbondantemente forniti d'ogni specie

di bestie selvagge; e Graziano trascurava i doveri ed eziandio la

dignità del suo grado per consumar le intere giornate nella vana

ostentazione di destrezza e d'ardire nel cacciare. La vanità, e il

desiderio, che aveva il Romano Imperatore, di esser eccellente in

un'arte, in cui avrebbe potuto esser superato dall'infimo de' suoi

schiavi, rammentava ai numerosi spettatori gli esempi di Nerone e di

Commodo; ma il casto e moderato Graziano era alieno dai mostruosi lor

vizi; e le sue mani non furon macchiate che dal sangue degli

animali[446].

La condotta di Graziano, che avviliva il suo carattere agli occhi del

Mondo, non avrebbe potuto disturbare la sicurezza del suo regno, se non

si fosse provocato l'esercito a risentirsi delle particolari sue

ingiurie. Finattantochè il giovane Imperatore fu guidato dalle

istruzioni dei suoi maestri, si professò amico e quasi sotto la tutela

dei soldati; consumava molte ore nella famigliar conversazione del

campo; e la salute, il sollievo, i premi, gli onori delle fedeli sue

truppe sembrava che fossero l'oggetto delle premurose cure di lui. Ma

dopo che Graziano secondò più liberamente il dominante suo gusto per la

caccia e per lo scagliare de' dardi, fece naturalmente lega coi ministri

più destri del suo favorito divertimento. Fu ammesso al servizio

militare e domestico del palazzo un corpo di Alani; e l'ammirabile

abilità che essi erano assuefatti ad usare nelle immense pianure della

Scizia, veniva esercitata in un più angusto teatro, quali erano i parchi

ed i chiusi recinti della Gallia. Graziano ammirava i talenti ed i

costumi di tali favorite guardie, alle quali sole affidava la difesa

della sua persona: e come se avesse voluto insultare la pubblica

opinione, spesse volte si facea vedere ai soldati ed al popolo con

l'abito e le armi, con il lungo arco, la risuonante faretra e

l'abbigliamento di pelli a foggia di Scita guerriero. L'indegno

spettacolo di un Principe Romano, che avea rinunziato alle vesti ed ai

costumi del proprio paese, riempì gli animi delle legioni di dispiacere

e di sdegno[447]. Fino i Germani, sì forti e formidabili negli eserciti

dell'Impero, affettavano di sdegnare lo strano ed orrido aspetto dei

selvaggi del Norte, che nello spazio di pochi anni eran giunti dalle

rive del Volga a quelle della Senna. Si sollevò per le armate e per le

guarnigioni dell'Occidente un alto e licenzioso mormorio, e siccome la

molle indolenza di Graziano trascurò d'estinguere i primi sintomi di

dissapore, non si supplì alla mancanza d'amore e di rispetto dal poter

del timore. Ma la sovversione d'uno stabilito governo è sempre una opera

di qualche reale e di molta apparente difficoltà; ed il trono di

Graziano era difeso dalle sanzioni del costume, della legge, della

religione e di quella delicata bilancia fra le forze civili e militari,

ch'erasi stabilita dalla politica di Costantino. Non è di grande

importanza il cercar per quali cause fosse prodotta la rivoluzione della

Britannia. Dal caso comunemente nasce il disordine: avvenne che i semi

della ribellione caddero in un terreno, che si supponeva più fecondo in

tiranni ed usurpatori di qualunque altro[448]; le legioni di

quell'isola, separata dal resto dell'Impero, erano state lungo tempo

famose per uno spirito di presunzione e d'arroganza[449]; e fu

proclamato il nome di Massimo dalla tumultuaria ma unanime voce tanto

dei soldati che de' Provinciali. L'Imperatore o il ribelle, mentre il

suo titolo non era per anche assicurato dalla fortuna, era nativo di

Spagna, del medesimo paese, compagno nella milizia e rivale di Teodosio,

di cui non avea veduto l'innalzamento senza qualche movimento d'invidia

e di sdegno: le avventure della sua vita l'avevano da gran tempo

stabilito nella Britannia; ed io non sarei alieno dal trovarne qualche

fondamento nel matrimonio, che si dice avere egli contratto con la

figlia d'un ricco Signore della Contea di Caernarvon[450]. Ma potrebbe

giustamente riguardarsi questo posto provinciale come uno stato d'esilio

e d'oscurità; e se pure Massimo aveva ottenuto qualche uffizio civile o

militare, non era investito dell'autorità nè di Governatore nè di

Generale[451]. Gli scrittori parziali di quel tempo confessano l'abilità

ed anche l'integrità di esso, e realmente fa d'uopo che fosse un merito

assai cospicuo quello, che potè estorcere tal confessione in favore del

vinto nemico di Teodosio. La malcontentezza di Massimo potè forse

disporlo a censurar la condotta del suo Sovrano, e ad incoraggiare senza

forse alcuna mira d'ambizione il mormorio delle truppe. Ma in mezzo al

tumulto egli artificiosamente o modestamente ricusò di salire sul trono;

e sembra che si prestasse qualche fede alla positiva sua dichiarazione,

che fu costretto ad accettare il pericoloso dono della porpora

Imperiale[452].

Era però ugualmente pericoloso il ricusare l'Impero; e dal momento, in

cui Massimo avea mancato alla fedeltà verso il legittimo suo Sovrano, ei

non poteva sperar di regnare, e neppur di vivere, se limitava la sua

moderata ambizione dentro gli angusti confini della Britannia. Con

ardire e con prudenza risolvè di prevenire i disegni di Graziano; la

gioventù dell'isola corse in folla a' suoi stendardi, ed invase la

Gallia con una flotta ed un esercito che lungo tempo dopo si rammentava

come l'emigrazione d'una considerabil parte della nazione

Britannica[453]. L'ostile avvicinamento loro pose in agitazione

l'Imperatore nella pacifica sua residenza di Parigi; ed i dardi, che

egli oziosamente impiegava contro gli orsi ed i leoni, avrebber potuto

con più onore adoprarsi contro i ribelli. Ma i deboli suoi sforzi

annunziavano il degenerato animo e la disperata situazione di esso; e lo

privarono de' ripieghi, che pure avrebbe potuto trovare nel soccorso de'

propri sudditi e degli alleati. Le truppe della Gallia, invece d'opporsi

alla marcia di Massimo, lo riceverono con liete e leali acclamazioni; e

la vergogna della diserzione passò dal Popolo al Principe. I soldati,

che per la lor situazione erano più immediatamente addetti al servizio

del palazzo, abbandonarono lo stendardo di Graziano, la prima volta che

fu spiegato nelle vicinanze di Parigi. L'Imperator d'Occidente fuggì

verso Lione con un treno di soli trecento cavalli, e nelle città lungo

la strada, nelle quali sperava di trovare un rifugio o almeno un libero

passo, apprese con crudele esperienza, che ogni porta è chiusa per gli

sfortunati. Contuttociò egli avrebbe potuto giunger sicuro negli stati

del suo fratello, e tosto ritornar con le forze dell'Italia e

dell'Oriente, se non si fosse lasciato fatalmente ingannare dal perfido

Governatore della Provincia Lionese. Graziano fu trattenuto dalle

proteste di una dubbiosa fedeltà e dalle speranze di un soccorso, che

non poteva esser efficace, finattantochè l'arrivo di Andragazio,

Generale della cavalleria di Massimo, pose fine al suo inganno. Questo

risoluto uffiziale eseguì senza rimorso gli ordini o le intenzioni

dell'usurpatore. Nell'alzarsi da cena, Graziano fu dato nelle mani

dell'assassino: e fu negato fino il suo corpo alle pressanti e pietose

istanze del fratello Valentiniano[454]. La morte dell'Imperatore fu

seguita da quella del potente suo generale, Mellobaude Re dei Franchi,

il quale fino all'ultimo istante della sua vita mantenne quell'ambigua

riputazione, che è la giusta ricompensa dell'oscura e sottile

politica[455]. Tali esecuzioni poterono forse esser necessarie per la

pubblica sicurezza; ma il fortunato usurpatore, il cui potere fu

riconosciuto da tutte le Province dell'Occidente, ebbe il merito e la

soddisfazione di vantare, che ad eccezione di quelli che eran periti

nella battaglia, il suo trionfo non fu macchiato dal sangue Romano[456].

Le avventure di questa rivoluzione si succederono con tanta rapidità,

che sarebbe stato impossibile per Teodosio di marciare in aiuto del suo

benefattore, prima di ricever notizia della disfatta e della morte di

esso. Nel tempo che un sincero dispiacere o un ostentato lutto occupava

l'Imperatore Orientale, arrivò alla sua Corte il principal Ciamberlano

di Massimo; e la scelta d'un venerabile vecchio per un uffizio, che

ordinariamente si esercitava da Eunuchi, annunziò alla Corte di

Costantinopoli la gravità e la temperanza dell'usurpatore Britannico.

L'ambasciatore condiscese a giustificare o scusar la condotta del suo

Signore, ed a protestare in uno specioso linguaggio, che l'uccision di

Graziano si era fatta senza saputa o consenso di lui dal precipitoso

zelo dei soldati. Ma procedè ad offerire a Teodosio, in un fermo ed

ugual tuono, l'alternativa della pace o della guerra. Il discorso

dell'ambasciatore terminò con un'animosa dichiarazione, che quantunque

Massimo, e come Romano e come padre del proprio popolo, avrebbe voluto

piuttosto impiegar le proprie forze nella comun difesa della Repubblica,

pure trovavasi armato e pronto, qualora si fosse rigettata la sua

amicizia, a disputare in un campo di battaglia l'Impero del Mondo. Si

richiedeva una perentoria ed immediata risposta; ma era sommamente

difficile per Teodosio il soddisfare, in quest'importante occasione o ai

sentimenti dell'animo suo o all'espettazione del pubblico. L'imperiosa

voce dell'onore e della gratitudine altamente gridava per la vendetta.

Egli ricevuto aveva il diadema Imperiale dalla liberalità di Graziano;

la sua pazienza avrebbe confermato l'odioso sospetto, ch'ei fosse più

profondamente mosso dalle antiche ingiurie che dalle recenti

obbligazioni; e se accettava l'amicizia dell'assassino, pareva che fosse

a parte ancor del delitto. Anche i principj della giustizia e del social

interesse ricevuto avrebbero un fatal colpo dall'impunità di Massimo: e

l'esempio d'una fortunata usurpazione poteva tendere a sciogliere

l'artificial fabbrica del governo, e ad immergere un'altra volta

l'Impero nei delitti e nelle miserie de' tempi trascorsi. Ma siccome i

sentimenti di gratitudine e d'onore dovrebbero costantemente regolar la

condotta d'un privato, così nella mente d'un Sovrano possono cedere al

sentimento di più importanti doveri; e le massime tanto di giustizia che

d'umanità debbon permettere che impunito resti un atroce delinquente, se

un innocente popolo involgasi nelle conseguenze della sua pena.

L'assassino di Graziano aveva usurpato, è vero, l'Imperio, ma

attualmente ne possedeva le più bellicose Province; ma esaurito era

l'Oriente dalle disgrazie, ed eziandio dal buon successo della guerra

Gotica; e seriamente ci avea da temere, che, dopo che la vital forza

della Repubblica si fosse consumata in una dubbiosa e distruttiva

contesa, il debole vincitore fosse per restare una facile preda ai

Barbari Settentrionali. Queste importanti riflessioni impegnaron

Teodosio a dissimulare il suo sdegno, e ad accettar l'alleanza del

tiranno. Ma stipulò, che Massimo si dovesse contentare di posseder le

Province oltre le alpi. Il fratello di Graziano fu confermato ed

assicurato nella sovranità dell'Italia, dell'Affrica e dell'Illirico

occidentale; ed inserite furono nel trattato alcune onorevoli condizioni

per conservar la memoria e le leggi del defunto Imperatore[457]. Secondo

il costume di quel tempo, furono esposte alla venerazione del popolo le

immagini dei tre Imperiali colleghi, nè dovrebbe leggermente supporsi,

che nell'istante d'una solenne riconciliazione, Teodosio nutrisse un

segreto disegno di tradimento e di vendetta[458].

[A. 380]

Il disprezzo di Graziano pei soldati Romani l'aveva esposto a' fatali

effetti del loro sdegno. La sua profonda venerazione pel clero Cristiano

riportò in premio l'applauso e la gratitudine d'un ceto potente, che in

ogni tempo si è arrogato il privilegio di dispensare onori sì in terra

che in Cielo[459]. I Vescovi Ortodossi piansero la sua morte e

l'irreparabile loro perdita; ma furono ben presto consolati dal

conoscere, che Graziano avea posto lo scettro dell'Oriente nelle mani

d'un Principe, l'umile fede e fervente zelo del quale venivan sostenuti

dallo spirito e dall'abilità d'un carattere più vigoroso. Fra'

benefattori della Chiesa, la gloria di Teodosio è rivale della fama di

Costantino. Se questo ebbe il vantaggio d'innalzar lo stendardo della

croce, l'emulazione del suo successore s'acquistò il merito di soggiogar

l'eresia d'Arrio, e d'abolire il culto degl'idoli nel Mondo Romano.

Teodosio fu il primo Imperatore che fosse battezzato nella vera fede

della Trinità. Quantunque fosse nato da una famiglia Cristiana, le

massime o almeno la pratica di quel secolo il trassero a differire la

ceremonia della sua iniziazione, finattantochè una seria malattia, che

ne minacciò la vita verso il fine del primo anno del suo regno,

l'avvertì del pericolo della dilazione. Avanti di riaprir la campagna

contro i Goti, ricevè il sacramento del Battesimo[460] da Acolio,

Vescovo ortodosso di Tessalonica[461]: ed appena l'Imperatore uscì dal

sacro fonte, tutto acceso degli ardenti sentimenti di rigenerazione,

dettò un solenne editto, che pubblicava la propria fede, e prescriveva

la religione ai suoi sudditi: «È nostra volontà (tal è lo stilo

Imperiale) che tutte le nazioni, governate dalla moderazione e clemenza

nostra, costantemente aderiscano alla religione, che da S. Pietro fu

insegnata ai Romani, che si è conservata dalla fedel tradizione, e che

ora si professa dal Pontefice Damaso e da Pietro Vescovo d'Alessandria,

uomo d'Apostolica Santità. Secondo la disciplina degli Apostoli e la

dottrina del Vangelo, crediamo la sola Divinità del Padre, del

Figliuolo, e dello Spirito Santo, sotto una Maestà uguale ed una pia

Trinità. Autorizziamo i seguaci di questa dottrina ad assumere il titolo

di Cristiani Cattolici; e siccome stimiamo, che tutti gli altri sieno

stravaganti pazzi, li notiamo coll'infame nome di eretici, e dichiariamo

che le lor conventicole non abbiamo più ad usurpare la rispettabil

denominazione di Chiese. Oltre la condanna della divina giustizia,

debbono aspettarsi di soffrir le severe pene, che la nostra autorità,

guidata da celeste sapienza, crederà proprio d'infligger loro»[462]. La

fede d'un soldato è comunemente il frutto dell'istruzione, piuttosto che

della ricerca; ma siccome l'Imperatore teneva sempre fissi gli occhi su'

termini visibili dell'ortodossia, ch'egli aveva sì prudentemente

stabiliti, le religiose opinioni di lui non furono mai alterate dagli

speciosi testi, dai sottili argomenti e dalle ambigue formule dei

dottori Arriani. Una volta, in vero, dimostrò qualche debole

inclinazione a conversare coll'eloquente e dotto Eunomio, che viveva in

ritiro ad una piccola distanza da Costantinopoli; ma fu impedito il

pericoloso congresso dalle preghiere dell'Imperatrice Flaccilla, che

tremava per la salute del marito; e restò confermato l'animo di

Teodosio, mediante un argomento teologico, adattato alla più rozza

capacità. Egli aveva dato di fresco ad Arcadio, suo maggior figlio, il

nome e gli onori d'Augusto; ed i due Principi stavano assisi sopra un

magnifico trono a ricever l'omaggio de' loro sudditi. Un Vescovo,

Anfilochio d'Icone, s'accostò al trono, e dopo d'aver salutato con la

dovuta riverenza la persona del suo Sovrano, trattò il real giovanetto

coll'istessa famigliar maniera, che avrebbe potuto usare verso un

fanciullo plebeo. Il Monarca, irritato da tale insolente contegno, diede

ordine, che tosto fosse cacciato dalla sua presenza quel rozzo Ministro.

Ma nel tempo che le guardie lo spingevano verso la porta, il destro

Polemico ebbe luogo d'eseguire il suo disegno, ad alta voce esclamando:

«Tal è il trattamento, o Imperatore, che il Re del Cielo ha preparato a

quegli empi, che affettano di venerare il Padre, ma negano di

riconoscere l'uguale Maestà del divino suo Figlio». Teodosio

immediatamente abbracciò il Vescovo d'Icone; e non dimenticò più

l'importante lezione, che avea ricevuto da questa drammatica

parabola[463].

Costantinopoli era la sede e la fortezza principale dell'Arrianesimo; e

per il lungo spazio di quarant'anni[464] la fede de' Principi e dei

Prelati, che dominavano nella Capitale dell'Oriente, fu rigettata nelle

scuole più pure di Roma e d'Alessandria. La sede Archiepiscopale di

Macedonia, che era stata macchiata di tanto sangue Cristiano, s'occupò

successivamente da Eudosso e da Demofilo. Nella loro diocesi il vizio e

l'errore godevano una libera introduzione da ogni provincia dell'Impero;

le ardenti ricerche intorno alle controversie di religione

somministravano un'occupazione di più all'affaccendata oziosità della

Metropoli; e possiam prestar fede all'asserzione d'un intelligente

osservatore che descrive, con qualche piacevolezza, gli effetti del

loquace loro zelo: «Questa città (egli dice) è piena di artisti e di

schiavi, che son tutti profondi Teologi, e predicano nelle botteghe e

nelle strade. Se bramate che uno vi cambi una moneta, egli vuole

informarvi della differenza tra il Padre ed il Figlio; se dimandate il

prezzo d'un pane, vi si dà per risposta, che il Figlio è inferiore al

Padre; e cercando voi se il bagno è all'ordine, la risposta è, che il

Figlio fu fatto dal niente»[465]. Gli eretici di varie denominazioni

vivevano in pace sotto la protezione degli Arriani di Costantinopoli, i

quali procuravano d'assicurarsi l'attaccamento di quegli oscuri Settari,

mentre abusavano con instancabil severità della vittoria che avevano

ottenuto sopra i seguaci del Concilio Niceno. Nei parziali regni di

Costanzo e di Valente, ai deboli residui degli Omousiani fu impedito il

pubblico e privato esercizio di lor religione; ed è stato in patetico

stile osservato, che il disperso gregge lasciavasi andar vagando senza

pastore per le montagne o divorar dai lupi rapaci[466]. Ma poichè il

loro zelo, invece d'esser vinto, traeva forza e vigore dall'oppressione,

essi presero il primo momento d'imperfetta libertà, che si ripresentò

loro per la morte di Valente, e formarono una regolar congregazione,

sotto la condotta di Pastore Episcopale. Basilio e Gregorio

Nazianzeno[467], ambidue nativi di Cappadocia, eran distinti sopra tutti

i loro contemporanei[468] per la rara unione di profana eloquenza e

d'ortodossa pietà. Questi Oratori, che arrivarono alle volte a

paragonarsi da se stessi e dal Pubblico ai più celebri degli antichi

Greci, erano uniti fra loro coi vincoli della più stretta amicizia. Essi

avevan coltivato con uguale ardore i medesimi studi liberali nelle

scuole d'Atene; s'erano ritirati con ugual divozione alla solitudine

stessa nei deserti del Ponto; e pareva totalmente spenta ogni scintilla

d'emulazione o d'invidia nei santi ed ingenui petti di Gregorio e di

Basilio. Ma l'esaltazione di Basilio da una vita privata alla sede

Archiepiscopale di Cesarea, scuoprì al Mondo, e forse a lui medesimo

l'orgoglio del suo carattere; ed il primo favore, che egli condiscese a

fare al suo amico, fu preso per un crudele insulto; e s'ebbe forse

l'intenzione di farlo[469]. In vece d'impiegare i sublimi talenti di

Gregorio in qualche utile e cospicuo posto, l'altiero Prelato scelse fra

i cinquanta Vescovati della sua estesa provincia il miserabil villaggio

di Sasima[470] senz'acqua, senza verzura, senza società, situato

all'unione di tre pubbliche strade, e frequentato solo dal continuo

passaggio di rozzi e clamorosi condottieri di carri. Gregorio si

sottomise con ripugnanza a tal umiliante esilio; fu ordinato Vescovo di

Sasima; solennemente però si protesta di non aver mai consumato il suo

spiritual matrimonio con questa disgustante sposa. In seguito consentì a

prendere il governo della nativa sua Chiesa di Nazianzo[471], di cui suo

padre era stato Vescovo più di quarantacinque anni. Ma siccome conosceva

bene di meritare un'altra udienza ed un altro teatro, accettò con

lodevole ambizione l'onorevole invito, che gli fu fatto dal partito

ortodosso di Costantinopoli. Arrivato che fu Gregorio nella Capitale, fu

alloggiato in casa d'un pio e caritatevole congiunto; si consacrò agli

usi del Culto religioso la stanza più grande, e le si diede il nome

d'_Anastasia_ per esprimere la risurrezione della Fede Nicena. Questo

privato oratorio fu dipoi convertito in una magnifica Chiesa; e la

credulità dei posteriori tempi era già disposta a dar fede ai miracoli

ed alle visioni, che attestavano la presenza o almeno la protezione

della Madre di Dio[472]. Il pulpito dell'Anastasia fu il teatro delle

fatiche e dei trionfi di Gregorio Nazianzeno; e nello spazio di due anni

egli provò tutte le spirituali avventure, che formano la prospera o

contraria fortuna d'un Missionario[473]. Gli Arriani, provocati

dall'ardire di tale impresa, rappresentavan la sua dottrina, come se

avesse predicato tre distinte ed uguali Divinità; e la devota plebaglia

veniva eccitata a sopprimere, con la violenza e col tumulto, le

irregolari assemblee degli eretici Atanasiani. Uscì dalla cattedrale di

S. Sofia un confuso mescuglio «di vili mendici che non meritavan pietà,

di monaci che parevan satiri o capre, e di donne più terribili che

altrettante Gezzabelle». Si aprirono a forza le porte dell'Anastasia; si

fece o si tentò di fare gran danno con bastoni, con pietre e con

tizzoni; e siccome nel tumulto restò ucciso un uomo, Gregorio, che la

mattina seguente fu chiamato avanti al Magistrato, ebbe la soddisfazione

di supporre che colui pubblicamente confessava il nome di Cristo. Dopo

di essersi liberato dal timore e dal pericolo d'un nemico di fuori, la

nascente sua Chiesa fu deturpata e lacerata da un'interna fazione. Uno

straniero che aveva il nome di Massimo[474] e l'abito di filosofo

Cinico, s'insinuò nella confidenza di Gregorio, l'ingannò, e fece abuso

della favorevole opinione che questi aveva di lui; e formando un segreto

accordo con alcuni Vescovi dell'Egitto, mediante una clandestina

ordinazione tentò di soppiantare il suo protettore dall'Episcopal sede

di Costantinopoli. Tali mortificazioni qualche volta poteron tentare il

missionario di Cappadocia a desiderar l'oscura sua solitudine. Ma

premiate ne furono le fatiche dall'accrescimento continuo della sua fama

e della sua congregazione; ed ebbe il piacere d'osservare, che la

maggior parte della numerosa sua udienza partiva dai suoi discorsi

soddisfatta dell'eloquenza del predicatore[475], o mortificata per le

molte imperfezioni della propria fede o morale[476].

[A. 380]

I Cattolici di Costantinopoli furono animati di lieta fiducia dal

battesimo e dall'editto di Teodosio; ed aspettavano impazientemente gli

effetti della sua graziosa promessa. Restaron ben presto soddisfatte le

loro speranze; e l'Imperatore, appena ebbe finite le operazioni della

campagna, fece il suo pubblico ingresso nella capitale alla testa di un

vittorioso esercito. Il giorno dopo il suo arrivo, chiamò Damofilo alla

sua presenza, e propose a quell'Arriano Prelato la dura alternativa o di

sottoscrivere alla fede Nicena, o di rilasciar subito agli ortodossi

credenti l'uso ed il possesso del palazzo Episcopale, della Cattedrale

di S. Sofia, e di tutte le Chiese di Costantinopoli. Lo zelo di

Damofilo, che in un santo cattolico si sarebbe giustamente applaudito,

abbracciò senza esitare una vita di povertà e di esilio[477]; ed alla

sua remozione immediatamente successe la purificazione della città

Imperiale. Gli Arriani poterono con qualche apparenza di giustizia

dolersi, che una piccola congregazione di settari dovesse usurpare le

cento Chiese, ch'essi non eran sufficienti a riempire, mentre la maggior

parte del popolo veniva crudelmente esclusa da ogni luogo di culto

religioso. Teodosio fu sempre inesorabile: ma siccome gli Angeli, che

difendevan la causa de' Cattolici, non eran visibili che agli occhi

della fede, esso prudentemente invigorì quelle celesti legioni col più

efficace aiuto delle armi temporali e corporee; e fu occupata la Chiesa

di S. Sofia da un grosso corpo di guardie Imperiali. Se l'animo di

Gregorio era suscettivo d'orgoglio, ei dovè sentire una ben viva

soddisfazione, allorchè l'Imperatore lo condusse per le contrade in

solenne trionfo, e con le proprie mani lo pose rispettosamente sulla

sede Archiepiscopale di Costantinopoli. Ma il Santo, che non avea

superato le imperfezioni dell'umana virtù, era profondamente mosso dal

mortificante pensiero, che l'entrar, che ei faceva nell'ovile, era

piuttosto da lupo che da pastore; che le armi lucenti, che circondavan

la sua persona, eran necessarie alla sua salvezza; e ch'egli solo era

l'argomento delle imprecazioni d'un gran partito, i cui individui come

uomini e cittadini, era impossibile per esso di non curare. Vide

l'innumerabil moltitudine di persone di ambedue i sessi e d'ogni età,

che affollavasi per le strade, alle finestre e su' tetti delle case; udì

la tumultuosa voce della rabbia, del cordoglio, dello stupore e della

disperazione; e Gregorio confessa ingenuamente, che nel memorabil giorno

della sua installazione, la Capital dell'Oriente avea l'apparenza d'una

città presa d'assalto, e caduta nelle mani d'un Barbaro

conquistatore[478]. Circa sei settimane dopo, Teodosio dichiarò la sua

risoluzione di scacciare da tutte le Chiese dei propri Stati i Vescovi

ed i Cherici, che avesser ostinatamente ricusato di credere o almeno di

professar la dottrina del Concilio di Nicea. Sapore, suo Luogotenente,

fu armato degli ampli poteri d'una legge generale, d'una special

commissione e d'una forza militare[479]; e tal ecclesiastica rivoluzione

fu condotta con tanto discernimento e vigore, che stabilissi la

religione dell'Imperatore senza tumulto o spargimento di sangue in tutte

le Province Orientali. Se si fosser lasciati sussistere gli scritti

degli Arriani[480], conterrebbero essi forse la dolente storia della

persecuzione, che afflisse la Chiesa sotto il regno dell'empio Teodosio;

ed i patimenti dei santi lor confessori potrebbero eccitar la pietà del

disappassionato lettore. Pure v'è motivo di supporre, che la violenza

dello zelo e della vendetta in qualche modo restasse delusa dalla

mancanza di resistenza; e che gli Arriani dimostrassero, nella loro

avversità, fermezza molto minore di quella onde avea fatto prova il

partito Cattolico sotto i regni di Costanzo e di Valente. Sembra che la

condotta ed il moral carattere delle opposte Sette fosse regolato dai

medesimi comuni principj di natura e di religione; ma si può por mente

ad una circostanza assai materiale, che tendeva a distinguere i gradi

della teologica loro fede. Ambe le parti, sì nelle scuole che nelle

chiese, riconoscevano e veneravano la divina maestà di Cristo; e siccome

noi siam sempre inclinati ad attribuire alla divinità i sentimenti e le

passioni di noi medesimi, si poteva credere più prudente o rispettoso

contegno quello di esagerare che di ristringere le adorabili perfezioni

del Figlio di Dio. Il discepolo d'Atanasio esultava nella orgogliosa

opinione d'essersi fatto un merito per ottenere il favor divino; laddove

il seguace d'Arrio doveva esser tormentato dal segreto timore d'essere

forse reo d'un'imperdonabile colpa, attesa la scarsa lode ed i parchi

onori, ch'ei dava al Giudice dell'universo. Le opinioni dell'Arrianesimo

potean soddisfare uno spirito freddo e speculativo; ma la dottrina del

simbolo Niceno, raccomandata con la massima forza dai meriti della fede

e della devozione, era molto più atta a divenir popolare, e ad aver buon

successo in una credula età.

La speranza di trovare nelle assemblee del Clero ortodosso la verità e

la sapienza, indusse l'Imperatore a convocare in Costantinopoli un

sinodo di cento cinquanta Vescovi, che procederono senza molta

difficoltà o dilazione a perfezionare il sistema teologico, che s'era

stabilito nel Concilio di Nicea. Le veementi dispute del quarto secolo

s'erano principalmente aggirate sulla natura del Figlio di Dio; e le

varie opinioni, che s'erano abbracciate intorno alla _seconda_ Persona

della Trinità, per una ben naturale analogia furono estese e trasferite

alla terza[481]. Pure si trovò o si credè necessario questo Concilio da'

vittoriosi avversari dell'Arrianesimo, per ispiegare l'ambiguo

linguaggio di alcuni rispettabili Dottori; per confermare la fede dei

Cattolici; e per condannare una scarsa ed incoerente Setta di

Macedoniani, i quali liberamente ammettevano, che il Figlio era

consostanziale al Padre, mentre temevano sembrasse, che confessassero la

esistenza di tre Dei. Fu pronunziata una decisiva e concorde sentenza

per ratificare l'ugual divinità dello Spirito Santo; questa misteriosa

dottrina si è ricevuta da tutte le Chiese del Mondo Cristiano; e la

grata loro venerazione assegnò all'adunanza de' Vescovi di Teodosio il

secondo posto fra' Concili generali[482]. Può essersi conservata per

tradizione, o per inspirazione comunicata, la lor perizia intorno alla

verità della religione; ma la sobria testimonianza dell'istoria non

accorderà gran peso alla personale autorità dei Padri di Costantinopoli.

In un tempo, in cui gli Ecclesiastici avevano scandalosamente degenerato

dall'esempio dell'Apostolica purità, i più indegni e corrotti erano

sempre i più ardenti a frequentare ed a turbare le Episcopali adunanze.

Il contrasto e la fermentazione di tanti fra loro contrari interessi e

temperamenti infiammavano le passioni dei Vescovi: e quelle che in essi

dominavano erano l'amor dell'oro e l'amor della disputa. Molti di que'

Prelati, che allora facevano plauso all'ortodossa pietà di Teodosio,

avevan più volte cangiato con prudente flessibilità i loro simboli e le

loro opinioni; e nelle diverse rivoluzioni della Chiesa e dello Stato,

la religione del Sovrano era la regola dell'ossequiosa lor fede.

Allorchè l'Imperatore sospendeva la sua preponderante influenza, il

turbolento Sinodo veniva ciecamente spinto dagli assurdi e superbi

motivi di orgoglio, d'odio e di sdegno. La morte di Melezio, che accadde

nel tempo del Concilio di Costantinopoli, presentava la più favorevole

occasione di terminare lo scisma d'Antiochia, lasciando finire

pacificamente all'avanzato rivale di lui, Paolino, i suoi giorni nella

cattedra Episcopale. La fede e le virtù di Paolino erano irreprensibili:

ma la sua causa era sostenuta dalle Chiese occidentali: ed i Vescovi del

Sinodo risolvettero di perpetuare il male della discordia, mediante la

precipitosa ordinazione d'un candidato spergiuro[483], piuttosto che

tradire l'immaginata dignità dell'Oriente, che era stato illustrato

dalla nascita e dalla morte del Figlio di Dio. Sì disordinato ed

ingiusto procedere forzò i più gravi membri dell'assemblea a dissentire

ed a separarsi dagli altri; e la clamorosa turba, che restò padrona del

campo di battaglia, non potè paragonarsi che a vespe od a gazze, ad una

moltitudine di grue o ad una truppa di oche[484].

[A. 381]

Potrebbe forse nascere il sospetto, che sia stata fatta una pittura sì

svantaggiosa de' Concili Ecclesiastici dalla parzial mano di qualche

ostinato eretico o d'un malizioso infedele. Ma il nome del sincero

Istorico, che ha preservato quest'istruttiva lezione alla cognizione dei

posteri, deve impor silenzio all'impotente bisbiglio della superstizione

e della ipocrisia. Egli era uno dei più eloquenti e pii Vescovi di quel

tempo; un santo ed un dottor della Chiesa; la sferza dell'Arrianesimo, e

la colonna della fede ortodossa; un membro distinto del Concilio di

Costantinopoli, in cui, dopo la morte di Melezio, esercitò l'uffizio di

presidente, in una parola, Gregorio Nazianzeno medesimo. L'aspro ed

indecente trattamento, ch'ei ne ebbe[485], lungi dal derogare alla

verità della sua testimonianza, somministra una prova di più dello

spirito che animava le deliberazioni del Sinodo. I concordi voti di

questo avevan confermato i diritti che il Vescovo di Costantinopoli

traeva dall'elezione del popolo e dal consenso dell'Imperatore. Ma

Gregorio divenne tosto la vittima della malizia e dell'invidia. I

Vescovi Orientali, suoi valorosi aderenti, provocati dalla moderazione

di lui nell'affare di Antiochia, lo abbandonarono senza difesa alla

contraria fazione degli Egiziani, che posero in dubbio la validità della

sua elezione, e rigorosamente sostennero l'antiquato canone che proibiva

la licenziosa pratica delle traslazioni Episcopali. L'orgoglio o

l'umiltà di Gregorio gli fece evitare una contesa, che avrebbe potuto

imputarsi ad ambizione ed avarizia; ed egli pubblicamente propose, non

senza qualche dose di sdegno, di rinunziare al governo d'una Chiesa, che

era risorta e quasi creata per le sue fatiche. Fu accettata la rinunzia

dal Sinodo e dall'Imperatore, più facilmente di quello che sembra ch'ei

si aspettasse. Nel tempo in cui aveva egli forse sperato di godere i

frutti della vittoria, fu occupata la sua sede Episcopale dal Senatore

Nettario; ed il nuovo Arcivescovo che aveva per accidente il vantaggio

d'un buon naturale e d'un venerabile aspetto, fu obbligato a differir la

ceremonia della consacrazione per aver comodo di eseguir prima quella

del suo Battesimo[486]. Dopo questa notabile esperienza

dell'ingratitudine dei Principi e dei Prelati, Gregorio si ritirò

un'altra volta all'oscura sua solitudine della Cappadocia, dove impiegò

il rimanente della sua vita, circa otto anni, in esercizi di poesia e di

divozione. Si è aggiunto al suo nome il titolo di Santo; ma la tenerezza

del cuore[487] e l'eleganza dell'ingegno riflettono un più vago

splendore sulla memoria di Gregorio Nazianzeno.

[A. 380-394]

Teodosio non era contento d'aver soppresso l'insolente regno

dell'Arrianesimo, nè d'avere sovrabbondantemente vendicato le ingiurie

che avevan sofferto i Cattolici dallo zelo di Costanzo e di Valente.

L'ortodosso Imperatore considerava ogni eretico come un ribelle alle

supreme potestà del cielo e della terra; e credeva che ciascheduna di

queste potesse esercitare la propria particolar giurisdizione sull'anima

e sul corpo del reo. I decreti del Concilio di Costantinopoli avevan

determinato la vera norma della fede; e gli Ecclesiastici, che

governavano la coscienza di Teodosio, gli suggerirono i più efficaci

mezzi di persecuzione. Nello spazio di quindici anni ei promulgò almeno

quindici severi editti contro gli eretici[488], specialmente contro

quelli che rigettavano la dottrina della Trinità; e per privarli d'ogni

speranza di rifugio duramente ordinò, che se fosse allegata in loro

favore qualche legge o rescritto, non dovessero dai giudici

risguardarsi, che come illegittime produzioni della frode e della

falsità. Gli statuti penali erano diretti contro i ministri, le

adunanze, e le persone degli eretici; e le passioni del legislatore

erano espresse nello stile della declamazione e dell'invettiva. In primo

luogo gli eretici dottori, che usurpavano i sacri nomi di Vescovi o di

Preti, non solo erano spogliati dei privilegi ed emolumenti sì

liberalmente accordati al clero ortodosso; ma si esponevano anche alle

gravi pene dell'esilio e della confiscazione, se pretendevano di

predicar la dottrina o di praticare i riti delle _maledette_ lor Sette.

Fu imposta una pena di dieci libbre d'oro (sopra ottocento zecchini) ad

ogni persona, che avesse ardito di conferire, di ricevere, o di favorire

un'ordinazione di eretici; e con ragione speravasi, che se si fosse

potuta estinguere la razza dei pastori, gli abbandonati lor greggi

sarebbero stati costretti, dall'ignoranza e dalla fame, a tornare in

seno alla Chiesa Cattolica. Secondariamente la rigorosa proibizione

delle conventicole fu minutamente estesa ad ogni possibile circostanza,

in cui gli eretici avesser potuto adunarsi coll'intenzione di adorare

Dio e Cristo, secondo i dettami della loro coscienza. Tutte le religiose

loro adunanze, o pubbliche o segrete che fossero, di giorno o di notte,

nelle città o nella campagna, erano ugualmente vietate dagli editti di

Teodosio, e la fabbrica o il suolo che si adoprava per tale illegittimo

uso, era confiscato a profitto del demanio imperiale. In terzo luogo, si

supponeva che l'error degli eretici non provenisse che dall'ostinazione

degli animi loro, e che tal ostinazione giustamente meritasse censura e

gastigo. Gli anatemi della Chiesa venivano invigoriti da una specie di

scomunica civile, che separava gli eretici da' loro concittadini

mediante una particolar nota d'infamia; e questa dichiarazione del sommo

Magistrato tendeva a giustificare o almeno a scusare gl'insulti d'una

plebe fanatica. I Settari furono appoco appoco renduti incapaci di

possedere impieghi onorevoli o lucrosi, e Teodosio applaudivasi della

sua giustizia quando comandò, che siccome gli Eunomiani distinguevano la

natura del Figlio da quella del Padre, fossero incapaci di far

testamento o di ricevere alcun vantaggio dalle donazioni testamentarie.

Il delitto dell'eresia Manichea si stimava tanto enorme che non si

potesse espiare se non con la morte del reo; e l'istessa pena capitale

fu inflitta agli Audiani o _Quartodecimani_[489], che avessero ardito di

commetter l'atroce misfatto di celebrare in giorno improprio la festa di

Pasqua. Ogni Romano poteva fare da pubblico accusatore; ma sotto il

regno di Teodosio fu per la prima volta instituito l'uffizio

degl'_Inquisitori_ della fede, nome sì meritamente abborrito. Ciò

nonostante si assicura che rade volte si dava esecuzione a' suoi editti

penali, e che il pio Imperatore sembrava meno bramoso di punire, che di

correggere o di spaventare i disubbidienti suoi sudditi[490].

[A. 385]

La teoria della persecuzione fu stabilita da Teodosio, alla giustizia e

pietà del quale si è fatto applauso da' Santi; ma la pratica di essa

nella sua maggior estensione riserbavasi a Massimo, di lui rivale e

collega, il primo fra' Principi Cristiani, che spargesse il sangue de'

Cristiani suoi sudditi, per motivo delle religiose lor opinioni. La

causa dei Priscillianisti[491], recente Setta di eretici, che disturbava

le Province della Spagna, fu per appello trasportata dal Sinodo di Bordò

all'Imperial Concistoro di Treveri; e per sentenza del Prefetto del

Pretorio, sette persone furono torturate, condannate e poste a morte. Il

primo fra loro fu Priscilliano medesimo[492], Vescovo d'Avila[493] in

Ispagna, che aggiungeva a' vantaggi della nascita e della fortuna gli

ornamenti dell'eloquenza e dell'erudizione. Due Preti e due Diaconi

furon compagni nella morte, ch'essi reputavano un glorioso martirio,

dell'amato loro maestro; ed il numero delle religiose vittime si compì

coll'esecuzione di Latroniano, poeta rivale in fama agli antichi, e di

Eucrocia, nobile matrona di Bordò, vedova dell'oratore Delfidio[494].

Due Vescovi che avevano abbracciato i sentimenti di Priscilliano, furono

condannati ad un lontano ed orrido esilio[495], e si usò qualche

indulgenza verso i meno colpevoli, che ebbero il merito d'un pronto

pentimento. Se prestar si dee qualche fede alle confessioni estorte dal

timore o dalla pena, ed alle vaghe narrazioni, figlie della malizia e

della credulità, l'eresia dei Priscillianisti conterrebbe le diverse

abominazioni di magia, d'empietà e di dissolutezza[496]. Priscilliano,

che andava girando pel Mondo in compagnia delle sue spirituali sorelle,

veniva accusato di pregar tutto nudo in mezzo alla congregazione, ed

arditamente asserivasi, che era stato soppresso il prodotto del suo reo

commercio con la figlia d'Eucrocia per mezzi anche più odiosi e malvagi.

Ma un'esatta o piuttosto ingenua ricerca farà conoscere, che se i

Priscillianisti violavano le leggi di natura, ciò avveniva non già per

la dissolutezza, ma per l'austerità del vivere. Essi condannavano

assolutamente l'uso del letto maritale, e spesso disturbavasi la pace

delle famiglie da indiscrete separazioni. Prescrivevano o commendavano

una totale astinenza da ogni cibo animale, e le continue loro preghiere,

digiuni e vigilie inculcavano una regola di stretta e perfetta

devozione. Le opinioni speculative di questa Setta intorno alla persona

di Cristo ed alla natura dell'anima umana erano tratte dal sistema

Gnostico o Manicheo; e questa vana filosofia, che dall'Egitto erasi

trasferita nella Spagna, era male adattata agli spiriti più grossolani

dell'Occidente. Gli oscuri discepoli di Priscilliano soffrirono,

languirono, ed appoco appoco disparvero; le sue opinioni rigettate

furono dal Clero e dal popolo: ma la sua morte diede motivo ad una lunga

ed ardente controversia, mentre alcuni attaccavano, altri applaudivano

la giustizia di tale sentenza. Noi possiamo osservar con piacere l'umana

incoerenza dei Santi e dei Vescovi più illustri, d'Ambrogio di

Milano[497], e di Martino di Tours[498], i quali sostennero in

quest'occasione la causa della tolleranza. Essi compassionarono

quegl'infelici che avevan sofferto il supplizio a Treveri; ricusarono di

comunicare coi loro Episcopali uccisori; e se Martino deviò da tal

generosa risoluzione, lodevoli ne furon le cause, ed il pentimento

esemplare. I Vescovi di Tours e di Milano pronunciarono, senza esitare,

l'eterna dannazione degli eretici; ma restarono sorpresi e scossi dalla

sanguinosa immagine della morte lor temporale, e gli onesti sentimenti

della natura resisterono agli artificiali pregiudizi della teologia.

L'umanità di Ambrogio e di Martino fu confermata dalla scandalosa

irregolarità dei processi fatti contro Priscilliano ed i suoi aderenti.

I ministri civili ed ecclesiastici avevano oltrepassato i limiti delle

respettive loro Province. Il giudice secolare aveva ricevuto un appello,

e pronunziata una sentenza definitiva in materia di fede e di

giurisdizione Episcopale. I Vescovi s'erano disonorati esercitando

l'uffizio di accusatori in una causa criminale. La crudeltà

d'Itacio[499], che vide le torture, e sollecitò la morte degli Eretici,

provocò il giusto sdegno del Mondo: ed i vizi di quel malvagio Vescovo

si risguardarono come una prova, che il suo zelo fosse inspirato da

sordidi motivi d'interesse. Dopo la morte di Priscilliano si son

raffinati e ridotti a metodo i barbari attentati della persecuzione nel

Santo Uffizio, che assegna la distinta sua parte alla potestà

ecclesiastica ed alla secolare. La vittima, condannata regolarmente,

si consegna dal sacerdote al magistrato, e dal magistrato all'esecutore;

e l'inesorabil sentenza della Chiesa, che dichiara la spiritual

colpa del reo, vien espressa nel dolce linguaggio della pietà e

dell'intercessione.

[A. 374-397]

Fra gli Ecclesiastici, che illustrarono il regno di Teodosio, Gregorio

Nazianzeno era distinto per l'abilità d'eloquente predicatore; la fama

di doni miracolosi accresceva peso e dignità alle virtù monastiche di

Martino di Tours[500]; ma giustamente si pretendeva la palma

dell'Episcopal vigore e capacità dall'intrepido Ambrogio[501].

Discendeva egli da una nobil famiglia Romana; suo padre aveva esercitato

l'importante uffizio di Prefetto del Pretorio della Gallia; e ben

presto, dopo aver atteso agli studi d'una liberal educazione, giunse

nella regolar carriera degli onori civili al posto di Consolare della

Liguria, Provincia, che includeva l'Imperial residenza di Milano.

All'età di trentaquattro anni, ed avanti che avesse ricevuto il

Sacramento del Battesimo, Ambrogio con sorpresa di se stesso e del Mondo

fu ad un tratto di Governatore trasformato in Arcivescovo. Senza che vi

avesse parte veruna, per quanto si dice, l'arte o l'intrigo, tutto il

corpo del popolo concordemente lo salutò col titolo Episcopale, la

concordia e la perseveranza delle loro acclamazioni fu attribuita ad un

impulso soprannaturale; ed il ripugnante Magistrato fu costretto ad

intraprendere un uffizio spirituale, per cui non era preparato dalle

abitudine ed occupazioni della precedente sua vita. Ma l'attività del

suo genio presto lo pose in istato di esercitare con zelo e con prudenza

i doveri dell'Ecclesiastica potestà; e mentre di buona voglia rinunziò

a' vani e splendidi ornamenti della grandezza temporale, condiscese, pel

ben della Chiesa, a dirigere la coscienza degl'Imperatori, ed a

criticare l'amministrazione dell'Impero. Graziano lo amava e lo

rispettava come un padre; e l'elaborato trattato della fede della

Trinità era destinato per istruzione di quel giovane Principe. Dopo la

tragica morte di lui, allorchè l'Imperatrice Giustina tremava per la

salvezza propria e di Valentiniano suo figlio, fu spedito l'Arcivescovo

di Milano in due diverse ambascerie alla Corte di Treveri. Egli esercitò

con ugual fermezza e sagacità le forze del proprio carattere sì

spirituale che politico; e forse contribuì con la sua autorità ed

eloquenza a frenare l'ambizione di Massimo, ed a protegger la pace

dell'Italia[502]. Ambrogio consacrato aveva la propria vita e tutti i

suoi talenti al servizio della Chiesa. Le ricchezze per lui erano un

oggetto di disprezzo; aveva rinunziato al privato suo patrimonio; e

vendè senza esitare i vasi sacri per riscattare degli schiavi. Il Clero

ed il popolo di Milano erano attaccati al loro Arcivescovo, ed ei

meritava la stima senza sollecitare il favore o temere il disgusto de'

suoi deboli Sovrani.

[A. 385]

Era naturalmente appoggiato il governo d'Italia e del giovane Imperatore

a Giustina sua madre, donna dotata di beltà e d'ingegno; ma che in mezzo

ad un popolo ortodosso avea la disgrazia di professare l'eresia Arriana,

che essa procurava d'instillare nell'animo del figlio. Giustina era

persuasa che un Imperator Romano potesse, nei propri dominj, pretendere

l'esercizio pubblico della sua religione; e propose all'Arcivescovo,

come una moderata e ragionevol domanda, ch'ei le rilasciasse l'uso d'una

sola Chiesa o nella città o nei sobborghi di Milano. Ma la condotta

d'Ambrogio era diretta secondo principj molto diversi[503]. Potevano

invero nel suo sistema appartenere a Cesare i palazzi della terra; ma le

Chiese erano case di Dio; e dentro i limiti della sua diocesi, egli

solo, come legittimo successor degli Apostoli, era il Ministro divino. I

privilegi sì temporali che spirituali del Cristianesimo erano ristretti

ai veri credenti; ed Ambrogio godeva, che le teologiche sue opinioni

fossero il modello della verità e dell'ortodossia. L'Arcivescovo che

ricusava d'entrare in alcuna conferenza o negoziazione con gl'istrumenti

di Satana, dichiarò con moderata fermezza la sua risoluzione di ricevere

il martirio, piuttosto che cedere all'empio sacrilegio; e Giustina, che

risguardava tal rifiuto come un atto d'insolenza e di ribellione,

precipitosamente determinossi a far uso dell'Imperial prerogativa del

proprio figlio. Bramando essa di fare pubblicamente nella prossima festa

di Pasqua i suoi atti di devozione, fu ordinato ad Ambrogio di comparire

avanti al Consiglio. Obbedì egli alla citazione col rispetto d'un

suddito fedele; ma fu seguitato, senza il suo consenso, da un popolo

innumerabile, che affollavasi con impetuoso zelo alle porte del palazzo:

e gli spaventati ministri di Valentiniano, in vece di pronunziare una

sentenza di esilio contro l'Arcivescovo Milanese, umilmente lo

supplicarono, che volesse interporre la sua autorità per difender la

persona dell'Imperatore e restituir la pace alla Capitale. Ma le

promesse, che Ambrogio ebbe e comunicò al popolo, furon tosto violate da

una perfida Corte; e ne' sei più solenni giorni, che la cristiana pietà

ha destinato all'esercizio della religione, la città fu agitata da

irregolari convulsioni di tumulto e di fanatismo. Si mandarono gli

Uffiziali del palazzo a preparare prima la Basilica Porziana, poi la

nuova, per immediatamente ricevervi l'Imperatore colla sua madre. Si

disposero al solito le splendide suppellettili ed il baldacchino per la

sede Reale; ma vi fu bisogno di porvi una forte guardia per difenderla

dagl'insulti della plebaglia. Gli Ecclesiastici Arriani, che

s'arrischiavano a farsi veder nelle strade, furono esposti ai più

imminenti pericoli di vita: ed Ambrogio godè il merito e la riputazione

di liberare i suoi personali nemici dalle mani della moltitudine irata.

Ma nel tempo che si affaticava a raffrenare gli effetti del loro zelo,

la patetica veemenza de' suoi discorsi continuamente infiammava

l'ardente e sediziosa indole del popolo di Milano. Venivano

indecentemente applicati alla madre dell'Imperatore i caratteri d'Eva,

della moglie di Giob, di Gezabel, di Erodiade; e la brama che aveva essa

d'ottenere una Chiesa per gli Arriani, era paragonata alle più crudeli

persecuzioni, che avessero sofferto i Cristiani sotto il regno del

Paganesimo. I provvedimenti che prendea la Corte non servivano che a far

conoscere la grandezza del male. Fu imposta una tassa di dugento libbre

d'oro sul corpo dei mercanti e degli artefici: fu intimato a nome

dell'Imperatore un ordine a tutti gli Uffiziali ed inferiori ministri

de' tribunali di giustizia, che finattantocchè duravano i pubblici

disordini, dovessero star chiusi nelle loro case: ed i ministri di

Valentiniano imprudentemente confessarono, che la più rispettabile parte

de' cittadini Milanesi favoriva la causa del proprio Arcivescovo. Egli

fu di nuovo sollecitato a restituire la quiete del paese, mediante

un'opportuna compiacenza alla volontà del Sovrano. La risposta

d'Ambrogio fu concepita nei termini più umili e rispettosi, che potevano

però interpretarsi come una seria dichiarazione di guerra civile. Espose

«che la propria vita ed i suoi beni erano in mano dell'Imperatore, ma

ch'esso non avrebbe mai tradito la Chiesa di Cristo, o avvilito la

dignità del carattere Episcopale. In una causa di tal sorta era

preparato a soffrire qualunque danno la malizia del demonio avesse

potuto apportargli; e solo desiderava di morire in presenza del fedele

suo gregge ed appiè dell'Altare; ei non aveva contribuito ad eccitar la

furia del popolo, ma era solo in potere di Dio l'acquietarla; abborriva

le scene di sangue e di confusione che probabilmente sarebber seguite; e

la sua più calda preghiera era quella di non sopravvivere a veder la

rovina d'una florida città, e forse la desolazione di tutta

l'Italia[504]». L'ostinata bacchettoneria di Giustina avrebbe posto a

rischio l'Impero del suo figlio, se in questa disputa con la Chiesa e

col popolo di Milano avesse potuto contare sull'attiva ubbidienza delle

truppe del palazzo. Era marciato un grosso corpo di Goti ad occupar la

Basilica, che era l'oggetto della contesa; ed avrebbe potuto aspettarsi

dagli Arriani principj, e dai barbari costumi di questi mercenari

stranieri, che non avrebbero essi avuto alcuno scrupolo ad eseguire i

più sanguinari comandi. Si fece loro incontro l'Arcivescovo sulla sacra

soglia, e fulminando contro di essi una sentenza di scomunica, domandò

loro in tuono di padre e di signore, se era per invader la casa di Dio,

ch'essi aveano implorato l'ospital protezione della Repubblica? La

sospensione de' Barbari concesse qualche ora per un più efficace

trattato; e l'Imperatrice fu persuasa dal parere dei più savi suoi

consiglieri a lasciare ai Cattolici il possesso di tutte le Chiese di

Milano, e a dissimulare fino ad un'occasione più opportuna i suoi

pensieri di vendetta. La madre di Valentiniano non potè mai perdonare ad

Ambrogio simil trionfo; ed il giovane Reale esclamò nell'impeto della

passione, che i suoi propri servi erano pronti a darlo nelle mani d'un

insolente Prete.

[A. 386]

Le leggi dell'Impero, alcune delle quali portavano in fronte il nome di

Valentiniano, condannavano tuttavia l'eresia d'Arrio, e sembrava che

scusassero la resistenza de' Cattolici. Giustina fece sì che fosse

promulgato in tutte le Province, sottoposte alla Corte di Milano, un

editto di tolleranza; fu concesso a tutti quelli che professavano la

fede di Rimini, l'esercizio libero di lor religione; e l'Imperatore

dichiarò, che tutti coloro, che avessero trasgredito questa sacra e

salutare costituzione, sarebbero stati puniti di morte, come nemici

della pubblica pace[505]. Il linguaggio ed il carattere dell'Arcivescovo

di Milano possono giustificare il sospetto, che la sua condotta presto

somministrasse un ragionevole fondamento, o almeno uno specioso pretesto

ai ministri Arriani, che spiavano l'occasion di sorprenderlo in qualche

atto di disubbidienza ad una legge, ch'ei stranamente rappresenta come

una legge di sangue e di tirannide. Si emanò una sentenza di mite ed

onorevol esilio, che ordinava ad Ambrogio di partir subito da Milano,

mentre gli permetteva di scegliere il luogo di sua dimora ed il numero

de' propri compagni. Ma l'autorità dei Santi, che hanno predicato ed

eseguito le massime di una piena sommissione, parve ad Ambrogio di minor

peso che l'estremo ed urgente pericolo della Chiesa. Egli arditamente

ricusò d'obbedire, e tal passo fu sostenuto dall'unanime consenso del

suo popolo[506]. Faceva esso a vicenda la guardia alla persona del

proprio Arcivescovo; furono bene assicurate le porte della Cattedrale e

del palazzo Vescovile; e le truppe dell'Imperatore, che ne avevan

formato il blocco, non ardirono d'arrischiar l'attacco di quella

inespugnabil fortezza. I numerosi poveri, che la liberalità d'Ambrogio

avea sollevati, abbracciaron questa bella occasione di segnalare lo zelo

la gratitudin loro; e siccome avrebbe potuto stancarsi la pazienza della

moltitudine per la lunghezza ed uniformità delle notturne vigilie, egli

prudentemente introdusse nella Chiesa di Milano l'utile instituzione di

un'alta e regolar salmodia. Nel tempo che Ambrogio sosteneva quest'ardua

contesa, fu avvertito in sogno a scavar la terra in un luogo, dove più

di trecent'anni prima erano state depositate le spoglie dei due martiri,

Gervasio e Protasio[507]. Si trovarono subito sotto il pavimento della

Chiesa due perfetti scheletri[508] con le teste separate dai loro corpi

ed un'abbondante copia di sangue. Con solenne pompa si esposero le sante

reliquie alla venerazione del popolo; ed ogni circostanza di questa

fortunata scoperta fu mirabilmente atta a promuovere i disegni

d'Ambrogio. Si suppose che le ossa dei Martiri, il sangue e le vesti

loro avessero le virtù di risanare dai mali, e tal soprannatural potenza

si comunicasse ai più distanti oggetti senza perdere in minima cosa la

primiera sua attività. Parve che la straordinaria cura di un cieco[509]

e le forzate confessioni di varj ossessi giustificassero la fede e la

santità dell'Arcivescovo; e la verità di questi miracoli viene attestata

da Ambrogio medesimo, da Paolino suo segretario e dal celebre Agostino,

di lui proselito, che in quel tempo professava rettorica in Milano. La

ragionevolezza del nostro secolo può approvare per avventura

l'incredulità di Giustina e dell'Arriana sua Corte, la quale derise le

teatrali rappresentazioni, che si facevano per l'artifizio ed a spese

dell'Arcivescovo[510]. L'effetto, per altro, ch'ebbero sull'animo del

popolo, fu rapido ed invincibile; ed il debole Sovrano dell'Italia si

trovò incapace di contendere col favorito del Cielo. Anche le potestà

della terra s'interposero in difesa d'Ambrogio; il disinteressato avviso

di Teodosio fu il genuino risultato della pietà e dell'amicizia, e la

maschera dello zelo religioso coprì gli ostili ed ambiziosi disegni del

tiranno della Gallia[511].

[A. 387]

Avrebbe Massimo potuto finire il suo regno in pace e prosperamente, se

avesse saputo contentarsi del possesso di quelle tre vaste regioni, che

adesso formano i tre più floridi regni dell'Europa. Ma l'intraprendente

usurpatore, la sordida ambizione del quale non era nobilitata dall'amor

della gloria e delle armi, risguardò le attuali sue forze, come

istrumenti soltanto di sua futura grandezza, ed il successo da lui

ottenuto, divenne la causa immediata della sua distruzione. Furono

impiegate le somme ch'egli estorse[512] dalle oppresse Province della

Gallia, della Spagna e della Britannia, in arrolare e mantenere una

formidabile armata di Barbari, presi per la maggior parte dalle più

fiere nazioni della Germania. L'oggetto dei preparativi e delle speranze

di esso era la conquista d'Italia; e segretamente meditava la rovina

d'un innocente giovane, il governo del quale abborrivasi e disprezzavasi

da' suoi Cattolici sudditi. Ma poichè Massimo desiderava d'occupare

senza resistenza il passaggio delle alpi, accolse con perfide carezze

Donnino della Siria, ambasciator di Valentiniano, e lo sollecitò ad

accettare il soccorso d'un corpo considerabil di truppe per servire

nella guerra Pannonica. La penetrazione d'Ambrogio aveva scoperto, sotto

le proteste d'amicizia, le insidie d'un nemico[513]; ma Donnino della

Siria fu corrotto o ingannato da' liberali favori della Corte di

Treveri; ed il Consiglio di Milano rigettò pertinacemente il sospetto di

pericolo, con una cieca fiducia ch'era un effetto non già di coraggio,

ma di timore. L'ambasciatore medesimo servì di scorta alla marcia degli

ausiliari; e senza diffidenza veruna questi furono ammessi nelle

fortezze delle alpi. Ma l'astuto tiranno seguitonne con celeri e taciti

passi la retroguardia; e siccome diligentemente impedì ogni cognizione

dei suoi movimenti, lo splendore delle armi, e la polvere che

s'innalzava dalla cavalleria, diedero il primo annunzio dell'ostile

avvicinamento d'uno straniero alle porte di Milano. In tal estremità,

Giustina ed il suo figlio potevano accusare la propria imprudenza, ed i

perfidi artifizi di Massimo; ma loro mancavano il tempo, la risolutezza

e la forza per opporsi a' Germani ed a' Galli, sì nella campagna che

dentro le mura d'una vasta e disaffezionata città. La fuga fu l'unica

loro speranza, ed Aquileia l'unico refugio loro; ed avendo Massimo

allora spiegato il proprio genuino carattere, il fratello di Graziano

aspettare poteva la medesima sorte dalle mani dell'assassino medesimo.

Massimo entrò in Milano trionfante; e se il saggio Arcivescovo ricusò

una pericolosa e rea connessione coll'usurpatore, potè almeno

indirettamente contribuire al buon successo delle sue armi con inculcare

dal pulpito il dovere della rassegnazione, piuttosto che quella della

resistenza[514]. L'infelice Giustina giunse salva in Aquileia; ma non si

fidò delle fortificazioni di quella città, temè l'evento d'un assedio, e

risolvè d'implorare la protezione del Gran Teodosio, di cui la virtù e

la forza eran celebri in ogni parte dell'Occidente. Fu segretamente

preparato un vascello per trasportare l'Imperial famiglia, che

precipitosamente imbarcossi in uno degli oscuri porti di Venezia o

dell'Istria, traversò tutta l'estensione de' mari Adriatico e Jonico,

girò attorno all'estremo promontorio del Peloponneso, e, dopo una lunga

ma fortunata navigazione, si riposò nel porto di Tessalonica. Tutti i

sudditi di Valentiniano abbandonarono la causa di un Principe che colla

sua ritirata gli aveva assoluti dal dovere di fedeltà; e se la piccola

città d'Emona in Italia non avesse preteso d'arrestare la non gloriosa

vittoria di Massimo, egli avrebbe ottenuto senza verun contrasto

l'intero possesso dell'Impero d'Occidente.

[A. 387]

In luogo d'invitare i reali suoi ospiti nel palazzo di Costantinopoli,

Teodosio ebbe delle ignote ragioni di farli restare a Tessalonica;

queste ragioni però non provenivano da disprezzo nè da indifferenza,

poichè andò immediatamente a visitarli in quella città accompagnato

dalla maggior parte della sua corte e del Senato. Dopo le prime tenere

espressioni di amicizia e di condoglianza, il pio Imperatore

dell'Oriente ammonì gentilmente Giustina, che alle volte il delitto

d'eresia veniva punito in questo Mondo e nell'altro; e che il passo più

efficace a promuovere lo ristabilimento del Figlio sarebbe stata la

pubblica professione della Fede Nicena, per la soddisfazione che avrebbe

dato quest'atto sì alla terra che al Cielo. Fu da Teodosio rimessa

l'importante questione della guerra o della pace alla deliberazione del

suo Consiglio; e gli argomenti che potevano addursi per la parte

dell'onore e della giustizia, dopo la morte di Graziano avevano

acquistato un grado considerabile di maggior peso. La persecuzione della

famiglia Imperiale, a cui Teodosio stesso era debitore della sua

fortuna, veniva in tal occasione aggravata da fresche e replicate

ingiurie. Nè giuramenti, nè trattati frenar potevano l'insaziabile

ambizione di Massimo; e la dilazione di vigorosi e decisivi partiti,

invece di prolungare il ben della pace, avrebbe esposto l'Impero

orientale al pericolo d'una ostile invasione. I Barbari, che aveano

passato il Danubio, avevano finalmente assunto il carattere di soldati e

di sudditi, ma era tuttavia indomita la nativa loro fierezza; e le

operazioni d'una guerra, ch'esercitato ne avrebbe il valore, e

diminuitone il numero, poteva ottenere il fine di sollevar le Province

da un'intollerabile oppressione. Nonostanti queste sode e speziose

ragioni, ch'erano approvate dalla maggior parte del Consiglio, Teodosio

pendeva sempre dubbioso, se trar doveva la spada in una contesa, che

dopo tal atto non avrebbe più ammesso termine alcuno di riconciliazione;

nè s'avviliva il magnanimo di lui carattere dai timori, che aveva per la

salute dei piccoli suoi figli e pel bene dell'esausto suo popolo. In tal

momento d'ansiosa dubbiezza, mentre il destino del Mondo Romano

dipendeva dalla risoluzione d'un solo uomo, le grazie della Principessa

Galla patrocinaron con la massima efficacia la causa di Valentiniano

fratello di lei[515]. Restò ammollito il cuor di Teodosio dalle lacrime

della beltà; furono insensibilmente legati i suoi affetti dalle grazie

della gioventù e dell'innocenza; l'arte di Giustina maneggiò e diresse

l'impulso della passione, e la celebrazione delle nozze reali fu la

sicurezza ed il segno della guerra civile. Gl'insensibili critici, che

risguardano qualunque amorosa debolezza come una macchia indelebile alla

memoria del grande ed ortodosso Imperatore, in quest'occasione sono

inclinati a porre in dubbio la sospetta autorità dell'istorico Zosimo.

Quanto a me, confesserò francamente, che mi dà piacere il trovare ed

anche l'andar ricercando nelle rivoluzioni del Mondo qualche traccia dei

dolci e teneri sentimenti della vita domestica; ed in mezzo ad una folla

di fieri ed ambiziosi conquistatori io provo una particolar compiacenza

a distinguere un gentile eroe, che vi sia motivo di supporre, che

ricevuto abbia le armi dalle mani d'amore. La fede de' trattati

assicurava la pace col Re della Persia; i bellicosi Barbari si lasciavan

persuadere a seguir lo stendardo o a rispettar le frontiere d'un attivo

e generoso Monarca; e gli stati di Teodosio, dall'Eufrate sino

all'Adriatico, risuonavano sì per terra che per mare de' preparativi di

guerra. Parve che la buona disposizione delle forze orientali ne

moltiplicasse il numero, e distraesse l'attenzione di Massimo. Aveva

egli ragion di temere, che uno scelto corpo di truppe sotto il comando

dell'intrepido Arbogaste dirigesse la marcia lungo le rive del Danubio,

ed arditamente penetrasse per le Province della Rezia nel centro della

Gallia. Fu equipaggiata nei porti della Grecia e dell'Epiro una potente

flotta coll'apparente disegno che, dopo di avere aperto il passo con una

vittoria navale, Valentiniano e sua madre sbarcassero nell'Italia, senza

dilazione passassero a Roma, ed occupassero la sede maestosa della

Religione e dell'Impero. Intanto Teodosio medesimo alla testa d'un

valoroso e disciplinato esercito s'avanzava incontro al suo indegno

rivale, che dopo l'assedio d'Emona aveva piantato il suo campo nelle

vicinanze di Scizia, città della Pannonia ben fortificata dal largo e

rapido corso del Savo.

[A. 388]

I veterani che tuttavia si ricordavano della lunga resistenza e del

successivo risorgere del tiranno Magnenzio, si preparavano forse a'

travagli di tre sanguinose campagne. Ma la contesa col successore di

esso, che come egli aveva usurpato il trono dell'Occidente, restò

facilmente decisa nel termine di due mesi[516], e dentro lo spazio di

dugento miglia. Il superior genio dell'Imperatore orientale potè

prevalere sul debole Massimo, che in questa importante crisi dimostrossi

privo di abilità militare o di personale coraggio; ma la perizia di

Teodosio fu secondata dal vantaggio che aveva d'un'attiva e numerosa

cavalleria. Si erano formati degli Unni, degli Alani, e, dietro il loro

esempio, degli stessi Goti, tanti squadroni di arcieri che combattevano

a cavallo e confondeano il costante valore de' Galli e de' Germani,

mediante i rapidi movimenti d'una tartara maniera di guerreggiare. Dopo

la fatica d'una lunga marcia nel colmo della state, spronarono i focosi

loro cavalli nelle acque del Savo, passarono il fiume a nuoto in

presenza del nemico, ed immediatamente attaccarono, e posero in rotta le

truppe che dominavano il lido dall'altra parte. Marcellino, fratello del

Tiranno, avanzossi per sostenerle con le più scelte coorti, che si

consideravano come la speranza e la forza dell'esercito. L'azione, che

s'era interrotta per l'avvicinarsi della notte, si rinnovò la mattina

seguente; e dopo una sanguinosa battaglia i residui dei più bravi

soldati di Massimo, che sopravvissero, deposero le armi a' piedi del

vincitore. Senza sospendere la sua marcia a ricevere le leali

acclamazioni dei cittadini d'Emona, Teodosio inoltrossi avanti per finir

la guerra, mediante la morte o la presa del suo rivale, che fuggiva

d'avanti a lui con la diligenza che inspira il timore. Dalla sommità

delle Alpi Giulie discese con tale incredibil prestezza nelle pianure

dell'Italia, che egli giunse ad Aquileia la sera medesima del primo

giorno; e Massimo, che si trovò circondato da tutte le parti, appena

ebbe tempo di chiuder le porte della città. Queste però non poteron

lungamente resistere agli sforzi d'un vittorioso nemico, e la

disperazione, il disamore e l'indifferenza de' soldati e del popolo

accelerarono la caduta del misero Massimo. Fu egli tratto giù dal trono,

violentemente spogliato degli ornamenti Imperiali, del manto, del

diadema e dei calcetti purpurei; e come un malfattore condotto al campo

ed alla presenza di Teodosio in un luogo distante circa tre miglia da

Aquileia. La condotta dell'Imperatore non fu insultante, e dimostrò

qualche disposizione a compatire ed a perdonare al Tiranno

dell'Occidente, che non era mai stato suo personale nemico, ed era

divenuto allora l'oggetto del suo disprezzo. Si eccita in noi con gran

forza la compassione per le disgrazie, alle quali siam sottoposti noi

stessi; e lo spettacolo d'un altiero competitore, prostrato ai suoi

piedi, non poteva mancar di produrre pensieri molto gravi ed importanti

nell'animo del vittorioso Imperatore. Ma fu frenata la debole commozione

d'una involontaria pietà dal riguardo che ebbe alla pubblica giustizia

ed alla memoria di Graziano; ed abbandonò quella vittima al pietoso zelo

dei soldati che la trassero dalla presenza Imperiale, ed immediatamente

le spiccarono il capo dal busto. La notizia della disfatta e della morte

di Massimo fu ricevuta con sincero, o ben simulato piacere. Vittore, suo

figlio, al quale avea conferito il titolo d'Augusto, morì per ordine e

forse per mano del feroce Arbogaste; e tutti i disegni militari di

Teodosio furono felicemente eseguiti. Dopo d'aver terminato in tal modo

la guerra civile, con minor difficoltà e strage di quello che

naturalmente avrebbe aspettato, impiegò i mesi dell'invernal sua

residenza in Milano a ristabilire lo stato delle afflitte Province; e

sul principio della primavera, ad esempio di Costantino e di Costanzo,

fece il suo trionfale ingresso nell'antica Capitale del Romano

Impero[517].

L'oratore che può tacere senza pericolo, può anche lodare senza

difficoltà e ripugnanza[518]; ed i posteri confessarono che il carattere

di Teodosio potè somministrare il soggetto d'un ampio e sincero

panegirico[519]. La saviezza delle leggi ed il buon successo delle armi

di lui, ne rendettero il governo rispettabile agli occhi tanto de'

sudditi che de' nemici. Egli amò e rispettò le virtù della vita

domestica, che di rado soggiornano nei palazzi de' Principi. Teodosio fu

casto e temperato; godè senza eccesso i delicati e sociali piaceri della

mensa, ed il calore delle sue passioni amorose non fu mai diretto che ad

oggetti legittimi. Venivano adornati i sublimi titoli della grandezza

Imperiale da' teneri nomi di marito fedele e di padre indulgente; e

dall'affettuosa sua stima fu innalzato lo zio al grado di secondo padre.

Teodosio abbracciò come suoi i figli del fratello e della sorella; ed

estese l'espressioni del suo riguardo fino ai più oscuri e distanti rami

della numerosa sua parentela. Sceglieva i suoi famigliari amici

giudiziosamente fra quelle persone, che nell'ugual commercio della vita

privata gli eran comparse d'avanti senza maschera; la propria coscienza

di un personale superior merito lo pose in grado di sprezzare

l'accidental distinzione della porpora; e provò con la sua condotta, che

aveva dimenticato tutte le ingiurie, nel tempo che con la maggior

gratitudine si rammentava di tutti i favori e servigi, che avea ricevuto

prima di salire sul trono dell'Impero Romano. Il tuono serio o vivace

della sua conversazione era adattato all'età, al grado, o al carattere

dei sudditi, che vi ammetteva; e l'affabilità delle maniere spiegava

l'immagine della sua mente. Teodosio rispettava la semplicità dei buoni

e dei virtuosi; ogni arte, ogni talento d'un utile o anche indifferente

natura veniva premiato dalla sua giudiziosa liberalità; ed eccettuati

gli eretici, ch'ei perseguitò con implacabile odio, il vasto cerchio

della sua benevolenza non fu circoscritto che da' limiti della specie

umana. Il governo d'un potente Impero può sicuramente servire ad

occupare il tempo e l'abilità d'un uomo; pure il diligente Principe,

senz'aspirare alla fama, ad esso non conveniente, di profondo erudito,

riserbava sempre qualche momento d'ozio per l'istruttivo divertimento

della lettura. Il suo studio favorito era l'Istoria, che ne dilatò

l'esperienza. Gli annali di Roma, nel lungo periodo di undici secoli,

presentavano ad esso una varia e splendida pittura della vita umana; ed

è stato particolarmente osservato, che quando leggeva i crudeli fatti di

Cinna, di Mario, o di Silla, esprimeva con gran forza l'odio generoso

che aveva per quei nemici dell'umanità e della libertà. Egli si serviva

utilmente della propria spassionata opinione intorno agli avvenimenti

passati, come di regola per le sue azioni; ed ha meritato questa

singolar lode, che pare che le sue virtù siansi allargate con la sua

fortuna: il tempo della prosperità era per lui quello della moderazione,

ed apparve più cospicua la sua clemenza dopo il pericolo ed il buon

successo della guerra civile. Nel primo calore della vittoria, si

trucidarono le guardie Mauritane del Tiranno, ed un piccol numero dei

più colpevoli soggiacque alla pena della legge. Ma l'Imperatore si

dimostrò molto più attento a sollevar l'innocente, che a gastigare il

reo. I sudditi oppressi dell'Occidente, che si sarebbero stimati felici

al solo ricuperare le proprie terre, furon sorpresi al ricever che

fecero una somma di denaro equivalente alle loro perdite; e la

generosità del vincitore protesse la vecchia madre, ed educò le orfane

figlie di Massimo[520]. Un carattere così virtuoso potrebbe quasi

scusare la stravagante supposizione dell'Oratore Pacato, che se al

vecchio Bruto fosse stato permesso di tornare sulla terra avrebbe quel

rigido Repubblicano deposto a' piè di Teodosio l'odio che nutriva pei

Re; ed avrebbe ingenuamente confessato, che tal Monarca era il custode

più fedele della felicità e della dignità del popolo Romano[521].

Pure l'occhio penetrante del fondatore della Repubblica avrebbe dovuto

discernere due imperfezioni essenziali, che avrebber forse diminuito il

recente suo amore pel dispotismo. Il virtuoso animo di Teodosio spesse

volte si rilassava per indolenza[522], e qualche volta infiammavasi

dalla passione[523]. L'attivo coraggio di lui era capace degli sforzi

più vigorosi, quando si trattava d'ottenere un oggetto importante; ma

tosto che avea eseguito il suo disegno, o superato il pericolo, l'eroe

s'abbandonava ad un non glorioso riposo, e dimenticatosi che il tempo

d'un Principe è dovuto al suo popolo, si dava tutto al godimento

degl'innocenti, ma vani piaceri d'una lussuriosa Corte. La natural

disposizione di Teodosio era precipitosa e collerica; ed in uno stato,

in cui nessuno poteva resistere alle fatali conseguenze dell'ira sua, e

pochi sapevano avvertirlo, l'umano Monarca era con ragione agitato dalla

coscienza della propria debolezza e della sua forza. Si studiò sempre di

sopprimere o di moderare gl'impeti sregolati della passione; ed il buon

successo dei suoi sforzi accrebbe il merito della sua clemenza. Ma una

difficil virtù, che pretende al merito della vittoria, giace esposta al

pericolo di essere vinta; ed il regno d'un savio e misericordioso

Principe fu macchiato da un atto di crudeltà, che avrebbe infamato gli

Annali di Nerone o di Domiziano. Dentro lo spazio di tre anni

l'incostante Istorico di Teodosio è costretto a riferire il generoso

perdono dei cittadini d'Antiochia, e la barbara strage del popolo di

Tessalonica.

[A. 387]

La vivace impazienza degli abitanti d'Antiochia non mostravasi mai

contenta della situazione, in cui erano, o del carattere e della

condotta, dei propri Sovrani. I sudditi Arriani di Teodosio deploravan

la perdita delle lor Chiese; e siccome la sede d'Antiochia era disputata

da tre Vescovi, rivali fra loro, la sentenza, che decise le pretensioni

loro, eccitò le doglianze delle due congregazioni che l'ebbero in

disfavore. I bisogni della guerra Gotica e l'inevitabile spesa, che

accompagnò la conclusione della pace, avea costretto l'Imperatore ad

aggravare il peso delle pubbliche imposizioni; e siccome le Province

dell'Asia non avevan provato le calamità dell'Europa, così eran meno

disposte a contribuire al sollievo di essa. S'avvicinava già

l'avventuroso periodo del decimo anno del suo regno: festa più grata ai

soldati, che ricevevano un liberal donativo, che ai sudditi, le

volontarie offerte dei quali si eran da lungo tempo convertite in uno

straordinario ed opprimente peso. Gli editti della tassazione

interruppero il riposo ed i piaceri di Antiochia; ed il Tribunale del

Magistrato fu assediato da una supplichevole folla, che in un patetico,

ma da principio rispettoso linguaggio chiedeva la riforma de' propri

aggravj. Essi furono appoco appoco infiammati dall'orgoglio degli

altieri governatori, che trattavano i loro lamenti di colpevole

resistenza; il satirico loro sale degenerò in aspre e rabbiose

invettive; e le invettive del popolo insensibilmente dalle potestà

subordinate del governo giunsero ad attaccare il sacro carattere

dell'Imperatore medesimo. Il furore, provocato da una debole

opposizione, si scaricò sulle immagini della Famiglia Imperiale, che si

erano innalzate come oggetti di pubblica venerazione nei luoghi più

cospicui della città. Furono insolentemente gettate a terra dai loro

piedestalli le statue di Teodosio, di suo padre, di Flaccilla sua

moglie, dei due suoi figli Arcadio ed Onorio; queste furono spezzate o

strascinate con disprezzo per le strade: e le indegnità commesse contro

le rappresentazioni della Maestà Imperiale, sufficientemente spiegavano

gli empj e ribelli desiderj della plebe. Il tumulto fu quasi subito

soppresso dall'arrivo d'un corpo d'arcieri; ed Antiochia ebbe agio di

riflettere alla natura ed alle conseguenze del suo delitto[524]. Il

Governatore della provincia, com'esigeva il suo uffizio, mandò

all'Imperatore un fedele ragguaglio di tutto il fatto; mentre i

cittadini tremanti affidaron la confessione del delitto e le proteste

del pentimento allo zelo di Flaviano loro Vescovo, ed all'eloquenza del

Senatore Ilario, amico e probabilissimamente discepolo di Libanio; i

talenti del quale non furono in quella trista occasione inutili alla sua

patria[525]. Ma le due capitali Antiochia e Costantinopoli eran fra loro

distanti ottocento miglia; e nonostante la diligenza delle poste

Imperiali, la colpevol città restò severamente punita da una lunga e

terribile sospensione. Ogni romore agitava le speranze ed i timori degli

Antiocheni; ed udirono con terrore, che il loro Sovrano, esacerbato

dall'insulto fatto alle proprie statue, e più specialmente a quelle

della diletta sua moglie, avea risoluto di far livellare al suolo quella

delinquente città e trucidarne senza distinzione di età o di sesso i

colpevoli abitatori[526], molti dei quali erano già tratti dalle loro

apprensioni a cercare un rifugio nelle montagne della Siria, e nel

vicino deserto. Finalmente, ventiquattro giorni dopo la sedizione, il

Generale Ellebico, e Cesario Maestro degli Uffizi dichiararono la

volontà dell'Imperatore, e la sentenza d'Antiochia. Quella superba

Capitale restò degradata dallo stato di città; e la metropoli

dell'Oriente, spogliata delle sue terre, dei suoi privilegi e delle sue

rendite, fu sottoposta, coll'umiliante denominazion di villaggio, alla

giurisdizione di Laodicea[527]. Chiusi furono i bagni, i teatri ed il

circo; ed affinchè rimanesse nell'istesso tempo sospesa ogni sorgente di

abbondanza e di piacere, fu abolita dalle rigide istruzioni di Teodosio

la distribuzione del grano. Si procedè in seguito da' commissari di esso

ad investigare la colpa di ciascheduno, sì di quelli che distrutto

avevano le sacre statue, che di quelli che non l'aveano impedito. S'alzò

in mezzo del Foro il tribunale di Ellebico e di Cesario, circondato da

soldati armati. Comparivano in catene avanti di loro i più nobili e più

ricchi cittadini d'Antiochia, s'accompagnava l'esame dall'uso della

tortura, e secondo il giudizio di quegli straordinari Magistrati veniva

pronunziata o sospesa la lor sentenza. Le case dei rei furono esposte

alla vendita, le loro mogli e figliuoli furono ad un tratto ridotti

dall'abbondanza e dal lusso alla più abbietta miseria; e si aspettava,

che una sanguinosa esecuzione finisse gli orrori d'un giorno[528], che

il predicatore d'Antiochia, l'eloquente Grisostomo, ha rappresentato

come una viva immagine dell'ultimo ed universal giudizio del Mondo. Ma i

Ministri di Teodosio eseguivano con ripugnanza il crudele uffizio che

era stato loro commesso: spargevano lacrime compassionevoli sulle

calamità del popolo; e riverentemente dieder orecchio alle pressanti

sollecitazioni dei monaci e degli eremiti, che scesero a sciami dalle

montagne[529]. Ellebico e Cesario si lasciarono persuadere a sospendere

l'esecuzione di lor sentenza; e fu convenuto, che il primo restasse in

Antiochia, mentre l'altro tornava con tutta la possibil celerità a

Costantinopoli, ed arrischiavasi di consultare un'altra volta la volontà

del Sovrano. L'ira di Teodosio erasi già calmata; tanto il Vescovo che

l'oratore, deputati del popolo, avevano avuto una favorevole udienza; ed

i rimproveri dell'Imperatore eran piuttosto le querele d'una ingiuriata

amicizia, che le fiere minacce dell'orgoglio e del potere. Fu accordato

un libero e general perdono alla città ed a' cittadini d'Antiochia;

s'apriron le porte della prigione; i Senatori, che disperavano delle

proprie vite, ricuperarono il possesso delle case e dei beni loro; ed

alla capitale dell'Oriente fu restituita l'antica sua dignità e lo

splendore. Teodosio degnossi perfino di lodare il Senato di

Costantinopoli, che avea generosamente intercesso pei propri angustiati

fratelli; premiò l'eloquenza di Ilario col governo della Palestina; e

licenziò il Vescovo d'Antiochia coll'espressioni più tenere di rispetto

e di gratitudine. S'eressero mille nuove statue alla clemenza di

Teodosio; l'applauso dei sudditi veniva confermato dall'approvazione del

proprio suo cuore; e l'Imperatore confessò, che se l'esercizio della

giustizia è il più importante dovere d'un Sovrano la indulgenza però

della misericordia n'è il piacer più squisito[530].

[A. 390]

La sedizione di Tessalonica si attribuisce ad una causa più vergognosa,

e produsse molto più terribili conseguenze. Quella gran città, metropoli

di tutte le Province Illiriche, era stata difesa dai pericoli della

guerra Gotica con forti ripari e con numerosa guarnigione. Boterico,

Generale di quelle truppe, e per quanto apparisce dal nome stesso,

Barbaro di nazione, aveva fra i suoi schiavi un bel fanciullo, ch'eccitò

gl'impuri desideri d'uno dei cocchieri del circo. Per ordine di Boterico

fu posto in carcere l'insolente e brutale amante; e pertinacemente si

rigettarono gl'importuni clamori della moltitudine, che in occasione dei

pubblici giuochi dolevasi dell'assenza del suo favorito, e risguardava

l'abilità d'un cocchiere come un oggetto di maggiore importanza che la

sua virtù. Lo sdegno del popolo era già irritato da alcune precedenti

contese; e siccome s'era tratto di là il più forte della guarnigione pel

servizio della guerra Italica, i deboli residui, ch'erano ancora

diminuiti di numero per la diserzione, non poteron salvar l'infelice

Generale dalla licenziosa lor furia. Boterico, insieme con alcuni dei

suoi primi uffiziali, restarono crudelmente uccisi; i lacerati lor corpi

strascinati furono per le strade; e l'Imperatore, che in quel tempo

risedeva in Milano, fu sorpreso dalla notizia dell'audace e sfrenata

barbarie del popolo di Tessalonica. La sentenza di qualunque Giudice

spassionato avrebbe dovuto infliggere una severa pena agli autori del

delitto; ed anche il merito di Boterico potè contribuire ad esacerbare

il dispiacere e lo sdegno del suo Signore. Il focoso e collerico

temperamento di Teodosio fu impaziente delle dilatorie formalità d'un

processo criminale; e precipitosamente risolvè, che s'espiasse il sangue

del suo Luogotenente con quello del popolo reo. Pure il suo spirito

pendea tuttora dubbioso fra i consigli di clemenza e di vendetta; lo

zelo dei Vescovi avea quasi strappato dal ripugnante Imperatore la

promessa di un generale perdono. Ma fu di nuovo infiammata la sua

passione dalle adulanti suggestioni di Ruffino ministro di lui; e dopo

che Teodosio ebbe spedito i messaggi di morte, tentò, ma troppo tardi,

d'impedire l'esecuzione dei suoi ordini. Fu ciecamente commesso il

gastigo di una città Romana alla spada, che senza distinzione alcuna

operasse, de' Barbari; e si concertarono gli ostili preparativi

coll'oscuro e perfido artifizio di un'illegittima cospirazione. A

tradimento si invitò il popolo di Tessalonica in nome del suo Sovrano ai

giuochi del Circo; e tal era l'insaziabile avidità loro per questi

divertimenti, che da un gran numero di spettatori fu trascurata

qualunque considerazione di timore o di sospetto. Appena fu ripieno quel

luogo, i soldati, che erano stati posti segretamente intorno al Circo,

riceverono il segnale non già della corsa, ma di un generale macello.

Continuò quella promiscua carnificina per tre ore senza differenza di

stranieri o di nazionali, di sesso o di età, d'innocenza o di colpa; i

ragguagli più moderati fanno ascendere a settemila il numero degli

uccisi; ed alcuni scrittori asseriscono, che furono sacrificate più di

quindicimila vittime all'ombra di Boterico. Un mercante forastiero, che

probabilmente non aveva avuto parte nell'uccisione di esso, offerì la

propria vita e tutte le sue ricchezze per salvare uno dei suoi due

figli; ma mentre il padre stava esitando con uguale tenerezza, mentr'era

dubbioso nella scelta, e ripugnante alla condanna, i soldati posero fine

alla sua sospensione coll'immergere nel momento stesso i lor ferri nei

petti dei miseri giovani. L'apologia degli assassini, che erano cioè

obbligati a produrre un determinato numero di teste, non serve che ad

accrescere, coll'apparenza dell'ordine e della premeditazione, gli

orrori della strage, che fu eseguita per comandamento di Teodosio.

S'aggrava la colpa dell'Imperatore dalla lunga e frequente residenza di

lui in Tessalonica. Eran famigliari, e tuttora presenti

all'immaginazione di esso la situazione di quella sfortunata città,

l'aspetto delle contrade e delle fabbriche, le vesti ed i volti degli

abitatori e Teodosio aveva un forte e vivo sentimento dell'esistenza di

quel popolo ch'egli distrusse[531].

[A. 338]

Il rispettoso attaccamento dell'Imperatore pel Clero Cattolico l'aveva

disposto ad amare ed ammirare il carattere d'Ambrogio, che nel più

eminente grado riuniva in sè tutte le virtù Episcopali. Gli amici ed i

ministri di Teodosio imitavan l'esempio del loro Sovrano; ed egli vedeva

con maggior sorpresa che dispiacere, che tutti i suoi consigli segreti

venivano immediatamente comunicati all'Arcivescovo, il quale agiva nella

lodevole persuasione, che qualunque passo del governo civile può aver

qualche connessione con la gloria di Dio o coll'interesse della vera

religione. I Monaci e la plebe di Callinico, oscura città sulle

frontiere della Persia, eccitati dal proprio fanatismo, e da quello del

loro Vescovo, avevan tumultuariamente abbruciato un luogo d'adunanza dei

Valentiniani, ed una sinagoga di Ebrei. Il sedizioso Prelato fu

condannato dal magistrato della provincia o a rifabbricare la sinagoga,

o a risarcirne il danno; e questa moderata sentenza fu confermata

dall'Imperatore, ma non dall'Arcivescovo di Milano[532]. Ei dettò una

lettera di censura e di rimprovero, che più sarebbe stata forse a

proposito, se l'Imperatore avesse ricevuto la circoncisione, e

rinunciato alla fede del suo Battesimo. Ambrogio considera la tolleranza

della religione Giudaica come una persecuzione della Cristiana;

arditamente dichiara, ch'egli stesso ed ogni vero fedele avrebbe

ardentemente disputato al Vescovo di Callinico il merito del fatto e la

corona del martirio, e si duole ne' termini più patetici, che la

esecuzione della sentenza sarebbe stata fatale alla fama ed alla

salvazione di Teodosio. Poichè questo privato avvertimento non produsse

immediatamente l'effetto, l'Arcivescovo pubblicamente dal pulpito[533]

diresse il discorso all'Imperatore sul Trono[534], nè volle offrir

l'oblazione dell'altare, finattantochè non ebbe ottenuto da Teodosio una

solenne e positiva dichiarazione, che assicurasse l'impunità del Vescovo

e dei Monaci di Callinico. Fu sincera la ritrattazione di Teodosio[535];

e nel tempo della sua residenza in Milano continuamente andò crescendo

l'affetto, che avea verso d'Ambrogio per l'abitudine di una pia e

famigliare conversazione.

Quando Ambrogio seppe la strage di Tessalonica, il suo spirito fu

ripieno d'orrore e di angustia. Ritirossi alla campagna per soddisfare

il proprio dolore, e per evitar la presenza di Teodosio. Ma siccome

l'Arcivescovo era persuaso, che un timido silenzio lo avrebbe renduto

complice del misfatto, rappresentò in una privata lettera l'enormità del

delitto, che non potea cancellarsi che mediante le lacrime della

penitenza. L'Episcopal vigore d'Ambrogio fu temperato dalla prudenza, e

si contentò d'indicargli[536] una specie di scomunica indiretta,

assicurandolo, che era stato avvertito in visione di non offerire il

sacrifizio in nome o in presenza di Teodosio; ed avvisandolo, che si

limitasse all'uso delle preghiere, senz'ardire d'accostarsi all'altare

di Cristo, o di ricevere la santa Eucarestia con quelle mani che erano

tuttavia contaminate dal sangue di un innocente popolo. Era l'Imperatore

profondamente agitato dai propri rimproveri e da quelli del suo padre

spirituale; e dopo d'avere pianto le dannose ed irreparabili conseguenze

del suo precipitoso furore, si dispose a fare, giusta l'usata forma, le

sue devozioni nella Chiesa maggiore di Milano. Fu egli arrestato nel

vestibolo dall'Arcivescovo, che col tuono e col linguaggio di un

Ambasciatore del Cielo, dichiarò al suo Sovrano, che la contrizione

privata non era sufficiente a purgare un delitto pubblico, o a soddisfar

la giustizia dell'offesa Divinità. Teodosio umilmente rappresentò, che

se egli aveva commesso il delitto dell'omicidio, David, che era l'uomo

secondo il cuore di Dio, era stato non solo reo d'omicidio, ma ancor

d'adulterio. «Tu hai imitato Davide nel delitto, imitalo dunque nella

penitenza»: tale fu la risposta dell'inflessibile Ambrogio. Si

accettarono le rigorose condizioni del perdono e della pace; ed è

riportata la pubblica penitenza dell'Imperator Teodosio come uno dei più

onorevoli avvenimenti negli annali della Chiesa. Secondo le regole più

moderate della disciplina ecclesiastica, ch'era in vigore nel quarto

secolo, s'espiava il delitto d'omicidio con la penitenza di

vent'anni[537]; e siccome nel corso della vita umana era impossibile di

purgare il moltiplice reato della strage di Tessalonica, il delinquente

avrebbe dovuto escludersi dalla santa comunione fino all'ora della sua

morte. Ma l'Arcivescovo, consultando le massime di una religiosa

politica, accordò qualche indulgenza al grado dell'illustre penitente,

che umiliò fino alla polvere la sublimità del diadema, e potè ammettersi

la pubblica edificazione come un forte motivo per abbreviar la durata

della sua pena. Era abbastanza, che l'Imperator dei Romani, spogliato

delle insegne Reali, comparisse nella positura di dolente e di

supplichevole, e che in mezzo alla Chiesa di Milano umilmente chiedesse,

con singhiozzi e con lacrime, il perdono delle sue colpe[538]. In questa

cura spirituale, Ambrogio impiegò i diversi metodi della dolcezza e

della severità. Dopo una dilazione di circa otto mesi, fu restituita a

Teodosio la comunion dei fedeli; e l'editto, che frappone un salutevole

spazio di trenta giorni fra la sentenza e l'esecuzione di essa, può

riguardarsi come il degno frutto della sua penitenza[539]. I posteri

hanno applaudito alla virtuosa fermezza dell'Arcivescovo, e l'esempio di

Teodosio può servire a provare la vantaggiosa influenza di quei

principj, che possono sforzare un Monarca, superiore ai timori delle

pene umane, a rispettare le leggi e i ministri d'un Giudice invisibile.

«Un Principe (dice Montesquieu) sul quale hanno forza le speranze ed i

timori della religione, si può paragonare ad un leone, docile soltanto

alla voce ed alla mano del suo custode»[540]. I moti dunque di una reale

fiera dipenderanno e dall'inclinazione e dall'interesse dell'uomo, che

ha acquistato una sì pericolosa autorità sopra di essa, ed il sacerdote,

che ha nelle mani la coscienza di un Re, può accenderne o moderarne le

ardenti passioni. Il medesimo Ambrogio ha sostenuto la causa

dell'umanità e quella della persecuzione con ugual energia e con uguale

successo.

[A. 388-391]

Dopo la disfatta e la morte del Tiranno della Gallia, il Mondo Romano

restò in possesso di Teodosio. Dalla scelta di Graziano ei traeva

l'onorevol suo diritto alle province dell'Oriente: egli aveva acquistato

l'Occidente, per mezzo della vittoria, ed i tre anni, che passò

nell'Italia, furono utilmente impiegati a ristabilire l'autorità delle

leggi, ed a corregger gli abusi, che erano impunemente prevalsi durante

l'usurpazione di Massimo e la minorità di Valentiniano. Il nome di

questo era inserito regolarmente nei pubblici atti; ma sembrava, che la

tenera età e la dubbiosa fede del figliuolo di Giustina esigessero la

prudente cura di un custode Ortodosso; e l'ingegnosa ambizione di

Teodosio avrebbe potuto escludere l'infelice giovane senza contesa e

quasi senza una parola, dall'amministrazione, ed anche dall'eredità

dell'Impero. Se Teodosio avesse consultato le rigide massime

dell'interesse e della politica, la sua condotta sarebbe stata

giustificata dai suoi amici; ma la generosità del suo contegno in questa

memoranda occasione ha vinto anche l'applauso dei suoi più inveterati

nemici. Ei collocò Valentiniano sul trono di Milano, e senza stipulare

alcun presente o futuro vantaggio, gli restituì l'assoluto dominio di

tutte le Province, delle quali era stato spogliato dalle armi di

Massimo. Alla restituzione dell'ampio suo patrimonio, Teodosio aggiunse

il libero e generoso dono dei paesi oltre le Alpi, che il suo fortunato

valore avea ricuperati dall'assassino di Graziano[541]. Contento della

gloria che aveva acquistato nel vendicare la morte del suo benefattore e

nel liberar l'Occidente dal giogo della tirannide, l'Imperatore tornò da

Milano a Costantinopoli; e pacifico possessor dell'Oriente

insensibilmente ricadde negli antichi suoi abiti di lusso e d'indolenza.

Teodosio adempì la sua obbligazione verso il fratello di Valentiniano,

compartì la coniugal sua tenerezza alla sorella di esso; e la posterità,

che ammira la pura e singolar gloria dell'elevazione di lui, dee fare

applauso all'incomparabil sua generosità nell'uso della vittoria.

[A. 391]

L'Imperatrice Giustina non sopravvisse lungamente al suo ritorno

nell'Italia, e quantunque vedesse il trionfo di Teodosio, non le fu

permesso d'influire sul governo del proprio figlio[542]. Il pernicioso

attacco alla setta Arriana, che Valentiniano aveva imbevuto dall'esempio

e dalle istruzioni di lei, fu presto tolto via dalle lezioni di una

educazione più ortodossa. Il crescente suo zelo per la fede Nicena, e la

sua filiale riverenza pel carattere e l'autorità d'Ambrogio, dispose i

Cattolici a formare la più favorevol opinione delle virtù del giovane

Imperatore d'Occidente[543]. Applaudivano essi alla sua castità e

temperanza, al disprezzo che aveva del piacere, all'applicazione per gli

affari, ed alla tenera affezione di lui per le due sue sorelle, le quali

però non poterono indurre l'imparzial giustizia di lui a pronunziare

un'ingiusta sentenza contro l'infimo dei suoi sudditi. Ma quest'amabile

giovane, prima di finire il ventesim'anno della sua età, fu oppresso da

un tradimento domestico, e l'impero fu involto di nuovo negli orrori di

una guerra civile. Arbogaste[544], valente soldato della nazione dei

Franchi, teneva il secondo posto nella milizia di Graziano. Dopo la

morte del suo Signore s'unì allo stendardo di Teodosio; contribuì col

suo valore e colla sua condotta militare alla distruzion del tiranno, e

fu dichiarato, dopo la vittoria, Generale dell'esercito della Gallia. Il

real suo merito e l'apparente sua fedeltà avean guadagnato la confidenza

del Principe e del popolo; l'illimitata sua liberalità corruppe i

soldati; e mentre generalmente stimavasi come la colonna dello Stato,

l'ardito ed astuto Barbaro s'era segretamente determinato o a regolare o

a rovinar l'Impero d'Occidente. Si distribuirono i più importanti posti

dell'esercito tra i Franchi; furon promosse le creature d'Arbogaste a

tutti gli onori ed uffizi del governo civile; il progresso della

cospirazione allontanò dalla presenza di Valentiniano qualunque servo

fedele; e l'Imperatore, senza forza e senza cognizione, cadde appoco

appoco nella precaria dipendente condizione di schiavo[545]. Lo sdegno,

che egli manifestò, quantunque potesse nascere solo dall'impaziente e

precipitosa indole giovanile, può però ingenuamente anche attribuirsi

allo spirito generoso di un Principe, che sentiva di non essere indegno

di regnare. Secretamente invitò l'Arcivescovo di Milano ad intraprendere

l'uffizio di mediatore, come guarante della sua sincerità, e custode

della sua salute. Pensò d'informare l'Imperatore d'Oriente dell'infelice

situazione, in cui si trovava; e dichiarò, che, se Teodosio non avesse

potuto marciar prontamente in suo soccorso, egli avrebbe dovuto tentare

di fuggir dal palazzo, o piuttosto dalla prigione di Vienna in Gallia,

dove imprudentemente avea stabilito la sua residenza in mezzo alla

nemica fazione. Ma le speranze d'aiuto eran lontane e dubbiose; e

siccome ogni giorno somministrava qualche nuova provocazione,

l'Imperatore, senza forza o consiglio, con troppa fretta risolvè di

arrischiare un'immediata contesa col potente suo Generale. Ricevè

Arbogaste sul trono, e mentre il Conte s'accostava con qualche apparenza

di rispetto, gli diede un foglio, che indicava la dimissione da tutti i

suoi impieghi. «La mia autorità» (rispose Arbogaste con insultante

freddezza) «non dipende dal sorriso o dal sopracciglio di un Monarca»; e

con disprezzo gettò il foglio sul suolo. L'irato Monarca s'attaccò alla

spada di una delle guardie, che si sforzò di trarre dal fodero; e non fu

senza qualche sorta di violenza, che gli fu impedito di usar quell'arme

fatale contro il suo nemico o se stesso. Pochi giorni dopo tale

straordinario contrasto, in cui si era manifestato il risentimento e la

debolezza dell'infelice Valentiniano, si trovò strangolato nel suo

quartiere; e s'impiegò qualche cura per cuoprire il manifesto delitto di

Arbogaste, e persuadere il Mondo, che la morte del giovane Imperatore

era stato il volontario effetto della propria disperazione[546]. Il

corpo di lui fu con decente pompa condotto a sepellirsi in Milano, e

l'Arcivescovo recitò un'orazione funebre, per rammentarne le virtù e le

sventure[547]. In quest'occasione la umanità d'Ambrogio l'indusse a

sconvolgere in singolar modo il suo sistema teologico, ed a confortare

le piangenti sorelle di Valentiniano, con assicurarle che il pio lor

fratello, quantunque non avesse ricevuto il sacramento del Battesimo,

era stato introdotto senza difficoltà nelle sedi della beatitudine

eterna[548].

La prudenza d'Arbogaste aveva preparato il successo dei suoi ambiziosi

disegni; ed i Provinciali, nei petti dei quali era già estinto qualunque

sentimento di patriottismo o di fedeltà, con mansueta rassegnazione

aspettavano l'ignoto Signore, che la scelta di un Franco avrebbe posto

sul trono Imperiale. Ma qualche residuo di orgoglio e di pregiudizio

tuttavia s'opponeva all'elevazione d'Arbogaste medesimo; ed il

giudizioso Barbaro stimò consiglio migliore quello di regnare sotto il

nome di qualche dipendente Romano. Ei diede la porpora al Retore

Eugenio[549], ch'esso aveva già promosso dal posto di suo Segretario

domestico, a quello di Maestro degli Uffizi. Nel corso dei privati e dei

pubblici impieghi, il Conte aveva sempre approvato l'attaccamento e

l'abilità di Eugenio; la sua dottrina ed eloquenza, sostenuta dalla

gravità dei costumi, gli conciliava la stima del popolo; e la

ripugnanza, con cui parve salire sul trono, può inspirare una favorevole

prevenzione della virtù e moderazione di esso. Furono immediatamente

spediti alla Corte di Teodosio gli Ambasciatori del nuovo Imperatore,

per fargli sapere con affettata mestizia l'infelice accidente della

morte di Valentiniano, e per chiedere, senza rammentare il nome

d'Arbogaste, che il Monarca Orientale abbracciasse per suo legittimo

collega il rispettabile cittadino, che aveva ottenuto l'unanime

suffragio degli eserciti e delle Province occidentali[550]. Teodosio fu

giustamente irritato, che la perfidia d'un Barbaro avesse in un momento

distrutto le fatiche ed il frutto delle sue precedenti vittorie; e fu

eccitato dalle lacrime dell'amata sua moglie[551] a vendicare la morte

dello sfortunato fratello di lei, ed a sostenere un'altra volta con le

armi la violata Maestà del Trono. Ma siccome una seconda conquista

dell'Occidente era un'impresa pericolosa e difficile, rimandò con

splendidi doni e con ambigua risposta gli Ambasciatori di Eugenio, e

furono impiegati quasi due anni nei preparativi della guerra civile.

Avanti di appigliarsi ad alcun decisivo partito, il pietoso Imperatore

bramava di sapere la volontà del Cielo, e poichè il progresso del

Cristianesimo aveva fatto tacere gli oracoli di Delfo e di Dodona,

consultò un Monaco Egiziano il quale secondo l'opinione d'allora, godeva

del dono dei miracoli e della cognizion del futuro. Eutropio, uno degli

Eunuchi favoriti del palazzo di Costantinopoli, s'imbarcò per

Alessandria, di dove navigò su pel Nilo fino alla città di Licopoli o

dei Lupi, situata nella remota provincia della Tebaide[552]. Nelle

vicinanze di quella città e sulla cima di un alto monte, il Santo

Giovanni[553], aveva fabbricato con le sue proprie mani un'umil cella,

nella quale era dimorato più di cinquant'anni senz'aprire la porta,

senza veder la faccia di alcuna donna, e senza gustar cibo, che si fosse

preparato per mezzo del fuoco o qualche arte umana. Egli consumava

cinque giorni della settimana in preghiere e meditazioni; ma il sabbato

e la domenica ordinariamente apriva una piccola finestra, e dava udienza

alla folla dei supplicanti, che continuamente vi concorrevano da tutte

le parti del Mondo. S'accostò alla finestra in rispettoso portamento

l'Eunuco di Teodosio, propose le sue dimande intorno all'evento della

guerra civile, ed in breve tornò con un favorevole oracolo, che animò il

coraggio dell'Imperatore con la sicurezza d'una sanguinosa ma infallibil

vittoria[554]. Fu preceduto l'adempimento della predizione da tutti quei

mezzi, che somministrar poteva l'umana prudenza. Si scelse l'industria

dei due generali, Stilicone e Timasio, per compire il numero, e

ristabilir la disciplina delle legioni Romane. Marciarono le formidabili

truppe dei Barbari, sotto le insegne dei nativi lor Capitani. Erano

arrolati al servizio del medesimo Principe l'Ibero, l'Arabo, e il Goto,

che si miravan l'un l'altro con vicendevol sorpresa; ed il famoso

Alarico acquistò nella scuola di Teodosio quella cognizione dell'arte

della guerra, che poi esercitò con tanta fatalità per la distruzione di

Roma[555].

L'Imperatore Occidentale, o per dir meglio il suo Generale Arbogaste era

stato istruito dalla mala condotta e dalla disgrazia di Massimo di

quanto poteva riuscir pericoloso l'estender la linea di difesa contro un

abil nemico, il quale era in libertà di spignere o di sospendere, di

ristringere o di moltiplicare i suoi diversi modi d'attacco[556].

Arbogaste piantò il suo quartiere nei confini dell'Italia; lasciò senza

resistenza occupare alle truppe di Teodosio le province della Pannonia

fino a piè delle alpi Giulie; ed anche i passaggi delle montagne

negligentemente, o forse ad arte furono abbandonati all'audace invasore.

Questi discese dai monti, ed osservò con qualche sorpresa il formidabile

campo dei Galli e dei Germani, che occupava con le armi e con le tende

l'aperta campagna, che si estende fino alle mura d'Aquileia, ed alle

rive del Frigido[557] o del fiume freddo[558]. Questo angusto teatro

della guerra, circoscritto dalle Alpi e dall'Adriatico, non dava molto

luogo alle operazioni della militare perizia; lo spirito d'Arbogaste

avrebbe sdegnato un perdono; la sua colpa toglieva ogni speranza di

negoziazione; e Teodosio era impaziente di soddisfare la propria gloria

e vendetta col punir gli assassini di Valentiniano. Senza considerare

gli ostacoli, che la natura e l'arte opponevano ai suoi sforzi,

l'Imperatore d'Oriente attaccò subito le fortificazioni dei rivali,

assegnò ai Goti il posto d'un onorevol pericolo, e nutriva un segreto

desiderio, che la sanguinosa battaglia diminuisse l'orgoglio ed il

numero dei vincitori. Diecimila di quegli ausiliari, e Bacurio, Generale

degl'Iberi, valorosamente restaron morti sul campo. Ma il loro sangue

non servì a comprar la vittoria: i Galli mantennero il vantaggio che

avevano, e la sopravvegnente notte protesse la disordinata fuga o

ritirata delle truppe di Teodosio. L'Imperatore si riparò sui monti

vicini, dove passò una trista notte senza dormire, senza provvisioni, e

senza speranze[559]; eccettuata quella forte sicurezza, che nelle

circostanze più disperate un animo indipendente può trarre dal disprezzo

della fortuna e della vita. Si celebrava il trionfo d'Eugenio

dall'insolente e dissoluta gioia del suo campo, mentre l'attivo e

vigilante Arbogaste segretamente distaccava un corpo considerabil di

truppe ad oggetto d'occupare i passi dei monti, e circondare la

retroguardia dell'esercito Orientale. Allo spuntare del giorno, Teodosio

vide la grandezza e l'estremità del pericolo: ma ne furon tosto

dissipati i timori da un amichevol messaggio, spedito dai condottieri di

quelle truppe, che gli espose l'inclinazione che avevano d'abbandonare

lo stendardo del Tiranno. Furono senza esitare accordati gli onorevoli e

lucrosi premi che essi richiesero in prezzo del lor tradimento; e

siccome non si poteva facilmente aver foglio ed inchiostro, l'Imperatore

sottoscrisse sul suo medesimo libretto de' ricordi la ratifica del

trattato. Si ravvivò da quest'opportuno rinforzo lo spirito dei suoi

soldati; e con nuovo coraggio marciarono a sorprendere il campo di un

Tiranno, i primi Uffiziali del quale pareva che diffidassero o della

giustizia o del buon successo delle sue armi. Nel calor della pugna, ad

un tratto, come suole spesso accadere fra le alpi, si suscitò

dall'Oriente una furiosa tempesta. L'esercito di Teodosio era difeso per

la sua situazione dall'impetuosità del vento, che gettò un nuvol di

polvere in faccia ai nemici, disordinò le loro file, fece cadere loro i

dardi di mano, e rispinse o diresse altrove gli inefficaci lor

giavellotti. Si trasse abilmente profitto di quest'accidental vantaggio:

la violenza della tempesta fu magnificata dai superstiziosi terrori dei

Galli, i quali cederono senza vergogna all'invisibil potere del Cielo,

che sembrava militare dalla parte del pio Imperatore[560]. La sua

vittoria fu intera; ed i suoi rivali non si distinsero nella morte che

per la differenza dei loro caratteri. Il Rettore Eugenio, che aveva

quasi acquistato il dominio del Mondo, si ridusse ad implorar la

misericordia del vincitore; e gli impazienti soldati, nel tempo che ei

stava prostrato ai piè di Teodosio, gli tagliaron la testa. Arbogaste,

dopo aver perduto una battaglia, in cui adempiuto aveva i doveri di

soldato e di generale, andò vagando più giorni fra le montagne. Ma

quando restò convinto, che il caso era disperato, ed impraticabile la

fuga, l'intrepido Barbaro imitò l'esempio degli antichi Romani, e

rivolse contro il proprio petto la spada. Fu deciso il destino

dell'Impero in un angusto canto dell'Italia; ed il legittimo successore

della casa di Valentiniano abbracciò l'Arcivescovo di Milano, e ricevè

graziosamente la sommissione delle Province occidentali. Erano queste

restate involte nella colpa della ribellione; mentre l'inflessibil

coraggio dell'unico Ambrogio avea resistito alle pretensioni d'una

felice usurpazione. L'Arcivescovo con una viril libertà, che avrebbe

potuto esser fatale ad ogni altro suddito, rigettò i doni d'Eugenio,

evitò la sua corrispondenza, e si ritirò da Milano per fuggire l'odiosa

presenza d'un Tiranno, di cui predisse in ambiguo e discreto linguaggio

la perdita. Fu applaudito il merito d'Ambrogio dal vincitore, che si

assicurò l'affetto del popolo mediante la sua union con la Chiesa: e

s'attribuisce la clemenza di Teodosio alla pietosa intercessione

dell'Arcivescovo di Milano[561].

Dopo la disfatta d'Eugenio, tutti gli abitanti del Mondo Romano di buona

voglia riconobbero il merito non meno che l'autorità di Teodosio.

L'esperienza della sua condotta passata favoriva le più lusinghiere

speranze del futuro suo regno; e l'età dell'Imperatore, che non passava

cinquant'anni, pareva che allargasse il prospetto della pubblica

felicità. La sua morte, che seguì non più di quattro mesi dopo l'esposta

vittoria, fu riguardata dal popolo come un evento non preveduto e

fatale, che in un momento distruggeva le speranze della nascente

generazione. Ma l'amore del comodo e del lusso aveva segretamente

nutrito i principj della malattia[562]. La forza di Teodosio non fu

capace di sostenere il subitaneo, e violento passaggio dal palazzo al

campo; ed i sintomi di una idropisia, che andavan sempre crescendo,

annunziarono la pronta fine dell'Imperatore. L'opinione e forse

l'interesse del pubblico avea confermato la divisione degli Imperi

d'Oriente e d'Occidente; e i due reali giovani, Arcadio ed Onorio, che

avevano già ottenuto dalla tenerezza del genitore il titolo di Augusti,

furon destinati ad occupare i troni di Costantinopoli e di Roma. Non fu

permesso a questi Principi di esser partecipi del pericolo e della

gloria della guerra civile[563], ma tosto che Teodosio ebbe trionfato

degli indegni suoi rivali, chiamò Onorio, suo figlio minore, a godere i

frutti della vittoria, ed a ricever lo scettro dell'Occidente dalle mani

dello spirante suo padre. Si celebrò l'arrivo d'Onorio a Milano con una

splendida rappresentazione di giuochi nel Circo, e l'Imperatore,

quantunque oppresso dal peso del male, contribuì con la sua presenza

alla pubblica gioia. Ma si esaurì la forza, che gli restava, dai penosi

sforzi che fece per assistere agli spettacoli della mattina. Onorio, nel

rimanente del giorno, tenne il luogo del padre; ed il Gran Teodosio

spirò nella notte seguente. Nonostante le recenti animosità d'una guerra

civile, la sua morte fu generalmente compianta. I Barbari ch'egli avea

vinti, e gli Ecclesiastici, dai quali era stato vinto egli stesso,

celebrarono con alto e sincero applauso le qualità del morto Imperatore,

che più sembravano valutabili ai lor occhi. I Romani si spaventarono

all'imminente pericolo d'una debole e divisa amministrazione, ed ogni

disgraziato accidente degli infelici regni d'Arcadio e d'Onorio ravvivò

la memoria della loro irreparabil perdita.

Nella fedel pittura delle virtù di Teodosio, non si sono dissimulate le

sue imperfezioni, l'atto di crudeltà e l'abitudine dell'indolenza, che

oscurarono la gloria d'uno dei più grandi fra i Principi Romani. Un

istorico, perpetuo nemico della fama di Teodosio, ha esagerato i suoi

vizi ed i lor perniciosi effetti; egli audacemente asserisce, che i

sudditi di ogni ceto imitavano gli effemminati costumi del loro Sovrano,

che ogni specie di corruzione macchiava il corso della vita sì pubblica

che privata; e che i deboli freni dell'ordine e della decenza non eran

sufficienti ad impedire il progresso di quello spirito depravato, che

sacrifica senza rossore la considerazione del dovere e dell'utile alla

vile soddisfazione dell'ozio e dell'appetito[564]. Le querele degli

Scrittori contemporanei, che deplorano l'accrescimento del lusso, e la

depravazione dei costumi, ordinariamente indicano la particolare loro

indole e situazione. Vi sono pochi osservatori, che abbiano una chiara

ed estesa veduta delle rivoluzioni di una società; e che sieno capaci di

scuoprire i tenui e segreti motivi d'agire, che spingono ad un'istessa

uniforme direzione le capricciose e cieche passioni d'una moltitudine

d'individui. Se può affermarsi con qualche grado di verità, che la

lussuria dei Romani fosse più vergognosa o dissoluta nel regno di

Teodosio, che al tempo di Costantino, o forse d'Augusto, non può

attribuirsi tale alterazione ad alcuna vantaggiosa circostanza, che

avesse accresciuto la copia delle nazionali ricchezze. Un lungo periodo

di calamità o di decadenza dovè opporsi alla industria, e diminuir

l'opulenza del popolo; ed il profuso lusso deve essere stato l'effetto

di quella indolente disperazione, che gode il bene presente, e scaccia i

pensieri del futuro. L'incerta condizione del loro stato disanimava i

sudditi di Teodosio dall'impegnarsi in quelle utili e laboriose imprese,

che richiedono una spesa immediata, e promettono un lento e lontano

vantaggio. I frequenti esempi di desolazione e rovina li tentavano a non

risparmiare gli avanzi di un patrimonio, che ad ogni momento potea

divenire la preda dei rapaci Goti. E la pazza prodigalità, che prevale

nella confusione d'un naufragio o d'un assedio, può servire a spiegare

il progresso del lusso fra le disgrazie ed i terrori d'una cadente

nazione.

Il lusso effemminato, che infestava i costumi delle Corti e delle città,

aveva instillato un veleno distruttivo e segreto nei corpi delle

legioni; e si è notata la degenerazione di esse dalla penna d'uno

scrittore militare, che aveva diligentemente studiato i genuini ed

antichi principj della disciplina Romana. È una giusta ed importante

osservazione di Vegezio, che la infanteria fu invariabilmente coperta

con armi difensive, dalla fondazione della città fino al regno

dell'Imperator Graziano. Il rilassamento della disciplina e la mancanza

d'esercizio rendè i soldati meno atti e meno disposti a sostener le

fatiche militari: si dolevano essi del peso dell'armatura, che di rado

portavano; ed ottennero in seguito la permissione di deporre le corazze

e gli elmetti. I pesanti dardi dei loro maggiori, la spada corta, ed il

formidabile pilo, che avea soggiogato il Mondo, caddero insensibilmente

dalle lor deboli destre. Siccome non è compatibile l'uso dello scudo con

quello dell'arco, essi marciavano mal volentieri nel campo; condannati a

soffrire o il dolore delle ferite o l'ignominia della fuga, erano sempre

disposti a preferire l'alternativa più vergognosa. La cavalleria dei

Goti, degli Unni e degli Alani aveva sentito il benefizio, ed adottato

l'uso delle armi difensive; ed essendo eccellenti nel maneggiare le armi

da scagliare, facilmente opprimevano le tremanti e nude legioni, che

avevan le teste ed i petti esposti senza difesa alle frecce dei Barbari.

La perdita degli eserciti, la distruzione delle città, ed il disonore

del nome Romano indussero dipoi inutilmente i successori di Graziano a

ristabilir l'uso degli elmi e delle corazze nell'infanteria. Gli

snervati soldati abbandonarono la propria e la pubblica difesa; e la

pusillanime loro indolenza può risguardarsi come l'immediata cagione

della caduta dell'Impero[565].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05 · 第 21 / 35 题