Vi ho fatto osservare nella mia prima lettera, che il Sig. Gibbon si
protesta di non poter ammettere la _delicatezza del Baronio, del
Valesio, e del Tillemont, che quasi rigettano_ il racconto di Palladio
intorno al rifugio di S. Atanasio in casa della Vergine Alessandrina,
che egli con ogni scaltrezza vorrebbe pure far credere una lunga
corrispondenza amorosa. E che? Sarebbe forse un troppo gran torto fatto
a Palladio, il preferire alla sua l'autorità di S. Gregorio Nazianzeno,
e di Atanasio medesimo, il quale attesta, che subito dopo l'invasione
della Chiesa di Alessandria fatta da Siriano fuggissi nell'Eremo? Che
ivi poi si trattenesse per lungo tempo il dimostrano le lettere, che ei
di colà scrisse, come ne fa fede la data[161], e il conferma la minuta
descrizion del saccheggio dato a quei Monasteri dai furibondi soldati,
che l'obbligarono a ricovrarsi in un orrido nascondiglio. Ma quando
fosse stato sì scrupoloso il Sig. Gibbon da negar tutto a Palladio,
perchè invece di far una vana pompa di delicatezza di stile non ha
piuttosto avvertito, che non apparteneva alle vergini il _lavare i piedi
dei Santi, che l'intrepido Campion della fede Nicena_ non era sì molle
da esigere da una vergine un tale uffizio in mancanza di vedove[162],
che quella vergine inerendo al racconto dello stesso Palladio doveva
essere allora non di venti anni, ma quasi quadragenaria, e che
finalmente brevissima e transitoria dovette essere la dimora del S.
Arcivescovo presso di lei, essendo fuor di ogni dubbio, che egli visse
nel deserto presso a sei anni, e che intruso appena Giorgio di
Cappadocia nella sua sede, sotto pretesto di andare in traccia di lui,
furono saccheggiate le case, ed aperte perfino le sepolture; e le
vergini, altre svelte dalle braccia dei genitori, altre insultate per le
pubbliche vie di Alessandria (Athan. ad solit. p. 849. a 53.)? Or come
persuadersi, che fosse dalla sfrenata licenza di mal credenti soldati
rispettata la casa di colei, che descrivesi come un prodigio di bellezza
notissimo? Il Sig. Gibbon però, tacendo tutto questo, chiude la sua
narrazione con asserire senz'altra testimonianza, fuor di quella del suo
capriccio, che nel _tempo della sua persecuzione ed esilio, Atanasio
replicò sovente le sue visite alla bella e fedele amica_[163].
Almeno il Sig. Gibbon contentandosi di calunniare così audacemente nella
condotta morale il _grande_ ed _immortale_ Atanasio, lo risparmiasse
nella credenza! Ma no: Atanasio, secondo lui, _difese più di vent'anni
il Sabellianismo di Marcello di Ancira, ed il Petavio dopo un lungo ed
accurato esame ha pronunziato con ripugnanza la condanna di Marcello._
Io confesso, che il Petavio[164] enumera vari Scrittori gravissimi del
secolo di Marcello, dai quali esso fu tenuto per vero eretico
Sabelliano. Egli però in tuono molto diverso da quello del Sig. Gibbon
parla di lui; poichè trova di malagevole discussione la causa di quel
Vescovo: _Minus explicatu facilis est Causa Marcelli Ancyrani_ (§. 1.
ivi), e così conchiude il §. V: «_Quare digna est ea res, de qua amplius
cogitent eruditi, ed antiquitatis Ecclesiasticae periti._» Questo
appunto io vedo eseguito dal Ch. Natale Alessandro[165] nella
dissertazione _de Fide Marcelli Ancyrani_, in cui dimostra l'integrità
della dottrina di quel Prelato, bersaglio delle calunnie Eusebiane, sì
con la confessione di fede da lui presentata al Pontefice Giulio
riferita da S. Epifanio (haeres. 72.), come dalla esposizione di fede,
che da lui ricevuta, i suoi discepoli presentarono ai Vescovi Ortodossi,
ed ai Confessori, in cui si anatematizza, tra le altre distintamente,
l'eresia di Sabellio, per tacere le testimonianze di S. Atanasio ed il
giudizio del Concilio Sardicese: e fa eziandio svanire le difficoltà
dedotte dagli Scrittori enumerati dal Petavio[166]. A me però basta, che
gli argomenti di quel dotto Domenicano e del Montfaucon vaglian soltanto
a lasciare il fatto di Marcello nell'antica dubbiezza[167] per
verificare, che il Sig. Gibbon per iscreditare il partito Cattolico pone
per indubitati dei fatti, che non lo sono. Ma quand'ancora si potesse
provar chiaramente, che l'Ancirano sostenne il Sabellianismo, resterebbe
pure da mostrare a Gibbon, che S. Atanasio difese il medesimo errore, ed
il difese per più di vent'anni, ed io lo sfido a citarmi un sol
testimone in suo favore. Ma gli spiriti filosofici dei nostri giorni si
arrogano l'altissimo privilegio di asserir senza prove, ed in bocca loro
un'espressione enfatica, od un motto pungente ha da passare per una
perfetta dimostrazione. Uditelo infatti: Il _celebre sogno di Costantino
può spiegarsi o colla politica, o coll'entusiasmo dell'Imperatore, e la
famosa apparizion della Croce è una favola Cristiana, che potè trarre la
sua origine dal sogno, e si mantenne un onorevole posto nelle leggende
di superstizione, finattanto che l'ardito e sagace spirito di critica
osò di non apprezzare il trionfo, e di attaccar la veracità del primo
Imperatore Cristiano._
Chi non crederebbe a sentir parlare in un tuono sì decisivo, che questo
avvenimento si dimostrasse falso al dì d'oggi come si è dimostrata falsa
la storiella della Papessa Giovanna? Non sono già leggende di
superstizione a giudizio del Sig. Gibbon medesimo le opere del
Tillemont, del Fleury, del Noris[168]: eppure ed il _celebre sogno, e la
famosa apparizion della Croce_ vi trovan luogo tuttora. Non è una
leggenda di superstizione la bella dissertazione del Benedettino Matteo
Jaccuzzi[169], nè troppo superstiziosi,
_ cred'io, si diranno gli Autori della _Storia Universale_; eppur questi
ed altri moltissimi ricevon tutto il racconto di Eusebio (L. I. C.
XXVIII. in V. _Constantini_). Ed a ragione: poichè se la _politica_ e
l'_entusiasmo_ avesser potuto indurre il primo Imperatore Cristiano ad
uno spergiuro sacrilego, avrebbe almeno egli avuta tanta politica da non
allegare per testimone della visione tutto l'esercito, che lo seguiva.
Che se Costantino non solo narrò al suo confidente Eusebio il prodigio,
ma soggiunse: _eo viso et seipsum, et milites omnes qui ipsum
sequebantur, et qui spectatores miraculi fuerant, vehementer
obstupefactos_: ecco migliaia di persone atte a scoprir l'impostura del
primo già morto, mentre Eusebio scriveva, ed a rilevare e decidere la
credulità del secondo. Il fatto si e però che _id quod subsecutum est
tempus sermonis hujus veritatem testimonio suo confirmavit._ Lo
confermarono le vittorie e la conversione di Costantino, lo confermarono
il Labaro, e l'iscrizione conservataci da Eusebio, e lo confermarono con
ogni apparenza di verità molti di quegli spettatori, che, quando scrisse
Eusebio[170] tai cose, sopravvivevano. Nè starò ad allegare gli atti del
Martire Artemio, rigettati senza _però sospirare_, come afferma
falsamente il Sig. Gibbon, dal Tillemont: il Cronico Alessandrino,
Lattanzio, Filostorgio, Socrate, Niceforo, Gelasio Ciziceno, e molti
altri Scrittori di ogni nazione ed età, e di religione diversa: le
pitture dell'Effemeridi Greco-Moscovite, una antica lucerna, nella
quale sotto il monogramma di Cristo si legge: ἐν τουτω νικα: son
testimoni e monumenti, i quali dal più ardito e _sagace spirito di
Critica_ non si abbatteranno giammai con puri argomenti negativi, quali
sono gli addotti dal Sig. Gibbon: ciò non ostante ha da essere un tale
avvenimento una _favola Cristiana_, ed _una leggenda di superstizione_,
solo perchè il Sig. Gibbon decide così: come pure per la ragione
medesima noi dobbiam credere, che _la fermezza di Liberio fosse superata
dai travagli dell'esilio, e che quel Romano Pontefice comprasse il suo
ritorno a prezzo di alcune ree condiscendenze._ Qui però mi aspetto, che
voi prendendo le parti del vostro compatriota vi maravigliate, come io
ardisca rimproverarlo intorno ad un fatto, di cui tra i Protestanti del
pari che tra i Cattolici comunemente si è convenuto, e parmi di vedervi
stendere la mano alla penna per tessere il numeroso Catalogo degli
Scrittori che sostengono la caduta di quel Pontefice. Vi prego però a
voler sospendere questa inutil fatica, ed a riassumer piuttosto l'esame
di questo fatto con quella maturità di riflessione, la quale è sì
propria di voi. Quali adunque mai furono queste ree condiscendenze di
Liberio? Soscrisse egli forse qualche formula di Fede eretica? Questa
opinione, che fu già dei Centuriatori Magdeburgesi, di Giunio, di
Chamber ec. è stata omai confutata pienamente dal Gretsero[171] e da
Natale Alessandro[172] per tacere degli altri, nè ardirei mai di
attribuirla al Sig. Gibbon. Forse Liberio, sorpreso dagli artifizi dei
Semiarriani, gli ammise alla sua comunione, soscrivendo la personal
condanna di S. Atanasio? Questo appunto sembra essere il sentimento del
nostro Storico, e questa è stata sempre, io nol niego, la comune
opinione. Non la pensano però così il Ch. Corgnio Canonico di
Soissons[173], non l'eloquentissimo Card. Orsi[174], non l'eruditissimo
Zaccaria nell'appendice alla Teologia del Petavio in una Dissertazione:
_De Commentitio Liberii lapsu_. Ed eccone le principali ragioni.
Teodoreto[175] versatissimo nelle storie, che chiama Liberio nell'atto
di andare in esilio _gloriosum veritatis Athletam_, lo chiama poi di
ritorno, _egregium omni laude dignissimum, admirandum_: Son eglino
titoli questi, che convenissero a Liberio, il quale _avesse comprato il
suo ritorno a prezzo di alcune ree condiscendenze?_ Cassiodoro[176]
detto da Incmaro Remense[177] _virum acerrimi ingenii, et insignis
eruditionis_ pensa, e scrive nei termini di Teodoreto. Altrimenti
vogliamo noi credere, che il popolo Romano avesse accolto Liberio
siccome avvenne per testimonianza di S. Girolamo, e di Marcellino[178]
in aria di trionfante? Quel popolo, io dico, a cui esso era carissimo
appunto per la sua fermezza in resistere all'Imperatore Costanzo[179],
che era amantissimo di S. Atanasio, e che non odiava l'intruso Felice,
se non perchè comunicava con gli Arriani, quantunque _formulam fidei a
Nicenis Patribus expositae integram quidem, et inviolatam
servabat_[180]. Che se Liberio vinto dai travagli dell'esilio avesse
condisceso a Costanzo a danno della causa del _grande Atanasio, e della
verità religiosa_, ed a prezzo sì indegno avesse comprato il suo
ritorno, avrebbe pur anche _espiata con opportuna penitenza la propria
colpa_; e la prima e necessaria testimonianza di pentimento sarebbe
stata una ritrattazione o dichiarazione del suo operato: ed il Sig.
Gibbon istesso par che ne abbia veduta la necessità, come ancora la vide
quell'impostore, che ci ha lasciato un frammento di una lettera
comunicatoria sotto il nome di quel Pontefice diretta a S.
Atanasio[181]. Ora il pentimento dei Vescovi ingannati a Rimini vien
contestato da molti Autori contemporanei[182]; ma nè Sulpizio Severo, nè
Socrate, nè Sozomeno, nè Teodoreto fanno menzione di quel di Liberio.
Aggiungete, che questo Papa scrivendo ai Vescovi dell'Italia[183] dopo
il Concilio Riminese, dice che sebbene vi fossero alcuni di parere _non
esse parcendum his qui apud Ariminum ignorantes egerunt_, ei però pensa
diversamente, così esprimendosi: _sed mihi, cui convenit omnia MODERATE
perpendere, maxime cum et Egyptii omnes et Achivi hanc adunati
sententiam receperint_ (secondo la correzione degli Editori Benedettini)
_visum est parcendum quidem his, de quibus supra tractavimus._ Qui pone
in veduta Liberio, che il Sovrano Pontefice debba essere moderato: qui
egli sembra determinarsi pel perdono a contemplazione ancora dei Greci e
degli Egiziani. Ma come avrebbe potuto mostrar di esitare a concedere
perdonanza a dei Vescovi pentiti di ciò che _ignorantes egerant_ in una
causa, in cui egli medesimo avesse lasciata _vincere la sua fermezza_ e
fosse stato _colpevole condiscendente_? E come ostentare moderazione
senza esporsi alle risa, ed alle invettive degli emuli, e forse di quei
medesimi, a cui accordava il perdono? Unite tali riflessioni alle
testimonianze degli Storici sopraccitati[184], e decidete se la caduta
di Liberio non debba aversi per favolosa, giacchè quello, che si ha di
essa in S. Atanasio, ed ha fatto illusione a tanti illustri Scrittori,
si dimostra esser parto di una mano ignorante o maligna; e supposti
eziandio interpolati, ed indegni di S. Ilario si provano quei testi, che
per essere stati da molti tenuti per genuini, rendevano indubitata la
caduta di Liberio[185]. Io però mi sarei contentato[186], che il Sig.
Gibbon avesse citato Ruffino là dove dice[187]; _Liberius Romae
Episcopus, Costantio vivente, regressus est. Sed hoc utrum quod
acquieverit voluntati suae ad subscribendum, an ad populi R. gratiam, a
quo proficiscens fuerat exoratus, indulgens pro certo compertum non
habeo._ Non è però da pretendersi questa sincerità e moderazione da chi
mette in dubbio i fatti più certi, e che talora anche li nega od oscura.
Incominciamo dalla riedificazione del tempio di Gerusalemme tentata in
van da Giuliano. «La demolizione dell'antico tempio, dice il Sig. della
Bleterie[188], era terminata, e senza pensarvi si erano rigorosamente
adempiute le parole di Cristo: _non relinquetur lapis super lapidem, qui
non destruatur_[189]. Si vollero gettar le nuove fondamenta, ma usciron
dal luogo medesimo vortici spaventosi di fiamme, che con formidabili
slanci divorarono i lavoranti. Lo stesso accadde diverse volte, e
l'ostinazione del fuoco rendendo inaccessibile quel luogo, costrinse ad
abbandonare per sempre l'impresa». Son questi gli stessi termini di
Ammiano Marcellino, autore contemporaneo[190]. Ruffino[191],
Teodoreto[192], Socrate[193], Sozomeno[194], Filostorgio confermano il
fatto attestato altresì da tre Padri coetanei ancor essi Gio.
Grisostomo, Ambrogio e Gregorio Nazianzeno, dal primo vent'anni dopo
davanti a tutta Antiochia[195], dal secondo non molto dopo, come cosa
notissima scrivendo all'Imperatore Teodosio; dal terzo in uno[196] dei
suoi discorsi contro Giuliano composto l'anno medesimo. Non vi è
adunque, conchiude il Mosemio[197], avvenimento certo sì come è questo.
Tuttavolta a sentimento di Gibbon, _un Filosofo potrà sempre domandare
l'original testimonianza d'intelligenti ed imparziali Spettatori_. Sì
certamente potrà domandar un filosofo Spinosista, od uno che sembra
insultare i Santi Ortodossi sfidandoli a scegliere intorno alla celebre
morte d'Arrio _o il veleno o un miracolo_, quand'ei fu sempre attorniato
da una folla di Eusebiani; sì uno che ha la franchezza di domandare col
Sig. Jortin chi prova la verità dei miracoli dei Monaci antichi
Egiziani, mentre quello, che asserisce Teodoreto[198] del Monaco S.
Giuliano, può con ragione asserirsi di quasi tutti: _magnitudinis autem
miracolorum factorum ab illo testes etiam sunt hostes veritatis_. Qui
non si tratta di un fenomeno passaggiero, come è un fuoco fatuo, od una
stella cadente; i vortici di fuoco si videro diverse volte: _metuendi
globi flammarum prope fundamenta crebris assultibus erumpentes fecere
locum exustis ALIQUOTIES operantibus inaccessum_. Nè i testimoni del
fatto son puri Cattolici, e però tali _da non dispiacer loro un
miracolo_. Ve n'ha degli Eterodossi, ve n'è un _Pagano giudizioso e
candido storico_ per confessione del Sig. Gibbon, _e spettatore
IMPARZIALE della vita e della morte di Giuliano_, per non contarsi
Giuliano medesimo[199]. Considerate poi se la nazione Giudaica, _di cui
gli uomini si erano dimenticati della loro avarizia, e le donne della
loro delicatezza_ per agevolare la sospirata intrapresa; se il Monarca,
_che si proponeva di stabilire in quel tempo un ordine di Sacerdoti,
l'interessato zelo dei quali scuoprisse le arti, e resistesse
all'ambizion dei Cristiani loro rivali, ed invitarvi gli Ebrei, il forte
fanatismo dei quali sarebbe sempre stato pronto a secondare ed anche
prevenire le ostili misure dal Paganesimo; se il virtuoso, dotto,
fortissimo Alipio_, che presiedeva coraggiosamente a quell'opera; se
Libanio l'adulatore più sfacciato, che abbian conosciuto le Corti,
sarebber sempre rimasti in un vergognoso silenzio, quando tante bocche
Cristiane gridarono altamente al miracolo? Conchiuderò dunque col lodato
Mosemio: «Chiunque esaminerà questo fatto con attenzione e senza
parzialità, troverà le più forti ragioni di aderire all'opinion di
coloro, che lo attribuiscono all'azione immediata della Divinità. Gli
argomenti, che si propongono per provare che fu un fenomeno naturale, o
come altri il pretendono, effetto dell'arte e dell'impostura, non hanno
solidità, e si possono confutare con la maggiore facilità».
Un altro _fatto oscuro_ pel Sig. Gibbon è lo scisma dei Donatisti.
_Forse_, egli dice, _la loro causa fu decisa giustamente, e forse non
era priva di fondamento la lor querela, che si fosse ingannata la
credulità dell'Imperatore_: Due cose però egli tiene per ferme, la prima
_che il vantaggio, che Ceciliano poteva trarre dall'anteriorità della
sua Ordinazione veniva tolto di mezzo dall'illegittima od almeno
indecente fretta, con cui si era fatta senza aspettare l'arrivo dei
Vescovi della Numidia_; la seconda è che _i due partiti non ostante il
loro irreconciliabile odio avevan gli stessi costumi, lo stesso zelo e
dottrina, la istessa fede e lo stesso culto_. Ma per quanta oscurità
possa trovarsi in tal fatto sappiamo da S. Ottato Milevitano[200] e da
S. Agostino[201], cioè da scrittori i meglio informati di tutta la
controversia, che l'ambizion di Bostro e Celesio, i quali con Lucilla
formarono il rabbiosissimo scisma, impedì l'intervento dei Vescovi della
Numidia all'elezione di Ceciliano: che questi fu eletto con i suffragi
di tutto il popolo, e quindi ordinato dal Vescovo di _Aptonga_, città
vicina a Cartagine, e conseguentemente a norma del costume vegliante, in
quel modo appunto che il Vescovo Romano si consacrava da quello d'Ostia.
E ciò è tanto vero, che cent'anni dopo pretendendo i Donatisti, che
Ceciliano fosse stato condannato per non aver ricevuta l'ordinazione dal
Primate Numida, S. Agostino fu in grado di sostenere, che questa
ommissione neppur gli era stata obiettata. Infatti Ceciliano all'arrivo
dei Vescovi della Numidia era già unito con tutta Cartagine, trattine
pochi Scismatici, e per mezzo delle usate lettere comunicatorie con la
Chiesa di Roma, con tutte quelle dell'Affrica e dell'Universo. Non
credeva adunque la Chiesa Cattolica, che l'_anteriorità dell'ordinazione
di Ceciliano venisse tolta di mezzo_ dall'assenza dei Numidi, nè poteva
crederlo per le ragioni addotte, e nol credevano gli stessi faziosi:
perocchè, non trovando delitto da rimproverare a Ceciliano, si ridussero
ad asserire contro la verità che il Vescovo Aptungitano Consecrante era
uno dei traditori.
Con qual fronte poi osa il Sig. Gibbon di decantare nei due partiti
tanta _uniformità di costumi, di zelo, di dottrina e di fede_? I
Donatisti rovesciavano gli altari, o li purgavano come contaminati da
quei che si dicevan Cattolici: frangevano i sacri vasi e li fondevano,
infierivano contro i vivi e contro i defunti, gettavano il Crisma per le
finestre, ed ai cani la Sacratissima Eucaristia, come attestano i Padri
sopra lodati, ed espone il medesimo Sig. Gibbon[202]. Ora dove si legge
che fossero somiglianti costumi nel partito Cattolico? Qui si chiedono
al Sig. Gibbon testimonianze da stare a confronto con quelle di Ottato e
di Agostino. Ma non allegandone, e non potendone allegare veruna: qual
concetto formerete del vostro Gibbon? E per riguardo alla dottrina e
alla fede non erano i Donatisti quei soli, che ribattezzando negavano
l'efficacia del battesimo amministrato fuor della vera Chiesa contro i
decreti dei Concili di Arles[203] e di Nicea[204]? E non riputavano una
meretrice la Chiesa Cattolica, pretendendo che la vera ed immacolata
fosse riconcentrata nella fazion di Donato, e pronunziando nel tempo
medesimo la condanna della loro eresia con quelle solenni parole
liturgiche, con cui dicevano di offerire il Sacrificio per l'unica
Chiesa, _la quale è sparsa per tutta la terra_? Ommetto, che Donato il
Cartaginese era Arriano di sentimento, perchè la moltitudine dei
Donatisti non vi aderiva[205]: essendo assai manifesto e per le cose già
dette e per essere stati refrattari i Donatisti ad ambedue le legittime
Potestà, il Sacerdozio e l'Impero, aver eglino avuto una Fede ed una
Dottrina molto diversa da quella dei loro avversari.
Avendo il Sig. Gibbon intrapresa in qualche modo la difesa dei
Donatisti, con quanta ragione però già l'avete veduto: credete voi che
ei volesse abbandonare la causa dei Novaziani? Pensate: essa è la
migliore del Mondo, perciocchè _ortodossa era la loro fede e sol
dissentivano dalla Chiesa in alcuni articoli di disciplina, i quali
forse non erano essenziali per la salute_. A dir vero, sulle prime,
Novaziano si contentò di dolersi, che in Roma i caduti si ricevessero
alla Comunione con soverchia facilità, e questo potè passare per uno
zelo di disciplina[206], ed anche sedurre alcuni Santi allor prigionieri
per la fede. Ma quindi ed egli, e molto più apertamente i seguaci di
lui[207] unirono allo scisma l'eresia negando alla Chiesa la potestà di
riconciliare i caduti in tempo di persecuzione per qualsivoglia
penitenza che essi facessero contro le generali ed illimitate
espressioni di Gesù Cristo[208], e condannando le seconde nozze per modo
da dichiarare adultere quelle vedove che si rimaritavano, come se
avesser preteso di saperne più di S. Paolo[209], dice S. Agostino, ed
avere una dottrina più pura di quella degli Apostoli. Senza che io mi
dilunghi a noverare gli altri errori dei Novaziani ed intorno
all'assoluzione dei peccati gravi commessi dopo il battesimo stesso, al
culto delle reliquie, il Canone VIII. del I. Concilio Niceno basta per
sè solo a distruggere affatto la loro pretesa _Ortodossia. Haec autem
prae omnibus eos_, (Cioè i Novaziani, i quali avevano assunto
l'orgoglioso nome di Catari) _convenit profiteri, quod Catholicae et
Apostolicae Ecclesiae Dogmata suscipiant et sequantur, idest et bigamis
se communicare, et his qui in persecutione prolapsi sunt_. Non ho avuto
difficoltà ad allegare l'autorità di un Concilio, primieramente perchè
il mio disegno scrivendo è di premunir voi, che vi gloriate di esser
Cattolici contro gli errori del Sig. Gibbon; ed in secondo luogo perchè
egli per quanto ironicamente possa chiamarne _infallibili i Decreti_,
trattandosi dei _generali_ pur si confessa ben soddisfatto dell'articolo
_Concile_ nella Enciclopedia e ne cita ancor esso le decisioni, quando
gli torna in acconcio. Sarebbe pure stato considerabile in uno storico
giudizioso e sincero, che ne avesse allegata alcuna per confermare, che
_la superstizione de' tempi abbia insensibilmente moltiplicati gli
ordini, giacchè nella Chiesa Romana oltre il carattere Episcopale se n'è
stabilito il numero di sette, tra i quali però i quattro minori son
presentemente ridotti a vuoti ed inutili titoli_. Per altro pur troppo è
giusta riguardo a molte Chiese particolari quest'ultima riflessione:
comecchè dai Padri Tridentini[210] fosse fatta ai Vescovi una gravissima
esortazione, ed un positivo comando, che nelle sacre funzioni si
rendessero attivi i Chierici dal Diacono fino all'Ostiario. Ma questo
istesso dimostra, che la Chiesa universale rappresentata da quel sacro
Consesso, contro l'avviso del Sig. Gibbon è persuasa che tutti questi
Ordini, benchè sia forse soverchio il numero degli Ordinati, non sono un
_parto della superstizione_. Erano forse tempi di superstizione i primi
tre secoli della Chiesa e l'età degli Apostoli? Or di quei tempi appunto
gloriosissimi per Santa Chiesa s'introdussero questi ordini per
sentimento del medesimo S. Concilio: _Sanctorum Ordinum a Diaconatu ad
Ostiariatus functiones ab Apostolorum temporibus in Ecclesia
laudabiliter receptae in usum juxta Sacros Canones revocentur_. Non
ignoravano quei venerabili Padri, che fino dalla metà del terzo secolo
Cornelio R. Pontefice scrivendo a Fabio Antiocheno[211] numera sette
Suddiaconi, 42. Accoliti, e tra Esorcisti, Lettori, ed Ostiari 52: e che
S. Ignazio Patriarca antichissimo di Antiochia scrive in una lettera:
_saluto Sanctum Presbyterium, saluto Sacros Diaconos, saluto
Subdiaconos, Lectores, Exorcistas..._ Li vedevano rammentati nel quarto
secolo dai Concili Laodiceno e Cartaginese come cosa già da gran tempo
stabilita, e per conseguenza eran convinti, che _non per superstizione_
tali Ordini _sunt adjecti_, ma bensì _propter utilitatem ministerii,
quod propter multitudinem credentium per alteros postea impleri debere
necessitas flagitavit_[212].
Ciò che finora io sono andato divisando, benchè di volo, può, cred'io,
bastare a convincervi, che il Sig. Gibbon dà per indubitati alcuni fatti
di Storia Ecclesiastica, che se non son falsi, sono almen dubbi ed
indecisi, e che per l'opposto i meglio autenticati e più certi o niega
od oscura sempre a danno ed avvilimento del partito Cattolico. Leggetelo
con attenzione, e troverete altri esempi per confermare la verità della
mia asserzione.