Alavivo e Fritigerno, sotto nome di giudici, erano i condottieri dei

Visigoti in pace ed in guerra; e l'autorità, che essi traevano dalla

nascita, era confermata dal libero consenso della nazione. In un tempo

di tranquillità, il governo loro aveva potuto essere uguale, non meno

che il grado che avevano; ma tosto che i lor nazionali furono esacerbati

dalla fame e dall'oppressione, la superiore abilità di Fritigerno

assunse il militar comando che egli aveva diritto di esercitare pel

pubblico bene. Ei raffrenò lo spirito impaziente dei Visigoti,

finattanto che le ingiurie e gl'insulti dei loro tiranni giustificassero

nell'opinione degli uomini la lor resistenza; ma non era disposto a

sagrificare alcun reale vantaggio alla pura lode di moderazione e di

giustizia. Conoscendo l'utile che potea trarre dall'unione delle forze

Gotiche sotto lo stesso stendardo, segretamente coltivò l'amicizia degli

Ostrogoti; e mentre professava un'implicita obbedienza agli ordini dei

Generali Romani, avanzavasi a piccole giornate verso Marcianopoli,

capitale della bassa Mesia, circa settanta miglia distante dalle rive

del Danubio. In quel luogo fatale, scoppiarono le fiamme della discordia

e dell'odio reciproco in un terribile incendio. Lupicino aveva invitato

i Capitani Goti ad uno splendido convito, ed il militare lor seguito era

rimasto in armi all'ingresso del palazzo. Ma erano strettamente guardate

le porte della città; ed erano i Barbari assolutamente esclusi dal

comodo d'un abbondante mercato, al quale avevano ugual diritto e come

sudditi e come alleati. Le umili loro suppliche si rigettarono con

insolenza e derisione; e siccome esausta ormai era la loro pazienza, i

paesani, i soldati ed i Goti presto si trovarono involti in un

combattimento di appassionate altercazioni, e di ardenti rimproveri.

Inconsideratamente diedesi un colpo; si trasse precipitosamente una

spada; ed il primo sangue, che videsi uscire in quest'accidentale

contesa, divenne il segnale d'una lunga e rovinosa guerra. In mezzo allo

strepito ed alla brutale intemperanza, fu riportato a Lupicino da un

segreto messo, che molti de' suoi soldati erano stati uccisi e spogliati

delle loro armi, ed essendo egli già infiammato dal vino ed oppresso dal

sonno, diede l'ordine temerariamente che se ne vendicasse la morte con

la strage delle guardie di Fritigerno e d'Alavivo. Le clamorose strida

ed i lamenti di quei, che morivano, scoprirono a Fritigerno il suo

estremo pericolo; e siccome esso possedeva il freddo ed intrepido

spirito d'un Eroe, vide ch'egli era perduto, se lasciava deliberare un

momento quell'uomo che l'aveva sì altamente ingiuriato. «Una piccola

contesa (disse il Capitano Goto con un fermo, ma piacevol tuono di voce)

par che sia insorta fra le due nazioni; essa potrebbe produrre le più

pericolose conseguenze, qualora non sia subito quietato il tumulto dalla

sicurezza della nostra salute e dall'autorità della nostra presenza».

Dette queste parole, Fritigerno ed i suoi compagni, sguainate le spade,

s'aprirono il passo per mezzo all'irresistente folla che empiva il

palazzo, le strade e le porte di Marcianopoli, e montando sui loro

cavalli, scomparvero in fretta dagli occhi degli stupefatti Romani. I

Generali dei Goti vennero salutati dalle fiere, e liete acclamazioni del

campo; immediatamente fu risoluta la guerra, e senza differire s'eseguì

tale risoluzione: si spiegarono le bandiere della nazione, secondo l'uso

dei loro antenati; e risuonò l'aria della terribile e lugubre musica

della barbara tromba[375]. Il debole e reo Lupicino, che aveva osato di

provocare, trascurato di distruggere, e che tuttavia presumeva di

sprezzare il formidabile suo nemico, marciò contro i Goti alla testa di

quella milizia, che potè raccogliere in tal subitanea occorrenza. I

Barbari aspettarono che s'avvicinasse circa nove miglia in distanza da

Marcianopoli, ed in quest'occasione si vide che l'abilità del Generale

era di maggior efficacia che le armi e la disciplina delle truppe. Il

valore dei Goti fu con tanta perizia diretto dal genio di Fritigerno,

che in uno stretto e vigoroso attacco rupper le file delle Legioni

Romane. Lupicino abbandonò le armi e le insegne, i Tribuni ed i più

bravi soldati che aveva, nel campo di battaglia; ed il loro inutil

coraggio non servì che a proteggere la vergognosa fuga del Capitano.

«Quel fortunato giorno pose fine alle angustie dei Barbari ed alla

sicurezza de' Romani; da quel giorno in poi rinunziando i Goti alla

precaria condizione di esuli e di stranieri, assunsero il carattere di

cittadini e di padroni, s'attribuirono un assoluto dominio sopra i

possessori delle terre, e ritennero in lor potere le province

Settentrionali dell'Impero, che hanno per confine il Danubio». Tali son

le parole d'un Istorico Goto[376], che celebra con rozza eloquenza la

gloria dei suoi nazionali. Ma i Barbari non esercitarono il loro

dominio, che ad oggetto di predare o di distruggere. Poichè i Ministri

dell'Imperatore gli avean privati dei benefizi comuni di natura, e del

libero commercio della vita sociale, vendicarono essi tale ingiustizia

contro i sudditi dell'Impero, e furono espiati i delitti di Lupicino con

la rovina dei pacifici agricoltori della Tracia, coll'incendio dei loro

villaggi e con la strage o la schiavitù delle innocenti loro famiglie.

Tosto si sparse nei luoghi vicini la nuova della vittoria dei Goti; e

riempiendo essa di terrore e di sconcerto gli animi dei Romani, la

precipitosa loro imprudenza contribuì ad accrescer le forze di

Fritigerno e le calamità della provincia. Qualche tempo avanti questa

grand'emigrazione, era stato ricevuto sotto la protezione ed al servizio

dell'Impero un numeroso corpo di Goti condotti da Suerido e da

Colia[377]. Erano questi accampati sotto le mura d'Adrianopoli; ma i

ministri di Valente desideravano ansiosamente di mandarli di là

dall'Ellesponto per allontanarli dalla pericolosa tentazione, a cui

potevano sì facilmente esser soggetti per la vicinanza ed il buon

successo dei lor nazionali. La rispettosa sommissione, con la quale

acquietaronsi all'ordine della loro marcia, avrebbe potuto considerarsi

come una prova della lor fedeltà; e la moderata richiesta, che fecero

d'un sufficiente sussidio di provvisioni e della dilazione di soli due

giorni fu espressa nei termini più doverosi. Ma il primo Magistrato di

Adrianopoli, irritato per causa di alcuni disordini commessi nella sua

villa, negò di compiacergli, ed armando contro di loro gli abitanti e

gli artefici di una popolata città, insistè con ostili minacce

nell'immediata loro partenza. I Barbari si rimasero in silenzio e

sospesi, finattanto che non furono esacerbati dagl'insultanti clamori e

da' dardi della plebaglia; ma stancata che fu la loro pazienza o non

curanza, scagliaronsi contro l'indisciplinata moltitudine, percossero

con molte vergognose ferite i dorsi dei fuggitivi loro nemici, e gli

spogliarono delle splendide armi[378], che erano indegni di portare. La

somiglianza delle offese e delle azioni presto riunì questo vittorioso

distaccamento alla nazione dei Visigoti; le truppe di Colia e di Suerido

aspettarono l'arrivo del gran Fritigerno, si raccolsero sotto i suoi

stendardi, e segnalarono il loro ardore nell'assedio di Adrianopoli. La

resistenza però della guarnigione fece conoscere ai Barbari che

nell'attacco delle regolari fortificazioni rare volte hanno effetto gli

sforzi d'un imperito coraggio. Il lor Generale conobbe l'errore, levò

l'assedio, e dichiarò «d'essere in pace con le mura di pietra[379],» e

si vendicò del mancato colpo sull'addiacente campagna. Egli accettò con

piacere l'utile rinforzo degl'indurati lavoratori, che scavavano le

miniere d'oro della Tracia[380] per vantaggio e sotto la sferza d'un

insensibil padrone[381]; e questi nuovi compagni condussero i Barbari

per segreti sentieri ai luoghi più remoti, che erano stati scelti per

porre in sicuro gli abitanti, le bestie ed i magazzini di grano.

Coll'aiuto di tali guide, niente rimase nascosto o inaccessibile; era

fatale la resistenza, la fuga ineseguibile, e la paziente sommissione

della disperata innocenza rare volte trovava pietà nei Barbari

conquistatori. Nel corso di tali depredazioni si restituirono agli

abbracciamenti degli afflitti genitori in gran numero i figli dei Goti,

che erano stati venduti per ischiavi, ma questi teneri incontri, che

avrebbero dovuto ravvivare nei loro animi e far loro gustare qualche

sentimento di umanità, non tendevano che a stimolare la nativa loro

fierezza col desiderio della vendetta. Essi con grande attenzione

prestavano orecchio ai lamenti dei loro figli, che nella schiavitù avean

sofferto le più crudeli indegnità dalle licenziose o ardenti passioni

dei loro padroni; ed usavan le medesime crudeltà, gli stessi indegni

trattamenti con gran rigore verso i figli e le figlie dei Romani[382].

[A. 377]

L'imprudenza di Valente e dei suoi ministri aveva introdotto nel cuor

dell'Impero un popolo di nemici; pure si sarebber potuti riconciliare

gli animi dei Visigoti mediante un'ingenua confessione dei passati

errori, ed un sincero adempimento degli antichi trattati. Sembrava che

tali salutari e moderate provvisioni fosser coerenti alla timida

disposizione del Monarca orientale; ma in questa sola occasione Valente

fece il bravo, e tale inopportuna bravura tornò fatale a lui stesso ed

a' sudditi. Ei dichiarò la sua intenzione di marciare da Antiochia a

Costantinopoli per reprimere quella pericolosa ribellione; e siccome

conosceva le difficoltà dell'impresa, sollecitò l'assistenza

dell'Imperatore Graziano suo nipote, che comandava le forze

dell'Occidente. Si richiamarono in fretta dalla difesa dell'Armenia le

truppe veterane; abbandonossi alla discrezione di Sapore

quell'importante frontiera; e fu affidata, nell'assenza di Valente,

l'immediata condotta della guerra Gotica a' suoi Luogotenenti Traiano e

Profuturo, Generali che nutrivano una favorevole e ben falsa opinione

della loro abilità. Arrivati che furono nella Tracia s'unì ad essi

Ricomero, Conte dei domestici, e gli ausiliari dell'Occidente, che

marciavano sotto la sua bandiera, sostenevano le legioni Galliche,

ridotte però da uno spirito di diserzione a vane apparenze di forza e di

numero. In un consiglio di guerra, nel quale influiva più l'orgoglio che

la ragione, fu risoluto di cercare ed affrontare i Barbari, che stavano

accampati nei fertili e spaziosi prati vicino alla più meridionale delle

sei bocche del Danubio[383]. Il loro campo era circondato dalla solita

fortificazione de' carri[384]; ed i Barbari, sicuri dentro il vasto

cerchio di quel recinto, godevano i frutti del loro valore e le spoglie

della Provincia. In mezzo alla disordinata intemperanza, il vigilante

Fritigerno osservava i movimenti, e penetrava i disegni dei Romani. Egli

si accorse che il numero de' nemici andava sempre crescendo; e siccome

conobbe l'intenzione che avevano d'attaccar la sua retroguardia, subito

che la mancanza del cibo lo costringesse a muovere il campo, richiamò i

suoi predatorj distaccamenti, che occupavano l'addiacente campagna.

Appena scuoprirono essi i concertati fuochi[385], che obbedirono con

incredibile prestezza al segnale del lor Capitano; il campo fu ripieno

d'una marzial folla di Barbari; le impazienti lor grida chiedevano la

battaglia, e quel tumultuario zelo fu approvato ed animato dallo spirito

dei loro Capi. Era già molto avanzata la sera; e le due armate si

prepararono al combattimento, che fu differito soltanto fino allo

spuntare del nuovo giorno. Mentre le trombe incitavano alle armi, fu

invigorito l'indomito coraggio dei Goti dalla reciproca obbligazione

d'un solenne giuramento; e nell'avanzarsi che facevano incontro al

nemico, i rozzi cantici, che celebravano la gloria dei loro maggiori,

eran mescolati con dissonanti e feroci strida, che s'opponevano

all'artificiosa armonia delle acclamazioni Romane. Fritigerno dimostrò

qualche perizia militare nel guadagnar che fece il vantaggio d'una

dominante altura; ma la sanguinosa pugna, che principiò e finì

col giorno, si mantenne da ambe le parti mediante i personali ed

ostinati sforzi di robustezza, di valore e d'agilità. Le legioni

dell'Armenia sostennero la loro fama nelle armi; ma furono oppresse

dall'irresistibile peso della moltitudine dei nemici; fu posta in

disordine l'ala sinistra dei Romani, ed i loro corpi, tagliati a pezzi,

restarono sparsi nel campo. Questa particolare disfatta, per altro, fu

bilanciata da un particolar successo; e quando i due eserciti ad un'ora

tarda della sera si ritirarono ai respettivi lor campi, niuno di loro

potè vantare gli onori o gli effetti di una decisiva vittoria. La

perdita reale fu più sensibile pe' Romani a cagione della piccolezza del

loro numero; ma i Goti restarono tanto confusi e sconcertati per questa

vigorosa e forse inaspettata resistenza, che rimasero sette giorni

dentro le loro fortificazioni. Ad alcuni uffiziali di grado distinto

furono piamente fatte quelle ceremonie funebri, che permettevan le

circostanze del tempo e del luogo; ma l'indistinto volgo fu lasciato

insepolto sul campo. Ne fu avidamente divorata la carne dagli uccelli di

rapina, che in quel tempo godevano di molto frequenti e deliziosi pasti,

e molti anni dopo le bianche o nude ossa, che cuoprivano l'ampia

estensione dei campi, presentarono agli occhi d'Ammiano un terribile

monumento della battaglia di Salice[386].

S'era interrotto il progresso dei Goti dal dubbioso evento di questa

sanguinosa giornata; ed i Generali dell'Imperatore, il cui Esercito

sarebbe rimasto distrutto da un'altra battaglia di simil fatta,

adottarono il più ragionevole disegno di rovinare i Barbari per mezzo

dei bisogni e delle strettezze della stessa loro moltitudine. Si

preparavano essi a confinare i Visigoti nell'angusto angolo di terra,

che è fra il Danubio, il deserto della Scizia ed il monte Emo,

finattantochè insensibilmente se ne consumasse la forza e lo spirito

dall'inevitabile azion della fame. Fu eseguito il disegno con qualche

condotta ed effetto; i Barbari avevan quasi dato fondo ai lor magazzini

ed ai ricolti del paese; e la diligenza di Saturnino, Generale di

cavalleria, si impiegava in accrescer la forza, e ristringere

l'estensione delle fortificazioni Romane. Furono però interrotte le sue

fatiche dall'inquietante notizia, che nuovi sciami di Barbari aveano

passato il non difeso Danubio, affine o di sostenere la causa o d'imitar

l'esempio di Fritigerno. La giusta apprensione di potere egli stesso

venir circondato ed oppresso dalle armi di ostili ed ignote nazioni,

obbligò Saturnino ad abbandonare l'assedio del campo de' Goti; ed essi

nell'uscire sdegnati dal confino in cui erano, saziaron la fame e la

vendetta loro con la replicata devastazione della fertil campagna, che

s'estende più di trecento miglia dalle rive del Danubio fino allo

stretto dell'Ellesponto[387]. L'accorto Fritigerno si era fortunatamente

applicato a secondar le passioni e l'interesse dei Barbari suoi alleati;

e l'amore della rapina e l'odio di Roma favorirono o prevennero

l'eloquenza de' suoi ambasciatori. Egli strinse una forte e vantaggiosa

alleanza col gran corpo de' suoi nazionali, che obbediva ad Alateo ed a

Safrace, custodi del fanciullo loro Sovrano; il sentimento del comune

loro interesse fece sospendere la lunga animosità delle rivali tribù; si

associò sotto un solo stendardo la parte indipendente della nazione; e

sembra che i Capitani degli Ostrogoti cedessero al superior genio del

Generale de' Visigoti. Ottenne il formidabile aiuto dei Taifali, la

militar fama dei quali era disonorata e avvilita dalla pubblica infamia

dei domestici loro costumi. Ogni giovane, all'entrar che faceva nel

Mondo, era unito con vincoli di onorevole amicizia e di brutale amore a

qualche guerriero della tribù; nè sperar potea di restar libero da

questa non natural connessione, finattantochè non avesse provata la sua

virilità coll'uccidere da solo a solo un grand'orso o un selvaggio

cignale[388]. Ma i più potenti ausiliari dei Goti si trassero dal campo

di quegli stessi nemici, che gli avevano espulsi dalle native lor sedi.

La libera subordinazione, ed i vasti territorj degli Unni e degli Alani

differivano le conquiste, e dividevano i consigli di quei popoli

vittoriosi. Più Orde furono allettate dalle generose promesse di

Fritigerno, e la rapida cavalleria della Scizia aggiunse peso ed energia

ai costanti e valorosi sforzi dell'infanteria Gotica. I Sarmati, che non

la poteron mai perdonare al successore di Valentiniano, goderono della

general confusione, e l'accrebbero; ed un'opportuna irruzione degli

Alemanni nelle Province della Gallia impegnò l'attenzione e divertì le

forze dell'Imperator d'Occidente[389].

Uno dei più gravi danni, che si risentisse dall'introduzione de' Barbari

nell'esercito e nel palazzo, fu la corrispondenza che tenevano coi

nemici lor nazionali, ai quali o per imprudenza o per malizia

manifestavano la debolezza dell'Impero Romano. Un soldato della guardia

del corpo di Graziano era di nazione Alemanno e della tribù dei

Lenziensi, che abitavano di là dal lago di Costanza. Alcuni affari

domestici l'obbligarono a domandar licenza d'assentarsi. In una breve

visita, che fece alla famiglia ed ai suoi amici, fu esposto alle curiose

loro interrogazioni; e la vanità del loquace soldato tentollo a spiegar

l'intima cognizione che aveva dei segreti di Stato e dei disegni del suo

Signore. La notizia, che Graziano si preparava a condurre le forze

militari della Gallia e dell'Occidente in soccorso di Valente suo zio,

additò all'inquieto spirito degli Alemanni il momento ed il modo di fare

una felice invasione. L'impresa di alcuni piccoli distaccamenti, che nel

mese di Febbraio passarono il Reno sul ghiaccio, fu preludio d'una più

importante guerra. Le audaci speranze di preda, e forse di conquista,

vinsero le riflessioni della timida prudenza o della fedeltà nazionale.

Ogni foresta, ogni villaggio somministrò una truppa di forti

avventurieri, e la grand'armata degli Alemanni, che al suo avvicinarsi

fu dal timore del popolo considerata di quarantamila soldati, venne in

seguito amplificata sino a settantamila dalla vana e credula adulazione

della Corte Imperiale. Le legioni, alle quali si era ordinato di

marciare nella Pannonia, furono immediatamente richiamate o ritenute per

la difesa della Gallia; il comando militare fu diviso fra Nanieno e

Mellobaude; e sebbene il giovane Imperatore rispettasse la lunga

esperienza e la sobria saviezza del primo, era però più inclinato ad

ammirare e seguire il marziale ardore del suo compagno, al quale si

permetteva di riunire in sè gl'incompatibili caratteri di Conte dei

domestici e di Re dei Franchi. Priario, Re degli Alemanni, rivale di

lui, era guidato o piuttosto spinto dall'istesso ostinato valore; e

poichè le loro truppe erano animate dallo spirito dei condottieri,

s'incontrarono, si videro e s'attaccarono fra loro vicino alla città

d'Argentaria o Colmar[390] nelle pianure dell'Alsazia. Fu giustamente

attribuita la gloria di tal giornata alle armi da lanciare ed alle ben

eseguite evoluzioni dei soldati Romani: gli Alemanni, che lungamente si

mantennero saldi, furono trucidati con instancabil furore; soli

cinquemila Barbari si rifuggiaron nei boschi e nelle montagne: e la

morte gloriosa del loro Principe sul campo di battaglia lo salvò dai

rimproveri del popolo, che sempre è disposto ad accusar la giustizia o

la condotta d'una guerra infelice. Dopo questa segnalata vittoria, che

assicurava la pace della Gallia, e sosteneva l'onore delle armi Romane,

l'Imperator Graziano finse di procedere immediatamente alla sua

spedizione orientale; ma giunto a' confini degli Alemanni voltossi ad un

tratto a sinistra, li sorprese coll'improvviso passaggio del Reno, ed

arditamente avanzossi nel cuore del loro paese. I Barbari opposero al

suo progresso gli ostacoli della natura e del coraggio; e continuarono

sempre a ritirarsi da un colle all'altro, finattantochè dalle replicate

prove restaron convinti della forza e della perseveranza dei loro

nemici. Fu accettata la lor sommissione come un segno non già del

sincero lor pentimento, ma dell'angustia, in cui allor si trovavano; e

si volle dall'infedele nazione uno scelto numero di bravi e robusti loro

giovani, come un pegno più sostanziale della futura loro moderazione. I

sudditi dell'Impero, che avevano tante volte sperimentato che gli

Alemanni non potevano esser soggiogati dalle armi, nè tenuti a freno dai

trattati, non potevano promettersi alcuna solida e durevol tranquillità;

ma nelle virtù del giovane loro Sovrano videro il prospetto di un lungo

e prospero regno. Allorchè le legioni si rampicavano su pei monti, e

scalavano le fortezze dei Barbari, si distingueva nelle prime file il

valor di Graziano; e la dorata e variamente colorita armatura delle sue

guardie era trafitta e lacerata dai colpi che avean ricevuti nel

costante attaccamento alla persona del loro Sovrano. All'età di

diciannove anni parve che il figlio di Valentiniano possedesse già i

talenti della guerra e della pace; ed il suo personal successo contro

gli Alemanni fu interpretato come un sicuro presagio dei Gotici suoi

trionfi[391].

Mentre Graziano meritava e godeva l'applauso dei suoi sudditi,

l'Imperator Valente, che avea finalmente mosso la sua Corte ed armata da

Antiochia, fu ricevuto dal popolo di Costantinopoli come l'autore della

pubblica calamità. Non erasi anche riposato dieci giorni nella Capitale,

che dai licenziosi clamori dell'Ippodromo venne spinto a marciar contro

i Barbari che aveva invitati nei suoi dominj; ed i cittadini, che sono

sempre valorosi, quando son lontani dal pericolo reale, dichiaravano con

sicurezza, che se fossero loro date le armi, avrebbero essi soli

intrapreso di liberar la Provincia dalle devastazioni d'un insultante

nemico[392]. I vani rimproveri d'un'ignorante moltitudine affrettarono

la caduta del Romano Impero; questi provocarono la disperata imprudenza

di Valente, che non trovava o nella propria riputazione o nel suo

spirito motivo alcuno da sostener con fermezza il pubblico dispregio.

Egli presto s'indusse pei felici successi dei suoi Luogotenenti a

sprezzare il potere dei Goti, che mediante la diligenza di Fritigerno

trovavansi allora uniti nelle vicinanze di Adrianopoli. Il valente

Frigerido aveva intercettato la marcia dei Taifali; il Re di quei

licenziosi Barbari era stato ucciso in battaglia; e gli schiavi

supplichevoli erano stati mandati in un lontano esilio a coltivar le

terre d'Italia, che furono assegnate loro nei territorj vacanti di Parma

e di Modena[393]. Le azioni di Sebastiano[394], che di fresco erasi

posto al servizio di Valente, ed era stato promosso al grado di Generale

d'infanteria, erano vie più onorevoli ad esso e vantaggiose per la

Repubblica. Egli ottenne la permissione di scegliere da ciascheduna

legione trecento soldati, e questo separato distaccamento in breve

acquistò lo spirito di disciplina e l'esercizio delle armi, che erano

quasi dimenticati sotto il regno di Valente. Atteso il vigore e la

condotta di Sebastiano, fu sorpreso nel proprio campo un grosso corpo di

Goti, e l'immenso bottino, che ricuperossi dalle lor mani, empì la città

d'Adrianopoli e le addiacenti pianure. Gli splendidi racconti, che fece

il Generale delle sue imprese, inquietaron la Corte Imperiale per

l'apparenza d'un merito superiore; e quantunque egli cautamente

insistesse sopra le difficoltà della guerra Gotica, ne fu lodato il

valore, e rigettato il consiglio; e Valente, che ascoltava con vanità e

con piacere le adulatrici suggestioni degli eunuchi del palazzo, era

impaziente d'assicurarsi la gloria d'una facile e sicura conquista. Il

suo esercito fu invigorito da un numeroso rinforzo di veterani; e fu

condotta la sua marcia da Costantinopoli ad Adrianopoli con tanta

perizia militare, che prevenne l'attività dei Barbari, i quali avean

disegnato d'occupare i passi di mezzo per intercettare o le truppe

medesime o i convogli e le provvisioni di esse. Il campo, che Valente

avea piantato sotto le mura d'Adrianopoli, fu, secondo l'uso dei Romani,

fortificato con un fosso ed un recinto, e convocossi un importantissimo

consiglio di guerra per decidere della sorte dell'Imperatore e

dell'Impero. Vittore fortemente sostenne il partito più ragionevole

della dilazione, avendo egli con l'esperienza corretto la natural

fierezza del carattere Sarmatico, mentre Sebastiano con la pieghevole ed

ossequiosa eloquenza di un Cortigiano, rappresentava ogni precauzione ed

ogni misura, che contenesse qualche dubbio d'immediata vittoria, come

indegna del coraggio e della maestà del loro invincibil Monarca. Fu

precipitata la rovina di Valente dalle ingannevoli arti di Fritigerno, e

dalle prudenti ammonizioni dell'Imperatore Occidentale. Il Generale dei

Barbari era perfettamente informato dei vantaggi della negoziazione in

mezzo alla guerra; e fu spedito un Ecclesiastico Cristiano, come sacro

ministro di pace, per iscuoprire e render dubbiosi i consigli del

nemico. Si esposero con forza e con verità le disgrazie non meno che le

ingiurie della nazione Gotica dall'Ambasciatore, il quale si protestò in

nome di Fritigerno, che egli era sempre disposto a deporre le armi o ad

impiegarle solo in difesa dell'Impero, se assicurar poteva un tranquillo

stabilimento a' vaganti suoi nazionali nelle terre incolte della Tracia,

ed una sufficiente quantità di grano e di bestiame. Aggiunse però, in un

segreto colloquio di confidenziale amicizia, che gli esacerbati Barbari

erano alieni da tali ragionevoli condizioni, e che Fritigerno stava in

dubbio se potesse condurre a fine la conclusione del trattato, qualora

egli non si trovasse sostenuto dalla presenza e dal terrore di un

esercito Imperiale. Verso l'istesso tempo tornò dall'Occidente il Conte

Ricomero ad annunziar la disfatta e la sommissione degli Alemanni, a far

sapere a Valente che il suo nipote avanzavasi con rapide marce alla

testa delle veterane e vittoriose legioni della Gallia; ed a richiedere

in nome di Graziano e della Repubblica, che si sospendesse qualunque

passo pericoloso e decisivo, finattantochè la congiunzione dei due

Imperatori assicurasse il buon successo della guerra Gotica. Ma sul

debole Sovrano dell'Oriente non agivano che le illusioni fatali della

gelosia e dell'orgoglio. Sdegnò l'importuno avviso; rigettò l'umiliante

soccorso; segretamente paragonò l'ignominioso o almeno non glorioso

corso del proprio regno con la fama di un giovane imberbe; e corse al

campo per innalzarsi un immaginario trofeo, prima che la diligenza del

suo collega potesse aver parte veruna nei trionfi della battaglia.

Il nove d'Agosto, giorno che ha meritato d'avere luogo fra i più

malaugurati del calendario Romano[395], l'Imperator Valente, lasciato

sotto una forte guardia il suo bagaglio e la cassa militare, si partì da

Adrianopoli per attaccare i Goti, ch'erano accampati alla distanza di

circa dodici miglia dalla città[396]. Per qualche sbaglio degli ordini,

o per l'ignoranza del luogo, l'ala destra, o la colonna di cavalleria

giunse a vista del nemico, mentre la sinistra era sempre in una

considerabil distanza; i soldati furon costretti nell'affannoso caldo

della state ad affrettare il passo; e si formò la linea di battaglia con

un tedioso disordine ed una irregolar dilazione. S'era distaccata la

cavalleria Gotica per cercar foraggio nelle vicine campagne; e

Fritigerno tuttavia continuava a praticare i soliti suoi artifizi. Spedì

egli dei Messaggieri di pace, fece proposizioni, richiese ostaggi, e

consumò il tempo a tal segno, che i Romani, esposti senza riparo ai

cocenti raggi del sole, restarono esausti dalla sete, dalla fame e

dall'intollerabil fatica. L'Imperatore si indusse a mandare un

Ambasciatore nel campo Gotico: fu applaudito lo zelo di Ricomero, che

solo ebbe il coraggio d'accettare questa pericolosa commissione; ed il

Conte dei domestici, adornato con le splendide insegne della sua

dignità, erasi già qualche tratto avanzato fra le due armate, quando fu

improvvisamente richiamato indietro dal suono della battaglia. Fu fatto

il precipitoso ed imprudente attacco da Bacurio l'Ibero, che comandava

un corpo di arcieri e di targettieri; ed in quella guisa che

s'avanzarono temerariamente, ritiraronsi ancora con perdita e con

vergogna. Nel momento stesso gli squadroni volanti di Alateo e di

Safrace, dei quali ansiosamente s'aspettava l'arrivo dal Generale dei

Goti, scenderono come un turbine dalle montagne, attraversarono il

piano, ed aggiunsero nuovi terrori al tumultuario, ma irresistibile

incontro dell'esercito Barbaro. In poche parole si può descriver

l'evento della battaglia d'Adrianopoli, sì fatale a Valente ed

all'Impero. La cavalleria Romana si diede alla fuga; l'infanteria restò

abbandonata, circondata e tagliata a pezzi. Le più abili evoluzioni, il

più fermo coraggio appena son sufficienti a distrigare un corpo

d'infanteria, circondato in un piano aperto da un maggior numero di

cavalli; ma le truppe di Valente, oppresse dal peso dei nemici e dei

propri lor timori, si trovavano strette in un piccolo spazio, dov'era

per loro impossibile d'estender le file, o anche di servirsi con effetto

delle spade e dei giavellotti. In mezzo al tumulto, alla strage ed al

disordine, l'Imperatore, abbandonato dalle sue guardie e ferito, come si

suppone, da un dardo, cercò rifugio fra i _Lancearj_ ed i _Mattiarj_,

che tuttavia mantenevano il loro posto con qualche apparenza d'ordine e

di fermezza. I fedeli Generali, Traiano e Vittore, che videro il suo

pericolo, altamente gridarono che era tutto perduto, se non si poteva

salvar la persona dell'Imperatore. Alcune truppe, animate dalle loro

esortazioni, s'avanzarono in soccorso di lui; ma non trovarono che un

sanguinoso tratto di terra, coperto di un mucchio di armi spezzate e di

laceri corpi, senza potere scuoprir l'infelice lor Principe nè fra i

vivi nè fra i morti. Infatti non potevano essi trovarlo, se vere sono le

circostanze, con le quali hanno alcuni Storici riferito la morte

dell'Imperatore. La cura de' suoi ministri condusse Valente dal campo di

battaglia in una vicina capanna, dove procuravasi di medicare la sua

ferita e di provvedere alla futura salvezza di lui. Ma fu ad un tratto

circondato dai nemici quest'umile asilo; tentarono essi di forzarne la

porta; ma, provocati da una scarica di dardi scagliati dal tetto, ed

impazienti di più indugiare, misero fuoco ad un mucchio di secche legna,

e distrussero la capanna insieme coll'Imperatore ed i suoi famigliari.

Valente perì nelle fiamme, e non iscampò che un sol giovane, il quale

saltando dalla finestra contò la trista novella, ed informò i Goti

dell'inestimabile preda, che avevan perduto per causa della loro

inconsideratezza. Nella battaglia d'Adrianopoli perì un gran numero di

prodi e distinti Uffiziali, ed essa uguagliò nell'effettiva perdita, e

molto sorpassò nelle fatali conseguenze la disgrazia, che Roma una volta

soffrì nei campi di Canne[397].

Si trovarono fra i morti due Generali della cavalleria e della

infanteria, due grand'Uffiziali del palazzo e trentacinque Tribuni, e la

morte di Sebastiano mostrò al Mondo che se egli fu l'autore, fu pure la

vittima della pubblica calamità. Fu distrutto per più di due terzi

l'esercito Romano, e le tenebre della notte vennero tenute per molto

propizie, come quelle che servirono a coprire la fuga della moltitudine,

ed a proteggere la più ordinata ritratta di Vittore e di Ricomero, che

soli, in mezzo alla generale costernazione, mantennero il vantaggio di

un tranquillo valore e di una regolar disciplina[398].

Mentre erano ancora fresche nelle menti degli uomini le impressioni del

dolore e dello spavento, l'oratore più celebre di quel tempo compose

l'orazione funebre d'un esercito superato e d'un odioso Principe, il

trono del quale era già stato occupato da uno straniero. «Non mancan

persone (dice l'ingenuo Libanio) che incolpano la prudenza

dell'Imperatore, o che attribuiscono la pubblica disgrazia al difetto di

coraggio e di disciplina nelle truppe. Quanto a me, io venero la memoria

delle lor precedenti azioni; venero la gloriosa morte, che valorosamente

soffrirono, stando salde e combattendo nei loro posti: venero il campo

di battaglia, asperso del sangue loro e di quello dei Barbari. Questi

onorevoli segni sono già stati cancellati dalle piogge; ma i superbi

monumenti delle ossa loro, di quelle dei generali, dei centurioni e de'

valenti soldati meritano una più lunga durata. Il Sovrano medesimo pugnò

e cadde nelle prime file dell'esercito. I suoi famigliari gli

presentarono i più veloci destrieri della stalla Imperiale, che presto

l'avrebbero liberato dalla persecuzion del nemico; essi lo stimolarono

in vano a conservare l'importante sua vita pel futuro servigio della

Repubblica. Ei fu costante nella protesta d'essere indegno di

sopravvivere a tanti de' più valorosi e fedeli suoi sudditi; ed il

Monarca restò nobilmente sepolto sotto un monte di uccisi. Non vi sia

dunque chi ardisca d'attribuir la vittoria dei Barbari al timore, alla

debolezza o alla imprudenza delle truppe Romane. I Capitani ed i soldati

animati furono dal valore dei loro maggiori, de' quali uguagliavan la

disciplina e l'arte militare. La generosa loro emulazione fu sostenuta

dall'amore della gloria, che li pose in istato di contendere nel tempo

istesso con la fame e con la sete, col ferro e col fuoco, ed a

volentieri abbracciare una morte onorata, come un refugio contro la fuga

e l'infamia. Lo sdegno degli Dei è stata la sola cagione del buon

successo dei nostri nemici». La verità dell'istoria può disapprovar

qualche parte di questo panegirico, che a rigore non si può conciliare

col carattere di Valente o con le circostanze della battaglia; è dovuta

però la più giusta lode all'eloquenza, e molto più alla generosità del

Sofista d'Antiochia[399].

Si esaltò l'orgoglio de' Goti per questa memorabile vittoria, ma restò

sconcertata la loro avidità dalla mortificante scoperta, che la più

ricca porzione delle spoglie Imperiali era stata riposta dentro le mura

di Adrianopoli. Essi affrettaronsi a godere il premio del lor valore; ma

s'opposero loro i residui d'un vinto esercito con intrepida fermezza,

che fu l'effetto della disperazione e l'unica speranza che avessero di

salute. Le mura della città, ed i ripari del campo addiacente, furono

guerniti di macchine militari, che scagliavano pietre d'enorme peso, e

spaventavano gl'ignoranti Barbari più con lo strepito e con la velocità,

che coll'effetto reale della scarica. S'erano uniti nel pericolo e nella

difesa i soldati, i cittadini, i provinciali e i domestici del palazzo;

tornò rispinto il furioso assalto de' Goti; le segrete loro arti di

perfidia e di tradimento furono scoperte; e dopo un ostinato

combattimento di più ore, si ritirarono alle loro tende, convinti per

esperienza, che sarebbe stato migliore partito per essi l'osservare il

trattato, che il sagace lor Condottiero aveva tacitamente stipulato con

le fortificazioni delle grandi e popolate città. Dopo il precipitoso e

non politico macello di trecento disertori, atto di giustizia sommamente

utile alla disciplina degli eserciti Romani, i Goti levarono sdegnati

l'assedio d'Adrianopoli. Lo spettacolo della guerra e del tumulto si

convertì ad un tratto in un tacito orrore solingo; immediatamente sparì

la moltitudine; i segreti sentieri de' boschi, e de' monti eran segnati

dalle vestigia de' fuggitivi tremanti, che cercavan rifugio nelle

distanti città dell'Illirico e della Macedonia; ed i fedeli ministri

della casa e del tesoro Imperiale cautamente andavano in cerca

dell'Imperatore, del quale tuttora ignoravan la morte. La corrente

dell'inondazione Gotica scorse dalle mura d'Adrianopoli fino ai

sobborghi di Costantinopoli. I Barbari furon sorpresi dallo splendido

aspetto della capitale dell'Oriente, dall'altezza ed estension delle

mura, dalle migliaia di ricchi e spaventati cittadini, che coronavano i

forti, e dalla varia veduta della terra e del mare. Nel tempo, che

stavano ammirando con inutile desiderio le inaccessibili bellezze di

Costantinopoli, una truppa di Saracini[400], che fortunatamente s'erano

arruolati al servigio di Valente, fece una sortita da una porta della

città. La cavalleria della Scizia dovè cedere alla mirabil velocità ed

al brio de' cavalli Arabi; quelli che li cavalcavano erano abili

nell'evoluzioni della guerra irregolare; ed i Barbari settentrionali

restarono attoniti e sconcertati dall'inumana ferocia de' Barbari del

Mezzodì. Un soldato Gotico, essendo stato ucciso dal pugnale d'un Arabo,

il chiomato e nudo selvaggio, ponendo le labbra alla ferita di esso,

esprimeva un orribil diletto nel succiar che faceva il sangue del vinto

di lui nemico[401]. L'armata Gotica, carica delle spoglie de' ricchi

sobborghi e del territorio addiacente, con lentezza si mosse dal Bosforo

verso i monti, che formano il confine Occidentale della Tracia. Fu

abbandonato l'importante passo di Succi dal timore o dalla mala condotta

di Mauro; ed i Barbari, che non avevano più da temere alcuna resistenza

dalle disperse e vinte truppe dell'Oriente, si diffusero sulla

superficie d'una fertile e coltivata regione, sino ai confini

dell'Italia e del mare Adriatico[402].

[A. 378-379]

I Romani, che narrano con tanta freddezza e brevità gli atti di

giustizia esercitati dalle legioni[403], riservano la lor pietà ed

eloquenza per le angustie, che soffrirono essi, allorchè le Province

furono invase e desolate dalle armi fortunate de' Barbari. La semplice

ben circostanziata istoria (se pure una tal istoria esistesse) della

rovina d'una sola città, delle disgrazie d'una sola famiglia[404]

potrebbe rappresentare un'interessante ed istruttiva pittura de' costumi

umani; ma la tediosa ripetizione di vaghi e declamatori lamenti

stancherebbe l'attenzione del più paziente lettore. Si può applicare la

stessa censura, quantunque forse non in grado uguale agli scrittori sì

profani che ecclesiastici di quegl'infelici tempi, vale a dire che i

loro animi erano accesi da una religiosa e volgare animosità, e che

s'alterava la vera grandezza e il colore di ogni oggetto

dall'esagerazioni della corrotta loro eloquenza. Potè l'ardente

Girolamo[405] deplorar con ragione le calamità apportate da' Goti, e da'

Barbari loro alleati nel nativo suo paese della Pannonia e nella vasta

estensione delle Province, che sono fra le mura di Costantinopoli e il

piè delle alpi Giulie; le rapine, le stragi, gl'incendi, e sopra tutto

la profanazion delle Chiese, che si convertirono in stalle, e

l'irriverente trattamento delle reliquie de' Santi Martiri. Ma il Santo

si lascia trasportare oltre i confini della natura e dell'istoria,

quando asserisce «che non rimase in quelle deserte regioni altro che il

cielo e la terra; che distrutte le città ed estirpata la razza umana, il

suolo era tutto ingombrato da folte selve e d'inestricabili boschi; e

che s'adempiva la universal desolazione, annunziata dal Profeta Sofonia,

nella scarsità delle bestie, degli uccelli e fino de' pesci». Si

esposero tali querele circa vent'anni dopo la morte di Valente; e le

Province Illiriche, le quali furono sempre soggette all'invasione ed al

passaggio de' Barbari, continuarono dopo un calamitoso corso di dieci

secoli a somministrar nuovi materiali di rapina e di distruzione.

Quand'anche si potesse supporre, che un ampio tratto di paese fosse

lasciato inculto e senz'abitanti, le conseguenze di ciò non avrebber

potuto essere tanto fatali alle inferiori produzioni dell'animata

natura. Gli utili e deboli animali, che si nutriscon dalla mano degli

uomini, posson soffrire e distruggersi, qualora sieno privati della lor

protezione; ma le bestie della foresta, nemiche o vittime dell'uomo, si

debbon piuttosto moltiplicare nel libero e non disturbato possesso de'

solitari loro dominj. Le varie tribù, che popolano l'aria o l'acqua,

sono anche meno connesse colla sorte della specie umana; ed è molto

probabile, che i pesci del Danubio dovessero sentire maggior terrore ed

angustia dall'avvicinarsi loro un vorace luccio, che dalle ostili

scorrerie d'un'armata di Goti.

[A. 378]

Per quanto fosse stato grande il numero delle calamità dell'Europa,

v'era motivo di temere che in breve le stesse disgrazie s'estenderebbero

alle pacifiche regioni dell'Asia. I figli de' Goti erano stati

giudiziosamente distribuiti per le città dell'Oriente; e si erano

impiegate le cure dell'educazione per vincere ed ingentilire la nativa

fierezza della loro indole. Nello spazio di circa dodici anni era

continuamente cresciuto il lor numero; ed i fanciulli, che nella prima

emigrazione erano stati mandati sopra l'Ellesponto, avevano acquistato

con rapido avanzamento la forza e lo spirito di una perfetta

virilità[406]. Era impossibile di impedir che sapessero gli eventi della

guerra Gotica; e siccome quegli arditi giovani non aveano studiato il

linguaggio della dissimulazione, dimostravano il desiderio, la brama, e

forse l'intenzione, che avevano, d'emulare il glorioso esempio de' loro

padri. Pareva che il pericolo di que' tempi giustificasse i gelosi

sospetti dei Provinciali; e furono ammessi tali sospetti come

indubitabili prove, che i Goti dell'Asia formato avessero una segreta e

pericolosa cospirazione contro la pubblica sicurezza. La morte di

Valente avea lasciato l'Oriente senza Sovrano; e Giulio, che occupava

l'importante posto di General delle truppe con un'alta riputazione di

diligenza e d'abilità, si credè in dovere di consultare il Senato di

Costantinopoli, che nella vacanza del Trono si considerava da esso, come

l'assemblea rappresentante della nazione. Appena ebbe ottenuto la libera

facoltà di operare come giudicava espediente pel bene della Repubblica,

che convocò i primi uffiziali, e segretamente concertò i mezzi opportuni

per eseguire il sanguinario suo disegno. Fu immediatamente pubblicato un

ordine, che in un dato giorno si unisse la Gioventù Gotica nelle città

capitali delle respettive loro Province; e siccome si fece a bella posta

spargere una voce, che si convocavano per dar loro un liberal donativo

di terre e di danaro, la piacevole speranza mitigò il furore del loro

sdegno, e forse sospese i moti della cospirazione. Nel giorno

determinato tutta la gioventù Gotica fu diligentemente raccolta

senz'armi in una piazza; le strade ed i passi della medesima erano

occupati dalle truppe Romane, ed i tetti delle case coperti di arcieri e

frombolieri. In tutte le città dell'Oriente fu dato alla medesima ora il

segnale dell'indistinto macello; e la crudel prudenza di Giulio liberò

le Province dell'Asia da un domestico nemico, che in pochi mesi avrebbe

potuto portare il ferro ed il fuoco dall'Ellesponto all'Eufrate[407].

L'urgente considerazione della sicurezza pubblica può senza dubbio

autorizzare la violazione di ogni legge positiva. Ma fino a qual segno

questa od altra simil considerazione possa valere a disciogliere le

naturali obbligazioni d'umanità e di giustizia, è dessa una dottrina,

che io desidero di sempre ignorare.

[A. 379]

L'Imperator Graziano erasi molto avanzato nella sua marcia verso le

pianure d'Adrianopoli, quando fu informato, a principio dalla voce

confusa della fama, ed in seguito dai più esatti ragguagli di Vittore e

di Ricomero, che l'impaziente collega di lui era stato ucciso in

battaglia, e che la spada dei vittoriosi Goti aveva esterminato due

terzi dell'armata Romana. Per quanto sdegno meritasse la temeraria e

gelosa vanità dello zio, l'ira di un animo generoso è facilmente vinta

dai più dolci moti di dolore e di compassione; ed anche i sentimenti di

pietà presto andarono a perdersi nella seria e formidabile

considerazione dello stato attuale della Repubblica. Graziano non era

più in tempo d'assistere, ed era troppo debole per vendicare il suo

disgraziato Collega, ed il valoroso e modesto giovane sentì se stesso

incapace a sostenere un Mondo cadente. Una formidabil tempesta di

Barbari della Germania sembrava pronta ad invader le Province della

Gallia; e lo spirito di Graziano era oppresso e distratto

dall'amministrazione dell'Impero Occidentale. In quest'importante crisi,

il Governo dell'Oriente, e la condotta della guerra Gotica esigevano

tutta intera l'attenzione d'un Eroe e d'un politico. Un suddito,

investito di sì ampio comando, non avrebbe lungamente conservato la sua

fedeltà ad un distante benefattore; ed il consiglio Imperiale abbracciò

la savia e virile risoluzione di acquistarsi una riconoscenza, piuttosto

che cedere ad un insulto. Graziano desiderava di donare la porpora come

un premio della virtù: ma non è facile per un Principe, educato nel

supremo posto, di conoscere alla età di diciannove anni i veri caratteri

dei propri Generali e ministri. Procurò di pesare con imparziale

bilancia i diversi loro meriti e difetti; e mentre frenava il temerario

ardire dell'ambizione, diffidava di quella cauta saviezza, che induce a

disperare della Repubblica. Siccome ogni momento di dilazione faceva

perdere qualche parte del potere e de' ripieghi del futuro Sovrano

d'Oriente, la situazione delle circostanze non permetteva un tedioso

dibattimento. Graziano tosto dichiarò la sua scelta in favore d'un

esule, il padre del quale, non più che tre anni avanti, aveva sofferto,

esercitando esso l'autorità sovrana, un'ingiusta ed ignominiosa morte.

Il Gran Teodosio, nome celebre nell'Istoria e caro alla Chiesa

Cattolica[408], fu chiamato alla Corte Imperiale, che appoco appoco

erasi ritirata dai confini della Tracia al più sicuro quartiere di

Sirmio. Cinque mesi dopo la morte di Valente, l'Imperator Graziano

produsse in presenza alle truppe adunate il _suo_ Collega e _loro_

Signore, che dopo una modesta e forse sincera resistenza, fu costretto

ad accettare, in mezzo alle generali acclamazioni, il diadema, la

porpora e l'ugual titolo d'Augusto[409]. Destinate furono al governo del

nuovo Imperatore le Province della Tracia, dell'Asia e dell'Egitto,

sopra le quali avea regnato Valente; ma siccome ad esso era specialmente

affidata la condotta della guerra Gotica, fu smembrata la Prefettura

dell'Illirico; e furono aggiunte agli stati dell'Impero d'Oriente le due

gran diocesi della Dacia e della Macedonia[410].

L'istessa Provincia, e forse anche l'istessa città[411], che aveva dato

al trono le virtù di Trajano ed i talenti d'Adriano, fu la sede

originale d'un'altra famiglia di Spagnuoli, che in un secolo meno felice

tenne per quasi ottant'anni il decadente Impero di Roma[412]. Questa

uscì dall'oscurità degli onori municipali mediante l'attivo spirito del

vecchio Teodosio, Generale le cui imprese nella Britannia e nell'Affrica

formarono una delle più splendide parti degli annali di Valentiniano. Il

figlio di quel Generale, che aveva parimente il nome di Teodosio, fu

educato da abili professori negli studi liberali della gioventù; ma

nell'arte della guerra fu istruito dalla tenera cura e dalla severa

disciplina del proprio padre[413]. Sotto lo stendardo di tal

condottiere, il giovane Teodosio andò in cerca di gloria e di cognizioni

nei più lontani teatri dell'azione militare; assuefece il suo corpo alla

diversità delle stagioni e dei climi; distinse il suo valore per mare e

per terra; ed osservò la differente maniera di guerreggiare degli Scoti,

dei Sassoni e dei Mori. Il proprio merito e la raccomandazione del

conquistatore dell'Affrica l'elevarono in breve ad un comando separato;

e fatto Duce della Mesia, vinse una armata di Sarmati, salvò la

Provincia, meritò l'amor dei soldati, e provocò l'invidia della

Corte[414]. La sua nascente fortuna ben presto decadde per la disgrazia

e l'esecuzione dell'illustre suo padre; e Teodosio ricevè come un favore

la permissione di ritirarsi a fare una vita privata nella nativa sua

Provincia di Spagna. Ei dimostrò un fermo e moderato carattere nella

calma, con cui s'adattò a questa nuova situazione. Il suo tempo era

quasi ugualmente diviso fra la città e la campagna; lo spirito, che

aveva animato la sua condotta pubblica, si fece conoscere anche

nell'attivo e premuroso adempimento di ogni dover sociale; e con

vantaggio applicossi la diligenza del soldato a migliorare il vasto suo

patrimonio[415], che era fra Vagliadolid e Segovia in mezzo ad un

fertile territorio, tuttavia famoso per la più squisita razza di

pecore[416]. Dagl'innocenti ma utili lavori delle sue possessioni,

Teodosio in meno di quattro mesi fu trasferito al trono dell'Impero

Orientale; e tutta la serie dell'istoria degli uomini non potrà forse

somministrare un esempio simile d'innalzamento nell'istesso tempo sì

puro e sì onorevole. I Principi, che ereditano pacificamente lo scettro

dei loro padri, pretendono e godono un diritto legittimo, tanto più

sicuro, quanto è assolutamente distinto dai meriti del lor carattere

personale. I sudditi, che in una Monarchia o in uno stato popolare

acquistano la suprema potestà, possono elevarsi colla superiorità del

genio o della virtù sopra i loro simili; ma rare volte la loro virtù è

libera dall'ambizione, e frequentemente la causa del candidato, che

ottiene il suo intento, è macchiata dalla colpa della cospirazione o

della guerra civile. Eziandio in que' Governi, che permettono al Monarca

regnante di nominare un collega o successore, la parziale sua scelta,

nella quale possono influire le più cieche passioni, è spesso diretta ad

un indegno soggetto. Ma la più sospettosa malignità non potè attribuire

a Teodosio nell'oscura sua solitudine di Cauca, gli artifizi, i

desiderj, e neppure le speranze d'un ambizioso politico, ed il nome

stesso dell'esule da gran tempo sarebbe andato in dimenticanza, se le

vere e distinte virtù di lui non avesser lasciato una profonda

impressione nella Corte Imperiale. Il sublime suo merito, nel tempo

della prosperità, non si era curato; ma nelle pubbliche angustie fu

generalmente riconosciuto o sentito. Qual fiducia mai non doveva esser

posta nella sua integrità, mentre Graziano potè fidarsi, che un pietoso

figlio per amore della Repubblica perdonato avrebbe l'uccisione del

padre! Qual espettazione dovevasi avere della sua abilità per sostener

la speranza, che un solo uomo potesse salvare e restaurar l'Impero

dell'Oriente! Teodosio fu decorato della porpora nell'anno

trentesimoterzo della sua età. Il volgo guardava con ammirazione la

virile bellezza del sembiante e la graziosa maestà della persona di lui,

che si compiaceva di paragonare con le pitture e medaglie dell'Imperator

Trajano; mentre gl'intelligenti osservatori scuoprivano nelle sue

qualità del cuore e dello spirito una ben più importante rassomiglianza

all'ottimo ed al più grande fra i Principi Romani.

[A. 379-382]

Non senza il più sincero dispiacere debbo adesso prender licenza da

un'esatta e fedel guida, che ha composto l'istoria de' suoi tempi senza

secondare i pregiudizi e le passioni che ordinariamente influiscono

sulla mente di uno scrittore contemporaneo. Ammiano Marcellino, che

termina l'utile sua opera con la disfatta e con la morte di Valente,

raccomanda il soggetto più glorioso del seguente regno al fresco vigore

ed all'eloquenza della nuova generazione[417]. Ma questa non fu disposta

ad accettarne il consiglio o ad imitarne l'esempio[418], e nello studio

del regno di Teodosio noi siamo ridotti ad illustrare la parzial

narrazione di Zosimo con oscuri barlumi di frammenti e di croniche, col

figurato stile della poesia o del panegirico, e col precario aiuto degli

Ecclesiastici, che nel calore della fazion religiosa son portati a

disprezzare le virtù profane della sincerità e della moderazione.

Consapevole di tali svantaggi, che continueranno ad involgere una parte

considerabile dell'istoria della decadenza e rovina del Romano Impero,

io camminerò con dubbiosi e timidi passi. Può affermarsi però

arditamente, che non fu mai vendicata la battaglia d'Adrianopoli da

veruna segnalata o decisiva vittoria di Teodosio contro i Barbari: e

l'espressivo silenzio dei venali oratori di lui si può confermare

dall'osservazione dello stato e delle circostanze dei tempi. La fabbrica

d'un potente Impero, che era sorto coll'opera di più secoli, non poteva

rovesciarsi dalla disgrazia di una sola giornata, se la forza fatale

dell'immaginazione non avesse esagerato la vera misura della calamità.

La perdita di quarantamila Romani, che perirono nelle pianure

d'Adrianopoli, poteva presto ripararsi nelle popolate Province

dell'Oriente, che contenevano tanti milioni di abitatori. Il coraggio di

un soldato è la qualità più a buon mercato e più comune della natura

umana; ed una sufficiente perizia per affrontare un nemico

indisciplinato, poteva in breve acquistarsi mediante la cura dei

Centurioni, che in vita eran rimasti. Se i Barbari s'erano impossessati

dei cavalli e delle armi dei vinti loro nemici, le copiose razze della

Cappadocia e della Spagna somministrar potevano nuovi squadroni di

cavalleria; i trentotto arsenali dell'Impero erano abbondantemente

forniti di magazzini di armi offensive e difensive; e la ricchezza

dell'Asia potea sempre concedere un ampio fondo per le spese della

guerra. Ma gli effetti, che produsse la battaglia d'Adrianopoli negli

animi dei Barbari o de' Romani estesero la vittoria de' primi, e la

disfatta de' secondi molto al di là dei limiti d'una sola giornata. Si

udì un Capitano Gotico protestare con insolente moderazione, che quanto

a sè era stanco della strage; ma si maravigliava come un popolo, che

fuggiva d'avanti a lui come un branco di pecore, ardisse ancora di

disputargli il possesso dei propri beni e delle Province[419]. Gli

stessi terrori, che aveva sparso fra le tribù Gotiche il nome degli

Unni, s'erano inspirati dal formidabil nome dei Goti fra' sudditi ed i

soldati dell'Impero Romano[420]. Se Teodosio avesse precipitosamente

raccolto le sparse sue truppe, e le avesse condotte in campo a fronte

d'un vittorioso nemico, il suo esercito sarebbe restato vinto dai propri

timori, nè l'incerta sorte del successo avrebbe scusato l'imprudenza del

Capitano. Ma il Gran Teodosio, titolo che onorevolmente si meritò in

questa importante occasione, si condusse da costante e fedel custode

della Repubblica. Piantò i suoi principali quartieri a Tessalonica,

capitale della Diocesi di Macedonia[421], d'onde poteva osservare gli

irregolari movimenti dei Barbari, e diriger le operazioni dei suoi

Luogotenenti, dalle porte di Costantinopoli fino ai lidi dell'Adriatico.

Si rinforzarono le guarnigioni e fortificazioni delle città; e le

truppe, nelle quali fu ravvivato un sentimento d'ordine e di disciplina,

ripresero insensibilmente coraggio per la confidenza della propria

salvezza. Da questi sicuri posti arrischiaronsi a fare delle frequenti

sortite su' Barbari, che infestavano l'addiacente campagna; e siccome

rare volte permettevasi loro l'attacco senza qualche decisivo vantaggio

o nel terreno o nel numero, le loro imprese furono per lo più fortunate,

e presto restarono persuasi per la propria esperienza della possibilità

di vincere gl'_invincibili_ loro nemici. Appoco appoco riunironsi in

piccole armate i distaccamenti di quelle divise guarnigioni; si

proseguirono i medesimi cauti passi a forma d'un esteso e ben concertato

piano di operazioni; i quotidiani successi accrescevan forza e coraggio

alle armi Romane, e l'artificiosa diligenza dell'Imperatore, che facea

circolare i più favorevoli ragguagli degli avvenimenti della guerra,

contribuì a domar l'orgoglio dei Barbari, e ad animar le speranze e

l'ardire dei proprj sudditi. Se in luogo di questi deboli ed imperfetti

delineamenti, si potessero con esattezza rappresentare i consigli e le

azioni di Teodosio in quattro successive campagne, vi è ragione di

credere, che la consumata perizia di lui meriterebbe l'applauso d'ogni

militare lettore. Le dilazioni di Fabio avevano anticamente salvato la

Repubblica; e mentre gli splendidi trofei di Scipione nella campagna di

Zama tirano a sè gli occhi della posterità, gli accampamenti e le marce

del Dittatore fra i colli della Campania hanno un ben giusto diritto a

quell'indipendente e solida fama, che il Generale non è costretto a

dividere nè con la fortuna nè con le truppe. Di tal sorta fu il merito

ancor di Teodosio; e la debolezza del suo corpo, che fu molto

inopportunamente attaccato da una lunga e pericolosa malattia, non potè

opprimere il vigore della sua mente, o deviarne l'attenzione dal

pubblico servigio[422].

[A. 379-382]

La liberazione e la pace delle Province Romane[423] fu opera più della

prudenza che del valore; la prudenza di Teodosio fu secondata dalla

fortuna; e l'Imperatore non mancò mai di trar profitto e vantaggio da

ogni favorevole circostanza. Finattantochè il superior genio di

Fritigerno conservò l'unione, e diresse i movimenti dei Barbari, la loro

forza fu capace della conquista d'un grande Impero. La morte di

quell'Eroe, predecessore e maestro del famoso Alarico, liberò

un'impaziente moltitudine dall'intollerabile giogo della disciplina e

della discrezione. I Barbari, ch'erano stati tenuti in freno dalla sua

autorità, s'abbandonarono ai dettami delle loro passioni; e queste di

rado erano coerenti o uniformi. Un'armata di conquistatori si divise in

molte disordinate bande di selvaggi ladroni; e la cieca ed irregolare

lor furia non fu meno dannosa a loro medesimi che ai nemici. Si vedeva

la cattiva loro disposizione nel distrugger che essi facevano qualunque

oggetto, che non avevan forza di trasportare, o buon gusto da godere; e

spesso consumarono con improvvida rabbia le raccolte o i granai, che

poco dopo divennero necessari alla lor sussistenza. Eccitossi uno

spirito di discordia fra quelle indipendenti nazioni e tribù, che non

s'erano unite che per mezzo dei vincoli d'una libera e volontaria

alleanza. Le truppe degli Unni e degli Alani dovevan naturalmente

rinfacciare a' Goti la fuga; e questi non eran disposti ad usar con

moderazione i vantaggi della fortuna: non potea più lungamente restar

sospesa l'antica gelosia fra gli Ostrogoti ed i Visigoti; ed i superbi

Capitani tuttora si rammentavan gl'insulti e le ingiurie che si eran

fatte reciprocamente, allorchè la nazione trovavasi al di là del

Danubio. Il progresso delle particolari fazioni abbatteva il più general

sentimento dell'animosità nazionale; e gli uffiziali di Teodosio avevan

ordine di comprare con liberali doni e promesse la ritirata o i servigi

del malcontento partito. L'acquisto di Modar, principe del sangue reale

degli Amali, diede un ardito e fedel campione alla parte Romana.

L'illustre disertore ottenne subito il posto di Generale con un

importante comando; sorprese un'armata di suoi nazionali, che erano

immersi nel sonno e nel vino; e dopo una crudele strage degli attoniti

Goti tornò con un'immensa preda di quattromila carri al campo

Imperiale[424]. Nelle mani d'un avveduto politico i mezzi più differenti

si possono utilmente dirigere ai medesimi fini; e la pace dell'Impero,

cominciata dalla divisione, fu compiuta dalla riunione dei Goti.

Atanarico il quale era stato paziente spettatore di quegli straordinari

avvenimenti, alla fine dell'evento delle armi fu tratto fuor dagli

oscuri nascondigli dei boschi di Caucaland. Egli non esitò più a passare

il Danubio, ed una parte molto considerabile dei sudditi di Fritigerno,

che aveva già provato gli incomodi dell'anarchia, facilmente s'indusse a

riconoscer per Re un Giudice Gotico, del quale rispettava la nascita, e

spesso aveva sperimentato l'abilità. Ma l'età avea raffreddato l'ardente

spirito d'Atanarico; ed invece di condurre il suo popolo al campo della

battaglia e della vittoria, diede orecchio prudentemente all'opportuna

proposizione d'un onorevole e vantaggioso trattato. Teodosio, che

conosceva il merito ed il potere del suo nuovo alleato, condiscese ad

incontrarlo alla distanza di più miglia da Costantinopoli; e lo trattò

nella città Imperiale con la confidenza d'un amico o colla magnificenza

d'un Monarca. «Il Barbaro Principe con curiosa attenzione osservò la

varietà degli oggetti, che a sè traevano i suoi occhi, e finalmente

proruppe in questa sincera e patetica esclamazione di meraviglia: Adesso

io miro, ciò che non avrei mai creduto, le glorie di questa Capitale

stupenda! E girando attorno gli occhi vide ed ammirò la dominante

situazione della città, la forza e bellezza delle mura e dei pubblici

edifizi, il capace porto, coronato d'innumerabili navi, il continuo

commercio di remote nazioni, e le armi e la disciplina delle truppe. In

verità, proseguì Atanarico, l'Imperator dei Romani è un Dio sopra la

terra; e l'uomo presontuoso, che ardisce d'alzar la mano contro di lui,

è reo del proprio sangue[425].» Il Gotico Re non potè goder lungamente

di quell'onorevol e splendido trattamento, e poichè la temperanza non

era la virtù della sua nazione, giustamente si può sospettare che la

mortale malattia di lui derivasse da' piaceri degl'Imperiali banchetti.

Ma la politica di Teodosio trasse un più solido vantaggio dalla morte di

lui che non avrebbe potuto aspettare dai più fedeli servigi del suo

alleato. Con solenni ceremonie si fece il funerale d'Atanarico, nella

capitale dell'Oriente; fu eretto un magnifico monumento alla sua

memoria; e tutta l'armata di esso, vinta dalla liberal cortesia e dal

decente lutto di Teodosio, s'arrolò sotto gli stendardi dell'Imperio

Romano[426]. La sommissione d'un corpo di Visigoti sì grande produsse le

più salutevoli conseguenze; e l'influsso della forza, della ragione e

della corruzione, unite insieme, divenne sempre più potente ed esteso.

Ogni Capitano indipendente affrettossi a fare un trattato a parte, pel

timore che un ostinato indugio non l'esponesse solo e senza difesa alla

vendetta o alla giustizia del vincitore. Si può fissare la data della

generale o piuttosto finale capitolazione dei Goti a quattro anni, un

mese e venticinque giorni dopo la disfatta e la morte dell'Imperator

Valente[427].

[A. 386]

Le Province del Danubio erano già sollevate dall'opprimente peso dei

Grutungi od Ostrogoti mediante la volontaria ritirata d'Alateo e di

Safrace, lo spirito inquieto dei quali avevagli mossi a cercare nuove

scene di rapina e di gloria. Il distruttivo loro corso era diretto verso

l'Occidente; ma noi dobbiamo contentarci d'un'oscura ed imperfetta

cognizione delle varie loro avventure. Gli Ostrogoti spinsero varie

tribù Germaniche nelle Province della Gallia; conclusero e tosto

violarono un trattato coll'Imperator Graziano; avanzaronsi nelle

incognite regioni del Norte; e dopo uno spazio di quattro anni tornarono

con maggiori forze alle rive del basso Danubio. Avevano reclutato i più

feroci guerrieri della Germania e della Scizia; ed i soldati o almeno

gli Istorici dell'Impero non conoscevan più il nome e gli aspetti dei

primi loro nemici[428]. Il Generale, che comandava le forze terrestri e

marittime della frontiera della Tracia, tosto s'accorse che la propria

superiorità sarebbe svantaggiosa pel pubblico servigio; e che i Barbari,

spaventati dalla presenza delle sue flotte e legioni, avrebbero

probabilmente differito il passaggio del fiume fino al prossimo inverno.

La destrezza delle spie, che esso mandò nel campo dei Goti, attirò i

Barbari in una rete fatale. Si lasciarono persuadere, che mediante un

ardito tentativo avrebber potuto sorprendere nel silenzio e

nell'oscurità della notte l'addormentato esercito dei Romani; e fu

precipitosamente imbarcata tutta la moltitudine in una flotta di tremila

canoe[429]. I più prodi fra gli Ostrogoti conducevano la vanguardia: il

corpo di mezzo era composto del rimanente dei loro sudditi e soldati; e

le femmine ed i fanciulli seguivano con sicurezza nella retroguardia.

Era stata scelta una notte senza luna per eseguire il disegno; ed erano

quasi giunti alla sponda meridionale del Danubio con la ferma fiducia di

trovare un facile sbarco ed un campo non guardato. Ma s'arrestò ad un

tratto il progresso dei Barbari da un ostacolo inaspettato, vale a dire

da una triplice fila di navi fortemente connesse l'una coll'altra, che

formavano un'impenetrabil catena di due miglia e mezzo lungo il fiume.

Mentre tentavano essi di aprirsi per forza la strada in un disuguale

combattimento, fu oppresso il lor destro fianco dall'irresistibile

attacco di una flotta di galere, che erano spinte giù pel fiume dalla

forza insieme dei remi e della corrente. Il peso e la velocità di quelle

navi da guerra ruppe, gettò a fondo, e disperse le rozze e deboli canoe

dei Barbari: inefficace tornò ad essi il loro valore; ed Alateo, Re o

Generale degli Ostrogoti, perì con le brave sue truppe, o sotto la spada

dei Romani, o nelle acque del Danubio. L'ultima divisione di

quell'infelice flotta poteva riguadagnare l'opposto lido; ma l'angustia

ed il disordine della moltitudine la rendè incapace di azione e di

consiglio; e tosto implorarono la clemenza dei vittoriosi nemici. In

questa occasione, ugualmente che in molte altre, è difficile di

conciliar le passioni ed i pregiudizi degli scrittori del secolo di

Teodosio. Il parziale e maligno Istorico, che altera qualunque azione

del suo regno, asserisce, che l'Imperatore non comparve nel campo di

battaglia, finattantochè i Barbari non furon vinti dal valore e dalla

condotta di Promoto, suo luogotenente[430]. L'adulante Poeta, che

celebrò nella Corte d'Onorio le glorie del padre e del figlio,

attribuisce la vittoria al personale valore di Teodosio; e quasi vuole

insinuare che il Re degli Ostrogoti fosse ucciso per mano

dell'Imperatore[431]. Si potrebbe forse trovare la verità dell'istoria

in un giusto mezzo fra queste estreme e contradditorie asserzioni.

[A. 383-395]

Il trattato originale, che fissò lo stabilimento dei Goti, che assicurò

i lor privilegi, e ne determinò le obbligazioni, servirebbe ad

illustrare la storia di Teodosio e de' suoi successori. La serie di

questa non ha che imperfettamente conservato lo spirito e la sostanza di

quel singolare accordo[432]. Le devastazioni della guerra e della

tirannide preparato avevano molti ampi tratti di fertile ma incolto

terreno per uso di quei Barbari, che non isdegnavano d'esercitarsi

nell'agricoltura. Fu posta una Colonia numerosa di Visigoti nella

Tracia; il resto degli Ostrogoti si trapiantò nella Frigia e nella

Lidia: si supplì agl'immediati loro bisogni con una distribuzione, che

loro si fece di bestiame e di grano; e se ne incoraggiò l'industria in

futuro, mercè di un'esenzione dai tributi per un certo numero di anni. I

Barbari avrebbero meritato di provare la perfida e crudel politica della

Corte Imperiale, se si fossero piegati ad esser dispersi per le

Province. Essi chiesero ed ottennero separatamente il possesso dei

villaggi e distretti, assegnati per loro abitazione: ritennero sempre e

propagarono il linguaggio ed i costumi loro nativi; sostennero in seno

del dispotismo la libertà del domestico loro governo; e riconobbero la

sovranità dell'Imperatore, senza sottoporsi all'inferior giurisdizione

delle leggi e dei magistrati di Roma. Fu sempre permesso ai Capi

ereditari delle tribù e delle famiglie di comandare in pace ed in guerra

i loro seguaci; ma fu abolita la dignità reale, ed i generali dei Goti

erano eletti e rimossi ad arbitrio dell'Imperatore. Si mantenne al

servizio continuo dell'Impero d'Oriente un'armata di quarantamila Goti;

queste superbe truppe, che prendevano il nome di _Foederati_, o alleati,

si distinguevano per le auree loro collane, per la generosa paga, e pei

larghi privilegi che avevano. S'accrebbe il nativo loro coraggio per

l'uso delle armi e per la cognizione della disciplina, e mentre la

Repubblica era difesa o minacciata dalla dubbiosa spada dei Barbari,

vennero finalmente ad estinguersi negli animi dei Romani le ultime

scintille dell'ardor militare[433]. Teodosio ebbe la destrezza di

persuadere ai suoi alleati, che le condizioni di pace, a cui l'avevano

tratto la necessità e la prudenza, non erano che volontarie espressioni

della sua sincera amicizia per la nazione dei Goti[434]. Si oppose poi

una maniera diversa di difesa o d'apologia alle querele del popolo, che

altamente censurava tali vergognose e pericolose concessioni[435]. Si

dipinsero coi più vivi colori le calamità della guerra; e diligentemente

s'esagerarono i primi sintomi della restaurazione del buon ordine,

dell'abbondanza e della sicurezza. Gli avvocati di Teodosio affermar

potevano con qualche apparenza di verità e di ragione, che era

impossibile d'estirpare tante bellicose tribù, ridotte alla disperazione

per la perdita del nativo loro paese; e che l'esauste Province sarebbero

tornate a vita, mediante un fresco sussidio di soldati e di agricoltori.

I Barbari serbavano sempre un acerbo ed ostile aspetto; ma la esperienza

del passato poteva animar la speranza, che avrebbero acquistato in

seguito l'abitudine dell'industria e dell'obbedienza; che si sarebbero

inciviliti i loro costumi mercè del tempo, dell'educazione e della forza

del Cristianesimo; e che la loro posterità si sarebbe appoco appoco fusa

nel gran Corpo del popolo Romano[436].

Non ostanti questi speciosi argomenti e queste grate speranze, ogni

occhio illuminato chiaramente vedeva, che i Goti sarebbero lungamente

restati nemici, e ben presto sarebber divenuti conquistatori del Romano

Impero. Il rozzo ed insolente loro contegno esprimeva il disprezzo, che

avevano dei cittadini e dei provinciali, che impunemente

insultavano[437]. Teodosio fu debitore del buon successo delle sue armi

allo zelo ed al valore dei Barbari, ma era precaria la loro assistenza;

e qualche volta furono indotti da una ribelle ed incostante disposizione

ad abbandonare i suoi stendardi, nel momento in cui v'era maggior

bisogno del loro servigio. Nella guerra civile contro Massimo, un gran

numero di disertori Goti si ritirò nelle paludose terre della Macedonia;

saccheggiarono le addiacenti Province, ed obbligarono l'intrepido

Monarca ad esporre la propria persona, e ad esercitar la sua forza per

sopprimere la nascente fiamma della ribellione[438]. Le pubbliche

apprensioni venivano confermate dal forte sospetto, che quei tumulti non

fossero l'effetto d'un accidentale trasporto, ma il risultato di un

profondo e premeditato disegno. Si credeva generalmente, che i Goti

avessero sottoscritto il trattato di pace con un'ostile ed insidiosa

intenzione; e che i loro Capi si fossero precedentemente legati fra loro

con un solenne e segreto giuramento di non mantener mai la fede ai

Romani, di mostrar la più bella apparenza di fedeltà e d'amicizia, e di

spiare il momento favorevole alla rapina, alla conquista ed alla

vendetta. Ma siccome gli animi dei Barbari non erano affatto insensibili

alla forza della gratitudine, molti condottieri Gotici sinceramente

attaccaronsi al servizio dell'Impero, o almeno dell'Imperatore; il corpo

della nazione fu appoco appoco diviso in due contrari partiti, e gran

sottigliezza impiegossi nella conversazione e nella disputa in

paragonare fra loro le obbligazioni del primo e del secondo dei loro

vincoli. I Goti, che si riguardavano come amici della pace, della

giustizia e di Roma, eran diretti dall'autorità di Fravitta, valoroso ed

onorato giovane, spettabile sopra gli altri suoi nazionali per la

gentilezza dei costumi, pei generosi sentimenti, e per le dolci virtù

della vita sociale. Ma la fazione più numerosa aderiva al fiero ed

infedele Priulfo, che infiammava le passioni, e sosteneva l'indipendenza

dei suoi guerrieri seguaci. In una delle feste solenni, essendo i Capi

di ambe le parti stati invitati alla mensa Imperiale, furono riscaldati

appoco appoco dal vino a tal segno, che dimenticarono i consueti

riguardi di discrezione e di rispetto, e scuoprirono alla presenza di

Teodosio il fatal segreto delle domestiche loro dispute. L'Imperatore,

ch'era stato contro sua voglia testimone di tale straordinaria

controversia, dissimulò i timori e lo sdegno, e tosto licenziò la

tumultuosa assemblea. Fravitta, agitato ed inasprito dall'insolenza del

suo rivale, la cui partenza dal palazzo avrebbe potuto essere il segno

d'una guerra civile, arditamente lo seguitò, e sfoderata la spada, stese

morto Priulfo ai suoi piedi. I loro compagni corsero alle armi; ed il

fedel campione di Roma sarebbe restato oppresso dal maggior numero, se

non fosse stato difeso dall'opportuna interposizione delle guardie

Imperiali[439]. Tali erano le scene del furore dei Barbari, che

disonoravano il palazzo e la mensa dell'Imperatore di Roma; e poichè

gl'impazienti Goti non potevano esser tenuti a freno, che dal fermo e

moderato carattere di Teodosio, pareva che la pubblica salute dipendesse

dalla vita e dall'abilità di un solo uomo[440].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05 · 第 19 / 35 题