Mentre gli Alemanni sembravano umiliati dalle recenti loro calamità,

restò mortificato l'orgoglio di Valentiniano dall'inaspettata sorpresa

di Mogunziaco o Magonza, città principale dell'alta Germania. Nel tempo

meno sospetto d'una solennità Cristiana, Rando ardito ed abile Capitano,

che aveva lungamente premeditato l'attacco, passò improvvisamente il

Reno; entrò nella non difesa città, e ritirossi con una gran quantità di

schiavi d'ambedue i sessi. Valentiniano risolvè di prendere una severa

vendetta sopra tutto il corpo della nazione. Fu ordinato al Conte

Sebastiano d'invadere il loro paese con le truppe dell'Italia e

dell'Illirico probabilmente dalla parte della Rezia. L'Imperatore in

persona, accompagnato da Graziano suo figlio, passò il Reno alla testa

d'un formidabile esercito, che era sostenuto d'ambe le parti da Gioviano

e da Severo, Generali della cavalleria e dell'infanteria dell'Occidente.

Gli Alemanni, essendo incapaci di impedire la devastazione dei loro

villaggi, piantarono il campo sopra un'alta e quasi inaccessibil

montagna nel moderno ducato di Virtemberga, e con fermezza aspettarono

l'avvicinarsi dei Romani. Valentiniano espose la propria vita ad un

imminente pericolo per l'intrepida curiosità, con cui volle persistere

ad esplorare un passo segreto e non guardato. Una truppa di Barbari uscì

ad un tratto da un'imboscata; e l'Imperatore, che spronò fortemente il

cavallo verso una ripida e sdrucciolevole scesa, dovè lasciarsi dietro

il proprio scudiere, e l'elmetto magnificamente ornato d'oro e di pietre

preziose. Al segno di un assalto generale, le truppe Romane circondarono

e salirono da tre diverse parti la montagna di Solicinio. Ogni passo che

facevano, accresceva loro l'ardore, ed abbatteva la resistenza del

nemico; e poscia che le riunite lor forze ebbero occupata la sommità del

monte, impetuosamente spinsero i Barbari verso il declive

settentrionale, dove era situato il Conte Sebastiano per impedir loro la

ritirata. Dopo tal segnalata vittoria Valentiniano tornò ai suoi

quartieri d'inverno a Treveri; dove promosse la pubblica gioia colla

rappresentazione di trionfali e splendidi giuochi[93]. Ma il saggio

Monarca, invece d'aspirare alla conquista della Germania, limitò la sua

attenzione all'importante e laboriosa difesa della frontiera Gallica

contro un nemico, la forza di cui era rinnovata da uno sciame di

coraggiosi volontari, che di continuo venivano dalle più lontane tribù

del Settentrione[94]. Sulle rive del Reno, dalla sua sorgente fino allo

stretto dell'Oceano, s'eressero frequenti e considerabili fortezze ed

opportune torri; l'ingegno d'un Principe, abile nelle arti meccaniche,

inventò nuove operazioni e novelle armi; e le sue numerose reclute di

gioventù, sì Romana che Barbara, venivano esercitate rigorosamente in

tutti gli esercizi di guerra. Il progresso dell'opera, alla quale si

opposero ora le modeste rappresentanze, ed ora gli attacchi dei nemici,

assicurò la tranquillità della Gallia pei nove seguenti anni

dell'amministrazione di Valentiniano[95].

[A. D. 371]

Questo prudente Imperatore, che diligentemente praticava le savie

massime di Diocleziano, procurava di fomentare e d'eccitar le interne

divisioni delle tribù della Germania. Verso la metà del quarto secolo il

paese (probabilmente della Lusazia e della Turingia) da ambe le parti

dell'Elba era occupato dall'incostante dominio dei Borgognoni, guerriero

e numeroso popolo della razza dei Vandali[96], l'oscuro nome del quale

appoco appoco s'estese ad un potente regno, e finalmente è restato ad

una florida Provincia. Sembra, che la circostanza più considerabile

negli antichi costumi dei Borgognoni fosse la diversità della civile ed

ecclesiastica loro costituzione. Si dava il nome di _Hendino_ al Re o

Generale, e quello di _Sinisto_ al sommo Sacerdote della nazione. La

persona di quest'ultimo era sacra, e perpetua la sua dignità; ma il

governo temporale tenevasi con un titolo molto precario. Se i successi

della guerra intaccavano il coraggio o la condotta del Re, egli veniva

immediatamente deposto; e l'ingiustizia dei propri sudditi lo faceva

responsabile della fertilità della terra e della regolarità delle

stagioni, che pareva dovere più propriamente spettare al dipartimento

Sacerdotale[97]. Il dibattuto possesso di alcune saline[98] impegnava

gli Alemanni ed i Borgognoni a frequenti contese; questi secondi

facilmente furon tentati dalle sollecitazioni segrete e dalle generose

offerte dell'Imperatore; e con vicendevol credulità s'ammise la favolosa

lor discendenza dai soldati Romani, che erano stati anticamente lasciati

di guarnigione nelle fortezze di Druso, come quella ch'era coerente al

mutuo loro interesse[99]. Tosto comparve un'armata di ottantamila

Borgognoni sulle rive del Reno; e con impazienza chiedevan l'aiuto ed i

sussidi che Valentiniano avea loro promesso; ma lusingati furono a forza

di scuse o dilazioni, finchè dopo avere inutilmente aspettato, furon

costretti al fine di ritirarsi. Le armi e le fortificazioni della

frontiera Gallica frenarono il furore del lor giusto sdegno; e la

strage, che fecero dei prigionieri, servì ad inasprire l'odio ereditario

dei Borgognoni e degli Alemanni. Si può spiegar forse l'incostanza del

savio Principe, per qualche alterazione delle circostanze; e può anche

darsi che il primo disegno di Valentiniano fosse quello di spaventare

piuttosto che di distruggere; giacchè si sarebbe tolto ugualmente

l'equilibrio del potere coll'estirpazione sì dell'una che dell'altra

nazione Germanica. Fra i Principi Alemanni, Macriano, che col nome

Romano apprese avea le arti di soldato e di politico, meritò l'odio e la

stima di Valentiniano. L'Imperatore s'indusse a passare in persona con

una leggiera e spedita truppa il Reno, si avanzò per cinquanta miglia

nell'interno del paese, ed avrebbe infallibilmente ottenuto l'oggetto

delle sue ricerche, se le giudiziose misure di lui non si fossero

sconcertate dall'impazienza delle sue truppe. Macriano in seguito fu

ammesso all'onore di una personale conferenza coll'Imperatore: ed i

favori che ne ricevè, lo assodarono fino alla morte nella sincera e

costante amicizia della Repubblica[100].

Era il paese coperto dalle fortificazioni di Valentiniano; ma le coste

marittime della Gallia e della Britannia rimanevano esposte alle

depredazioni dei Sassoni. Questo celebre nome, pel quale noi abbiamo un

dolce e domestico interesse, sfuggì di vista a Tacito; e nelle carte di

Tolomeo appena s'indica l'angusto collo della penisola Cimbrica, e le

tre piccole isole verso la bocca dell'Elba[101]. Questo piccolo

territorio, corrispondente al moderno Ducato di Slevvig o forse

d'Holstein, non era capace di produrre quegli immensi sciami di Sassoni,

che dominarono sull'Oceano, che empirono le isole Britanniche del

proprio linguaggio, delle loro leggi e colonie, e che per tanto tempo

difesero la libertà del Settentrione dalle armi di Carlo Magno[102].

Facilmente trarremo la soluzione di questa difficoltà dalla somiglianza

dei costumi e dalla libera costituzione delle tribù della Germania, che

si univano l'una coll'altra nelle più minute occorrenze di amicizia o di

guerra. La situazione dei primitivi Sassoni li disponeva ad abbracciar

le pericolose professioni di soldati o di pirati; ed il buon successo

delle loro avventure doveva eccitare naturalmente la emulazione dei loro

più bravi paesani, che erano disgustati della trista solitudine delle

loro boscaglie e montagne. In ogni stagione scorrevano giù per l'Elba

intere flotte di barche, piene di valorose ed intrepide compagnie, che

aspiravano a vedere l'immenso aspetto dell'Oceano, ed a gustare la

ricchezza ed il lusso di incogniti Mondi. Sembrerebbe però verosimile,

che i più copiosi ausiliari dei Sassoni fossero somministrati dalle

nazioni, che abitavan lungo i lidi del Baltico. Avevano esse armi e

navi, l'arte della navigazione e l'abitudine della guerra marittima; ma

la difficoltà di passar le colonne d'Ercole settentrionali[103], le

quali per più mesi dell'anno eran chiuse dal ghiaccio, limitava la loro

perizia e il loro coraggio dentro i confini d'uno spazioso lago. La fama

dei fortunati successi di quelli, che navigavano dalla bocca dell'Elba,

dovea ben presto incitarli ad attraversare lo stretto istmo di Slesvvig,

ed a lanciare le loro navi nell'ampio mare. Le varie truppe di pirati e

di avventurieri che combattevano sotto l'istesso stendardo, appoco

appoco s'unirono in una società permanente, di ruberie a principio, e di

governo in appresso. D'una confederazion militare a grado a grado

formossi un corpo di nazione, mediante le dolci operazioni del

matrimonio e della consanguineità; e le circonvicine tribù, che ne

sollecitavano l'alleanza, presero il nome e le leggi dei Sassoni. Se il

fatto non fosse renduto certo dalle più indubitabili prove, parrebbe che

noi ci abusassimo della credulità dei nostri lettori, descrivendo i

vascelli, nei quali i Sassoni pirati arrischiaronsi a scherzare coi

flutti dell'Oceano Germanico, del canale Britannico, e della baia di

Biscaglia. La chiglia delle lor larghe e piatte barche era formata di

leggiero legname; ma i lati e le opere morte non eran che di vimini con

una coperta di forti pelli[104]. Nel corso delle tarde loro e distanti

navigazioni dovettero sempre trovarsi esposti a' pericoli, e molto

spesso alla disgrazia del naufragio, e gli annali marittimi dei Sassoni

furon senza dubbio ripieni di ragguagli delle perdite che essi fecero

sulle coste della Britannia e della Gallia. Ma l'audace spirito dei

pirati affrontò i pericoli tanto del mare che del lido; la lor perizia

fu confermata dall'abitudine delle imprese; l'infimo dei loro marinari

era ugualmente capace di maneggiare un remo e d'alzare una vela, che di

regolare un vascello; ed i Sassoni si rallegravano all'aspetto d'una

tempesta, che occultava i loro disegni, e dispergeva le flotte

nemiche[105]. Dopo d'aver acquistato un'esatta cognizione delle Province

marittime d'Occidente, estesero più oltre le loro depredazioni, ed i

luoghi più remoti avean ragion di temere per la lor sicurezza. I navigli

Sassoni pescavan sì poco, che potevan facilmente rimontar quaranta o

cento miglia su pei gran fiumi; tanto piccolo era il loro peso, che

trasportavansi sopra dei carri da un fiume all'altro; ed i pirati, che

erano entrati nell'imboccatura della Senna o del Reno, potevan

discendere pel rapido corso del Rodano giù nel Mediterraneo. Le Province

marittime della Gallia furon molestate dai Sassoni sotto il regno di

Valentiniano; fu posto un Conte militare a difesa della costa o del

confine Armorico; e quest'uffiziale che non trovò la sua forza o abilità

sufficiente all'impresa, implorò l'aiuto di Severo, Generale

dell'infanteria. I Sassoni, circondati ed oppressi dal numero, furon

costretti ad abbandonare le loro spoglie, ed a cedere una scelta truppa

dell'alta loro e robusta gioventù per militare negli eserciti Imperiali.

Essi non stipularono che una sicura ed onorevole ritirata; e facilmente

accordossi tal condizione dal Generale Romano, che meditava un atto di

perfidia[106] non meno inumano che imprudente, finchè restava in vita ed

in armi un solo Sassone, che vendicar potesse la sorte dei suoi

nazionali. Il prematuro ardore de' fanti, che erano stati posti

segretamente in una profonda valle, manifestò l'imboscata: e sarebbero

forse restati vittime del lor tradimento, se un grosso corpo di corazze,

eccitato dallo strepito della pugna, non si fosse velocemente avanzato a

trar d'angustia i compagni, e ad opprimere l'indomito valore dei

Sassoni. Si salvarono alcuni prigionieri dal furor della spada per

spargere il sangue nell'anfiteatro; e l'oratore Simmaco si duole, che

ventinove di quei disperati selvaggi, strangolandosi con le proprie

mani, avessero impedito il divertimento del Pubblico. Ciò nondimeno i

filosofi ed i culti cittadini di Roma concepirono un profondo orrore,

quando furono informati che i Sassoni consacravano agli Dei la decima

delle loro prede _umane_, e che determinavano a sorte gli oggetti del

barbaro sacrifizio[107].

II. Le favolose colonie degli Egizj e dei Troiani, degli Scandinavi e

degli Spagnuoli, che lusingavano l'ambizione, e divertivano la credulità

dei nostri rozzi antenati, sono insensibilmente svanite alla luce della

scienza e della filosofia[108]. Il presente secolo è persuaso della

semplice e ragionevole opinione, che le isole della Gran Brettagna e

dell'Irlanda fossero appoco appoco popolate dal vicino continente della

Gallia. Si è conservata la distinta memoria d'un'origine Celtica dalla

costa di Kent fino all'estremità di Catness e d'Ulster nella costante

somiglianza della lingua, della religione e dei costumi; ed i caratteri

particolari delle tribù Britanniche possono attribuirsi naturalmente

all'influenza di circostanze accidentali e locali[109]. La provincia

Romana era ridotta allo stato di civile e pacifica servitù; i diritti

della selvaggia libertà s'eran ristretti agli angusti confini della

Caledonia. Gli abitanti di quella Settentrionale regione fino dal regno

di Costantino eran divisi nelle due grandi tribù degli Scoti e dei

Pitti[110], che dopo hanno avuto una sorte molto diversa. È restata

estinta la potenza e quasi anche la memoria dei Pitti dai fortunati loro

rivali; e gli Scoti, dopo d'aver conservato per più secoli la dignità

d'un regno indipendente, hanno, mercè di un'uguale e volontaria unione,

accresciuto l'onore del nome Inglese. La mano della natura aveva

contribuito a fissare l'antica distinzione degli Scoti e dei Pitti. I

primi abitavan nei monti, ed i secondi nel piano. La costa orientale

della Caledonia può risguardarsi come un uguale e fertile paese, che

anche in un rozzo stato d'agricoltura poteva produrre una quantità

considerabile di grano; e l'epiteto di _cruitnich_, o mangiatori di

frumento, esprimeva il disprezzo o l'invidia dei carnivori montanini.

Può la cultura della terra introdurre una separazione più esatta di

beni, e l'abitudine di una vita sedentaria; ma la passion dominante dei

Pitti era sempre l'amore delle armi e della rapina; ed i loro guerrieri,

che nel tempo della battaglia solevan nudarsi, eran distinti agli occhi

dei Romani per uno strano costume che avevano, di colorire i lor corpi

con vivi colori e con capricciose figure. La parte occidentale della

Caledonia s'innalza irregolarmente in selvagge e nude montagne, che

scarsamente compensano il travaglio dell'agricoltore, e sono con

maggiore vantaggio impiegate nella pastura dei greggi. I montanari si

diedero dunque alle occupazioni di pastori e di cacciatori; e siccome

rade volte si fissavano in alcuna stabile abitazione, acquistarono

l'espressivo nome di Scoti, che nella lingua Celtica dicesi equivalere a

quello di ambulatori vagabondi. Gli abitanti di uno steril terreno furon

costretti a cercare un altro sussidio di cibo nell'acqua. I profondi

laghi, e le baie, che intersecano il loro paese, sono abbondantemente

provvedute di pesce; ed appoco appoco s'arrischiarono a gettar le reti

nell'Oceano. La vicinanza dell'Ebridi, sparse in tanta copia lungo la

costa occidentale della Scozia, tentò la curiosità e migliorò la perizia

loro; ed a grado a grado appresero l'arte o piuttosto l'abitudine di

maneggiare le loro barche in un mar tempestoso, e di regolare il

notturno loro corso col lume delle stelle ben note. I due acuti

promontori della Caledonia quasi toccano i lidi di una spaziosa isola, a

cui per la sua lussureggiante vegetazione fu dato il nome di _verde_, ed

ha conservato con una piccola differenza lo denominazione d'_Erin_ o

_Jerne_, o _Irlanda_. Egli è _probabile_, che in qualche distante

periodo d'antichità le fertili pianure d'Ulster ricevessero una colonia

di affamati Scoti, e che gli stranieri del Norte, che avevano ardito

d'affrontare le armi delle legioni, dilatassero le loro conquiste sopra

i selvaggi e non guerrieri abitanti d'un'isola solitaria. Egli è certo,

che nella decadenza del Romano Impero, la Caledonia, l'Irlanda e l'isola

di Man erano abitate dagli Scoti, e che quelle congiunte Tribù, spesso

associate fra loro nelle imprese militari, erano altamente impegnate nei

vari accidenti della respettiva loro fortuna. Essi tennero lungamente

cara la viva tradizione del comune lor nome ed origine; ed i Missionari

dell'isola de' Santi, che sparser la luce del Cristianesimo nella

Britannia Settentrionale, stabilirono la vana opinione, che gli

Irlandesi lor nazionali fossero i padri naturali non meno che spirituali

della stirpe Scozzese. Ci è stata conservata questa incerta ed oscura

tradizione dal venerabile Beda, che sparse qualche raggio di luce fra le

tenebre dell'ottavo secolo. Su questo debole fondamento a grado a grado

s'eresse una grossa fabbrica di favole dai Bardi e dai Monaci; due

specie di persone, che ugualmente abusarono del privilegio di fingere.

La nazione Scozzese, con orgoglio male inteso, adottò la sua Irlandese

genealogia; e si sono adornati gli annali di una lunga serie di Re

immaginari dalla fantasia di Boezio, e dalla classica eleganza di

Bucanano[111].

[A. D. 343-366]

Sei anni dopo la morte di Costantino, le rovinose irruzioni degli Scoti

e dei Pitti richiesero la presenza del suo figlio minore, che regnava

nell'Impero occidentale. Costante visitò i suoi stati Britannici; ma

possiam formare qualche giudizio dell'importanza delle sue operazioni

dal linguaggio del panegirico, che celebra soltanto il suo trionfo sugli

elementi, o in altri termini la buona fortuna d'un salvo e felice

passaggio dal porto di Bologna a quello di Sandwich[112]. Le calamità,

che i miseri Provinciali continuavano a soffrire per la guerra di fuori,

e per la domestica tirannia, furono aggravate dalla debole e corrotta

amministrazione degli eunuchi di Costanzo; ed il passeggiero sollievo,

che aver poterono dalle virtù di Giuliano, tosto svanì per l'assenza e

la morte del loro benefattore. Le somme d'argento e d'oro, che erano

state a gran fatica raccolte o generosamente trasmesse pel pagamento

delle truppe, furono intercettate dall'avarizia de' Comandanti;

pubblicamente vendevansi le dimissioni, o almen l'esenzioni dal servizio

militare; la miseria dei soldati, che erano ingiustamente spogliati

della legittima e scarsa lor sussistenza, gl'induceva a spesse

diserzioni; erano rilassati i nervi della disciplina; e le pubbliche

strade infestate dai ladroni[113]. L'oppressione dei buoni e l'impunità

dei malvagi contribuivano ugualmente a sparger nell'isola uno spirito di

malcontentezza e di ribellione; ed ogni suddito ambizioso, ogni esule

disperato poteva concepire una ragionevole speranza di sovvertire il

debole e distratto governo della Britannia. Le nemiche tribù

Settentrionali, che destavan l'orgoglio e il potere del Re del Mondo,

sospesero i domestici loro odj; ed i Barbari della terra e del mare, gli

Scoti cioè i Pitti ed i Sassoni, si diffuser con rapido ed irresistibil

furore dalla muraglia d'Antonino fino ai lidi di Kent. Nella ricca e

fertil provincia della Britannia erasi accumulata ogni produzione della

natura e dell'arte, ogni oggetto di comodità o di lusso, che quelli

erano incapaci di formar col lavoro, o di procurarsi per via del

commercio[114]. Un filosofo può deplorare in vero l'eterna discordia del

genere umano; ma dovrà confessare, che la brama della preda è un

eccitamento più ragionevole che la vanità della conquista. Dal tempo di

Costantino fino a quello dei Plantageneti, questo rapace spirito

continuò a dominare i poveri e robusti Caledoni; ma quell'istesso

popolo, la generosa umanità del quale pare che inspirasse i canti

d'Ossian, fu disonorato da una selvaggia ignoranza delle virtù della

pace e delle leggi della guerra. I loro meridionali vicini han provato e

forse esagerato le crudeli depredazioni degli Scoti e de' Pitti[115]; e

gli Attacotti[116], valorosa tribù della Caledonia, prima nemici e poi

soldati di Valentiniano, da un testimone di veduta sono accusati di

essersi deliziati nel gustare la carne umana. Si dice, che quando

andavano a caccia nei boschi, attaccavano più i pastori che il bestiame,

e che avidamente sceglievano le più delicate e carnose parti, sì degli

uomini che delle donne, cui essi preparavano per gli orridi loro

conviti[117]. Se realmente si è trovata nelle vicinanze della

commerciante e letterata città di Glascovia una razza di cannibali, si

possono ravvisare nel corso dell'istoria Scozzese gli opposti estremi

d'una vita selvaggia ed incivilita. Queste riflessioni tendono ad

ampliare il giro delle nostre idee, ed a secondare la piacevole

speranza, che la nuova Zelanda in qualche secolo futuro possa produrre

l'Hume dell'emisfero Meridionale.

Ogni messaggio, che attraversar poteva il canale Britannico, portava

alle orecchie di Valentiniano le più triste e terribili nuove; e

l'Imperatore fu tosto informato, che i due militari Comandanti della

Provincia erano stati sorpresi e tagliati a pezzi dai Barbari. Fu

spedito in fretta Severo, Conte dei domestici, e con ugual celerità

richiamato, dalla Corte di Treveri. Le rappresentanze di Giovino non

servirono che ad indicar la grandezza del male; e dopo una lunga e seria

deliberazione, fu affidata la difesa o piuttosto la ricuperazione della

Britannia all'abilità del valoroso Teodosio. Le imprese di tal Generale,

che fu padre d'una serie d'Imperatori, si son celebrate con particolar

compiacenza dagli scrittori di quel tempo: era però degno del loro

applauso il reale suo merito; e fu ricevuta dall'esercito e dalla

provincia la scelta di lui, come un sicuro presagio di vicina vittoria.

Ei prese il momento favorevole alla navigazione; e pose in terra sicure

le numerose e veterane truppe degli Eruli e dei Batavi, de' Gioviani e

dei Vittori. Nella sua marcia da Sandwich a Londra, Teodosio disfece

vari corpi di Barbari, liberò una moltitudine di schiavi, e dopo aver

distribuito ai soldati una piccola parte della preda, acquistossi la

fama d'una disinteressata giustizia con restituire il rimanente ai

legittimi proprietari. I cittadini di Londra, che avevan quasi disperato

della loro salute, spalancaron le porte; ed appena Teodosio ebbe

ottenuto dalla Corte di Treveri l'importante aiuto di un Luogotenente

militare, e d'un Governatore civile, eseguì con saviezza e vigore il

laborioso disegno di liberare la Britannia. Si richiamarono ai loro

stendardi i soldati vaganti; un editto di general perdono dissipò i

pubblici timori; ed il gradito suo esempio alleggerì il rigore della

marzial disciplina. Il variabile metodo di guerreggiare dei Barbari, che

divisi in più corpi infestavan la terra ed il mare, lo privò della

gloria d'una segnalata vittoria; ma si conobbe il prudente spirito e la

consumata perizia d'un Generale Romano nelle operazioni di due campagne,

che liberarono l'una dopo l'altra ogni parte della provincia dalle mani

d'un crudele e rapace nemico. Fu diligentemente restituito lo splendore

alle città e la sicurezza alle fortificazioni dalla paterna cura di

Teodosio, il quale con la forte sua destra confinò i Caledoni tremanti

nell'angolo settentrionale dell'isola, e perpetuò col nome e con lo

stabilimento della nuova provincia di _Valenza_ le glorie del regno di

Valentiniano[118]. La voce della poesia e del panegirico può aggiungere

forse con qualche grado di verità, che le incognite regioni di Tule

imbrattate furon dal sangue dei Pitti; che i remi di Teodosio percossero

i flutti dell'Oceano iperboreo; e che le remote Orcadi furon la scena

della sua vittoria navale sopra i pirati Sassoni[119]. Ei lasciò la

provincia con una buona e splendida reputazione, e fu immediatamente

promosso al posto di Generale della cavalleria da un Principe, che

applaudir poteva senza invidia al merito dei propri sudditi.

Nell'importante posto dell'alto Danubio il conquistatore della Britannia

represse e disfece le armate degli Alemanni, avanti d'esser destinato a

sopprimere la ribellione dell'Affrica.

[A. 366]

III. Il Principe, che ricusa d'esser il giudice, insegna al popolo di

risguardarlo come il complice dei suoi ministri. Si era per lungo tempo

esercitato il comando militare dell'Affrica dal Conte Romano, ed a quel

posto non era inferiore la sua abilità; ma siccome il sordido interesse

era l'unico motivo di sua condotta, egli diportavasi in molte occasioni

come se fosse stato nemico della provincia, ed amico dei Barbari del

deserto. Le tre floride città di Oea, di Leptis, e di Sabrata, che sotto

il nome di Tripoli avevano già da gran tempo stabilita una unione

federativa[120], furon costrette per la prima volta a chiudere le porte

contro un'ostile invasione; molti dei loro più onorevoli cittadini furon

sorpresi e trucidati, saccheggiati i villaggi ed anche i sobborghi; ed

estirpate le viti e gli alberi fruttiferi di quel ricco territorio dai

maliziosi selvaggi della Getulia. I miseri Provinciali implorarono la

protezione di Romano; ma presto si accorsero che il loro Governatore

militare non era meno crudele e rapace dei Barbari. Poichè non erano

essi capaci di somministrare i quattromila cammelli, e l'esorbitante

donativo, che egli esigeva prima di marciare in soccorso di Tripoli, la

sua domanda equivaleva a un rifiuto, e poteva esser giustamente accusato

come l'autore della pubblica calamità. Nella annuale assemblea delle tre

città, furono eletti due Deputati per portare a' piedi di Valentiniano

la solita offerta di una vittoria d'oro, ed accompagnar questo tributo

di dovere, piuttosto che di gratitudine, coll'umile loro querela di

essere rovinati dal nemico e traditi dal loro Governatore. Se la

severità di Valentiniano fosse stata ben regolata, avrebbe dovuto cadere

sulla rea testa di Romano. Ma il Conte, molto esperto nelle arti della

corruzione, avea mandato un veloce e fedel messaggiero per assicurarsi

della venale amicizia di Remigio, Maestro degli Uffizi. La saviezza del

consiglio Imperiale fu ingannata dall'artifizio, e raffreddatone il

giusto sdegno dalla dilazione. Finalmente, quando la replica delle

doglianze fu giustificata dalla reiterazione delle pubbliche angustie,

fu spedito dalla Corte di Treveri il notaro Palladio ad esaminare lo

Stato dell'Affrica e la condotta di Romano. Facilmente si disarmò la

rigida imparzialità di Palladio; fu egli tentato a riservare per sè una

parte del tesoro pubblico, che portava seco pel pagamento delle truppe;

e dal momento, in cui fu testimone a se stesso del proprio delitto, non

potè più ricusar d'attestare l'innocenza ed il merito del Conte. Si

dichiarò frivola e falsa l'accusa dei Tripolitani; e da Treveri fu

rimandato nell'Affrica Palladio stesso con una speciale commissione per

iscuoprire e perseguitare gli autori di quell'empia cospirazione contro

i rappresentanti del Sovrano. Le sue ricerche maneggiate furono con

tanta destrezza e felicità, che obbligò i cittadini di Leptis, i quali

di fresco avean sostenuto un assedio di otto giorni, a contraddire la

verità dei propri loro decreti, ed a censurar la condotta dei lor

deputati. Dalla temeraria e caparbia crudeltà di Valentiniano si

pronunziò senza esitare una sanguinosa sentenza. Per espresso comando

dell'Imperatore fu pubblicamente decapitato in Utica il presidente di

Tripoli, che aveva preteso di aver compassione delle angustie della

provincia; furon posti a morte quattro distinti cittadini come complici

dell'immaginaria frode; e a due altri fu tagliata la lingua. Romano,

superbo per l'impunità, ed irritato dalla resistenza continuò a godere

il comando militare, finattanto che gli Affricani provocati furono

dall'avarizia di lui ad unirsi allo stendardo ribelle di Firmo il

Mauritano[121].

[A. D. 372]

Nabal, padre di lui, era uno dei più ricchi e potenti Principi Mauritani

che riconoscessero la Sovranità di Roma. Siccome però aveva lasciato

dalle sue mogli o concubine una numerosa prole, ardentemente si

disputava intorno alla ricca sua eredità; e Zamma, uno de' suoi figli,

in una domestica rissa fu ucciso da Firmo di lui fratello. L'implacabile

zelo, col quale Romano procedè alla legittima vendetta di questo

omicidio, si potrebbe attribuire soltanto ad un motivo di avarizia o di

odio personale: ma in quest'occasione le sue pretensioni eran giuste; la

sua influenza era potente; e Firmo chiaramente conobbe che egli o doveva

presentare il collo al carnefice, o appellare dalla sentenza del

concistoro Imperiale alla sua spada ed al popolo[122]. Esso fu ricevuto

come il liberator della patria; ed appena si vide, che Romano non era

formidabile che ad una sommessa Provincia, il Tiranno dell'Affrica

divenne un oggetto d'universale disprezzo. La rovina di Cesarea, che fu

saccheggiata e bruciata dai licenziosi Barbari, convinse le città

refrattarie del pericolo che correvano resistendo; la potenza di Firmo

si stabilì, almeno nelle Province della Mauritania e della Numidia; e

pareva che egli non fosse più dubbioso che nell'assumere o il diadema di

Re Mauritano o la porpora di Romano Imperatore. Ma gl'imprudenti ed

infelici Affricani presto s'accorsero, che in questa inconsiderata

rivoluzione non avevano a sufficienza esaminata la propria loro forza o

l'abilità del lor condottiero. Avanti che questi aver potesse alcuna

certa notizia, che l'Imperator d'Occidente avesse determinata la scelta

di un Generale, o che si fosse preparata una flotta di trasporti alla

bocca del Rodano, ad un tratto egli seppe che il Gran Teodosio con una

piccola truppa di veterani avea preso terra presso a Igilgiti o Gigeri

sulla costa dell'Affrica; ed il timido usurpatore fu oppresso dalla

superiorità del valore e del genio militare. Quantunque Firmo avesse

armi e danaro, pure la disperazione di vincere lo ridusse immediatamente

all'uso di quegli artifizi che nel medesimo luogo ed in simili

circostanze si erano praticati dall'astuto Giugurta. Ei tentò

d'ingannare con un'apparente sommissione la vigilanza del Generale

Romano, di sedurre la fedeltà delle sue truppe, e di prolungar la durata

della guerra coll'impegnar l'una dopo l'altra le tribù indipendenti

dell'Affrica ad abbracciare il partito, ed a proteggere la fuga di esso.

Teodosio imitò l'esempio, ed ebbe il successo del suo predecessore

Metello. Quando Firmo in aria di supplicante accusò la sua temerità, ed

umilmente sollecitò la clemenza dell'Imperatore, il Luogotenente di

Valentiniano lo accolse, e lo licenziò con un amichevole abbraccio; ma

premurosamente richiese i sodi e sostanziali contrassegni d'un

pentimento sincero; nè dalle assicurazioni di pace si potè mai

persuadere a sospendere per un momento le operazioni d'un'attiva guerra.

Dalla penetrazione di Teodosio fu scoperta un'oscura cospirazione; ed

egli soddisfece, senza molta ripugnanza, il pubblico sdegno, che

segretamente aveva eccitato. Molti de' rei complici di Firmo furono

abbandonati, secondo il costume antico, al tumulto d'una esecuzion

militare; molti altri più, mediante l'amputazione di ambe le mani,

continuarono a presentare un istruttivo spettacolo d'orrore; l'odio dei

ribelli era accompagnato da timore; ed il timore, che avevano dei

soldati Romani, era mescolato con una rispettosa ammirazione. Fra le

immense pianure della Getulia, e le innumerabili valli del monte Atlante

era impossibile d'impedir la fuga di Firmo; e se avesse l'usurpatore

potuto stancare la pazienza del nemico, avrebbe posto in sicuro la sua

persona in fondo a qualche remota solitudine, ed avrebbe potuto aspettar

la speranza di una ribellione futura. Ei fu vinto però dalla

perseveranza di Teodosio, che avea fatto un'inflessibile risoluzione di

non terminare la guerra che con la morte del tiranno, e d'involger nella

rovina di lui qualunque nazione Affricana, che avesse ardito di

sostenerne la causa. Alla testa d'un piccolo corpo di truppe, che rare

volte eccedevano il numero di tremila cinquecento uomini, il Generale

Romano avanzavasi con una costante prudenza, senza temerità e senza

timore, nel cuore d'un paese, in cui veniva attaccato alle volte da

eserciti di ventimila Mauritani. La fermezza della sua disciplina

disordinava l'irregolarità dei Barbari; essi erano sconcertati dalle

opportune ed ordinate sue ritirate; restavan continuamente delusi dagli

ignoti ripieghi dell'arte militare, e sentirono e confessarono la giusta

superiorità che aveva sopra di loro il Capitano d'una incivilita

nazione. Allorchè Teodosio entrò negli estesi dominj d'Igmazen Re degli

Isaflensi, l'altiero Selvaggio domandò in termini di diffidenza il suo

nome, e l'oggetto di sua spedizione: «Io sono (replicò il forte e non

timido Conte) io sono il Generale di Valentiniano, Signore del Mondo,

che qua mi ha spedito a perseguitare e punire un disperato ladrone.

Dàllo subito nelle mie mani; e sia certo, che se non obbedirai agli

ordini dell'invincibile mio Sovrano, tu ed il popolo, su cui regni,

sarete totalmente distrutti». Tosto che Igmazen fu convinto, che il suo

nemico avea forza e risolutezza capace d'eseguire quella fatal minaccia,

consentì a comprare una pace necessaria col sacrifizio d'un reo

fuggitivo. Le guardie, che furon poste alla custodia della persona di

Firmo, gli tolsero qualunque speranza di fuga; ed il Mauritano Tiranno,

dopo d'aver estinto col vino il sentimento del pericolo, deluse

l'insultante trionfo dei Romani, strangolandosi da se stesso la notte.

Il suo cadavere, unico presente che Igmazen potè offerire

all'Imperatore, fu con disprezzo gettato sopra un cammello; e Teodosio

riconducendo le sue vittoriose truppe a Sitifi, fu salutato dalle più

vive acclamazioni di gioia e di fedeltà[123].

[A. 376]

S'era perduta l'Affrica pe' vizi di Romano e ricuperata per le virtù di

Teodosio: ora la nostra curiosità può vantaggiosamente occuparsi in

investigare il trattamento che i due Generali rispettivamente ottennero

dalla Corte Imperiale. Era stata sospesa l'autorità del Conte Romano dal

Comandante generale della cavalleria; egli era stato posto in sicura ed

onorevol custodia fino al termine della guerra. I suoi delitti eran

dimostrati con le più autentiche prove; ed il pubblico aspettava con

impazienza il decreto di una rigorosa giustizia. Ma il parziale e

potente favore di Mellobaude l'animò a ricusare i legittimi suoi

giudici, ad ottenere replicate dilazioni a fine di procurarsi una folla

di favorevoli testimonianze, e finalmente a cuoprire la rea sua condotta

coll'altro delitto della frode e della finzione. Verso il medesimo

tempo, il restauratore della Britannia e dell'Affrica, sopra un incerto

sospetto, che il nome ed i servigi di lui fossero superiori al grado di

suddito, fu ignominiosamente decapitato a Cartagine. Non regnava più

Valentiniano; e la morte di Teodosio non meno che l'impunità di Romano

si può giustamente attribuire alle arti dei Ministri, che abusarono

della confidenza, ed ingannarono l'inesperta gioventù dei suoi

figli[124].

Se Ammiano avesse usato la geografica sua esattezza nel descrivere le

operazioni Affricane di Teodosio, noi avremmo con ardente curiosità

seguitato i distinti e domestici passi della sua marcia. Ma la tediosa

enumerazione delle incognite e non interessanti tribù dell'Affrica, si

può ridurre alla generale osservazione, che esse erano tutte della nera

stirpe dei Mori, che abitavano gl'interni stabilimenti delle province

della Mauritania e della Numidia, paese (come in seguito si è chiamato

dagli Arabi) dei datteri e dello locuste[125]; e che come andava

nell'Affrica decadendo la potenza Romana, insensibilmente si

ristringevano i limiti della civiltà e dell'agricoltura. Oltre gli

ultimi confini de' Mauritani, il vasto ed inospito deserto del Sud

s'estende più di mille miglia fino alle rive del Nigro. Gli Antichi, i

quali avevano una cognizione molto debole ed imperfetta della gran

Penisola dell'Affrica, furono alle volte indotti a credere, che dovesse

la zona torrida restare perpetuamente priva di abitatori[126]; ed alle

volte divertivano la lor fantasia con empire quel voto intervallo di

uomini o piuttosto di mostri[127], di satiri con le corna e col piede

forcuto[128], di favolosi centauri[129], e di umani pimmei, che facevano

un'audace e dubbiosa guerra contro le grue[130]. Cartagine avrebbe

tremato alla strana notizia che le terre di là dall'equatore eran piene

d'innumerabili popoli, i quali non differivano dall'ordinaria figura

della specie umana, che nel colore; ed i sudditi del Romano Impero

avrebbero potuto affannosamente aspettare, che quegli sciami di Barbari,

che uscivan dal Settentrione, presto incontrassero dalla parte del

Mezzogiorno nuovi sciami di Barbari ugualmente formidabili e fieri. Tali

oscuri terrori si sarebbero invero dissipati dalla più esatta cognizione

del carattere degli Affricani loro nemici. L'inazione per altro dei Neri

non sembra che sia l'effetto nè della virtù, nè della pusillanimità

loro. Soddisfano essi, come il resto degli uomini, le loro passioni ed

appetiti; e le vicine tribù si trovan frequentemente impegnate in atti

d'ostilità[131]. Ma la rozza loro ignoranza non ha inventata mai verun

arme efficace di difesa o di distruzione; pare che siano incapaci di

formare alcun piano esteso di governo o di conquista; e le nazioni della

zona temperata facilmente hanno scoperta l'inferiorità delle loro

potenze intellettuali; e ne hanno abusato. Ogni anno s'imbarcano dalla

costa della Guinea sessantamila Neri per non tornar mai più al nativo

loro paese; ma sono imbarcati in catene[132]; e tal continua emigrazione

che nello spazio di due secoli avrebbe potuto somministrar eserciti da

soggiogar tutto il globo, accusa la reità dell'Europa e la debolezza

dell'Affrica.

[A. 365-378]

IV. Era stato fedelmente eseguito dalla parte dei Romani l'ignominioso

trattato, che salvò l'esercito di Gioviano; e siccome avevano essi

rinunziato solennemente alla sovranità ed alleanza dell'Armenia e

dell'Iberia, quei tributari due regni si trovarono esposti senza

protezione alle armi del Monarca Persiano[133]. Entrò Sapore nel

territorio dell'Armenia, conducendo un formidabile esercito di corazze,

di arcieri e d'infanteria mercenaria; ma era un invariabile suo costume

il mescolare la guerra con la negoziazione, e risguardar la falsità e lo

spergiuro, come gli istrumenti più efficaci della reale politica. Egli

affettò di lodare la prudente e moderata condotta del Re d'Armenia; ed

il non diffidente Tiranno si lasciò persuadere dalle replicate

assicurazioni d'un'insidiosa amicizia a dar la propria persona in mano

ad un infido e crudele nemico. In mezzo ad uno splendido convito fu

posto in catene d'argento, quasi fosse un onore dovuto al sangue degli

Arsacidi; e dopo una breve dimora nella Torre dell'Oblivione ad

Ecbatana, fu liberato dalle miserie della vita per mezzo o del suo

proprio pugnale, o di quello d'un assassino. Il regno dell'Armenia fu

ridotto alla condizione d'una provincia Persiana; ne fu divisa

l'amministrazione fra un nobile Satrapo, ed un favorito Eunuco; e Sapore

senza indugio marciò a soggiogare il marziale spirito degli Iberi.

Sauromace, che per concessione degl'Imperatori vi regnava, fu espulso

dalla forza superiore; ed il Re dei Re, insultando alla maestà di Roma,

pose il diadema sul capo all'abbietto suo vassallo Aspacura. La città

d'Artogerassa[134] fu l'unico luogo dell'Armenia, che ardisse resistere

allo sforzo delle sue armi. Il tesoro depositato in quella forte rocca

tentava l'avarizia di Sapore; ma il pericolo d'Olimpiade, moglie o

vedova del Re d'Armenia, eccitò la pubblica compassione, ed animò il

disperato valore dei sudditi e soldati di essa. I Persiani furon

sorpresi e rispinti sotto le mura d'Artogerassa da una coraggiosa e ben

concertata sortita che fecero gli assediati. Ma di continuo si

rinnovavano ed accrescevan le forze di Sapore; s'esaurì finalmente il

disperato coraggio della guarnigione; cederono all'assalto le mura; e

l'altiero vincitore, dopo d'aver messo a ferro e fuoco la ribelle città,

condusse via schiava una sfortunata Regina, che in un più prospero tempo

era stata destinata per isposa del figlio di Costantino[135]. Se però

Sapore trionfava già della facil conquista di due dipendenti regni,

presto s'accorse che non può dirsi soggiogato un paese, fin tanto che

infierisce negli animi del popolo uno spirito d'ostilità e di

contumacia. I Satrapi, ai quali fu egli costretto d'affidarsi,

abbracciaron la prima occasione che ebbero di riguadagnar l'affezione

dei loro compatriotti, e di segnalare l'odio immortale che portavano al

nome Persiano. Gli Armeni e gl'Iberi, dopo la lor conversione,

risguardavano i Cristiani come i favoriti, ed i Magi come i nemici

dell'Ente Supremo; l'influenza parimente del Clero sopra un popolo

superstizioso si esercitava in favore di Roma, e finchè i successori di

Costantino disputarono con quelli d'Artaserse la sovranità delle

intermedie Province, la connessione religiosa portò sempre un vantaggio

decisivo dalla parte dell'Impero. Un numeroso ed attivo partito

riconobbe Para, figlio di Tirano, per legittimo Sovrano d'Armenia; ed il

diritto di esso al trono avea le sue profonde radici nell'ereditaria

successione di cinquecento anni. Per unanime consenso degl'Iberi fu

diviso ugualmente il paese fra' rivali due Principi; ed Aspacura che era

debitor del diadema all'elezione di Sapore, fu costretto a dichiarare,

che il riguardo pe' suoi figliuoli ch'eran ritenuti in ostaggio dal

Tiranno, era l'unico riflesso che l'impediva di rinunziare apertamente

all'alleanza della Persia. L'Imperator Valente che rispettava le

convenzioni del trattato, e temeva d'impegnar l'Oriente in una

pericolosa guerra, tentò con lenti e cauti passi di sostenere il partito

Romano nei Regni d'Iberia e d'Armenia. Dodici Legioni stabilirono

l'autorità di Sauromace sulle rive del Ciro. L'Eufrate era difeso dal

valore d'Arinteo. Un potente esercito sotto il comando del Conte

Trajano, e di Vadomairo, Re degli Alemanni, pose il campo nei confini

dell'Armenia. Ma fu strettamente ordinato loro di non essere i primi a

commettere ostilità, che potessero interpretarsi come un'infrazione del

trattato: e tale fu l'implicita obbedienza del Generale Romano, che i

soldati si ritirarono con esemplare pazienza sotto una pioggia di dardi

Persiani, insino a che avessero chiaramente acquistato un giusto diritto

ad una legittima ed onorevol vittoria. Queste apparenze di guerra però

insensibilmente si ridussero ad una vana e tediosa negoziazione. Ambe le

parti sostenevan le lor pretensioni con mutui rimproveri di ambizione e

di perfidia; e sembra che il trattato originale fosse espresso in

termini molto oscuri, giacchè furono esse ridotte alla necessità

d'inconcludentemente appellarsi alla parzial testimonianza de' Generali

di ambedue le nazioni, che si erano trovati presenti al trattato

medesimo[136]. L'invasione dei Goti e degli Unni, che poco dopo scosse i

fondamenti del Romano Impero, espose le Province dell'Asia alle armi di

Sapore. Ma l'età cadente e forse le infermità del Monarca gli suggeriron

nuove massime di moderazione e di pace. La sua morte, che accadde nella

piena maturità d'un regno di settanta anni, cangiò in un istante la

Corte ed i consigli della Persia; e probabilmente ne fu impiegata

l'attenzione nelle domestiche turbolenze, e nei distanti sforzi di una

guerra Carmania[137]. Nel godimento della pace si perdè la rimembranza

delle antiche ingiurie; fu permesso ai Regni dell'Armenia e dell'Iberia

pel reciproco, sebbene tacito, consenso di ambi gl'Imperi di riprendere

la dubbiosa loro neutralità; e nei primi anni del regno di Teodosio,

giunse a Costantinopoli un'ambasceria Persiana per iscusare i mal

giustificabili passi del precedente regno; e per offerire, come un

tributo d'amicizia o anche di rispetto, uno splendido donativo di gemme,

di seta e di elefanti dell'India[138].

[A. 384]

Nella general pittura degli affari Orientali sotto il regno di Valente,

le avventure di Para formano uno degli oggetti più singolari e di

maggior effetto. Il nobile Giovane, cedendo alle persuasioni d'Olimpia

sua madre, era fuggito attraverso l'oste Persiana, che assediava

Artogerassa, ed aveva implorato la protezione dell'Imperator

dell'Oriente. Pei timidi suoi consigli, Para fu alternativamente

sostenuto e richiamato, restituito ai suoi Stati, e tradito. Furono per

qualche tempo eccitate le speranze degli Armeni dalla presenza del lor

naturale Sovrano; ed i Ministri di Valente si persuadevano di mantenere

l'integrità della fede pubblica, se non concedeva egli al suo vassallo

di prendere il diadema ed il titolo di Re. Ma presto si pentirono della

loro imprudenza. Restaron confusi dai rimproveri e dalle minacce del

Monarca Persiano. Ebbero anche ragione di diffidare dell'indole crudele

ed incostante di Para medesimo, che sacrificava le vite dei suoi sudditi

più fedeli ai più tenui sospetti, e teneva una segreta e vergognosa

corrispondenza coll'assassino del proprio padre e col nemico della sua

patria. Para, collo specioso pretesto di deliberare coll'Imperatore

intorno ai comuni loro interessi, fu indotto a discendere dalle montagne

dell'Armenia, dove il suo partito era in armi, e ad affidare la propria

indipendenza e salute alla discrezione d'una perfida Corte. Il Re

dell'Armenia (giacchè tale appariva egli ai propri occhi, ed a quelli

della sua nazione) fu ricevuto coi dovuti onori da' Governatori delle

Province per le quali passava; ma quando arrivò a Tarso nella Cilicia,

sotto vari pretesti fu arrestato il progresso del suo viaggio; si

guardavano con rispettosa vigilanza i suoi movimenti; ed appoco appoco

s'accorse d'esser prigioniero in balìa dei Romani. Egli soppresse allora

lo sdegno, coprì i suoi timori, e dopo d'essersi preparata segretamente

la fuga, montò a cavallo con trecento de' suoi fedeli seguaci.

L'uffiziale, che stava alla porta del suo appartamento, immediatamente

partecipò tal fuga al Consolare della Cilicia, che lo sopraggiunse nei

sobborghi, e tentò senza effetto di dissuaderlo dal proseguire quel

temerario e pericoloso disegno. Fu ordinato ad una legione d'inseguire

il fuggitivo Reale; ma l'inseguimento dell'infanteria non poteva dare

gran fastidio ad un corpo di cavalleria leggiera, e dopo il primo nuvolo

di dardi che furono scagliati nell'aria, precipitosamente si ritirarono

alle porte di Tarso. Dopo una continua marcia di due giorni e due notti,

Para giunse co' suoi Armeni alle sponde dell'Eufrate; ma il passaggio

del fiume, che doverono traversare a nuoto, portò seco qualche dilazione

e qualche perdita. Il paese era in armi; e le due strade, non separate

che da uno spazio di tre miglia, erano state prese da mille arcieri a

cavallo sotto gli ordini di un Conte e d'un Tribuno. Para avrebbe dovuto

cedere alla maggior forza, se l'accidentale arrivo d'un viaggiatore suo

amico non gli avesse manifestato il pericolo ed i mezzi per evitarlo. Un

oscuro e quasi impraticabil sentiero per un folto bosco condusse in

sicuro la truppa Armena, e Para si era lasciati dietro il Conte ed il

Tribuno, mentre stavano essi pazientemente aspettando l'arrivo di lui

per le pubbliche strade. Tornarono dunque alla Corte Imperiale, scusando

la loro mancanza di diligenza o di successo; e seriamente addussero in

lor difesa, che il Re d'Armenia, il quale era un abile Mago, aveva

trasformato se stesso ed i compagni, ed era passato avanti ai lor occhi

sotto un'altra figura. Tornato Para al nativo suo regno, tuttavia

continuò a professarsi amico ed alleato dei Romani; ma questi troppo

aspramente l'avevano ingiuriato per lasciarlo in pace, e fu pronunziata

nel consiglio di Valente la segreta sentenza della sua morte. Fu

commessa la fatale esecuzione di essa alla sottil prudenza del Conte

Trajano; ed egli ebbe il merito d'insinuarsi nella confidenza del

credulo Principe in modo, che potè trovar la comodità di trafiggergli il

cuore. Para fu invitato ad un banchetto Romano che era stato preparato

con tutta la pompa e tutto il lusso Orientale; la sala risuonava di

grata musica, e la compagnia era già riscaldata dal vino, allorchè il

Conte ritirossi per un momento, sfoderò la spada, e diede il segno

dell'uccisione. Immediatamente corse addosso al Re d'Armenia un robusto

e disperato Barbaro; e quantunque egli bravamente difendesse la propria

vita con la prima arma che a caso gli capitò nelle mani, la mensa

dell'Imperial comandante restò macchiata dal sangue reale d'un ospite e

d'un alleato. Tanto eran deboli e malvagie le massime del governo

Romano, che per giungere ad un fine dubbioso di politico interesse,

crudelmente si violavano in faccia al Mondo le leggi delle nazioni ed i

sacri diritti dell'ospitalità[139].

V. Nel pacifico intervallo di trent'anni i Romani assicuraron le loro

frontiere, ed i Goti estesero i loro dominj. Le vittorie del

grand'Ermanrico[140], Re degli Ostrogoti, ed il più nobile nella stirpe

degli Amali, si son paragonate dall'entusiasmo dei suoi nazionali alle

imprese d'Alessandro, con questa singolare e quasi incredibile

differenza, che lo spirito marziale dell'Eroe Gotico, invece di esser

sostenuto dal vigore della gioventù, si manifestò con gloria e successo

nell'ultimo periodo della vita umana, fra l'età di ottanta e di

centodieci anni. Le indipendenti tribù furon persuase o costrette a

riconoscere il Re degli Ostrogoti per Sovrano della nazione Gotica: i

Capi dei Visigoti o dei Tervingi rinunziarono al titolo Reale, ed

assunsero il più basso nome di _Giudici_; e fra questi Atanarico,

Fritigerno, ed Alvavivo erano i più illustri pel personale lor merito,

non meno che per la vicinanza alle province Romane. Quelle domestiche

conquiste, le quali accrebbero la forza militare d'Ermanrico,

ingrandirono anche gli ambiziosi disegni di lui. Esso invase gli

addiacenti paesi del Nord, e dodici considerabili nazioni, delle quali

non si possono esattamente definire i nomi ed i limiti, l'una dopo

l'altra cederono alla superiorità delle armi Gotiche[141]. Gli Eruli,

che abitavano le pantanose terre vicine alla palude Meotide, eran

celebri per la loro forza ed agilità; ed in tutte le guerre dei Barbari

veniva con ardore sollecitato, ed altamente stimato l'aiuto della loro

infanteria leggiera. Ma lo spirito attivo degli Eruli fu soggiogato

dalla lenta e costante perseveranza dei Goti; e dopo una sanguinosa

azione in cui restò morto il Re, i residui di quella guerriera tribù

divennero un utile aumento all'esercito di Ermanrico. Marciò egli allora

contro dei Venedi, non abili nell'uso delle armi, e solo formidabili pel

loro numero, i quali occupavano la vasta estensione delle pianure della

moderna Polonia. I vittoriosi Goti, che non eran di numero inferiori ad

essi, prevalsero nella pugna mercè dei vantaggi decisivi della

disciplina e dell'esercizio. Dopo d'aver sottomesso i Venedi, s'avanzò

il conquistatore senza alcuna resistenza fino ai confini degli

Estj[142], antico popolo, di cui tuttavia conservasi il nome nella

Provincia d'Estonia. Quei remoti abitanti della costa Baltica si

sostenevano mediante i lavori dell'agricoltura, s'arricchivano col

commercio dell'ambra, ed erano addetti al culto speciale della madre

degli Dei. Ma la scarsità del ferro costringeva i guerrieri Estj a

contentarsi di clave di legno; e si attribuisce la riduzione di quel

ricco paese alla prudenza piuttosto che all'armi d'Ermanrico. I suoi

stati che s'estendevano dal Danubio al Baltico, includevano le native

regioni, ed i moderni acquisti dei Goti; ed esso regnava sopra la

maggior parte della Germania e della Scizia coll'autorità di un

conquistatore e qualche volta con la crudeltà di un tiranno; ma regnava

sopra una parte del globo incapace di perpetuare e di adornare la gloria

de' suoi Eroi. Il nome d'Ermanrico è quasi sepolto nell'obblivione;

appena si ha notizia delle sue imprese; e pare che i Romani stessi

ignorassero i progressi d'un'intraprendente potenza, che minacciava la

libertà del Settentrione e la pace dell'Impero[143].

[A. 366]

I Goti avevano contratto un ereditario attaccamento all'Imperial casa di

Costantino, che tante segnalate prove avea lor date di liberalità e di

potenza. Essi rispettavano la pubblica pace; e se alle volte qualche

truppa ostile ardiva di passare il confine Romano, tale irregolare

condotta candidamente si attribuiva all'indomito spirito della Barbara

gioventù. Il disprezzo, che avevano per due Principi nuovi ed oscuri,

innalzati al trono per una popolare elezione, inspirò ai Goti più ardite

speranze; e mentre formavano disegni di riunire le confederate loro

forze sotto il medesimo stendardo della nazione[144], furono facilmente

tentati ad abbracciare il partito di Procopio, ed a fomentare col

pericoloso loro soccorso la discordia civile dei Romani. Il pubblico

trattato non avrebbe richiesto più di diecimila ausiliari; ma con tanto

zelo adottossi questo disegno dai Capi de' Visigoti, che l'armata, la

quale passò il Danubio, ascese al numero di trentamila uomini[145]. Essi

marciarono con la superba persuasione, che l'invincibile loro valore

avrebbe decisa la sorte del Romano Impero; e le Province della Tracia

gemerono sotto il peso dei Barbari, che spiegavano l'insolenza di

padroni e la licenziosa condotta di nemici. Ma l'intemperanza che

sollecitava i loro appetiti, ne ritardò il progresso; e prima che i Goti

potessero avere alcuna certa notizia della disfatta e della morte di

Procopio, conobbero dallo stato di difesa, in cui si trovava il paese,

che il fortunato rivale di lui aveva ripresa la civile e la militar

potestà. Una catena di torri e di fortificazioni, abilmente disposte da

Valente o dai suoi Generali, arrestò la loro marcia, ne impedì la

ritirata, e ne intercettò la sussistenza. La fierezza dei Barbari fu

domata e sospesa dalla fame; posero essi dispettosamente le loro armi ai

piedi del vincitore, che offrì loro cibo e catene; i numerosi schiavi

furon distribuiti in tutte le città dell'Oriente; ed i provinciali, che

ben presto si famigliarizzarono col loro aspetto selvaggio, appoco

appoco arrischiaronsi a misurare le forze con quei formidabili

avversari, il nome de' quali era stato sì lungamente l'oggetto del loro

terrore. Il Re della Scizia (ed il solo Ermanrico potea meritare tal

sublime titolo) sentì dispiacere ed ira per tal disgrazia della nazione.

I suoi Ambasciatori fecero alte doglianze alla Corte di Valente della

violazione dell'antica e solenne alleanza, che per tanto tempo era

sussistita fra i Romani ed i Goti. Dicevano essi d'avere adempito il

dovere di alleati assistendo il parente e successore dell'Imperator

Giuliano; richiedevano l'immediata restituzione dei nobili schiavi; ed

insistevano sopra una ben singolar pretensione, che i Generali Goti, che

marciavano in armi ed in ostile ordinanza, avesser diritto al sacro

carattere ed ai privilegi di ambasciatori. Un decente ma perentorio

rifiuto di tali stravaganti domande venne significato ai Barbari da

Vittore, Generale della cavalleria, che rappresentò con forza e dignità

le giuste querele dell'Imperatore d'Oriente[146]. Fu interrotto il

trattato: e le virili esortazioni di Valentiniano incoraggiarono il

timido suo fratello a vendicare l'insultata maestà dell'Impero[147].

[A. 367-368-369]

Un istorico di quel tempo celebra lo splendore e la grandezza di questa

guerra Gotica[148]; ma l'evento di essa appena merita l'attenzione della

posterità, qualora non voglia risguardarsi come un passo preliminare

dell'imminente decadenza e rovina dell'Impero. In cambio di condurre le

nazioni della Germania e della Scizia alle rive del Danubio, o anche

alle porte di Costantinopoli, il vecchio Monarca dei Goti rassegnò al

bravo Atanarico il pericolo e la gloria d'una guerra difensiva contro un

nemico che maneggiava con debole destra le forze d'un grande stato. Fu

eretto un ponte di barche sopra il Danubio; la presenza di Valente

animava le sue truppe; e la sua ignoranza nell'arte della guerra veniva

compensata in esso dalla personal bravura, e da una savia deferenza ai

consigli di Vittore e d'Arinteo, suoi Generali di cavalleria e

d'infanteria. Le operazioni della campagna regolate furono dalla loro

abilità ed esperienza; ma fu loro impossibile di trarre i Visigoti dai

forti posti delle montagne; e la devastazione delle pianure obbligò i

Romani medesimi a ripassare il Danubio all'approssimarsi dell'inverno.

Le continue piogge che fecer gonfiare le acque del fiume, produssero una

tacita sospension di armi, e confinarono l'Imperator Valente in tutta la

seguente state nel suo campo di Marcianopoli. Il terzo anno della guerra

fu più favorevole pe' Romani, e dannoso pe' Goti. L'interrompimento del

commercio privò i Barbari degli oggetti di lusso, che essi già

confondevano con le necessità della vita, e la desolazione d'un molto

esteso tratto di paese gli minacciava degli orrori della carestia.

Atanarico fu provocato o costretto ad arrischiare una battaglia, che ei

perdè, nella pianura; e la crudel precauzione dei vittoriosi Generali,

che avevano promesso un grosso premio per la testa di ogni Goto, che

portata fosse nel campo Imperiale, rendè più sanguinosa la caccia dei

vinti. La sommissione dei Barbari quietò lo sdegno di Valente e del suo

consiglio; l'Imperatore diede orecchio con piacere all'adulatrice ed

eloquente rimostranza del Senato di Costantinopoli, che per la prima

volta ebbe parte nelle pubbliche deliberazioni; ed i medesimi Generali

Vittore ed Arinteo, che avean felicemente diretta la condotta della

guerra, ebbero la facoltà di regolare le condizioni della pace. La

libertà del commercio, che i Goti avevano fin allora goduta, fu

ristretta a due sole città sul Danubio; fu severamente punita la

temerità dei lor Capi con la soppressione delle pensioni e dei sussidi

che ricevevano; e l'eccezione che fu stipulata in favore del solo

Atanarico, fu più vantaggiosa che onorevole al Giudice dei Visigoti.

Atanarico, il quale sembra che in quest'occasione consultasse il suo

privato interesse senza aspettar gli ordini del Sovrano, sostenne la

propria dignità e quella della sua tribù nel personal congresso, che fu

proposto dai Ministri di Valente. Ei persistè nella dichiarazione, che

era impossibile per lui senza incorrere nella colpa di spergiuro, il

porre mai piede sul territorio dell'Impero; ed è più che probabile che

il riguardo, che aveva per la santità del giuramento, fosse confermato

dai recenti e fatali esempi della Romana perfidia. Fu scelto il Danubio

che separava i dominj delle due indipendenti nazioni, per luogo della

conferenza. L'Imperator d'Oriente ed il Giudice dei Visigoti,

accompagnati da un ugual numero di loro seguaci armati, s'avanzarono nei

respettivi loro battelli fino alla metà del fiume. Dopo la ratifica del

trattato e la consegna degli ostaggi, Valente tornò in trionfo a

Costantinopoli, ed i Goti rimaser tranquilli circa sei anni, finchè a

forza non furono spinti contro l'Impero Romano da un'innumerabile armata

di Sciti, che sboccarono dalle gelate regioni del Norte[149].

[A. 374]

L'Imperator d'Occidente, che aveva lasciato al fratello il comando del

basso Danubio, riservò immediatamente a se stesso la difesa delle

Province Retiche e Illiriche, che per tante centinaia di miglia

estendevansi lungo il maggior fiume dell'Europa. L'attiva politica di

Valentiniano era continuamente occupata in aggiunger nuove

fortificazioni alla sicurezza della frontiera; ma l'abuso di tal

politica provocò il giusto risentimento dei Barbari. I Quadi si dolsero

che era stato preso dal lor territorio il suolo per una fortezza che si

meditava di fare; e sostennero con tanta ragione e moderatezza le loro

querele, che Equizio, Generale dell'Illirico, acconsentì a sospendere il

proseguimento dell'opera, finattanto che fosse più chiaramente informato

del volere del suo Sovrano. Questa bella occasione di far ingiuria a un

rivale, e di avanzare la fortuna del proprio figlio, fu ardentemente

abbracciata dal crudele Massimino, Prefetto o piuttosto tiranno della

Gallia. Le passioni di Valentiniano non soffrivan opposizioni; ed egli

prestò con credulità orecchio alle assicurazioni del suo favorito, che

se fosse affidato allo zelo di Marcellino, suo figlio, il governo di

Valeria e la direzione dell'opera, l'Imperatore non sarebbe stato più

importunato dalle audaci rimostranze dei Barbari. I sudditi di Roma ed i

nativi della Germania furono insultati dall'arroganza d'un giovane e

indegno Ministro, che risguardava la rapida sua elevazione come la prova

ed il premio del sublime suo merito. Egli affettò, per altro,

d'ammettere la modesta istanza di Gabino, Re de' Quadi, con attenzione e

riguardo: ma quest'artificiosa cortesia celava un oscuro e sanguinario

disegno, ed il credulo Principe s'indusse ad accettare il premuroso

invito di Marcellino. Io non so come variare la narrazione di delitti

fra loro simili, o come riferire che nel corso d'un medesimo anno, ma in

diverse lontane parti dell'Impero, l'inospita mensa di due Comandanti

Imperiali fosse macchiata dal regio sangue di due ospiti ed alleati,

crudelmente uccisi per ordine ed in presenza di essi. L'istesso fu il

destino di Gabinio e quello di Para; ma in maniera molto diversa la

crudel morte del Sovrano si risentì dalla servil indole degli Armeni e

dal libero ed audace spirito dei Germani. I Quadi erano essi, in vero,

assai scaduti da quel formidabil potere, che al tempo di Marco Antonino

aveva sparso il terrore fino alle porte di Roma. Essi però avevano

sempre armi e coraggio; questo fu animato dalla disperazione, ed

ottennero il solito rinforzo di cavalleria dai Sarmati, loro alleati. Il

perfido Marcellino fu tanto imprudente che scelse il momento, nel quale

i veterani più bravi erano stati mandati a sopprimere la ribellione di

Firmo; e tutta la Provincia era esposta con una debol difesa al furore

dei Barbari esacerbati. Essi invasero la Pannonia nel tempo della

raccolta; senza compassione distrussero tutto ciò che facilmente non

potevano trasportare; e disprezzarono o demolirono le vuote

fortificazioni. Alla Principessa Costanza, figlia dell'Imperator

Costanzo, e nipote del gran Costantino, assai difficilmente riuscì di

fuggire. La regia fanciulla che innocentemente avea sostenuta la

ribellione di Procopio, era in quel tempo destinata per moglie all'Erede

dell'Impero Occidentale. Traversava essa con uno splendido e non armato

corteggio quella Provincia creduta pacifica. E la persona di lei fu

salvata dal pericolo, ugualmente che la Repubblica dal disonore,

mediante l'attivo zelo di Messala, Governatore di quelle Province.

Appena egli seppe che il villaggio, dove ella s'era fermata per

desinare, era quasi circondato dai Barbari, la pose in fretta sul

proprio cocchio, e corse velocemente finchè giunse alle porte di Sirmio,

che era distante ventisei miglia. Neppur questa città sarebbe stata

sicura, se i Quadi ed i Sarmati si fossero speditamente avanzati, mentre

i Magistrati del popolo erano in una generale costernazione. Il loro

indugio concesse a Probo, Prefetto del Pretorio, tempo abbastanza di

riprendere animo egli stesso, e di ravvivare il coraggio dei cittadini.

Egli abilmente diresse i loro valorosi sforzi per riparare e fortificare

le cadenti muraglie; e procurò l'opportuna ed efficace assistenza d'una

compagnia di arcieri, per proteggere la capitale delle Province

Illiriche. Sconcertati nei tentativi, che fecero contro le mura di

Sirmio, gli irritati Barbari voltaron le armi contro il Generale della

frontiera, al quale ingiustamente attribuivano la morte del loro Re. Non

poteva Equizio mettere in campo che due legioni; ma contenevano esse il

veterano vigore delle truppe Mesie e Pannonie. La ostinazione con cui

disputaron fra loro i vani onori della precedenza e del grado, fu causa

della lor distruzione; e mentre agivano con forze separate e con

differenti disegni, sorprese furono e trucidate dall'operoso vigore

della Sarmata cavalleria. Il buon successo di quest'invasione provocò

l'emulazione delle confinanti tribù; e si sarebbe infallibilmente

perduta la Provincia della Mesia, se il giovane Teodosio, Duce o militar

Comandante della frontiera, non avesse, nella disfatta del pubblico

nemico, segnalato un intrepido genio, degno dell'illustre suo padre e

della sua futura grandezza[150].

[A. 375]

Lo spirito di Valentiniano, che allora risedeva in Treveri, fu

profondamente commosso dalle calamità dell'Illirico; ma la stagione

avanzata sospese l'esecuzione de' suoi disegni fino alla primavera

seguente. Mosse egli in persona, con una parte considerabile delle

truppe della Gallia, dalle rive della Mosella; ed ai supplichevoli

Ambasciatori dei Sarmati, che l'incontraron per viaggio, rispose

dubbiosamente, che quando fosse giunto al luogo dell'azione, avrebbe

esaminato e deciso. Arrivato a Sirmio, diede udienza ai Deputati delle

Province Illiriche, i quali altamente gloriaronsi della loro felicità

sotto il prospero governo di Probo, Prefetto del Pretorio[151].

Valentiniano, ch'era lusingato da tali dimostrazioni di fedeltà e di

gratitudine, dimandò imprudentemente al Deputato dell'Epiro, che era un

filosofo Cinico d'intrepida sincerità[152], s'era egli stato inviato

liberamente dai voti della Provincia? «Io son mandato (replicò Ificle)

con lacrime e con lamenti da un popolo contro sua voglia». L'Imperatore

s'arrestò: ma l'impunità de' suoi ministri fece stabilire la perniciosa

massima che essi potevano opprimere i sudditi, senza offendere il

servizio di lui. Una rigorosa ricerca sopra la loro condotta avrebbe

medicato il pubblico disgusto. La severa condanna dell'uccisor di

Gabinio era il solo mezzo che restituir potesse la confidenza dei

Germani, e vendicar l'onore del nome Romano. Ma il superbo Monarca era

incapace della magnanimità, che osa riconoscere una mancanza. Dimenticò

egli la causa, solo si rammentò dell'ingiuria, e s'avanzò nel paese dei

Quadi con un'insaziabile sete di vendetta e di sangue. Si giustificò

agli occhi dell'Imperatore, e forse a quelli del Mondo l'estrema

devastazione ed il promiscuo macello d'una barbara guerra dalla crudele

equità delle rappresaglie[153], e tale fu la disciplina dei Romani e la

costernazione del nemico, che Valentiniano ripassò il Danubio senza la

perdita d'un solo uomo. Siccome aveva egli risoluto di totalmente

distruggere i Quadi in una seconda campagna, stabilì i suoi quartieri

d'inverno a Bregezio sul Danubio, vicino alla città di Presburgo

nell'Ungheria. Mentre il rigore della stagione teneva sospese le

operazioni di guerra, i Quadi fecero un umile tentativo di mitigare il

furor del vincitore; ed i loro Ambasciatori, alla premurosa persuasione

d'Equizio, furono introdotti nel consiglio Imperiale. Accostaronsi al

trono inchinati ed in aria dimessa; e senza neppure osar di dolersi

della morte del loro Re, affermarono con solenni giuramenti, che

l'ultima invasione era solo imputabile ad alcuni sregolati ladroni, dal

consiglio pubblico della nazione condannati ed abborriti. La risposta

dell'Imperatore lasciò ad essi ben poca speranza di clemenza o di pietà.

Egli rinfacciò loro, col più intemperante linguaggio, la lor viltà,

ingratitudine ed insolenza. Gli occhi, la voce, il colore, i gesti

esprimevano la violenza dello sfrenato furore di lui. Mentre tutto il

suo aspetto era agitato da una passion convulsiva, un grosso vaso

sanguigno ad un tratto gli si ruppe nel petto; e Valentiniano cadde

senza parola nelle braccia dei suoi famigliari. Essi ebbero

immediatamente la cura di nasconder la sua situazione alla moltitudine:

ma in pochi minuti l'Imperator d'Occidente spirò in un'agonia dolorosa,

ritenendo fino all'ultimo i suoi sentimenti, e cercando inutilmente di

esprimere le sue intenzioni ai Generali e Ministri che circondavano il

reale suo letto. Valentiniano aveva circa cinquantaquattro anni; e non

mancavano che cento giorni a compire i dodici anni del suo regno[154].

[A. 375]

Un istorico Ecclesiastico attesta seriamente la poligamia di

Valentiniano[155]. «L'Imperatrice Severa (io riferisco la favola )

ammise alla sua famigliar conversazione la bella Giustina, figlia d'un

Governatore Italiano; ed espresse con sì grandi ed inconsiderate lodi la

sua ammirazione di quelle nude bellezze, che aveva spesso vedute nel

bagno, che l'Imperatore fu tentato d'introdurre una seconda moglie nel

proprio letto; e con pubblico editto estese a tutti i sudditi

dell'Impero l'istesso domestico privilegio, che aveva preso per se

medesimo». Ma noi siamo assicurati dalla testimonianza della ragione e

dell'Istoria, che i due matrimoni di Valentiniano con Severa e con

Giustina furon contratti l'un dopo l'altro; e che ei si servì

dell'antica permission del divorzio, che era sempre accordata dalle

leggi, quantunque condannata dalla Chiesa. Severa fu madre di Graziano,

il quale sembrò che riunisse in sè ogni diritto all'indubitata

successione dell'Impero Occidentale. Egli era il figlio maggiore d'un

Monarca, il glorioso regno del quale avea confermato la libera ed

onorevol scelta dei suoi compagni soldati. Prima di giungere all'età di

nove anni il regio fanciullo avea ricevuto dalle mani dell'indulgente

suo padre la porpora ed il diadema col titolo d'Augusto; n'era stata

solennemente confermata la scelta dal consenso ed applauso degli

eserciti della Gallia[156]; ed erasi aggiunto il nome di Graziano a

quelli di Valentiniano e di Valente in tutti gli atti legali del Governo

Romano. Mercè del suo maritaggio con la nipote di Costantino, il figlio

di Valentiniano acquistò tutti gli ereditari diritti della Famiglia

Flavia, che in una serie di tre Imperiali generazioni s'erano confermati

dal tempo, dalla religione, e dalla riverenza del popolo. Alla morte del

padre il giovane reale aveva l'età di diciassette anni; e già le sue

virtù giustificavano la favorevole opinione del popolo e dell'esercito.

Ma Graziano si trovava senza timore nella reggia di Treveri, allorchè

alla distanza di molte centinaia di miglia Valentiniano subitamente morì

nel campo di Bregezio. Le passioni che sì lungo tempo erano state

soppresse dalla presenza d'un dominante, immediatamente si ravvivarono

nel consiglio Imperiale; e l'ambizioso disegno di regnare in nome di un

fanciullo fu posto artificiosamente in effetto da Mellobaude e da

Equizio, che avevano per sè l'amore delle truppe Illiriche ed Italiane.

Immaginarono essi i più onorevoli pretesti per rimuovere i Capi del

popolo e le truppe della Gallia, che avrebber potuto sostenere i diritti

del legittimo successore; e suggerirono con un ardito e decisivo passo

la necessità di estinguere le speranze dei nemici sì domestici che

stranieri. L'Imperatrice Giustina, che era restata in un palazzo circa

cento miglia lontano da Bregezio, fu rispettosamente invitata a venire

nel campo col figlio del morto Imperatore. Il sesto giorno dopo la morte

di Valentiniano, il Principe fanciullo dell'istesso nome, che non aveva

più di quattr'anni, fu mostrato nelle braccia della propria madre alle

legioni, e coll'acclamazion militare solennemente investito dei titoli e

delle insegne del potere supremo. La savia e moderata condotta

dell'Imperator Graziano impedì a tempo gli imminenti pericoli d'una

guerra civile. Accettò volentieri la scelta dell'esercito; dichiarò che

avrebbe sempre risguardato il figlio di Giustina come fratello, non come

rivale; e consigliò l'Imperatrice a stabilire col figlio di Valentiniano

la sua residenza a Milano nella bella e pacifica provincia dell'Italia,

mentre egli assumeva il più difficil comando delle regioni oltre le

alpi. Graziano dissimulò il suo sdegno finattanto che potesse con

sicurezza punire, o svergognare gli autori della cospirazione: e sebbene

si diportasse con uniforme tenerezza e riguardo verso il suo infante

collega, tuttavia nell'amministrazione dell'Impero occidentale confuse

appoco appoco l'uffizio di tutore coll'autorità di Sovrano. Si

esercitava il governo del Mondo Romano unitamente in nome di Valente e

dei suoi due nipoti: ma il debole Imperator Orientale, che in questa

dignità successe al suo fratello maggiore, non ebbe mai peso od

ascendente veruno nei consigli dell'Occidente[157].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05 · 第 8 / 35 题