_Costumi dei popoli pastori. Progresso degli Unni dalla China in
Europa. Fuga dei Goti. Passano il Danubio. Guerra Gotica.
Disfatta e morte di Valente. Graziano investe Teodosio
dell'Impero Orientale: suo carattere e fine. Pace e stabilimento
dei Goti._
[A. 365]
Nel secondo anno del regno di Valentiniano e di Valente, la mattina del
dì ventuno di Luglio, la maggior parte del Mondo Romano fu scossa da un
violento e rovinoso terremoto. Se ne comunicò l'impressione anche alle
acque; i lidi del Mediterraneo restarono in secco per la subitanea
ritirata del mare; con le mani si prendevano i pesci in gran copia; dei
grossi vascelli restaron piantati nel fango; ed un curioso
spettatore[305] divertiva gli occhi o piuttosto la fantasia contemplando
il vario aspetto di valli e di monti, che dopo la formazione del globo
non erano mai stati esposti alla vista del Sole. Ma presto ritornaron le
acque con un immenso ed irresistibil diluvio, che fece grandissimo danno
sulle coste della Sicilia, della Dalmazia, della Grecia e dell'Egitto;
alcune grosse barche furon trasportate sui tetti delle case o alla
distanza di due miglia dal lido; i flutti trascinaron via il popolo con
le sue abitazioni; e la città d'Alessandria faceva ogni anno la
commemorazione di quella fatal giornata, in cui eran perite
nell'inondazione cinquantamila anime. Questa calamità, il racconto della
quale da una provincia all'altra s'andava magnificando, sorprese e
spaventò i sudditi di Roma; e l'atterrita loro immaginazione amplificò
la grandezza reale di quel momentaneo flagello. Rifletterono essi ai
precedenti terremoti che avevan rovinato le città della Palestina e
della Bitinia; risguardarono tali fieri colpi come puri preludi di più
terribili calamità; e la timida lor vanità era inclinata a confondere i
sintomi di un Impero decadente con quelli della rovina del Mondo[306].
Era uso di quei tempi l'attribuire qualunque notabile avvenimento al
volere speciale della Divinità; le alterazioni della natura dovevano
essere connesse, mediante un'invisibil catena, con le opinioni
metafisiche e morali della mente umana; ed i più sagaci divinatori
sapean distinguere, secondo il colore dei respettivi lor pregiudizi, che
lo stabilimento della eresia tendeva a produrre un terremoto, o che un
diluvio era l'inevitabile conseguenza del progresso della colpa e
dell'errore. Senza pretendere di esaminar la verità e la convenienza di
queste alte speculazioni, l'Istorico può contentarsi d'una riflessione,
che sembra giustificata dall'esperienza, vale a dire che l'uomo ha molto
più da temere dalle passioni delle creature della sua specie, che dalle
convulsioni degli elementi[307]. I dannosi effetti d'un terremoto, di un
diluvio, d'un oragano, o dell'eruzion di un Vulcano hanno una
proporzione ben piccola con le ordinarie calamità della guerra; per
quanto siano adesso moderate dalla prudenza o dall'umanità dei Principi
dell'Europa, che divertono se stessi, ed esercitano il coraggio dei loro
sudditi, nella pratica dell'arte militare. Ma le leggi ed i costumi
delle nazioni moderne almeno proteggono la sicurezza e la libertà del
vinto soldato; ed il pacifico cittadino rare volte ha motivo di dolersi,
che la sua vita o i suoi beni siano esposti al furor della guerra.
Nell'infelice periodo della caduta del Romano Impero, di cui può
giustamente porsi l'epoca nel regno di Valente, era personalmente
attaccata la felicità e sicurezza d'ogni individuo; e le arti e le
fatiche di più secoli furono crudelmente sfigurate dai Barbari della
Scizia e della Germania. L'invasione degli Unni fece precipitare sulle
province Occidentali la nazione Gotica, che s'avanzò in meno di quaranta
anni dal Danubio al mare Atlantico, e col buon successo delle sue armi
aprì la strada alle aggressioni di tante altre ostili tribù, più
selvagge di essa. L'original principio di tali moti era nascosto nelle
remote regioni del Norte; ed una curiosa investigazione della vita
pastorale degli Sciti[308], o dei Tartari[309] illustrerà l'occulta
causa di quelle rovinose emigrazioni.
I differenti caratteri, che distinguono le nazioni civili del globo, si
possono attribuire all'uso e all'abuso della ragione, che modifica sì
variamente, e con tant'arte compone i costumi e le opinioni d'un Europeo
o d'un Chinese. Ma l'azione dell'istinto è più sicura e più semplice che
quella della ragione; è molto più facile il determinar gli appetiti d'un
quadrupede, che le speculazioni d'un filosofo; e le selvagge tribù del
genere umano quanto più si accostano alla condizione degli animali,
tanto più forti conservano la somiglianza l'una coll'altra. L'uniforme
stabilità dei loro costumi è la natural conseguenza dell'imperfezione
della loro facoltà. Ridotti ad una simile situazione, i bisogni, i
desiderj, i piaceri loro continuano sempre gli stessi; e l'influenza del
cibo o del clima, che in un più perfetto stato della società vien
sospesa o anche tolta da tante cause morali, potentissimamente
contribuisce a formare e a mantenere il carattere nazionale dei Barbari.
In ogni tempo le immense pianure della Scizia o della Tartaria sono
state abitate da vaganti tribù di cacciatori e di pastori, l'indolenza
dei quali ricusa di coltivare la terra, e l'inquieto loro spirito sdegna
il riposo di una vita sedentaria. In ogni tempo gli Sciti ed i Tartari
sono stati famosi pel loro invincibile coraggio, e per le rapide
conquiste che hanno fatto. I troni dell'Asia furono più volte rovesciati
dai pastori del Norte, e le loro armi hanno sparso il terrore e la
devastazione sulle più fertili e guerriere contrade dell'Europa[310]. In
quest'occasione ugualmente che in molte altre il sobrio storico viene a
forza riscosso da una grata visione; e con qualche ripugnanza è
costretto a confermare, che i costumi pastorali, che si sono adornati
coi più belli attributi della pace e dell'innocenza, sono molto più atti
alle fiere e crudeli abitudini di una vita militare. Per illustrare
quest'osservazione, io prenderò adesso a considerare una nazione di
pastori e di guerrieri nei tre importanti articoli 1. del cibo, 2.
dell'abito e 3. degli esercizi loro. I racconti dell'antichità vengono
confermati dall'esperienza dei moderni tempi[311]; e le rive del
Boristene, del Volga o del Selinga ci presenteranno ugualmente l'istesso
uniforme spettacolo di simili nativi costumi[312].
I. Il grano od anche il riso, che forma l'ordinario e sano cibo dei
popoli culti non si può ottenere che mediante il paziente travaglio
dell'agricoltore. Alcuni fortunati selvaggi, che abitano fra i Tropici,
sono abbondantemente nutriti dalla liberalità della natura; ma nei climi
Settentrionali una nazione di pastori è ridotta ai soli suoi greggi ed
armenti. Gli abili professori dell'arte medica determineranno (seppure
sono in grado di farlo) quanta influenza può aver l'uso del cibo animale
o vegetabile sull'indole dello spirito umano, e se l'associazione, che
si fa comunemente, di carnivoro e di crudele, meriti d'esser considerata
in altro aspetto, che in quello di un innocente e forse salutar
pregiudizio d'umanità[313]. Pure se è vero che la vista e la pratica
d'una famigliar crudeltà indebolisca, senz'accorgersene, i sentimenti di
compassione, possiamo osservare, che gli orridi oggetti, mascherati
dalle arti del raffinamento Europeo, si presentano nella tenda di un
pastore Tartaro nella nuda loro e più disgustosa semplicità. Si macella
il bove o la pecora da quell'istessa mano, dalla quale solea ricevere il
quotidiano suo cibo: e le palpitanti membra dell'animale con
piccolissima preparazione si pongono sulla mensa dell'insensibile
uccisore. Nella professione militare, e specialmente nella condotta di
un numeroso esercito l'uso esclusivo del cibo animale sembra che produca
i più sodi vantaggi. Il grano è una merce voluminosa e facile a
guastarsi; ed i gran magazzini, che sono indispensabilmente necessari
per la sussistenza delle nostre truppe, lentamente si debbono
trasportare a forza di uomini e di cavalli. Ma gli armenti ed i greggi,
che accompagnano la marcia dei Tartari, somministrano una sicura e
copiosa quantità di carne e di latte: nella massima parte delle incolte
solitudini è florida e lussureggiante la vegetazione dell'erba; e pochi
sono i luoghi tanto sterili, dove l'indurato bestiame del Norte non
possa trovare una sufficiente pastura. Si moltiplica il vitto, e se ne
prolunga la durata dall'indistinto appetito e dalla sofferente astinenza
dei Tartari. Si cibano essi con indifferenza della carne tanto di quegli
animali che si sono uccisi per la tavola, quanto di quelli che son morti
per malattia. Gustano con particolar piacere la carne di cavallo, che in
ogni tempo ed in ogni paese è stata proscritta dalle incivilite nazioni
dell'Europa e dell'Asia; e questo singolar genio facilita il successo
delle lor militari operazioni. L'attiva cavalleria della Scizia è sempre
seguitata nelle più distanti e rapide loro incursioni da un adeguato
numero di cavalli scossi, che alle occorrenze posson servire o a
raddoppiare la velocità o a soddisfare la fame dei Barbari. Molti sono i
ripieghi del coraggio e della povertà. Quando il foraggio all'intorno
del campo dei Tartari è quasi consumato, essi ammazzano la maggior parte
del loro bestiame, e ne conservan la carne o affumicata o secca al sole.
Nelle subitanee occasioni di precipitose marce, si provvedono d'una
sufficiente quantità di piccoli globi di cacio o piuttosto di cattivo
latte accagliato, che essi sciogliono alle occorrenze nell'acqua; e
questo non sostanzioso cibo sostiene per molti giorni la vita od anche
il coraggio del paziente guerriero. Ma comunemente a tale straordinaria
astinenza, che si approverebbe da uno Stoico, e da un Eremita sarebbe
invidiata, succede la piena soddisfazione del più vorace appetito. I
vini dei climi più dolci sono i più grati presenti o la più stimabil
merce che ai Tartari offerire si possa; e l'unico esempio di loro
industria pare che consista nell'arte d'estrarre dal latte di cavalla un
liquor fermentato, che ha un fortissimo poter d'inebriare. I selvaggi sì
del vecchio che del nuovo Mondo, provano, come gli animali di rapina, le
alternative vicende della carestia e dell'abbondanza; ed il loro stomaco
è assuefatto a sostenere, senza molto incomodo, gli opposti estremi
dell'intemperanza e della fame.
II. Nei tempi di rustica e marziale semplicità si trova sparso nel giro
di un esteso e coltivato paese un popolo di soldati e di agricoltori; e
ben dovè passar qualche tempo avanti che la guerriera gioventù della
Grecia e dell'Italia si potesse unire sotto l'istessa bandiera o per
difendere i propri confini, o per invadere i territori delle vicine
tribù. Il progresso delle manifatture e del commercio insensibilmente
raccoglie una gran moltitudine dentro le mura d'una città; ma questi
cittadini non son più soldati; e le arti, che adornano e perfezionano lo
stato della civil società, corrompono le abitudini della vita militare.
I costumi pastorali degli Sciti par che congiungano i diversi vantaggi
della semplicità e della coltura. Sono costantemente uniti insieme
gl'individui della stessa tribù, ma sono uniti in un campo; ed il
naturale spirito di quest'indomiti pastori, è animato dal vicendevol
aiuto e dall'emulazione. Le case dei Tartari non sono altro che piccole
tende di forma ovale, che offrono una fresca ed asciutta abitazione per
la mista gioventù di ambi i sessi. I palazzi dei ricchi consistono in
capanne di legno di tal grandezza, che si possan comodamente posare
sopra gran carri, e tirare da una serie, forse di venti o di trenta
bovi. Gli armenti ed i greggi dopo aver pasciuto tutto il giorno nelle
adiacenti pasture, si ritirano all'avvicinarsi della notte sotto la
protezione del campo. La necessità d'impedire la più dannosa confusione
di tal perpetua mescolanza di uomini e di animali, deve a grado a grado
introdurre nella disposizione, nell'ordine e nella guardia
dell'accampamento, i principj dell'arte militare. Quando è consumato il
foraggio d'un dato distretto, la tribù o piuttosto l'armata dei pastori
muove regolarmente in cerca di altri pascoli; e così acquista
nell'ordinarie occupazioni della vita pastorale la cognizione pratica
d'una delle più importanti e difficili operazioni di guerra. La scelta
dei posti si regola secondo la differenza delle stagioni; nella state i
Tartari si avanzano verso tramontana, e piantano le loro tende sulle
rive di un fiume o almeno nelle vicinanze di un'acqua corrente. Ma
nell'inverno tornano al Mezzodì, e mettono il campo dietro a qualche
comoda altura al riparo dai venti, che si rendono più crudi nel passare
che fanno per le bianche e ghiacciate regioni della Siberia. Usi di tal
sorta sono mirabilmente adattati a spargere fra le vagabonde tribù lo
spirito di emigrazione e di conquista. La connessione fra il popolo ed
il suo territorio è sì fragile che si può rompere al più leggiero
accidente. Il campo, non già il suolo, è il paese nativo del vero
Tartaro. Nel recinto del campo si contengon sempre la famiglia, i
compagni, i beni di esso; e nelle marce ancor più distanti è sempre
circondato dagli oggetti più cari, più preziosi, o più famigliari ai
suoi occhi. La sete della preda, il timore o la vendetta delle ingiurie,
la intolleranza della servitù sono in ogni tempo state cause sufficienti
per muovere le tribù della Scizia ad avanzarsi arditamente in qualche
ignoto paese, dove sperar potessero di trovare una più copiosa
sussistenza o un meno formidabil nemico. Le rivoluzioni del Norte hanno
spesso determinato la sorte del Sud; e nel contrasto delle ostili
nazioni il vincitore ed il vinto o hanno espulso, o sono stati
alternativamente scacciati, dai confini della China a quelli della
Germania[314]. Queste grandi emigrazioni, che alle volte si sono
eseguite con una quasi incredibil prestezza, si rendevan più facili
dalla particolar natura del clima. Si sa che il freddo della Tartaria è
molto più crudo di quello che si potrebbe ragionevolmente aspettare in
mezzo ad una zona temperata: si attribuisce tale straordinario rigore
all'altezza delle pianure, che si alzano, specialmente a levante, più di
mezzo miglio sopra il livello del mare, ed alla quantità di salnitro, di
cui è profondamente impregnato il terreno[315]. Nell'inverno, i larghi e
rapidi fiumi, che scaricano le loro acque nell'Eussino, nel mar Caspio e
nel Glaciale, sono fortemente agghiacciati; i campi son coperti da un
letto di neve; e le fuggitive o vittoriose tribù posson traversare
sicuramente colle loro famiglie, coi loro carriaggi e bestiami la
sdrucciolevole e dura superficie d'un'immensa pianura.
III. La vita pastorale, paragonata coi travagli dell'agricoltura e delle
manifatture, è senza dubbio una vita d'oziosità, e siccome i pastori più
considerabili della stirpe dei Tartari lasciano agli schiavi la cura
domestica del bestiame, la loro quiete rare volte viene disturbata da
alcuna servile o continua sollecitudine. Ma quest'ozio, invece di esser
consacrato ai molli piaceri dell'amore e dell'armonia, utilmente si
spende nei violenti e sanguinosi esercizi della caccia. Le pianure della
Tartaria sono piene di forti e vantaggiose razze di cavalli, che si usan
comodamente sì nelle operazioni della guerra che nel cacciare. Gli Sciti
sono stati sempre celebri per l'ardire e destrezza loro nel cavalcare: e
la costante abitudine gli aveva sì stabilmente fissati sui lor cavalli,
che gli stranieri supponevano ch'essi facessero le ordinarie funzioni
della vita civile, che mangiassero, bevessero, e fino dormissero senza
smontar da cavallo. Sono eccellenti nel maneggiar destramente la lancia;
il lungo arco Tartaro è teso da un robusto braccio, ed il pesante dardo
è diretto al suo scopo con infallibile mira ed irresistibile forza.
Questi dardi sono spesse volte scagliati contro gl'innocenti animali del
deserto, che crescono e si moltiplicano nell'assenza del loro più
formidabil nemico, vale a dire contro le lepri, le capre, i capriuoli, i
cervi, gli alci e le gazzelle. Continuamente si esercita il vigore e la
pazienza sì degli uomini che dei cavalli nelle fatiche della caccia; e
l'abbondante copia di selvaggiume contribuisce alla sussistenza ed anche
al lusso d'un campo Tartaro. Ma le imprese dei cacciatori Sciti non si
ristringono alla distruzione solo di timidi o innocenti animali; essi
affrontano con coraggio l'orso irritato, allorchè si rivolta contro i
suoi persecutori; eccitano l'infingardo ardire del cignale, e provocano
il furor della tigre, quando sta dormendo nel folto dei boschi. Dove si
trova pericolo, per loro ivi è gloria; e la maniera di cacciare, che
apre il più bel campo all'esercizio del valore, può risguardarsi a
ragione come l'immagine e la scuola della guerra. Le generali partite di
caccia, che formano l'ambizione e il diletto dei Principi Tartari,
compongono un istruttivo esercizio per la numerosa loro cavalleria.
Descrivesi un cerchio di molte miglia in circonferenza per circondare la
cacciagione d'esteso distretto; e le truppe, che formano il cerchio,
s'avanzano regolarmente verso il comun centro, dove gli animali
prigionieri, circondati da ogni parte, restano abbandonati a' dardi dei
cacciatori. In tal marcia, che spesso continua per più giorni, la
cavalleria dee rampicarsi pei colli, passare a nuoto i fiumi, e girare
attorno alle valli, senza interrompere l'ordine stabilito del proprio
successivo progresso. Acquistano così la pratica di diriger l'occhio ed
i passi ad un oggetto lontano; di conservare le giuste distanze fra
loro; di sospendere o d'affrettare il passo a misura dei movimenti di
quelli che sono a destra e a sinistra; e di conoscere e ripetere i segni
dei lor condottieri. Questi ultimi studiano in tal pratica scuola le più
importanti lezioni dell'arte militare, ed un pronto ed esatto
discernimento del terreno, della distanza e del tempo. Nella vera guerra
non si richiede altra variazione, che quella d'impiegar la stessa
pazienza e valore, la stessa perizia e disciplina contro un nemico
umano; e i divertimenti della caccia servono come di preludio alla
conquista d'un Impero[316].
La società politica degli antichi Germani ha l'apparenza d'una
volontaria confederazione d'indipendenti guerrieri. Le tribù della
Scizia, distinte con la moderna denominazione di _Orde_, prendon la
forma d'una crescente numerosa famiglia, che nel corso di più
generazioni si è propagata dalla medesima origine. Gl'infimi ed i più
ignoranti fra i Tartari conservano con scrupolosa vanità l'inestimabil
tesoro della loro genealogia, e per quante distinzioni di gradi si
possano essere introdotte dalla disugual distribuzione delle pastorali
ricchezze, essi vicendevolmente rispettansi l'uno coll'altro; come
discendenti del primo fondatore della Tribù. L'uso, che sempre sussiste,
di adottare i fedeli e più valorosi lor prigionieri, può confermare il
sospetto molto probabile che quell'estesa consanguineità sia in gran
parte legale e fittizia. Ma tale utile pregiudizio, approvato dal tempo
e dall'opinione, produce gli effetti della verità. Gli altieri Barbari
prestano una pronta e volontaria ubbidienza al Capo del loro sangue; ed
il loro Capo o _Mursa_, come rappresentante il primo lor Padre, esercita
la autorità di giudice in tempo di pace e di condottiere in tempo di
guerra. Nel primitivo stato del Mondo pastorale, ogni _Mursa_ (s'è
permesso di usare il nome moderno) era il Capo indipendente d'una vasta
e separata famiglia; ed i limiti del suo particolar territorio furono
gradatamente stabiliti dalla maggior forza o dal mutuo consenso. Ma
l'azione costante di varie permanenti cause contribuì ad unire le _Orde_
vaganti in comunità nazionali, sotto il comando d'un supremo Capo. I
deboli desideravan soccorso, ed i forti erano ambiziosi di dominio; la
potenza, che è il risultato dell'unione, oppresse e raccolse le forze
divise delle addiacenti tribù; e siccome i vinti furon liberamente
ammessi a partecipare i vantaggi della vittoria, i più valorosi Capi
s'affrettarono a costituire se stessi ed i lor seguaci sotto il
formidabile stendardo d'una nazione confederata. Il più fortunato fra i
Principi Tartari assunse il militar comando, al quale aveva diritto per
la superiorità del merito o del potere. Egli fu innalzato al trono dalle
acclamazioni de' suoi uguali; ed il titolo di Kan esprime, nel
linguaggio dell'Asia Settentrionale, la piena estensione della reale
dignità. Fu per lungo tempo ristretto il diritto dell'ereditaria
successione al sangue del fondator della Monarchia, e fino al presente
tutti i Kan, che regnano, dalla Crimea fino alla muraglia della China,
sono i successivi discendenti del famoso Gengis[317]. Ma siccome è
indispensabil dovere d'un Sovrano Tartaro quello di condurre i guerrieri
suoi sudditi in campo, spesse volte son trascurati fra loro i diritti
d'un fanciullo; ed a qualche regio congiunto, riguardevole per l'età e
pel coraggio, s'affida la spada e lo scettro del suo predecessore. Si
levano sulle tribù due tasse regolari e distinte, per sostenere la
dignità sì del nazionale comune Monarca, che del loro Capo speciale; e
ciascheduna di queste contribuzioni ascende alla decima parte dei beni e
delle prede loro. Un Sovrano Tartaro gode la decima parte della
ricchezza del suo popolo; e siccome s'accrescono in una molto maggior
proporzione le sue domestiche facoltà di greggi e di armenti, egli è in
istato di copiosamente mantenere il rustico splendore della sua Corte,
di premiare i più meritevoli o più favoriti fra i suoi seguaci, e
d'ottenere dal dolce influsso della corruzione l'ubbidienza, che
potrebbe alle volte negarsi ai rigorosi comandi dell'autorità. I costumi
dei propri sudditi, assuefatti, com'esso, al sangue ed alla rapina,
possono scusare ai loro occhi certi particolari atti di tirannide, che
ecciterebber l'orrore d'un popolo incivilito; ma nei deserti della
Scizia non si è mai riconosciuto il potere dispotico. L'immediata
giurisdizione del Kan è ristretta dentro i confini della propria tribù;
e si è moderato l'esercizio della sua reale prerogativa dall'antico
istituto di un concilio nazionale. Tenevasi regolarmente il
_Coroultai_[318], o la dieta dei Tartari nella primavera o nell'autunno,
in mezzo ad una pianura, dove potevano intervenire, secondo i lor gradi,
a cavallo i Principi della Famiglia regnante ed i Mursi delle respettive
tribù, col marziale e numeroso loro treno, e l'ambizioso Monarca potea
consultare le inclinazioni d'un armato popolo, di cui osservava la
forza. Nella costituzione delle nazioni Tartare o Scite si possono
scuoprire i principj d'un governo feudale; ma il perpetuo contrasto di
quelle nemiche tribù è andato alle volte a finire nello stabilimento
d'un potente dispotico Impero. Il vincitore, arricchito dal tributo, e
fortificato dalle armi de' Re dipendenti, ha esteso le sue conquiste
sull'Europa e sull'Asia: i felici pastori del Norte si son sottoposti a'
vincoli delle arti, delle leggi e delle città; e l'introduzione del
lusso, dopo aver distrutto la libertà del popolo, ha rovesciato i
fondamenti del Trono[319].
Nelle frequenti e remote emigrazioni degl'ignoranti Barbari non si può
lungamente conservar la memoria de' passati eventi. I moderni Tartari
non sanno le conquiste de' loro antichi[320]; e la notizia, che noi
abbiamo dell'istoria degli Sciti, proviene dal loro commercio co' Greci,
co' Persiani e co' Chinesi, culte e civili nazioni del Mezzodì. I Greci,
che navigavano per l'Eussino, e fondavano colonie lungo le coste
marittime, fecero appoco appoco un'imperfetta scoperta della Scizia,
scorrendo dal Danubio e da' confini della Tracia fino all'agghiacciata
Meotide, sede d'un perpetuo inverno, ed al Monte Caucaso, che nel
linguaggio poetico si rappresentava come l'ultimo limite della terra.
Celebravano essi con semplice credulità le virtù della vita
pastorale[321], ed avevano un timore più ragionevole della forza e del
numero de' bellicosi Barbari[322], che con disprezzo burlavansi
dell'immenso armamento di Dario, figlio d'Idaspe[323]. I Monarchi
Persiani avevano esteso le lor occidentali conquiste fino alle rive del
Danubio ed a' confini della Scizia Europea. Le Province Orientali del
loro Impero erano esposte agli Sciti dell'Asia, selvaggi abitanti delle
pianure al di là dell'Osso e del Giassurte, due ampi fiumi, che dirigono
il corso verso il mar Caspio. La lunga e memorabil contesa d'Iran e
Turan è sempre un argomento d'istorie o di romanzi; il celebre e forse
favoloso valore de' Persiani Eroi, Rustano ed Asfendiar, si segnalò
nella difesa della patria contro gli Afrasiabi del Settentrione[324]; e
l'invincibil coraggio de' medesimi Barbari sul suolo stesso resistè alle
vittoriose armi di Ciro e d'Alessandro[325]. Agli occhi de' Greci e de'
Persiani, la vera geografia della Scizia era terminata a Levante dal
Monte Imao o Caf; ed il distante prospetto delle ultime ed inaccessibili
parti dell'Asia era coperto dall'ignoranza, o renduto ambiguo dalla
finzione. Ma queste inaccessibili regioni sono l'antica sede d'una
potente e culta nazione[326], la cui esistenza rimonta per mezzo di una
probabile tradizione a più di quaranta secoli[327]; e ch'è in grado di
verificare una serie di quasi due mill'anni, mediante la perpetua
testimonianza di esatti storici contemporanei[328]. Gli annali[329]
della China illustrano lo stato e le rivoluzioni delle Tribù pastorali,
che si posson sempre distinguere coll'indeterminato nome di Sciti o di
Tartari, vassalli, nemici ed alle volte conquistatori d'un grand'Impero,
la politica del quale si è costantemente opposta al cieco ed impetuoso
valore de' Barbari Settentrionali. Dall'imbocccatura del Danubio fino al
mar del Giappone, tutta la lunghezza della Scizia è di circa cento dieci
gradi, che in quel paralello, corrispondono a più di cinquemila miglia.
Non si può così facilmente o con tanta esattezza misurar la latitudine
di quei vasti deserti; ma dal quarantesimo grado, che tocca la muraglia
della China, possiamo sicuramente avanzarci verso il Norte più di mille
miglia, fintantochè non siamo arrestati dall'eccessivo freddo della
Siberia. In quell'orrido clima, in vece della vivace pittura d'un campo
Tartaro, il fumo ch'esce fuori dalla terra o piuttosto dalla neve,
scuopre le sotterranee abitazioni de' Tongusi e de' Samojedi; alla
mancanza de' cavalli e de' bovi viene imperfettamente supplito dall'uso
de' rangiferi e di grossi cani; ed i conquistatori della terra vanno
insensibilmente degenerando in una razza di deformi e piccoli selvaggi,
che tremano al suon delle armi[330].
Gli Unni, che nel regno di Valente minacciarono l'Impero di Roma, in un
tempo molto anteriore si erano renduti formidabili a quel della
China[331]. La loro antica e forse original sede era un esteso,
quantunque arido e nudo tratto di paese al Norte, immediatamente dopo la
gran muraglia. Il luogo di essi è presentemente occupato da quarantanove
Orde o compagnie de' _Mongussi_, nazione pastorale composta di circa
dugentomila famiglie[332]. Ma il valore degli Unni estese gli angusti
limiti de' loro Stati, ed i rozzi lor Capi, che presero il nome di
_Tangiù_, appoco appoco divennero conquistatori o Sovrani di un
formidabile Impero. A Levante le vittoriose loro armi non furono
arrestate che dall'Oceano; e le rare tribù, che si trovavano sparse fra
l'Amur e l'ultima penisola di Corea, si unirono con ripugnanza alle
bandiere degli Unni. A Ponente, vicino all'origine dell'Irtis e nelle
valli dell'Imao, trovarono uno spazio più ampio, e più numerosi nemici.
Uno de' Luogotenenti del _Tangiù_, soggiogò in una sola spedizione
ventisei popoli; gl'Iguri[333] distinti sopra la stirpe Tartara per
l'uso delle lettere, furono nel numero de' suoi vassalli; e per una
strana connessione delle cose umane la fuga di una di quelle vagabonde
tribù richiamò i vittoriosi Parti dall'invasione della Siria[334]. Al
Settentrione fu assegnato per limite alla potenza degli Unni l'Oceano.
Senza nemici, che resister potessero ai lor progressi, o senza
testimoni, che contraddicessero la lor vanità, poterono sicuramente
condurre a fine una reale o immaginaria conquista delle gelate regioni
della Siberia. Il _mar Settentrionale_ era fissato per ultimo termine
del loro Impero. Ma il nome di quel mare, sui lidi del quale il
patriotta Sovou abbracciò la vita di pastore e d'esule[335], con
probabilità molto maggiore può trasferirsi al Baikal, capace ricettacolo
di acque di più di trecento miglia in lunghezza, che sdegna il modesto
nome di _Lago_[336], e che presentemente comunica co' mari del Nord
mediante il lungo corso dell'Angara, del Tonguska e del Genissì. La
sommissione di tante remote nazioni potea lusingare l'orgoglio del
_Tangiù_; ma non poteva esser premiato il valore degli Unni, che
coll'acquisto del ricco e lussurioso Impero del Mezzogiorno. Nel terzo
secolo avanti l'Era Cristiana, fu costrutta una muraglia lunga
millecinquecento miglia per difendere le frontiere della China contro le
incursioni degli Unni[337]; ma tale stupendo lavoro, che tiene un luogo
cospicuo nella carta del Mondo, non ha mai contribuito alla sicurezza di
un popolo non guerriero. La cavalleria del Tangiù era spesse volte
composta di dugento o trecentomila uomini, formidabili per
l'incomparabil destrezza, con cui maneggiavano gli archi e i cavalli;
per l'indurata lor pazienza nel sopportar l'intemperie dell'aria, e per
l'incredibil velocità della lor marcia, che rare volte veniva sospesa da
torrenti o precipizj, dai fiumi più profondi, o dalle più alte montagne.
Si sparsero essi ad un tratto sulla superficie del paese; ed il rapido
loro impeto sorprese, rendè inattiva, e sconcertò l'elaborata e grave
tattica d'un armata Chinese. L'Imperator Kaoti[338], soldato di fortuna,
innalzato dal personale suo merito al trono, mosse contro gli Unni con
quelle truppe veterane, che avean militato nelle guerre civili della
China. Ma egli fu tosto circondato dai Barbari, e dopo un assedio di
sette giorni, il Monarca, senza speranza di alcun soccorso, fu ridotto a
comprarsi lo scampo con un'ignominiosa capitolazione. I successori di
Kaoti, le vite dei quali eran dedite alle arti della pace o al lusso
della Reggia, furono sottoposti ad una più durevol vergogna. Con troppa
fretta confessarono essi l'insufficienza delle fortificazioni e delle
armi loro. Troppo facilmente si convinsero, che mentre gli incendi
annunziavano da ogni parte l'approssimarsi degli Unni, le truppe
Chinesi, che dormivano coll'elmo in capo, e con la corazza indosso,
venivano distrutte dalla continua fatica d'inutili marce[339]. Fu
stipulato un regolar pagamento di danaro e di seta per prezzo di una
breve e precaria pace; e si usò dagl'Imperatori della China, ugualmente
che da quei di Roma, il meschino espediente di mascherare un real
tributo sotto nome di donativo o di sussidio. Vi restava però un'altra
specie di tributo più vergognosa, che violava i sacri sentimenti
dell'umanità e della natura. Le fatiche della vita selvaggia, che
nell'infanzia distruggono i figli di costituzione meno sana e robusta,
formano una notabile sproporzione nel numero dei due sessi. I Tartari
sono d'ingrata ed anche deforme figura, e risguardando essi le loro
donne come istrumenti delle domestiche fatiche, i desiderj o piuttosto
gli appetiti loro si dirigono al godimento di più eleganti bellezze. Una
scelta truppa delle più belle fanciulle della China fu annualmente
destinata ai rozzi abbracciamenti degli Unni[340]; e si assicurò
l'alleanza dei superbi Tangiu per mezzo del lor matrimonio con le figlie
o naturali o adottive della famiglia Imperiale, che invano tentavano di
fuggire quella sacrilega unione. È descritta la situazione di queste
infelici vittime nei versi d'una Principessa Chinese, che si lagna
d'essere stata condannata dai suoi parenti ad un lontano esilio sotto un
Barbaro marito; si duole che l'unica sua bevanda era latte inacidito,
carne cruda il solo suo cibo, e che una tenda era il suo palazzo; ed
esprime con un accento di patetica semplicità il natural desiderio di
trasformarsi in uccello per volarsene alla cara sua patria, oggetto
delle sue tenere e perpetue brame[341].
[A. A. C. 146-87]
Due volte si è fatta la conquista della China dalle tribù pastorali del
Nord; le forze degli Unni non erano inferiori a quelle dei Mogolli o dei
Mantsciù; e la loro ambizione poteva nutrir le più ardenti speranze di
buon successo. Ma ne restò umiliato l'orgoglio, ed arrestato il
progresso, dalle armi e dalla politica di Vouti[342], quinto
Imperatore della potente dinastia di Ilan. Nel lungo suo regno di
cinquantaquattr'anni, i Barbari delle Province meridionali si
sottoposero alle leggi ed ai costumi della China, e furono estesi gli
antichi limiti della Monarchia, dal gran fiume di Kiang fino al porto di
Canton. Invece di ristringersi alle timide operazioni d'una guerra
difensiva, i suoi Luogotenenti penetrarono per più centinaia di miglia
nel paese degli Unni. In quegl'immensi deserti, dov'è impossibile formar
magazzini, e difficile trasportare una sufficiente quantità di
provvisioni, le armate di Vouti furono esposte più volte ad
intollerabili travagli; e di centoquarantamila soldati, che marciarono
contro i Barbari, soli trentamila tornarono salvi ai piedi del loro
Sovrano. Queste perdite però vennero compensate da una splendida e
decisiva fortuna. I Generali Chinesi trasser vantaggio dalla superiorità
che avevano per la natura delle loro armi, pei loro carri da guerra e
per l'aiuto dei Tartari loro alleati. Fu sorpreso il campo del Tangiù in
mezzo all'intemperanza ed al sonno: e quantunque il Monarca degli Unni
si facesse bravamente strada per le file nemiche, lasciò sopra mille
cinquecento dei suoi soldati sul campo. Ciò nonostante, questa segnalata
vittoria, che fu preceduta e seguitata da molti sanguinosi
combattimenti, assai meno contribuì alla distruzione della potenza degli
Unni, che l'efficace politica, usata per distaccare dalla loro
ubbidienza le tributarie nazioni. Intimorite dalle armi, o allettate
dalle promesse di Vouti e dei suoi successori, le più considerabili
tribù, sì Orientali che Occidentali, scossero il giogo del Tangiù.
Mentre alcune di esse si professarono alleate o suddite dell'Impero,
divennero tutte implacabili nemiche degli Unni; ed il numero di
quell'altiero popolo, ridotto che fu alle naturali sue forze, si potea
forse contenere nelle mura di una delle grandi e popolate città della
China[343]. La diserzione dei propri sudditi, e l'incertezza d'una
guerra civile finalmente costrinsero il Tangiù stesso a rinunziare alla
dignità d'indipendente Sovrano ed alla libertà regolare di una guerriera
e coraggiosa nazione. Fu egli ricevuto a Sigan, capitale della
Monarchia, dalle truppe, dai Mandarini e dall'Imperatore medesimo con
tutti gli onori, che adornar potevano, e mascherare il trionfo della
vanità Chinese[344]. Fu preparato un palazzo magnifico per riceverlo;
gli fu assegnato il posto sopra tutti i Principi della Famiglia Reale; e
fu tratta all'estremo la pazienza d'un Barbaro Re dalle cerimonie di un
banchetto composto di otto portate di vivande e di nove solenni cantate
di musica. Ma egli pagò inginocchioni il debito di un rispettoso omaggio
all'Imperatore della China; pronunziò in nome di se stesso e de' suoi
successori un perpetuo giuramento di fedeltà, e volentieri accettò un
sigillo, che gli fu dato come emblema della sua real dipendenza. Dopo
quest'umiliante sommissione i Tangiù alle volte mancaron di fede, e
profittarono dei favorevoli momenti della guerra e della rapina; ma la
monarchia degli Unni appoco appoco decadde, finattanto che dalla
discordia civile restò divisa in due separati regni, fra loro nemici.
Uno dei Principi della nazione fu spinto dall'ambizione o dal timore a
ritirarsi verso il Mezzodì con otto Orde, che comprendevano fra quaranta
e cinquantamila famiglie. Egli ottenne insieme col titolo di Tangiù un
sufficiente territorio sul confine delle Province Chinesi; e fu
assicurato il costante suo attaccamento al servizio dell'Impero dalla
debolezza e dal desiderio di vendicarsi. Dopo questa fatal divisione gli
Unni del Nord continuarono a languire intorno a cinquant'anni,
finattanto che da ogni parte restarono oppressi dai loro esterni ed
interni nemici. La superba Inscrizione[345] d'una colonna, eretta sopra
un'alta montagna, annunzia alla posterità che un esercito Chinese avea
marciato settecento miglia nell'interno del paese degli Unni. I
Sienpi[346], tribù di Tartari orientali, si vendicarono delle ingiurie
che anticamente avevano ricevute; e la potenza dei Tangiù, dopo un regno
di mille trecento anni, fu totalmente distrutta, avanti il fine del
primo secolo dell'Era Cristiana[347].
[A. 93-100]
Fu variata la sorte dei soggiogati Unni dalla varia influenza del
carattere e della situazione[348]. Più di centomila persone, le più
povere invero e le più imbecilli della nazione, si contentarono di
restare nel loro nativo paese, di rinunziare al nome e all'origine loro
particolare, e d'essere incorporate al vittorioso popolo dei Sienpi.
Cinquant'otto Orde, che sono circa dugentomila uomini, ambiziosi d'una
più onorevole servitù, si ritirarono verso il Sud; imploraron la
protezione degli Imperatori della China; e fu loro permesso d'abitare e
di guardare le ultime frontiere della Provincia di Chansi ed il
territorio di Ortous. Ma le tribù più guerriere e potenti degli Unni
mantennero, nell'avversa fortuna, l'indomito spirito dei loro antichi.
Il Mondo occidentale era aperto al loro valore e risolverono di
scuoprire e soggiogare, sotto la condotta degli ereditari lor Capitani,
qualche remota regione, tuttavia inaccessibile alle armi dei Sienpi ed
alle leggi della China[349]. Il corso della loro emigrazione presto li
portò oltre le montagne dell'Imao, ed i confini della Geografia Chinese;
ma noi possiamo distinguer fra loro le due gran divisioni di questi
formidabili esuli, che diressero la loro marcia verso l'Osso e verso il
Volga. La prima di tali colonie si stabilì nelle fertili e vaste pianure
della Sogdiana sulla parte orientale del mar Caspio, dove conservarono
il nome di Unni con l'epiteto di Eutaliti, o Neftaliti. Ne furono
mitigati i costumi, ed anche insensibilmente migliorati gli aspetti
dalla dolcezza del clima e dalla lunga dimora che fecero in una florida
provincia[350], che poteva tuttavia ritenere una debole impressione
delle arti della Grecia[351]. Gli Unni _bianchi_, nome che trassero dal
cangiamento delle loro carni, presto abbandonaron la vita pastorale
degli Sciti. Gorgo, che sotto il nome di Carizmo, ha poi goduto un
temporaneo splendore, era la resistenza del Re, che esercitava una
legittima autorità sopra un obbediente popolo. Il loro lusso era
mantenuto dal lavoro dei Sogdiani; e l'unico vestigio dell'antica loro
barbarie era l'uso che obbligava tutti i compagni, alle volte fino al
numero di venti, che avevan partecipato della generosità d'un ricco
Signore, ad esser sepolti vivi nell'istesso sepolcro di lui[352]. La
vicinanza degli Unni alle Province della Persia gli espose a frequenti e
sanguinosi contrasti con la potenza di quella Monarchia. Ma essi
rispettavano in tempo di pace la fede dei trattati, ed in guerra i
dettami dell'umanità; e la loro memorabil vittoria sopra Perose o Firuz
dimostrò la moderazione ugualmente che il valore dei Barbari. Il secondo
corpo degli Unni, che appoco appoco s'avanzarono verso il Nord-ovest, fu
soggetto ai travagli d'un più freddo clima, e di una marcia più
laboriosa. La necessità li costrinse a mutar le sete della China con le
pelli della Siberia; si cancellarono in essi gl'imperfetti principj di
una vita tendente a civiltà; e la natural fierezza degli Unni divenne
maggiore pel commercio con le selvagge tribù, che con qualche ragione
paragonate furono alle bestie feroci del deserto. Il loro spirito
indipendente rigettò ben presto l'ereditaria successione dei Tangiù; ed
essendo ciascheduna Orda governata dai particolari suoi Mursi, la
tumultuaria loro assemblea dirigeva i pubblici passi di tutta la
nazione. Fino al secolo XII il nome di Grande Ungheria[353] provava la
passeggiera loro residenza sulle sponde orientali del Volga.
Nell'inverno discendevano coi loro greggi ed armenti verso la bocca di
quel gran fiume; e le loro estive correrie giungevano fino alla
latitudine di Saratoff, o forse all'unione del Kama. Tali per lo meno
erano i moderni confini dei Calmucchi neri[354], che rimasero per circa
un secolo sotto la protezione della Russia, e che sono di poi ritornati
alle native loro sedi sulle frontiere dell'Impero Chinese. La marcia ed
il ritorno di quei Tartari vagabondi, il campo riunito dei quali è
composto di cinquantamila tende o famiglie, serve a schiarire le
distanti emigrazioni degli antichi Unni[355].
È impossibile riempire quell'oscuro intervallo di tempo, che scorse da
che gli Unni del Volga furono perduti di vista dai Chinesi, fino al
comparire che fecero agli occhi dei Romani. V'è qualche ragione però di
sospettare, che quella medesima forza, che tratti gli aveva dalle native
lor sedi, sempre continuasse a spinger la lor marcia verso le frontiere
dell'Europa. La potenza dei Sienpi, loro implacabili nemici, che
s'estendeva più di tremila miglia da Levante a Ponente[356], doveva
gradatamente opprimerli col peso e col terrore d'una formidabil
vicinanza; e la fuga delle tribù della Scizia doveva tendere
inevitabilmente ad accrescere la forza, o a restringere i territori
degli Unni. I difficili ed oscuri nomi di quelle tribù offenderebber
l'orecchio senza illuminar l'intelletto del lettore; ma io non posso
tacere il sospetto assai naturale, che gli Unni del Nord traessero un
rinforzo considerabile dalla rovina della dinastia del Sud, la quale nel
corso del terzo secolo si sottopose al dominio della China; che i
guerrieri più prodi andassero in cerca dei liberi e fortunati lor
nazionali: e che siccome s'eran divisi per la prosperità, così fossero
facilmente riuniti dai comuni travagli della loro avversa fortuna[357].
Gli Unni co' loro greggi ed armenti, colle loro mogli e figliuoli, coi
loro dipendenti ed alleati si trasferirono all'occidental parte del
Volga, ed arditamente avanzaronsi a invadere il paese degli Alani,
popolo pastorale che occupava o devastava un esteso tratto dei deserti
della Scizia. Le tende degli Alani occupavano le pianure fra il Volga ed
il Tanai, ma il nome e gli usi di essi erano sparsi per l'ampia
estensione dalle loro conquiste, e le dipinte tribù degli Agatirsi e dei
Geloni si confondevano fra' loro vassalli. Verso il Nord penetrarono
nelle agghiacciate regioni della Siberia fra quei selvaggi che
nell'impeto del furore o della fame erano assuefatti a cibarsi di carne
umana; e le loro incursioni meridionali giungevano fino ai confini della
Persia e dell'India. La mescolanza col sangue Sarmatico e Germanico
aveva contribuito a migliorare la figura degli Alani, a schiarirne
l'oscura carnagione, ed a tingere i loro capelli d'un color biondo, che
di rado si trova nella razza dei Tartari. Essi erano meno deformi nelle
persone, e meno brutali nei costumi degli Unni; ma non cedevan punto a
quei formidabili Barbari nel loro marziale indipendente coraggio,
nell'amor della libertà, che rigettava fin l'uso degli schiavi
domestici, e nella passione per le armi, che considerava la guerra e la
rapina come il piacere e la gloria dell'uman genere. Una scimitarra nuda
piantata in terra era l'unico oggetto del religioso lor culto; i crani
dei nemici formavano i sontuosi ornamenti dei loro cavalli; e miravan
con occhio di pietà e di disprezzo i pusillanimi guerrieri, che
pazientemente aspettavano la infermità della vecchiezza o i tormenti
d'una lenta malattia[358]. Sulle rive del Tanai la forza militare degli
Unni affrontossi con quella degli Alani con ugual valore, ma con sorte
diversa. Gli Unni prevalsero nel sanguinoso combattimento; vi restò
ucciso il Re degli Alani; ed i residui della vinta nazione furon
dispersi dall'ordinaria alternativa della fuga o della sommissione[359].
Una colonia di esuli trovò rifugio sicuro nelle montagne del Caucaso fra
il Ponto Eussino e il mar Caspio, dove conservano tuttavia il proprio
nome e la loro indipendenza. Un'altra colonia s'avanzò con coraggio più
intrepido verso i lidi del Baltico, unissi alle settentrionali tribù
della Germania, e partecipò delle spoglie delle Province Romane della
Gallia e della Spagna. Ma la maggior parte della nazione degli Alani
abbracciò le offerte d'una onorevole ed utile unione, e gli Unni, che
stimavano il valore dei loro men fortunati nemici, passarono con un
aumento di numero e di sicurezza ad invadere i confini del Gotico
Impero.
[A. 375]
Il grand'Ermanrico, gli stati del quale s'estendevan dal Baltico
all'Eussino, godeva in una piena maturità di vecchiezza e di riputazione
il frutto delle sue vittorie, allorchè fu agitato dal formidabile
aspetto di un esercito d'ignoti nemici[360], ai quali potevano i suoi
barbari sudditi senza ingiustizia dare il nome di Barbari. Il numero, la
forza, i rapidi movimenti, e l'implacabile crudeltà degli Unni si
provarono, si temettero e si amplificarono dagli attoniti Geti, che
videro i loro campi e villaggi consumati dalle fiamme, ed oppressi da
ogni genere di stragi. A questi reali terrori aggiungevasi la sorpresa e
l'abborrimento, che eccitavano la strillante voce, i rozzi gesti e la
strana deformità degli Unni. Questi selvaggi della Scizia furon
paragonati (e la pittura aveva qualche rassomiglianza) agli animali che
camminano assai sconciamente sopra due gambe; ed alle malfatte figure
(_Termini_), che solevano collocarsi dagli antichi sui ponti. Erano essi
distinti dal resto della specie umana per le larghe spalle, i nasi
schiacciati, ed i piccoli occhi neri profondamente sepolti nel capo; ed
essendo quasi privi di barba, non godevan giammai nè le grazie virili
della gioventù, nè il venerabile aspetto della vecchiezza[361].
S'assegnò loro un'origine favolosa, degna della figura e dei costumi che
avevano, vale a dire che le streghe della Scizia, che per le maligne
loro o mortifere azioni erano state cacciate dalla società, si fosser
congiunte nel deserto con spiriti infernali, e che gli Unni fossero la
prole di quell'esecrabile congiunzione[362]. Questa favola, sì piena
d'orrore e di assurdità, fu facilmente abbracciata dal credulo odio de'
Goti; ma nel tempo che soddisfaceva il loro abborrimento, ne accresceva
il timore; mentre poteva supporsi che la posterità dei demoni e delle
streghe avesse ereditato qualche parte della forza soprannaturale non
meno che dell'indole maligna dei suoi genitori. Contro nemici di questa
sorte Ermanrico preparossi ad esercitare le riunite forze del dominio
Gotico; ma presto conobbe, che le suddite sue tribù, irritate
dall'oppressione, eran più inclinate a secondar che a rispingere
l'invasione degli Unni. Uno dei Capi de' Rossolani[363] aveva già
disertato dallo stendardo d'Ermanrico, ed il crudel Tiranno aveva
condannato la moglie innocente del traditore ad essere fatta in pezzi da
indomiti cavalli. I fratelli di quell'infelice donna presero il
favorevol momento di vendicarsi. Il vecchio Re de' Goti languì qualche
tempo dopo la pericolosa ferita che ricevè da' loro pugnali; ma
ritardossi la condotta della guerra per la sua infermità; ed i pubblici
consigli della nazione furono divisi da uno spirito di gelosia e di
discordia. La morte di esso, che fu attribuita alla sua propria
disperazione, lasciò le redini del governo in mano a Vitimero, il quale
col dubbioso aiuto di alcuni mercenari Sciti, mantenne la disugual
contesa fra le armi degli Unni e degli Alani, finattanto che fu egli
disfatto ed ucciso in una decisiva battaglia. Gli Ostrogoti si
sottomisero al loro destino; e da ora in poi troverassi la regia stirpe
degli Amali fra' sudditi del superbo Attila. Ma la persona del fanciullo
Re Viterico fu salvata dalla diligenza di Alateo e di Safrace, due
guerrieri di sperimentata bravura e fedeltà, che per mezzo di caute
marce condussero gl'indipendenti residui della nazione degli Ostrogoti
verso il Danasto o il Niester, fiume considerabile, che ora separa gli
stati Turchi dall'Impero della Russia. Il prudente Atanarico, più
attento alla propria che alla generale salvezza, aveva stabilito il
campo dei Visigoti sulle rive del Niester, con la ferma risoluzione
d'opporsi ai vittoriosi Barbari, che stimò imprudenza di provocare.
L'ordinaria velocità degli Unni era impedita dal peso del bagaglio e
dall'impaccio degli schiavi; ma la loro perizia militare ingannò, e
quasi distrusse l'armata d'Atanarico. Mentre il Giudice dei Visigoti
difendeva le rive del Niester, fu circondato da un numeroso
distaccamento di cavalleria, che al lume della luna aveva passato a
guado il fiume; e d'uopo gli furono estremi sforzi di coraggio e di
condotta per effettuar la sua ritirata verso la montagna. L'indomito
Generale aveva già formato un nuovo e giudizioso piano di guerra
difensiva; e le forti linee, che si preparava a tirare fra i monti, il
Pruth, ed il Danubio, avrebbero assicurato l'esteso e fertile
territorio, che adesso porta il nome di Valachia dalle rovinose
incursioni degli Unni[364]. Ma le speranze e le misure del Giudice dei
Visigoti furono presto sconcertate dalla tremante impazienza de' suoi
scoraggiati compagni, persuasi dal lor timore che l'interposizione del
Danubio fosse l'unico baluardo, che salvar li potesse dalla rapida
caccia e dall'invincibil valore dei Barbari della Scizia. Sotto il
comando di Fritigerno e d'Alavivo[365], il corpo della nazione s'avanzò
in fretta verso le rive del gran fiume, ed implorò la protezione del
Romano Imperatore dell'Oriente. Atanarico medesimo, sempre ansioso
d'evitare il delitto di spergiuro, si ritirò con una truppa di fedeli
seguaci nella montuosa regione di Caucaland, che sembrava esser guardata
e quasi nascosta dalle impenetrabili foreste della Transilvania[366].
[A. 376]
Dopo che Valente ebbe terminato la guerra Gotica con qualche apparenza
di gloria e di buon successo, passò pe' suoi dominj dell'Asia; e
finalmente fissò la sua residenza nella Capitale della Siria. I cinque
anni[367], che ei consumò in Antiochia, furono impiegati a spiare in una
sicura distanza gli ostili disegni del Monarca Persiano, a frenare le
ruberie dei Saracini e degl'Isauri[368], a confermare con argomenti più
forti di quelli della ragione a dell'eloquenza la fede della teologia
Arriana, ed a quietare i suoi ansiosi sospetti cogl'indistinti supplizi
dell'innocente e del reo. Ma s'eccitò l'attenzione più seria
dell'Imperatore per l'importante notizia, che ei ricevè dagli ufficiali
militari e civili, ai quali affidato avea la difesa del Danubio. Egli fu
informato che il Settentrione agitavasi da una furiosa tempesta; che
l'irruzione degli Unni, incognita e mostruosa razza di selvaggi, avea
rovesciato la potenza de' Goti; e che una supplichevole moltitudine di
quella bellicosa nazione, l'orgoglio di cui era in quel tempo umiliato
all'eccesso, occupava uno spazio di più miglia lungo le rive del fiume.
Con le braccia stese e con patetici lamenti, ad alta voce deploravano le
passate loro disgrazie ed il presente pericolo; confessavano che la
unica loro speranza di salute era posta nella clemenza del Governo
Romano; e con la maggior solennità protestavano, che se la graziosa
liberalità dell'Imperatore avesse loro permesso di coltivare le ampie
terre della Tracia, si sarebbero tenuti obbligati dai più forti vincoli
di dovere e di gratitudine ad obbedire alle leggi, ed a difendere i
confini della Repubblica. Tali assicurazioni confermate furono dagli
Ambasciatori dei Goti, i quali con impazienza aspettavano dalla bocca di
Valente una risposta, che finalmente determinasse la sorte degl'infelici
lor nazionali. L'Imperatore Orientale non era più guidato dalla saviezza
ed autorità del suo fratello maggiore, ch'era morto verso il fine
dell'anno precedente; e siccome la misera situazione de' Goti richiedeva
un'instantanea e perentoria decisione, gli mancò il favorito spediente
degli spiriti deboli e timidi, che riguardano l'uso de' passi dilatorj
ed ambigui, come i più ammirabili sforzi d'una consumata prudenza.
Finattantochè sussisteranno fra gli uomini le medesime passioni ed
interessi, si presenteranno frequentemente, come soggetto di moderne
deliberazioni, le quistioni di guerra e di pace, di giustizia e di
politica, che agitavansi nei consigli della Antichità. Ma a' più
sperimentati Politici dell'Europa non è stato giammai commesso
d'investigare la convenienza o il pericolo di rigettare o d'ammettere
una innumerabile moltitudine di Barbari, che son tratti dalla
disperazione e dalla fame a cercare uno stabilimento negli Stati d'una
incivilita nazione. Allorchè fu riferita ai Ministri di Valente
quest'importante proposizione, sì essenzialmente connessa con la
pubblica sicurezza, essi rimasero perplessi e divisi, ma presto
convennero nel lusinghiero sentimento che pareva più favorevole
all'orgoglio, all'indolenza, ed all'avarizia del loro Sovrano. Gli
schiavi, ch'erano decorati coi titoli di Prefetti e di Generali,
dissimularono o non curarono il timore di questa nazional emigrazione,
tanto diversa dalle particolari ed accidentali colonie, che si erano
ammesse negli ultimi confini dell'Impero. Anzi applaudirono alla buona
fortuna, che avea condotto dalle più distanti regioni del globo una
numerosa ed invincibile armata di stranieri a difendere il trono di
Valente, il quale aggiunger poteva al tesoro Imperiale le immense somme
d'oro somministrate dai Provinciali per compensare l'annua loro dose di
reclute. Si esaudirono le preghiere dei Goti, e dalla Corte Imperiale
s'accettò il loro servigio; e furono immediatamente spediti ordini a'
Governatori civili e militari della diocesi della Tracia onde fare i
preparativi necessari pel passaggio, e per la sussistenza di un gran
popolo, insino a che destinato gli fosse un proprio e sufficiente
territorio per la futura sua residenza. Fu accompagnata però la
liberalità dell'Imperatore da due rigorose e dure condizioni, che la
prudenza giustificar potea dalla parte dei Romani, ma che non altro che
la necessità poteva estorcere dagli sdegnosi Goti. Prima che passassero
il Danubio, si volle che consegnassero le loro armi; e che tolti loro i
figli, si spargessero per le Province dell'Asia, dove potessero ridursi
a civiltà mercè dell'educazione, e servire di ostaggi per assicurare la
felicità dei loro genitori.
Nella sospensione, che produceva un dubbioso e distante trattato,
gl'impazienti Goti fecero qualche temerario tentativo di passare il
Danubio senza la permissione del Governo, del quale implorato avevano la
protezione. Furono diligentemente osservati i loro movimenti dalla
vigilanza delle truppe acquartierate lungo il fiume, ed i loro primi
distaccamenti andarono disfatti con notabile strage; pure tanto eran
timide le deliberazioni del regno di Valente, che i probi Uffiziali, che
avean servito la patria nell'adempimento del loro dovere, furon puniti
con la perdita degli impieghi, e poco mancò che non fossero privati di
vita. Giunse finalmente l'ordine Imperiale per trasportare sopra il
Danubio tutto il corpo della nazione Gotica[369]; ma l'esecuzione di tal
ordine fu laboriosa e difficile. Le acque del Danubio, che in quel luogo
ha più d'un miglio di larghezza[370], erano gonfie per le continue
piogge, ed in quel tumultuario passaggio, molti restaron dispersi ed
annegati dalla rapida violenza della corrente. Fu messa in ordine una
grossa flotta di navi, di barche e di battelli; s'impiegarono più giorni
e più notti nel passare e ripassare con istancabil travaglio; e gli
Uffiziali di Valente usarono la maggior diligenza, affinchè neppure uno
di quei Barbari, che erano destinati a rovesciare i fondamenti di Roma,
rimanesse sull'opposta sponda. Fu creduto espediente di prendere
un'esatta notizia del loro numero; ma le persone, a ciò deputate, ben
presto abbandonarono con maraviglia e sconcerto il proseguimento
d'un'infinita ed ineseguibile impresa[371], ed il principale Istorico di
quel tempo asserisce con la maggior serietà, che i prodigiosi eserciti
di Dario e di Serse, che si erano sì lungamente risguardati come favole
della vana e credula antichità, allora furono giustificati agli occhi
del Mondo dall'evidenza del fatto e dell'esperienza. Un probabile
testimone ha determinato il numero dei soldati Goti a dugentomila
uomini; e se vogliamo aggiungervi una dose proporzionata di donne, di
fanciulli e di schiavi, tutta la massa del popolo, che componeva tal
formidabile emigrazione, dovè montare a quasi un milione di persone di
ambedue i sessi e di ogni età. I figli dei Goti, almeno quelli d'un
grado distinto, furono separati dalla moltitudine. Essi vennero senza
dilazione condotti a remoti luoghi, assegnati per la loro dimora ed
educazione; e quando quel numeroso corpo di ostaggi o di schiavi passava
per le città, il loro gaio e splendido abbigliamento, la robusta e
marzial loro figura, eccitava la sorpresa e l'invidia dei Provinciali.
Ma la stipulazione più offensiva pe' Goti, e più importante pe' Romani,
vergognosamente fu elusa. I Barbari, che risguardavano le loro armi come
insegne di onore e pegni di sicurezza, si disposero ad offerire per esse
un prezzo, che la licenza o l'avarizia dei Ministri Imperiali fu
facilmente tentata di accettare. I superbi guerrieri, ad oggetto di
conservare le armi, acconsentirono con qualche ripugnanza a prostituire
le mogli o le figlie; e le bellezze d'una vaga donzella o d'un piacevol
fanciullo assicurarono la connivenza degl'Inspettori, che alle volte
gettavano un occhio d'avidità sui frangiati tappeti o sulle vesti di
lino dei nuovi loro alleati[372], o che sacrificavano il loro dovere al
vil desiderio d'empire le loro stalle di bestiame e le case di schiavi.
Fu permesso ai Goti d'entrar nelle barche con le armi in mano; e quando
la lor forza fu riunita all'altra parte del fiume, l'immenso esercito,
che si sparse nei piani e nei colli della bassa Mesia prese un ostile e
minaccevole aspetto. Poco dopo comparvero, sulle rive Settentrionali del
Danubio, Alateo e Safrace, tutori del fanciullo loro Sovrano, e
condottieri degli Ostrogoti; ed immediatamente spedirono ambasciatori
alla Corte di Antiochia per sollecitare con le medesime proteste di
alleanza e di gratitudine l'istesso favore, che era stato concesso ai
supplichevoli Visigoti. L'assoluta negativa di Valente sospese il loro
progresso, manifestò il pentimento, i sospetti ed i timori del consiglio
Imperiale.
Una indisciplinata e vagante nazione di Barbari esigeva le più ferme
disposizioni ed il maneggio più destro. Non potea supplirsi al
quotidiano mantenimento di quasi un milione di sudditi straordinari,
senza una costante ed abile diligenza, e questa poteva continuamente
venire interrotta dal caso o dagli sbagli. L'insolenza o lo sdegno dei
Goti, se accorgevansi di essere soggetti di timore o di disprezzo,
poteva spingerli agli estremi più disperati, e sembra, che il destino
dello Stato dipendesse dalla prudenza ed integrità de' Generali di
Valente. In quest'importante crisi tenevano il governo militare della
Tracia Lupicino e Massimo, nelle cui venali menti la più tenue speranza
di privato guadagno prevaleva a qualunque considerazione di pubblico
vantaggio; e la cui reità non era diminuita, che dall'incapacità di
conoscere i perniciosi effetti della temeraria e colpevole loro
amministrazione. Invece d'ubbidire agli ordini del Sovrano, e di
soddisfare con decente liberalità le domande dei Goti, imposero un vile
ed opprimente tributo sulle necessità degli affamati Barbari. Vendevasi
loro ad un prezzo esorbitante il più basso cibo; ed in luogo di sane e
sostanziose provvisioni eran pieni i mercati di carne di cani, e di
animali immondi, che erano morti di malattia. Per fare il considerabile
acquisto d'una libbra di pane, i Goti si privavano del possesso d'un
dispendioso, quantunque utile, schiavo; e volentieri compravasi una
piccola quantità di cibo per dieci libbre d'un prezioso, ma inutil
metallo[373]. Quando esaurite furono le loro facoltà, continuarono tale
necessario commercio con la vendita dei loro figli e delle figlie; e non
ostante l'amor della libertà, che animava ogni petto Gotico, si
sottoposero alla massima umiliante, che era meglio pei loro figliuoli di
esser mantenuti in una condizione servile, che perire in uno stato di
misera e disperata indipendenza. Viene eccitato il risentimento più vivo
dalla tirannia di pretesi benefattori, i quali esigono fieramente il
debito di gratitudine, cui hanno cancellato con le posteriori ingiurie.
Appoco appoco si suscitò nel campo dei Barbari, che inutilmente
adducevano il merito della paziente e rispettosa loro condotta, uno
spirito di malcontentezza, ed altamente si dolsero dell'inumano
trattamento che avean ricevuto dai nuovi alleati. Si vedevano attorno la
dovizia ed abbondanza di una fertil provincia, in mezzo alla quale
soffrivano gl'intollerabili travagli d'un'artificial carestia. Avevano
però nelle mani i mezzi di trovare sollievo ed anche vendetta, giacchè
la rapacità dei loro Tiranni avea rilasciato ad un offeso popolo il
possesso e l'uso delle armi. I clamori d'una moltitudine, che non sa
mascherare i suoi sentimenti, annunziarono i primi sintomi di
resistenza; e posero in agitazione i timidi o colpevoli amici di
Lupicino e di Massimo. Questi artificiosi Ministri, che sostituirono le
astuzie di momentanei espedienti ai savi e salutari consigli di una
estesa politica, tentarono di rimuovere i Goti dalla pericolosa lor
situazione sulle frontiere dell'Impero, e dispergerli per le province
interiori in quartieri di accantonamento separati fra loro. Siccome
sapevano quanto male avevan meritato il rispetto o la confidenza dei
Barbari, diligentemente raccolsero da ogni parte delle forze militari,
che spinger potessero la lenta e ripugnante marcia di un popolo, che
ancora non avea rinunziato al titolo o ai doveri di suddito di Roma. Ma
nel tempo che l'attenzione dei Generali di Valente non applicavasi che
ai malcontenti Visigoti, disarmavano essi imprudentemente le navi ed i
Forti, che formavano la difesa del Danubio. Alateo e Safrace videro il
fatale sbaglio, e ne profittarono, mentre ansiosamente spiavano la
favorevole occasione di sottrarsi all'inseguimento degli Unni. Per mezzo
di quelle navi e barchette, che precipitosamente poteron trovare i
condottieri degli Ostrogoti, trasportarono senza ostacolo il Re e
l'esercito loro, ed arditamente piantarono un ostile e indipendente
campo sul territorio dell'Impero[374].