LETTERA I.

So per lunga esperienza, che l'amore del vero, e lo zelo per la Santa

Religione Cattolica, che vi siete obbligati con giuramento solenne di

propagare nella Inghilterra, dove nasceste, prevalgon di molto in cuore

vostro allo spirito di patriottismo: e però non temo di confessarvi, che

quanto più mi vado inoltrando nella lettura della Storia Romana del

vostro Gibbon, tanto meno mi sembra meritevole di quelle lodi, che io

sull'altrui relazione in presenza vostra incautamente gli tributai. A me

par di vedere nel Sig. Gibbon uno scrittore per verità elegante ed

erudito; ma che ora vergognosamente si contraddice, ora dà per

indubitati dei fatti di Storia Ecclesiastica; i quali se non sono

falsissimi, sono almeno dubbi, e non bene decisi; e per l'opposto nega

ed oscura i meglio autenticati e i più certi, e ciò sempre a danno ed

avvilimento del partito Cattolico; mostrando sempre un indicibil

dispregio dei Santi Padri, depositari fedeli e sostenitori indefessi di

quei venerabili dogmi, che egli malamente conosce, e sfigura. Non è già

intenzione mia di tener dietro al Sig. Gibbon in tutti i suoi

traviamenti: se io lo facessi, vi stancherebbero le mie riflessioni per

la moltitudine e la lunghezza, e vi priverei di quel piacere che si

gusta nel rilevare da se medesimo gli sbagli degli uomini, che menan

rumore nella Repubblica letteraria. Ne farò adunque quante possan

bastare a porre in chiaro l'asserzion mia: e per quel che riguarda la

prima parte di essa mi ristringo a S. Atanasio, a Giuliano l'Apostata,

ed al carattere generale dei Cristiani dei loro tempi.

Ecco adunque come il Sig. Gibbon parla del primo. _L'immortal nome di

Atanasio non potrà mai separarsi dalla Dottrina Cattolica della

Trinità._ Quindi è, che _essendo la causa di lui quella della verità, e

della giustizia quella_, io dico, _della verità religiosa, il regno

dell'Imperadore Costanzo restò infamato dalla ingiusta persecuzione del

grande Arcivescovo intrepido campion della Fede Nicena, ed ospite

venerando di Costantino_ il figlio, il quale _colla decenza del suo

contegno si conciliò l'affezione del Clero non men che del popolo_: e

rei pur furono di solenne _ingiustizia quelli Ecclesiastici Giudici_,

che lo condannarono in Tiro.

Or se io dicessi, che noi _possiam diffidare delle proteste di rispetto,

che quell'istesso Atanasio faceva all'Imperatore Costanzo_; che _egli in

quel modesto equipaggio, solito ad affettarsi dalla politica e

dall'orgoglio, faceva le visite Episcopali_; che _Arsenio era

un'immaginaria sua vittima e suo segreto amico_; che _egli sì abbondante

di difese rispetto ad Arsenio medesimo ed al calice, lasciò la grave

accusa di aver fatto battere, ed imprigionare sei Vescovi senza

risposta_; se io mettessi in _forse_, che _la ragione fosse veramente

dalla parte di Atanasio_: se finalmente decidessi, che _la differenza

tra homoousion, ed homoiusion essendo quasi invisibile all'occhio

Teologico più delicato_, Atanasio mostrossi _avido di fama ed attaccato

dal contagio del fanatismo_; neghereste voi mai, che io fossi

oppostissimo di sentimento al Sig. Gibbon in riguardo a quel celebre

Primate di Egitto? E come negarlo? Asserisce l'Autore, che il Clero

deposto sotto Costanzo era _Ortodosso_, che la dottrina di Atanasio era

_Cattolica_, che i Giudici di lui furono _ingiusti_; io per lo contrario

direi, che buona parte di quella disputa fu più grammaticale che

teologica, e che Atanasio fu ben fanatico a sacrificarsi se non per un

dittongo, almeno per un vocabolo _proibito dal Concilio d'Antiochia_. Il

Sig. Gibbon afferma, che il contegno di quel Santo era decente, ed

attissimo a conciliarsi l'affetto universale: ed io in quel modesto

equipaggio ravviserei l'orgoglio, la politica, e l'avidità della fama.

Il Sig. Gibbon ripete sovente, che la giustizia e la verità, e per

conseguenza la ragione assistevano la causa di Atanasio: io dubiterei se

la ragione fosse veramente dalla sua parte: il Sig. Gibbon profonde per

Atanasio luminosi titoli di _grande, d'immortale, di venerando_, io gli

darei quelli di finto, di adulatore o di subdolo. Non valuto però molto

quell'ultimo, perchè essendo lo stesso, che _Venerabile_, questo

l'Autore lo trova benissimo conciliabile in S. Gregorio Nazianzeno con

l'altro di _stolto_ e di _calunniatore_[158]. Nell'esporvi la mia

ipotesi non ho fatto altra cosa, che trascrivervi letteralmente le

parole del Sig. Gibbon, che voi potete riscontrare nel libro. Vi sarà

dunque facile il conchiudere, che il Sig. Gibbon è in opposizione con se

medesimo.

Dovremo noi credere a questo A. nel primo caso o sibben nel secondo? Io

per me voglio credergli assolutamente nel primo; perocchè il carattere,

che ivi fa di Atanasio è conforme a quello, che fanno di lui il

Tillemont ed i Monaci Benedettini: ed egli stesso m'insegna, che _la

diligenza del Tillemont e degli Editori Benedettini ha raccolto tutti i

fatti ed esaminata ogni difficoltà concernente la vita del grande

Atanasio_: e mi maraviglio che dimenticatosi di una regola così giusta,

tratti Gioviano d'_adulatore, empio e stravagante_ per aver detto

celestiali le virtù del S. Arcivescovo, ed averlo chiamato figura della

Divinità[159], e con una nuova opposizione con se medesimo _non ammetta

la delicatezza del Baronio, del Valesio_, e precisamente _del Tillemont

nel rigettare l'aneddoto del rifugio di Atanasio in casa della bella

vedova Alessandrina_, indegno certamente della gravità della Storia

Ecclesiastica, ingiurioso alla memoria di un Santo sì illustre, e forse

inventato dal livor degli Arriani. Ma che volete aspettarvi di coerente

da un Autore, il quale ad onta degli _originali ed autentici monumenti,

onde confessa esser giustificate le apologie e le lettere ai Monaci di

Atanasio_ ha la stravaganza di dichiararsi di _prestarvi minor fede:

perchè egli troppo vi apparisce, innocente e troppo assurdi gli

avversari di lui_? Intanto con questo suo modo di pensare e di scrivere

ci fa toccar con mano, come non vi ha assurdo delirio, di cui non sia

capace un uomo preoccupato dallo spirito di religioso partito, o di una

tolleranza sfrenata. Osservatelo più distintamente in Giuliano

l'Apostata.

Già v'immaginerete, che egli debba esser l'Eroe del Sig. Gibbon, ed in

sostanza è così. _Erano inimitabili_, dice egli, _le virtù di Giuliano_,

ed il suo trono era _la sede della ragione, della virtù, e forse della

vanità_, vanità, che il medesimo nostro Critico non si risovvenendo del

_forse_ chiama _eccessiva_. Io non istarò a discutere quale alleanza

possa darsi tra la vera virtù e la vanità: Teologia sarebbe questa

troppo sublime per uno che applaude ai _Protestanti della Francia, della

Germania, e dell'Inghilterra per aver sostenuta con l'armi la civile e

religiosa lor libertà_ contro la teoria e la pratica costante dei primi

Cristiani, e che giudica lo stesso Giuliano _tollerabil Teologo_ sebben

sostenga che _Cristo è uomo puro, e che la Trinità non è dottrina nè di

Paolo, nè di Gesù, nè di Mosè_. Chiederò solo al Sig. Gibbon

primieramente, se Giuliano costantemente, o spesso almeno _si rammentava

di quella fondamental massima di Aristotele, che la vera virtù si trova

in ugual distanza fra gli opposti vizi_? Ora ei mi risponde, che

_l'indole di Giuliano era di rammentarsene rare volte_. Dunque il trono

di lui non era la sede della ragione e della virtù, ed il Sig. Gibbon si

contraddice[160]. Domando a voi in secondo luogo, se l'ingiustizia,

l'ingratitudine, la mala fede, la leggerezza di naturale siano

ragionevoli e virtuose? Una simile domanda ecciterà forse le vostre

risa, e forse il vostro sdegno. Incolpatene il Sig. Gibbon: egli è che

mi obbliga a farvela. Imperciocchè se la _giustizia medesima parve che

piangesse il fato di Ursulo tesorier dell'Impero, ed il suo sangue

accusò l'ingratitudine di Giuliano, di cui si erano opportunamente

sollevate le angustie dall'intrepida liberalità di quell'onesto

Ministro_; se l'Imperatore stesso restò _profondamente colpito dai

propri rimorsi_ per un attentato, che Ammiano (L. XX.) chiama

_impurgabile_, o conviene ammettere un'ingiustizia ed una ingratitudine

ragionevole e virtuosa, o d'uopo è confessare, che il trono di Giuliano

non fu la sede della ragione e della virtù. Si obbligò ancora Giuliano

con una promessa, che _avrebbe dovuto esser sempre inviolabile_, che se

gli Egizi, i quali altamente richiedevano i doni fatti o

illegittimamente o per imprudenza, _fosser comparsi in Calcedonia,

avrebbe ascoltato in persona, e decise le lor querele_; ma intanto dal

trono, che era la sede della ragione e della virtù, _partì un ordine

assoluto, che vietando di trasportare a Costantinopoli Egizio veruno,

esausta la loro pazienza e il denaro, furono costretti a tornare con

isdegnosi lamenti al nativo loro paese_. Ma vi è di più. L'Imperatore,

che occupava quel trono, sede della ragione e della virtù, sostenne

_l'ingiustizia di escludere_ i Cristiani da tutti gli uffizi di fedeltà

e di profitto, _maliziosamente_ rammentando loro, che non era lecito ad

un Cristiano di usar la spada o della giustizia o della guerra, e

_dissimulando più che potè l'ingiustizia_, che esercitavasi in nome di

lui dai Ministri, (per quanta tara si debba fare all'espressioni degli

Storici Ecclesiastici) _esprimeva il suo real sentimento intorno alla

loro condotta con dolci riprensioni e con reali premi_ e per finirla,

quell'Imperatore medesimo _leggiero di naturale ordinò senza prove_, che

fosse immediatamente eseguita _la vendetta contro i Cristiani, ai quali

un leggierissimo rumore_ imputava _l'incendio del Tempio di Dafne_. Con

tutto ciò _affinchè sembri mancar qualche cosa alla grazia e perfezione

della intera figura, bisogna guardare con minuta e forse malevola

attenzione il ritratto di Giuliano_, poichè ei cercò sempre di unire

l'_autorità_ con il _merito_, e la _felicità colla virtù_.

Siccome questo giudizio intorno a Giuliano è espresso da Gibbon in un

paragrafo a parte, il quale ha per titolo (_il suo carattere_), però mi

azzardai di asserire, che questo Imperatore è il suo Eroe. Non lo è per

altro del Mosheim dottissimo Protestante ancor esso. Fate di grazia il

confronto di questi giudizi: «Per collocare (dice questo Scrittore,

Storia Eccl. Sec. I. part. n. 13.) Giuliano tra i più grandi uomini,

conviene essere od acciecato all'eccesso dai propri pregiudizi, o non

aver letto giammai con attenzione le opere di lui, o non aver finalmente

alcuna giusta idea della vera grandezza. Il carattere di Giuliano

presenta pochi di quei tratti, che contraddistinguono un uomo grande...

Egli era superstizioso all'eccesso; prova ben chiara di un intelletto

limitato e di uno spirito basso e superficiale... Aggiungete a ciò

l'ignoranza la più perfetta della vera filosofia, e giudicate se

Giuliano quand'anche fosse superiore in alcuna cosa ai figli di

Costantino, non è però al di sotto di Costantino medesimo ad onta delle

ingiurie con cui l'opprime, e del disprezzo che ne mostra in

qualsivoglia occasione». Voi forse potrete dirmi, letta che avrete la

storia del Sig. Gibbon, che ancora egli confessa essere stato Giuliano

credulo all'_arte divinatoria_ quant'altri mai, _dissimulatore_ solenne

in fatto di Religione, per _una strana contraddizione avere sdegnato il

giogo salutare del Vangelo, mentre fece una volontaria offerta di sua

ragione sugli altari di Giove e di Apollo e preferì gli Ancili alla

Croce_, essersi _per fine avvilito_ con le _visioni e coi sogni_ e con

una _superstizione_ che pose in _pericolo la sorte dell'Impero Romano_.

Che se è così, perchè dunque per una più strana contraddizione asserire

che _inimitabili furono le virtù_ di Giuliano, e che _bisogna riguardare

con minuta, e forse con malevola attenzione il ritratto di lui, affinchè

sembri mancar qualche cosa alla grazia e perfezione dell'intera figura_?

O fidatevi del Sig. Gibbon, quando si tratta di formare i caratteri!

Finisco con fare una osservazione di quello, che ei fece in generale

delle Sette Cristiane, cioè di _quegli ostili Settari, che prendevano i

nomi di Ortodossi e di Eretici; ai quali la nostra tranquilla ragione, a

suo dire, imputerà un uguale, o almeno «non molto diversa dose di bene e

di male .... poichè sì dall'una che dall'altra parte poteva esser lo

sbaglio innocente, la fede sincera, la pratica meritoria o corrotta»_.

Qui sicuramente si parla degli Atanasiani od Omousiani, e degli Arriani

loro avversari. Ma questi servironsi per ripetute confessioni del Sig.

Gibbon _dell'ambiguità dell'ingegnosa malizia_, di _una squisita

malignità dell'inganno, dei destri maneggi, dell'arte sofistica_;

questi, che al Concilio di Tiro _avevan segretamente determinato di fare

apparir delinquente, e di condannare il lor nemico_ Atanasio,

_procurarono di mascherare la loro INGIUSTIZIA coll'imitazione della

forma giudiciaria_. Questi, opponendosi alla causa di Atanasio,

opponevansi ancora alla _Fede Nicena_, di cui egli era il campione, ed

_alla verità religiosa_. Ed in uomini di tal tempra _poteva esser lo

sbaglio innocente, la fede sincera_? E questo non è un contraddirsi, ed

un abusarsi della pazienza d'un onorato lettore?

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05 · 第 14 / 35 题