LETTERA III.

Chi ha del Vangelo la stranissima idea, che esso _apra un infinito

prospetto d'invisibili mondi, e spieghi la misteriosa essenza della

Divinità_, la quale abitando in mezzo ad una luce inaccessibile noi

viatori non possiam vedere che di riflesso ed in enimma, non dee recar

maraviglia se mal conosca e sfiguri i Dommi della nostra SS. Religione

quantunque fondamentali. Tal è il Sig. Gibbon. Primieramente è suo

disegno l'inculcare, che quello, che dai Cristiani si crede del Divin

Verbo, altro non è se non se _un Domma già maravigliosamente annunziato

da Platone_ anzi il _fondamental principio della Teologia di quel

Filosofo_: il quale però _non si stabilì sufficientemente, come una

verità, o trovossi in stato di restar sempre confuso con le filosofiche

visioni dell'Accademia ... finchè il nome, ed i divini attributi del

Logos non furono confermati dalla celeste penna dell'ultimo e del più

sublime fra gli Evangelisti_.

Secondariamente si lusinga nella controversia Arriana di andare

_seguendo il progresso della ragione e della Fede, dell'errore e della

passione in un modo_ da farsi credere uno storico, _il quale tiri

rispettosamente il velo del Santuario_ (p. 90.).

Nella presente lettera farò alcune riflessioni su questi due punti: e

riguardo al λογος, asserisco I. che il Domma Cristiano del

Divin Verbo _non è maravigliosamente annunziato da Platone_, e che

verisimilmente neppure il nome λογος è stato preso da lui[213].

II. Che prima dell'Evangelo di S. Giovanni per _divina rivelazione era

stato scoperto al Mondo il sorprendente segreto, che il_ λογος,

_che era con Dio, fu dal principio, che era Dio ec. Si era incarnato

ec._

Esaminando senza prevenzione le opere di Platone egli è ben difficile,

per non dire impossibile, il persuadersi, che esso distinguesse l'idea,

il λογος dal sommo Dio. Infatti in quel libro, in cui riferisce

ciò che egli aveva appreso da Timeo Locrese, Pitagorico illustre,

fissando che due son le cagioni di tutte le cose, stabilisce, che _di

quelle, le quali si fanno secondo la ragione ella è una mente_ Νὸον

μἐν των κατὰ λογον γιγνομενων, _la quale chiamasi Dio, è cagione

delle cagioni_ θέον τε ὀνομαὶσερ θαι, ἀρχην τε τὦν ἀρχὦν, e

_che questo Dio è un Essere improdotto ed immutabile ed intelligibile

esemplare di quante cose soggiacciono a mutazione_ καὶ τὸ μὲνεὶμεν

αγενατον τε καὶ ἀχινάτον... νοατον τε καὶ παραδεῖγμα τὸν γεννωμένων,

όπὸσα ὲν μετὰβολα ἑντε e per fine questa mente, questa Idea,

questo Dio, questo Esemplare non stassi ozioso ma _tien la ragione

di maschio, e di padre_ ὥ τό μέν ἓιδος λόγος εχει ἆρρενος τε καί

πὰτρος. Fin qui adunque non sembra aver neppur sospettato Platone,

che l'Idea, il Verbo, od il λὸγος si distingua da Dio Sovrano.

Indi prosegue a dire, che prima della disposizione dei Cieli fatta

λὸγω altro non vi era che _Idea, materia_: ma che ο Φὲος δημιῦργος

_Iddio sommo Artefice_: ordinò la seconda, sottoponendola a certe

determinate leggi. Se adunque il Cielo od il Mondo secondo quel

Filosofo è formato λὸγω, e questo λὸγος è l'idea ίδεα, e l'idea,

la quale esso chiama in appresso, _intelligibile essenza... ed

esemplare, che in sè contiene tutti gli animali intellegibili_ τὰν

νοητὰν ουσιὰν… καί τὸ παρὰδειγμα περὶεχον πὰντα τὰ νοατὰξῶα ὲν ὰυτῶ,

e l'Idea, io dico non è punto distinta da Dio; si rende manifesto,

che Platone non fa distinzione alcuna tra il _Logos_, e _Dio_.

Il Dialogo intitolato il Timeo, in cui più diffusamente si espongono i

pensamenti di quel filosofo conferma ciò che abbbiamo veduto finora. E

come non vedere che il _Logos_ non è una persona distinta da Dio, ma o

il _raziocinio di lui_ λυγισμος θεοῦ[214] _o la Idea, la Nozione,

il pensiero di Dio_ ἔξ οὔν λόγου καί διάνοιας θεου ec.[215] è infine

Dio stesso che _avendo pensata_ λογισαμένος, e che per tal _pensiero,

o ragione_ διὰ τόν λογισμον τὸν δὲ[216] formò l'Universo?

Una maggior somiglianza della dottrina Platonica con la Cristiana

apparisce nella lettera, in cui Platone invita Ermia, Erasto, e Corisco

ad unirsi in amicizia _chiamando in testimone Dio regolatore delle cose

tutte esistenti e future, e Padre Signore del Regolatore e Principio_.

καί τὸν τῶν πὰντον θεὸν ἡγέμονα τῶν τε οντῶνκαί τῶν μελλόνκων τε

ἡγέμονός καί αιτίου πατέρα κυρίον νἓπομνύτας. Egli è però

certo, che quel Filosofo per figlio di Dio, non intende altro che il

Mondo, come ei dichiara nell'Epimonide, dicendo: _E quale Dio mai vado

io celebrando? Il Cielo senza fallo._ τινά δη καί σεμνυνῶν ποτὲ λεγῶ

θεον: σχὲδον ούράνον. Sì il Cielo od il Mondo, come si spiega in

più luoghi del Timeo, lì è Figlio di Dio, del quale parla il filosofo

Ateniese, generato dalla prima ed immutabile cagione[217], figlio

Unigenito, immagine di Dio, e Dio perfettissimo, perchè creduto da lui

di una perfettissima somiglianza non colla sola eterna idea del sommo

Fattore, ma col sommo Fattore medesimo. Di qui lo scherzo di Velleio

Epicureo nel chiamare rotondo il Dio di Platone[218]. È poi ciò tanto

vero, che Platone per prevenire l'obbiezione, che poteva farsegli contro

la pretesa perfettissima somiglianza del Mondo con Dio, essendo questo

sempiterno, e quello formato, soggiunge[219] che siccome il _solo

prototipo Dio esiste da tutta l'eternità: così il Mondo è il solo ad

essere stato, ad essere attualmente, e che sarà per tutto il tempo_.

Τό μέν γὰρ δὴ παρα. δειγμα πάντα ἄιωνα εδίν ον. ὸ δ’ αὺδιὰ τέλους τον

απαντα χρονον γεγωνος (ουρα ος) τε και ῶν, καί ἔσομὲνος ἔδι μόνος.

E poichè tuttavolta dopo la produzione del tempo mancava ancor

qualche cosa al Mondo per essere somigliantissimo al suo esemplare Dio;

questi al parer di Platone vi fece altrettante specie di animali, quante

corrispondessero alle sue idee, essendo egli l'_eterno animale_.

Aggiungete, che niuno degli antichi i più versati nelle opere di quel

creduto Dio de' filosofi vi ha ravvisato giammai che il _Logos_ sia

figlio vero di Dio, ed una persona da lui distinta. Non Cicerone, il

quale chiamando la vera legge: _mentem omnia ratione aut cogentis, aut

vetantis Dei_: e dicendola _nata simul cum mente_ _divina_, conchiude

che ella è in sostanza _Ratio recta summa Jovis_[220]. Non Plutarco;

poichè sebbene attribuisca il sistema di tre principi a Platone, cioè

Dio, la materia, e l'Idea che egli chiama _essenza incorporea_; ciò

nonostante non la distingue da Dio, ma la pone esistente nei _concetti e

nell'immaginazione del medesimo Dio_ ὲν νομάσι καὶ φαντάσιαις τοῦ

θεοῦ[221]. Non Celso finalmente, il quale sebben sovente deridesse

i Cristiani come plagiari di Platone, e mille volte li rampognasse della

loro credenza intorno al Figlio di Dio G. C., confessa chiaramente,

accennando senza dubbio Platone, che gli _antichi chiamavano il Mondo

figlio di Dio, perchè esso è prodotto da Dio_: ὰνδρες παλαιοὶ τὸν δὲ

τόν κόσμον ὡς ἑκ θεοῦ γεγομένον, παιδὰ τὲ αὐτοῦ ἤιθεον προσείπον[222].

Ciò presupposto, vi par egli che la fede Cattolica del Divin Verbo

_sia un Domma già maravigliosamente annunziato da Platone, anzi il

fondamental principio della Teologia di quel filosofo_? Quando

non fosser giustissime le spiegazioni dei luoghi sopraccitati[223], e si

temesse di fare ingiuria ai Padri della Chiesa[224] (scrupolo che se è

potuto cadere nel Ch. Zaccaria, è del tutto fuori del carattere dei Sig.

Gibbon) a non concedere a quel filosofo alcun'ombra d'idea dell'arcano,

di cui ragiono; non basterebbe a smentire la proposizione dello storico,

e mostrare che ei non conosce, o sfigura i nostri dommi veramente

_fondamentali_, e la discordia che osservasi tra gl'interpreti più

celebri della dottrina Platonica, Plotino, Numenio, Proclo, ed altri da

quest'ultimo confutati, e quel che ne dice nella sua _stupenda opera_ il

P. Petavio, anzi quel che ne dice il Sig. Gibbon istesso? Il _Logos_ di

Platone è per il Sig. Gibbon _una metafisica astrazione animata dalla

sua poetica immaginazione, con cui rappresentosselo sotto il più

accessibil carattere di Figlio di un Eterno Padre Creatore e Governatore

del Mondo_. Ma il _Logos_, di cui S. Giovanni _ha sì chiaramente

definita la precedente esistenza, e le divine perfezioni_, è per Domma

Cattolico vero figlio di Dio, ed è una Persona distinta dall'Eterno suo

Genitore. Dove è dunque _tanto maravigliosamente annunziato da Platone_

questo Domma Cattolico? Ella è poi un'altra quistione di pura critica,

se S. Giovanni togliesse da Platone questo vocabolo λόγος: il

che sebben sia facilissimo l'asserire, tanto è lontano da potersi provar

chiaramente, che anzi le congetture son del tutto contrarie. Basti

riflettere, che Platone era il favorito dei Farisei, e degli Eretici

contemporanei degli Apostoli. Questi adunque per l'uno e per l'altro

motivo dovevan guardarsi dal far uso a bella posta sì delle dottrine,

che delle espressioni Platoniche. Vero è però, che in progresso di tempo

Ammonio, fondatore della scuola Alessandrina, volendo formare un

sincretismo universale filosofico e teologico, pretese che Platone

avesse insegnata la Trinità: ed i Padri della Chiesa se ne persuasero

per la lusinga di far ricevere ai Gentili i nostri misteri coll'autorità

dei medesimi loro filosofi. Così le oscurissime idee di Platone furon

determinate nel senso Cristiano. Ma quanto la Trinità di Platone sia

lontana dalla nostra Cristiana pochi vi sono che nol sappiano,

specialmente dopo la celebre opera del P. Mairan[225].

Vediamo adesso, se prima del Vangelo scritto da S. Giovanni nel regno di

Nerva[226] fosse ancor rivelato, che il _Logos che era con Dio fin dal

principio, che era Dio, che aveva fatto tutte le cose, e per cui tutte

le cose erano state fatte, si era incarnato nella persona di Gesù di

Nazaret, era nato da una Vergine e morto sulla croce_. Avvertite bene:

io non metto in questione se S. Giovanni fosse primo tra gli Scrittori

inspirati dalla nuova alleanza ad usare la voce λὸγος; pretendo

solo contro il Sig. Gibbon, che il soggetto, o la persona, a cui

l'applicò S. Giovanni fosse già nota per divina rivelazione, pretendo in

somma, che la dottrina, che assegna a Dio un figlio da Lui distinto,

eterno, ed a Lui eguale fosse rivelata bastantemente molto prima

dell'ultimo Evangelista. Ciò poi dovrà intendersi dimostrato quando si

provi, che in quel medesimo Gesù di Nazaret la rivelazione divina aveva

fatto conoscere riuniti quegli stessi caratteri ed attributi, che si

ravvisano nel _Logos_ di S. Giovanni.

Io non istarò ad insistere con il dotto Lamy[227] sulle testimonianze di

Filone[228] per mostrar che gli antichi Giudei avevano la stessa nozione

del _Verbo Divino_ ιοῦ λόγου θεἰου, la qual ce ne danno gli

scritti dei Cristiani, nè sulle parafrasi Caldaiche del V. T. le quali

in cento luoghi insinuano, che il _Membra_ corrispondente al λόγος

dei Giudei Ellenisti è distinto da Dio Padre, è Dio, e mediatore

tra Dio e gli uomini. Osserverò bensì col Ch. vostro Pocok nelle sue

note ad _Portam Mosis_, che tutti gli antichi Ebrei interpretarono il

secondo Salmo Davidico del Messia (e conseguentemente di G. C.) tenuto

sempre per vero figlio di Dio[229] finchè non si videro costretti ad

interpretarlo altrimenti, _ut respondeatur Minacis seu haereticis_, cioè

a noi Cristiani, secondo l'espressione di R. Jarchi. Mi unisco ancora

col soprallodato Lamy a maravigliarmi come chi ha dato un'occhiata al

Vangelo possa esser d'avviso, contro la testimonianza di S.

Epifanio[230], che fosse ignota ai buoni antichi Israeliti la Trinità:

mentre l'Angelo Gabriele nell'annunziazion della Vergine abitante in

Nazaret[231], le ne ragiona come di cosa notissima. E notate che

l'ossequio di lei alla fede era quale l'esige S. Paolo da tutti i

Cristiani, non cieco, ma ragionevole. La difficoltà da lei opposta sulla

propria fecondità ne sia la riprova. Eppur ella non chiese chi fosse lo

Spirito S. fecondatore, non chi il figlio dell'Altissimo Salvatore, e Re

Sempiterno, mistero per lo meno tanto sublime ed astruso, quanto la

fecondità di una Vergine. Ma checchesia della credenza Giudaica prima

della venuta di Gesù Cristo, certo è che S. Luca riferì molto prima[232]

del Vangelo di S. Giovanni questa celeste ambasceria, ed inserì ancora

nella sua narrazione il Cantico di Maria, il colloquio di lei con

Elisabetta, e l'altro Cantico di Zaccaria. Ora nel primo la Vergine

esulta alla vista del suo _Salvatore vicino_[233] σοτηρί μου,

Elisabetta si umilia profondamente alla _madre del suo Signore_[234], e

Zaccaria chiama il suo neonato _Profeta dell'Altissimo e Precursor del

Signore[235] disceso dall'alto de' Cieli ad illuminare l'uman genere

sedente nelle tenebre e nell'ombra di morte. Lume illustratore delle

nazioni e Salvatore_ fu detto Gesù ancora dal buon Simeone[236], quando

colle tremule braccia se lo strinse al seno, allorchè Maria presentollo

al Tempio: come forse prima ancor di S. Luca, e certamente non molto

dopo narrò S. Matteo[237]. E che diremo poi di quella voce celeste, che

in occasione del battesimo di G. Cristo pubblicamente lo autenticò per

figlio di Dio: _Hic est filius meus dilectus in quo mihi bene

complacui_[238]? Mi si opporrà forse coi Sociniani, che si parla in quel

luogo di una figliuolanza di adozione? Ma quelle parole, specialmente

coll'enfasi del testo Greco ὸ υἰόςμου, ὁ ἀγάπητος _ille est

filius meus, ille dilectus_[239], non indicano la preesistenza della

persona, a cui son dirette, ed alludendo chiaramente al Cap. VIII. dei

Proverbi, ove parla la Sapienza medesima, o il λὸγος divino non

coincidono con l'espression del Salmista[240] _Dominus dixit ad me:

filius meus es tu, ego hodie genui te?_ Espressioni applicate a G.

Cristo negli atti Apostolici[241], e da S. Paolo nella sua sublime

Epistola agli Ebrei[242]. Seguiamo pertanto la sicura traccia di quel

gran Dottor delle genti. Egli è fuor di dubbio, che l'intenzion

dell'Apostolo nel domandare: _Cui enim dixit aliquando Angelorum, filius

meus es tu, ego hodie genui te?_ Ella è di confermare, che Cristo è

figlio di Dio in un modo distinto e del tutto singolare. Ma gli Angeli

ancora son detti nelle Sacre Scritture figli di Dio[243], perchè son

tali per adozione. Dunque se Cristo è quell'unico figlio, che dicesi

generato da Dio Padre, e generato _hodie_, avverbio attissimo ed usato

nel sacro linguaggio[244] ad esprimere l'eternità; egli debbe essere

necessariamente figlio non adottivo, ma per natura[245]. Ed invero nel

capo ottavo della lettera ai Romani, dove il medesimo Apostolo parla

diffusamente della figliuolanza di adozione di tutti i credenti, quando

rammenta Gesù Cristo, che ce l'ha meritata sottoponendosi alla morte di

Croce, lo chiama in opposizione _Figlio proprio_ dell'eterno Genitore.

ὀς γε τοῦ ἰδίου υὕου ούκ ὲφείσατο[246]. _Qui etiam proprio

Filio_ (suo) _non pepercit_: espressione esattamente corrispondente a

quella di S. Giovanni, là dove ei dice, che i Giudei cercavano di

uccidere Gesù Cristo non tanto come violatore del Sabato, quanto

perchè[247] diceva Iddio πατέρα ἰδίον _Padre proprio_, agguagliandosi

in tal maniera a Dio stesso: dritto però che secondo il medesimo

Apostolo giustamente arrogavasi[248]: _Qui cum in forma Dei

esset non rapinam arbitratus est se aequalem Deo._ E come non dovea

credersi proprio, e natural figlio di Dio quello, che vien chiamato

dall'istesso San Paolo assolutamente tale le tante volte[249],

Immutabile e Sempiterno[250]? Quello di cui dice: _portans omnia verbo

virtutis suae[251], omnia per ipsum et in ipso_ _creata sunt_[252], _per

quem fecit et saecula[253]?_ Quello che viene intimato agli Angeli di

adorare[254], ed è chiamato _super omnia Deus benedictus in saecula, e

Dio_[255] _sedente sopra un eterno trono_[256]? Ecco adunque manifestato

per una divina rivelazione anteriore di non poco a quella fatta per

mezzo di San Giovanni in Gesù di Nazaret un figlio di Dio, Luce vera, un

figlio proprio e naturale, Dio ancor esso eguale al Padre, che ha fatto

tutte le cose, e per cui tutte le cose sono state fatte, incarnatosi, e

nato da una Vergine, e morto sulla Croce. Ma questi sono i caratteri del

λόγος di S. Giovanni. Ecco adunque atterrata la proposizione

del Critico: ed altro non si può per conseguenza conchiudere se non che

l'ultimo Evangelista introdusse una nuova parola, ma esprimente l'idea

comune, e ischiarò la materia, spiegando la generazione divina di G.

Cristo contro l'oscura e scarsa setta degli Ebioniti, confusi a torto da

Gibbon[257] coi Nazareni, con quella esattezza, con cui gli altri tre

Evangelisti ne avevano narrata la generazione carnale.

Ci resta ora ad esaminare, se il sig. Gibbon nel seguire il progresso

della controversia Arriana abbia tirato il velo del Santuario con quel

rispetto che vanta. Già voi sareste in grado di giudicarne sì dalla

taccia di Sabellianismo, e da quella di fanatismo data ad un Santo, _il

cui zelo era temperato dalla discrezione_ (son parole dell'Autore), e

che fu tanto alieno dal tumulto, che dovette perfino difendersi dalla

calunnia di codardia che gli procurò la sua fuga[258], come pure dalla

caduta di Liberio asserita con tanta franchezza. Ma poichè trattasi del

principal Capo di nostra fede, come osservarono ancora i Vescovi adunati

in Ancira[259], mi convien darvi una più chiara riprova del rispetto del

nostro Storico pel Santuario.

Egli pertanto vuol proibito l'uso dell'_Homoousion_ dal sinodo

Antiocheno, e considera quel _termine misterioso, che ognuno era libero

d'interpretare secondo le proprie opinioni_, come un temperamento

politico della _maggior parte_ dei Vescovi presenti al Concilio Niceno,

_alcuni dei quali inclinavano ad una Trinità nominale_, ed altri che

erano i _Santi allor più alla moda, il dotto Gregorio Nazianzeno, e

l'intrepido Atanasio favorivano il Triteismo._ Quindi a scorno dei

_Consustanzialisti, che pel loro buon successo avevan meritato il nome

di Cattolici_ reca in trionfo un passo di S. Ilario _trascritto da Locke

nel modello del suo nuovo repertorio_, in cui si duole che _tanti sinodi

rigettassero, ammettessero, ed interpretassero quel celebre termine_: e

sembra che si compiaccia nel rammentar _le furiose dispute_, che quegli

ebbero _con gli Homoiousii_ i quali tanto _accostavansi_, al parer suo,

_alle porte della Chiesa_, che narrando le crudeltà di Macedonio _in

difesa_ (com'ei dice) _dell_'ομοιουσιον, _non può ritenersi_

dal _rammentare che la differenza tra Homoiousion, e Homoousion è quasi

invisibile all'occhio teologico più delicato_: conchiudendo in fine che

_tutti erano egualmente agitati dallo spirito intollerante, che avevano

tratto dalle pure e semplici massime dell'Evangelio_.

È verissimo che il Bull come ancora i nostri teologi si son creduti in

dovere di conciliare fra loro i due sinodi Antiocheno e Niceno,

osservando che i Santi Atanasio, Basilio ed Illario rammentano la

proibizione della voce Ομόουσιον fatta dal primo; ma egli è

vero egualmente, che niuno di essi attesta di averla letta nell'Epistola

Sinodica: ond'è che essi ne parlarono solo in supposizione, che ella vi

fosse, come andavano divulgando i Semi-Arriani, ma falsamente ed a solo

oggetto di mostrar che gli _Homoousiasti_ o _Consustanzialisti_, come

per dispregio essi chiamavano gli Ortodossi[260], avevan cambiato

dottrina. Imperciocchè se otto, o nove anni prima di quel sinodo i

Pentapolitani avevano accusato Dionigi Alessandrino lor Vescovo al

Romano Pontefice del medesimo nome come impugnatore dell'Eternità, e

_Consustanzialità_ del Figlio col divin Padre, e tal dottrina aveva

irritato quel Pontefice, ed il Concilio da esso a bella posta adunato in

Roma: se l'accusato avevala rigettata siccome erronea prima in una

lettera, e quindi più ampiamente in quattro Libri, rendendo palese la

calunnia dei suoi malevoli; mi sembra chiaro, che la credenza della

_Consustanzialità_ del Figlio col Padre era fin d'allora comune, come

potè sovente S. Atanasio rinfacciare agli Arriani. Or come è mai

verisimile, che il sinodo Antiocheno _Ortodosso_ volesse dar sospetto di

opporsi in qualche maniera ed alla credenza comune, ed al Romano

Pontefice, ed a tutto il suo sinodo condannando la voce Ομοόυσιον?

Osservate inoltre che non cominciossi a rammentar tal decreto prima

del Concilio Aneirano del 358, vale a dire intorno a novant'anni dopo.

Vi par egli che i refrattarj al Concilio Niceno maestri d'inganni,

intrighi e sofismi avesser taciuto per sì lungo tempo un Decreto,

che gli avrebbe tanto, almeno apparentemente favoriti? L'avrebbe mai

od ignorato o taciuto uno dei principali sostegni del partito Ariano,

Eusebio di Cesarea, secondo Gibbon, _il più dotto dei Prelati

Cristiani_? Anzi egli medesimo nel Lib. VII della sua storia

inserì una gran parte della lettera dei PP. Antiocheni, eppure ivi non

ne fa cenno: ed in una, che esso ne scrisse poco dopo al Concilio

Niceno[261], limpidamente confessa che i Padri antichi si eran serviti

di quella voce. Che se realmente si fosse fatta in quel sinodo tal

condanna, come mai pochi anni dopo S. Pamfilo nell'Apologia per Origene

avrebbe inserito un intero Capitolo per dimostrare la _Consustanzialità_

del Verbo? Ne volete di più? Nella professione di fede opposta dal

sinodo Antiocheno medesimo agli errori di Paolo di Samosata più volte si

adopera la voce Ομοουσιον. Apparisce al presente, non so negarlo,

fatta in Nicea quella formula: ma che sia questo un errore

degli Amanuensi il prova il silenzio di Gelasio Ciziceno presso Fozio, e

l'espressa testimonianza del sinodo generale Efesino[262].

Per quello poi che riguarda i motivi, che indussero i Padri Niceni ad

adottare il vocabolo Ομοουσιον, egli è tanto difficile il

persuader un animo non preoccupato da massime eterodosse a giudicar di

quel venerando Consesso, come ne giudica il sig. Gibbon, quanto è

malagevole l'atterrare i più stimabili fondamenti della certezza

storica. «Erano dispostissimi, siccome attestano S. Atanasio[263] e

Teodoreto[264], quei rispettabili Vescovi ad inserire nella professione

di fede quelle espressioni soltanto, che si trovavano in termini nelle

S. Scritture, cioè che Gesù Cristo è da Dio, è Verbo e Sapienza, e

proprio Germe del divin Padre; ma non essendo possibile rinvenirne

alcuna che gli Arriani non adattassero al Verbo egualmente, che alle

creature, avvedutisi i Padri della lor frode ed empia astuzia _furon

costretti_ ad esporre con parole più chiare ciò che intendessero con

quella espressione _esser da Dio_, ed a scrivere per conseguenza, che il

_Figlio è della sostanza di Dio_: affinchè la detta espressione _esser

da Dio_ non si credesse accomunata al Figlio ed alle creature, e propria

egualmente di loro. In fatti l'esser della divina sostanza non è proprio

di creatura veruna, ma unicamente del Verbo... Parimenti quando

trattossi d'inserir, nel formulario di fede, che il Figlio è la vera

potenza ed immagin del Padre, a lui somigliante, immutabile onninamente,

eterno, ed indiviso nel Padre, tanto bisbigliarono gli Eusebiani, tanto

mostrarono di applaudirsi scambievolmente con le occhiate e con i cenni,

che ben si comprese, che l'espressioni _esser simile a Dio, essere in

Dio, esser la potenza di Dio_ eran da essi accomunate al Figlio, ed agli

uomini, leggendosi nelle Sacre Scritture, che l'uomo è l'immagine e la

gloria di Dio.... Quindi è che i Vescovi, considerata la loro ipocrisia

e maliziosa indole, furono anch'essi COSTRETTI DALLA NECESSITÀ a

raccogliere il senso di quelle espressioni dalle Scritture, ripetendo

con più chiari termini ciò che avanti avevano detto scrivere che il

Figlio è ομοουσιος Consustanziale al Padre ec.». Questo

medesimo vien ripetuto dal S. Primate nella sua Epistola agli

Affricani[265], e da S. Gregorio Nazianzeno[266]. Adunque non _per

nascondere le lor differenze, non per sospendere le loro dispute_, _non

per unire i loro partiti_ divisi tra il Sabellianismo ed il Triteismo i

Padri Niceni adottarono l'_Homoousion_; ma per recidere COSTRETTI DALLA

NECESSITÀ con un colpo solo la nefanda testa dell'Arrianesimo.

Ma vi era poi realmente quel gran numero di fautori di una Trinità

nominale magnificato da Gibbon nell'assemblea, che introdusse quella

voce nel simbolo? I _Santi_, che a detta del nostro rispettosissimo

Critico, _erano più alla moda al tempo degli Arriani Atanasio,

Gregorio Nazianzeno_, a cui si aggiungono _il Nisseno e Cirillo

l'Alessandrino[267] favorirono_ veramente _l'ipotesi delle tre menti, o

sostanze, e dei tre esseri coeguali e coerenti mediante la perpetua

concordia di loro amministrazione e l'essenzial conformità del loro

volere_? Dio buono! E come può essere ignoto al sig. Gibbon, che

presentatosi S. Illario al Sinodo di Seleucia[268] _primum quaesitum est

ab eo, quae esset Gallorum fides; quia tum Arrianis prava de nobis

vulgantibus ab Orientalibus suspecti habebamur_ TRINONYMAM SOLITARII DEI

UNIONEM _secundum_ SABELLIUM _credidisse_? Ma quando ancora egli ignori

un tal fatto, da quelle _oscure dispute, e certi notturni combattimenti_

da lui rammentati coi termini stessi di Socrate, non credo di fargli

ingiuria a dedurne, che esso abbia letto il Cap. VIII del I Libro di

quello storico. Ivi dunque avrà letto altresì le parole: _qui_ του ομοουσιοου την λεξιν _Consubstantialis vocem aversabantur SABELLII

DOGMA ab iis qui vocem illam probabant, induci arbitrabantur. Atque

idcirco impios illos vocabant, utpote qui Filii Dei existentiam

tollerent_[269]. Or perchè non inferirne, che quel Sabellianismo è una

mera calunnia, di cui i nemici della divina natura di Gesù Cristo, od

almeno di quella voce, che tanto ben l'esprimeva, caricarono i Padri

Ortodossi difensori dei termini precisi del Concilio Niceno? Come può

dunque vantar rispetto pel Santuario chi rinnova le antiche calunnie

contro di quelli, che sì gelosamente ne conservarono lo splendore? E non

è un rinnovare con Clerc le antiche calunnie il tacciare di fautori del

Triteismo i due Gregori, Atanasio e Cirillo l'Alessandrino a cui (non

già a S. Basilio) vuolsi attribuire il Libro Περι της αγιας Τριαδος

ec. _de S. Trinitate ec. Tres Deos a nobis coli causantur...

eamque CALUMNIAM probabiliter struere non intermittunt... Sed veritas

pugnat pro nobis_[270]. Sia pure un _actum agere_, come dice il sig.

Gibbon _il provare, che Homoousios significhi una sostanza in specie,

che secondo Aristotele le stelle sono homoousie, e che tre uomini sono

consustanziali in quanto appartengono alla medesima specie_; sarebbe

ancora per altro un _actum agere_ il dimostrare, che i Padri Niceni

affissero a quel celebre termine una significazione diversa da quella,

in cui usavasi o nel comune linguaggio, od in quello della filosofia dei

Gentili, come fin d'allora S. Atanasio rispondeva agli Arriani[271]:

_Haec sunt Ethicorum interpretationes, nosque nihil eorum egemus, quae

ipsi afferunt_; essendo già state raccolte le chiarissime testimonianze

di Socrate[272], di S. Atanasio medesimo[273], e dell'istesso Eusebio di

Cesarea[274], il quale scrisse: _Homoousion esse Filium Patri, cum

adlatis rationibus discussum esset_ (nel sinodo di Nicea) _convenit non

juxta corporum modum, neque instar mortalium animantium accipi

debere_[275]. Sarebbe molto più un _actum agere_ l'allegare una lunga

serie dei luminosissimi resti di quei Santi amatori della dottrina

Apostolica, non della _moda_, che apertamente dimostrarono la loro

Ortodossia intorno al mistero della Santissima Trinità, specialmente

scrivendo a Voi, che sì di proposito vi applicate agli studi Sacri con

la guida di dotti Maestri, e sotto gli auspicj di un illuminato e

religiosissimo Cardinale Protettore della vostra nazione. Sarò pertanto

brevissimo su questo articolo; ed in difesa del Nazianzeno riferirò

solamente quelle parole dell'Orazione XXXVII, in cui ragiona quel Santo

Padre della Trinità contro i Macedoniani e gli Arriani, le quali per

esser decisive furono artificiosamente omesse dal Clerc, che ad inganno

dei semplici non ebbe rossore di confermare il suo falso sistema con

passi tratti da quell'Orazione medesima. _Horum quodlibet Unitatem habet

non minus ejus cum quo conjungitum, quam sui ipsius respectu propter

essentiae et potentiae IDENTITATEM_ τω ταυτω της ουσιας, και της

δυναμεως. _Atque haec unionis hujus ratio est, quantum quidem ipsi

percipimus._ Questa non è certamente _la pericolosa ipotesi delle tre

menti o sostanze, o di tre esseri coeguali ec._ Il Nazianzeno asserisce,

che tra le Divine Persone non solo vi è uguaglianza di potenza e natura,

ma IDENTITA'. Confermiamolo. Se l'Unità di natura nelle Divine Persone

al parere del S. Padre consistesse in una mera coeguaglianza, e nella

sola conformità del loro valore, quell'Unità resterebbe, quand'anche si

concepisse mancante d'una delle tre Menti, o Sostante Divine. Ma egli

_nullo modo_, soggiunge esclamando, _UNAM ILLAM NATURAM, ac peraeque

venerandam trunca. Alioqui si quid ex Tribus everteris, TOTUM everteris,

imo a TOTO excideris_. È dunque patente l'Ortodossia di S. Gregorio

Nazianzeno. Può egli inoltre confessarsi più chiaramente, che il Figlio

non è una seconda Mente o Sostanza, ma bensì il Verbo, o la Sapienza del

Padre, ed _una Sostanza istessa_ con lui di quello che lo confessi

Cirillo l'Alessandrino? Si può mai più nettamente asserire, che la

Divina _sostanza è una sola_, benchè distinta in tre Persone di quel che

faccialo S. Atanasio? Ecco le parole del primo[276]: _Intelligendum sic

ex Patre natum Filium, ut Sapientia ex mente, quae sicut et alia

quodammodo esse a mente per expressionem ipsius videtur, et in ipsa vere

est; non enim SEPARABILITER ab ea prodit_. I termini del secondo son

questi[277]. _Neque tres hypostases per se ipsas DIVISAS, ut in

hominibus pro natura corporum accidit fas est in Deo cogitare: ne ut

gentes Deorum multitudinem inducamus... Laudanda colendaque et adoranda

Trinitas UNA et INDIVIDUA est, nec ullam figuram habet, sed sine

confusione CONJUNGITUR; quemadmodum ejusdem UNITAS distinguitur sine

DIVISIONE._ Quindi è manifesto non potersi sfuggir la taccia di

calunniatore da chiunque asserisce, che i Padri soprallodati favorissero

il Triteismo. Egli è poi tanto falso che l'_Homoousion potesse essere

caro ed ai Triteisti, ed ai fautori di una Trinità nominale_, che nel

linguaggio Teologico a norma delle espressioni di G. Cristo medesimo

_Ego, et Pater unum sumus... Ego in Patre, et Pater in me est_[278], si

credeva piuttosto capace di non conciliare i due supposti contrari

partiti, ma di distruggerli. _Vox ista_ ομοουσιον, _et SABELLII

impietatem corrigit, tollit enim hypostaseos identitatem, et

perfectam Personarum intelligentiam introducit. Non enim aliquid idem

est sibi ipsi Homoousion, sed alterum alteri. Itaque rectissime, et cum

pietate conjunctissime hypostaseon dividuntur proprietates, et

immutabilitas naturae inalterabilis repraesentatur_. Così S. Basilio

Magno[279], a cui egregiamente uniformasi S. Ambrogio scrivendo[280].

_Frustra autem verbum istud propter SABELLIANOS declinare se dicunt et

in eo suam impietatem produnt. Homoousion enim aliud alii non ipsum est

sibi. Recte ergo Homoousion Patri Filium dicimus quia eo verbo, et

PERSONARUM DISTINCTIO_ (contro Sabellio), _et NACTURAE UNITAS_ (contro i

Politeisti e gli Arriani) _significatur_.

Ma se così grande era la forza di quel vocabolo, e sì ben fissata la

significazione, perchè mai tanti sinodi _lo rigettarono, l'ammisero,

l'interpretarono_? Il Sig. Gibbon istesso mi presenta in gran parte come

rispondervi. Ciò avvenne perchè _gli Arriani sempre stimaron prudente

consiglio quello di mascherare con ambigue parole i lor sentimenti e

disegni, avvenne per l'astuzia dei loro Capi, per il loro odio verso

Atanasio, ed in modo singolarissimo per il minuto e capriccioso gusto

dell'Imperator Costanzo[281], che perseguitava con egual zelo quelli,

che difendevan la simil sostanza, quelli che sostenevano la

Consustanzialità, e quelli che negavano la somiglianza del Figlio di

Dio_. Anderebbe ingannato a partito chi credesse in quel passo del S.

Vescovo di Poitiers[282] delineato il carattere dei difensori del

simbolo di Nicea egualmente che quello dei nemici dell'_Homoousion_: e

molto più chi volesse dedurne l'estinzione o l'incertezza della vera

credenza nel vasto Impero Romano. Non è però nuovo l'abuso dei libri di

S. Illario per quest'oggetto. Anche Vincenzo Rogatista vi si faceva

forte disputando contro S. Agostino sulla Cattolicità della Chiesa. Dico

che sarebbe un abusare delle opere di quel S. Padre a pensare in tal

modo, poichè intorno a quei tempi medesimi per la testimonianza di

Socrate[283] _Achajae et Illyrici civitates, et reliquae Occiduarum

partium Ecclesiae tranquillae adhuc erant, et inconcussae, tum quod

inter se consentirent, tum quod fidei regulam a Nicaeno Concilio

traditam constantissime retinerent_, ed Illario nel IV. Libro _de

Trinitate_[284] provoca gli Eretici alla fede della Chiesa universale,

in cui _omne os credentium Christum Deum loquitur_. Il parlare come se

uno avesse parte a un disordine, da cui si vogliano ritrar coloro, coi

quali si forma una società, è forse il più efficace linguaggio per

l'intento, che sappia dettar l'umiltà e la prudenza. Vedendo pertanto lo

zelantissimo Vescovo, che nel Conciliabolo Costantinopolitano sotto gli

occhi dell'Augusto Sovrano si erano soscritti gli Arriani decreti fatti

in Rimini[285] dopo la partenza dei Legati, e non ancor disperando del

ravvedimento dei _dissidenti_ e del Principe, intende realmente in

quella Rappresentanza di rimproverar questo e quelli perchè convochino

tanti Sinodi, e con tante formule _vadano in traccia della fede, come se

non vi fosse_[286]; ma lo fa in termini, i quali denotando che ciò

avvenisse per comun colpa di tutti i Cristiani, non irritassero i veri

colpevoli ed il prepotente lor fautore. In fatti confrontate il passo

trascritto da Gibbon, ed inserito nel suo Repertorio da Locke con quel

che scrisse San Illario probabilmente[287] pochi mesi dopo, e

giustificate a chi egli imputasse la colpa di sì scandaloso disordine,

dicendo all'Imperatore quando ei si fu tratta la maschera: _Synodo

contrahis, et Occidentalium fidem ad impietatem compellis.... Orientalis

autem dissensione artifex nutris_[288]. _Namque post primam vere_

_Synodi Nicaenae... novis vetera subvertis, nova ipsa rursum innovata

emendatione rescindis, emendata autem iterum emendando condemnas... His

quidem ego intra Nicaeam scripta a Patribus fide fundatus, manensque non

egeo_[289]. Quindi ancora deducesi, che l'_Homoousion_ fu riguardato con

savissima avvedutezza da S. Illario sotto diversi aspetti, ora cioè come

inutile, or come pio e religioso, ed or come scandaloso ed empio.

Riguardollo siccome ozioso ed inutile per coloro, _i quali erano

immobilmente fondati nella sostanza della fede Nicena_, dicendo: _his

quidem... ego non egeo_, e in appresso[290]. _Quod tametsi nobis ad

fidem otiosum sit ec._; come pio e religioso poi _per quegli stessi_,

qualora lo usassero a solo oggetto di evitare la confusione Sabelliana,

che i maligni Settari spargevano, che si celasse nell'_Homoousion_ dagli

Ortodossi, come sopra osservammo[291]. _Mihi quidem similitudo ne UNIONI

detur occasio sancta est._ E qui dee notarsi che dal S. Vescovo della

Gallia non differisce di troppo l'immortale Primate d'Egitto, giacchè

protestasi di riguardare i medesimi come fratelli nella credenza, mentre

scrive[292]: _Adversus autem eos,_ _qui omnia Synodi Nicaenae scripta

recipiunt, de solo autem CONSUBSTANTIALI ambigunt, non ut adversus

inimicos affici nos decet... Sed veluti fratres cum fratribus

disceptamus, ut cum quibus nobis eadem sit sententia, controversia autem

de Verbis_. Onde si vede chiaro quanto sia _rispettoso_ il Critico a

giudicare Atanasio _attaccato dal contagio del fanatismo_, e a darci i

due opposti partiti, come _egualmente agitati dallo spirito

d'intolleranza_. Riguardavasi finalmente come scandaloso ed empio in

bocca di quegli impugnatori della _Consustanzialità_, che lo prendevano

in opposizione all'eguaglianza perfetta del Figlio col Padre e all'unità

dell'essenza, come porta la sua genuina e nuda significazione. _Et me

movet (cum scandalo) homoousii nuditas_[293]. Così il S. Vescovo di

Poitiers, il quale prosiegue[294]. _Multa saepe fallunt, quae similia

sunt... similitudo vera in veritate naturae est. Veritas autem in

utroque naturae non negatur HOMOOUSION_, come leggesi concordemente nei

Codici MSS. ed esige il buon senso. _Has enim similitudines, quae non ex

unitate naturae sint, metuo._ Così pure S. Atanasio _de Synod. Qui

secundum substantiam simile dicit, participationem quadam simile esse

definit... Hoc vero factarum rerum est, quae propter participationem

fiunt similes Deo_. Così l'A. _de Filii Divinit._[295]. _Denique sublato

Homoousion idest unius substantiae vocabulo, Homoousion, idest similem

(Filium) factori suo posuerunt, cum aliud sit similitudo, aliud

veritas._ Ed in tal caso non fa di mestiero di un occhio teologico

delicato gran fatto per distinguere la differenza tra quei due famosi

vocaboli[296]: e perciò S. Illario soggiunse[297]. _Non puto quemquam

admonendum in hoc loco ut expendat, quare dixerim SIMILIS SUBSTANTIAE

PIAM INTELLIGENTIAM nisi quia intelligerem et IMPIAM, et idcirco

similem, non solum aequalem, sed etiam eamdem dixisse, ut neque

similitudinem, quam tu frater Lucifer praedicari volueras, improbarem,

et tamen SOLAM PIAM esse similitudinis intelligentiam admonerem, quae

UNITATEM Substantiae praedicaret._ Che questo poi fosse il caso di una

gran parte dei Vescovi dell'Oriente io lo deduco dal ripeter che fa

Sant'Illario per ben due volte nel Libro _de Synodis_[298], che a

proporzione delle molte Chiese che vi erano, _pochi_ professavano la

_vera fede_, e dal dir loro, apostrofandoli, che gli avevan dato

speranza di richiamare la _vera fede_, (opponendosi, com'è verisimile,

agli Anomei) non già che l'avessero richiamata[299]. Ma che tale fosse

altresì l'_Homoousion_ sostenuto da Macedonio, non ardisco

asserirlo[300]. So però con certezza che esso uscì dalla scuola degli

Arriani, che da loro fu ordinato Vescovo, e che fu Eresiarca

nell'impugnare la Divinità dello Spirito Santo; che il suo odio contro

il Patriarca Paolo ed i fautori di lui fu intestino, e la sua ambizione

senza misura[301], e francamente asserisco, che l'esecrande tirannie dei

Macedoni e dei Giorgi di Cappadocia, che la squisita malignità degli

Eusebi, che gl'intrighi dei Valenti e degli Ursaci non si trovaron

giammai nei _Santi alla moda_ del tempo loro[302], e so per fede divina

che quei Settari avrebbon potuto apprendere _dalle pure e semplici

massime dell'Evangelio_ ad unire alla prudenza del serpe la semplicità

di colomba, ad esser miti ed umili di cuore come fu Gesù Cristo,

egregiamente imitato dai due distinti Campioni della Fede Nicena

Atanasio[303] ed Illario[304], e a dar la loro vita per la lor greggia,

non a toglierla altrui. Perciò riconosco in chi asserisce che _tutti

egualmente erano agitati nel tempo della Controversia Arriana dallo

spirito intollerante, che avevano tratto dall'Evangelio_, non uno

Storico, il quale tiri _rispettosamente il velo del Santuario_, ma

sivvero (per usare un'espressione suggeritami dal Sig. Gibbon istesso)

un Profano.

Ho, per quanto mi sembra, adempiute le mie promesse. Tocca ora a voi,

intraprendendo un'ampia confutazione degli errori del Sig. Gibbon, a

vendicare l'onore della Religione oltraggiata, e a sostenere il decoro

del partito Cattolico della nazione; giacchè avete ambedue ed acutezza

d'ingegno e cognizione delle lingue erudite ed ogni dì più divenite

valenti nelle Ecclesiastiche Controversie. Avvertite però, il vostro

Avversario è un Proteo, il quale

_Omnia transformat se se in miracula rerum,_

_Ignemque horribilemque feram fluviumque liquentem._

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05 · 第 16 / 35 题