CAPITOLO XXV.

_Governo e morte di Gioviano. Elezione di Valentiniano che

associa il fratello Valente all'Impero, e fa la final divisione

degl'Imperi dell'Oriente e dell'Occidente. Ribellione di

Procopio. Amministrazione civile ed ecclesiastica. La Germania.

La Gran-Brettagna. L'Affrica. L'Oriente. Il Danubio. Morte di

Valentiniano. I due suoi figli Graziano e Valentiniano II

succedono all'Impero Occidentale._

La morte di Giuliano aveva lasciato in una situazione molto dubbia e

pericolosa gli affari dell'Impero. S'era salvato il Romano esercito per

mezzo di un ignominioso e forse necessario trattato[1]; ed i primi

momenti di pace del pietoso Gioviano, destinati furono a restaurare la

domestica tranquillità della Chiesa e dello Stato. L'indiscretezza del

suo predecessore, invece di conciliare, aveva fomentato ad arte la

guerra di religione, e la bilancia, che affettò di mantenere fra le

ostili fazioni, non servì che a perpetuar la contesa, con le vicende di

speranza e di timore, e con le reciproche pretensioni di antico possesso

e di favore presente. I Cristiani avean dimenticato lo spirito del

Vangelo; ed i Pagani s'erano imbevuti di quel della Chiesa. Nelle

famiglie private si arano estinti i sentimenti della natura dal cieco

furore dello zelo e della vendetta; era violata la maestà delle leggi, o

se ne abusava; le città dell'Oriente venivan macchiate di sangue; ed i

più implacabili nemici de' Romani si trovavano in seno al loro paese;

Gioviano era stato educato nella professione del Cristianesimo; e nella

marcia, che fece da Nisibi ad Antiochia, lo stendardo della croce, il

Labaro di Costantino, che fu di nuovo spiegato alla testa delle Legioni,

annunziò al popolo la fede del nuovo Imperatore. Appena salito sul trono

mandò una circolare a tutti i Governatori delle Province, in cui

confessava la divina verità, ed assicurava il legittimo stabilimento

della religione Cristiana. Furono aboliti gl'insidiosi editti di

Giuliano, le immunità Ecclesiastiche furono restituite ed ampliate; e

Gioviano condiscese sino a dolersi, che le angustie de' tempi

l'obbligassero a diminuir la dose delle caritatevoli distribuzioni[2]. I

Cristiani eran tutti concordi nell'alto e sincero applauso, che davano

al pio successor di Giuliano. Ma tuttavia ignoravano qual formula di

fede o qual sinodo avrebbe scelto per norma dell'ortodossia; e la pace

della Chiesa fece immediatamente risorgere le ardenti dispute, che si

eran sospese nel tempo della persecuzione. I Vescovi, capi delle Sette

contrarie fra loro, convinti dall'esperienza, che la lor sorte

moltissimo dipendeva dalle prime impressioni, che si sarebbero fatte

nella mente d'un ignorante soldato, si affrettarono di giungere alla

Corte d'Edessa o d'Antiochia. Eran piene le pubbliche vie dell'Oriente

di Vescovi Omousj, Arriani, Semiarriani ed Eunomiani, che procuravano di

sorpassarsi l'uno l'altro nella santa carriera; gli appartamenti del

palazzo risonavano dei loro clamori; e le orecchie del Principe venivano

assalite, e forse rendute attonite pel singolar mescuglio di argomenti

metafisici e di appassionate invettive[3]. La moderazione di Gioviano,

che raccomandava la concordia e la carità, e rimetteva i contendenti

alla decisione d'un futuro Concilio, era interpretata come un sintomo

d'indifferenza; ma finalmente si scoprì e si dichiarò il suo

attaccamento alla fede Nicena dalla riverenza ch'ei dimostrò per le

virtù _celestiali_ del grande Atanasio[4]. L'intrepido veterano della

fede, al primo avviso della morte del tiranno, era uscito all'età di

settanta anni dal suo ritiro. Le acclamazioni del popolo un'altra volta

lo collocarono sulla sede Archiepiscopale; ed egli saviamente accettò o

prevenne l'invito di Gioviano. Il venerabile aspetto, il tranquillo

coraggio, e l'insinuante eloquenza d'Atanasio sostennero la riputazione

ch'erasi già acquistato nelle Corti di quattro successivi Principi[5].

Tosto ch'egli ebbe guadagnato la confidenza, ed assicurata la fede del

Cristiano Imperatore, tornò in trionfo alla propria Diocesi, e continuò

per altri dieci anni[6] a regolar con prudenti consigli e con

instancabil vigore l'Ecclesiastico governo di Alessandria, dell'Egitto e

della Chiesa Cattolica. Avanti di partire d'Antiochia, egli accertò

Gioviano, che l'ortodossa sua devozione sarebbe stata premiata con un

lungo e pacifico regno. Atanasio avea motivo di sperare, ch'egli avrebbe

ottenuto o il merito d'una predizione adempita, o la scusa d'una grata,

quantunque inefficace preghiera[7].

La forza più tenue, quando è applicata ad aiutare e dirigere la naturale

inclinazione del suo oggetto, opera con irresistibile peso; e Gioviano

ebbe la buona fortuna d'abbracciar le opinioni religiose, che erano

sostenute dallo spirito di quel tempo e dallo zelo e dal numero del più

potente partito[8]. Sotto il regno di lui il Cristianesimo ottenne una

facile e durevol vittoria; ed appena cessò il favore della reale

protezione, il genio del Paganesimo, che ardentemente si era innalzato e

favorito dagli artifizi di Giuliano, cadde irreparabilmente a terra. In

molte città i tempj furono chiusi o abbandonati; i filosofi, che aveano

abusato della passeggiera loro potenza, stimaron prudente consiglio

quello di radersi la barba, e di mascherare la lor professione; ed i

Cristiani godevano d'essere in grado allora di perdonare o di vendicare

le ingiurie, che avean sofferte nel regno antecedente[9]. Fu dissipata

però la costernazione del Mondo Pagano mediante un savio e grazioso

editto di tolleranza, in cui Gioviano espressamente dichiarò, che

sebbene avrebbe severamente punito i sacrileghi riti della magia, pure i

suoi sudditi potevan liberamente e con sicurezza esercitare le cerimonie

dell'antico culto. Ci si è conservata la memoria di questa legge

dall'oratore Temistio, che dal Senato di Costantinopoli fu deputato ad

esporre il suo fedele omaggio al nuovo Imperatore. Temistio si diffonde

sulla clemenza della Natura Divina, sulla facilità degli errori umani,

su' diritti della coscienza, e sull'indipendenza dello spirito; ed

inculca eloquentemente i principj d'una filosofica tolleranza, di cui la

superstizione medesima non ha rossore d'implorar l'aiuto nel tempo della

sua calamità. Egli osserva giustamente, che nelle recenti mutazioni ambe

le religioni erano state alternativamente disonorate dagli apparenti

acquisti d'indegni proseliti, di que' divoti della regnante porpora, che

passavano senza ragione e senza vergogna dalla chiesa al tempio, e dagli

altari di Giove alla sacra mensa de' Cristiani[10].

Nello spazio di sette mesi le truppe Romane, che allora eran tornate ad

Antiochia, aveano fatto una marcia di mille cinquecento miglia, nella

quale avevan sofferto tutti i travagli della guerra, della fame e del

clima. Nonostanti i loro servigi, le loro fatiche e l'approssimarsi

dell'inverno, il timido ed impaziente Gioviano non concedette agli

uomini ed ai cavalli che un riposo di sei settimane. L'Imperatore non

potè soffrire le indiscrete e maliziose satire del popolo

d'Antiochia[11]. Era egli ansioso di occupare il palazzo di

Costantinopoli, e di prevenir l'ambizione di qualche competitore, che

avrebbe potuto aspirare al vacante omaggio dell'Europa. Ma ricevè ben

presto la grata notizia, che si riconosceva la sua sovranità dal Bosforo

Tracio fino all'oceano Atlantico. Con le prime lettere, che spedì dal

campo della Mesopotamia, egli avea delegato il comando militare della

Gallia e dell'Illirico a Malarico, prode e fedele uffiziale della

nazione dei Franchi; ed al Conte Luciliano, suo suocero, che si era già

segnalato per coraggio e buona condotta nella difesa di Nisibi. Malarico

avea ricusato un impiego, di cui non si credeva capace, e Luciliano era

stato trucidato a Reims in un accidentale ammutinamento delle coorti

Batave[12].

[A. 364]

Ma la moderazione di Giovino, maestro generale della cavalleria, che

seppe dimenticare il disegno della sua disgrazia, presto quietò il

tumulto, e confermò i dubbiosi animi dei soldati. Fu dato e preso con

leali acclamazioni il giuramento di fedeltà; e i deputati degli eserciti

Occidentali[13] salutarono il nuovo loro Sovrano, come scendeva dal

monte Tauro verso la città di Tiana nella Cappadocia. Da Tiana continuò

la sua frettolosa marcia verso Ancira, capitale della provincia di

Galazia, dove Gioviano assunse, insieme col piccol suo figliuolino, il

nome e le insegne del Consolato[14]. Dadastana[15], oscura città quasi

ad uguale distanza tra Ancira e Nicea, era destinata per fatale termine

del viaggio e della vita di esso. Dopo una copiosa e forse intemperante

cena andò a riposare, e la mattina seguente l'Imperator Gioviano fu

trovato morto nel letto. In diverse maniere fu esposta la causa di

quest'improvvisa morte. Alcuni la riguardarono come l'effetto d'una

indigestione cagionata o dalla quantità del vino, o dalla qualità dei

funghi ch'egli aveva golosamente mangiati la sera. Secondo altri, fu

soffocato nel sonno dal vapore del carbone, cui trasse dalle muraglie

della camera la dannosa umidità d'un intonaco fresco[16]. Ma la mancanza

di una regolare inquisizione intorno alla morte di un Principe, il regno

e la persona del quale andaron presto in obblio, sembra che fosse la

sola circostanza che sostenesse i maliziosi susurri di veleno e di

domestico tradimento[17]. Il corpo di Gioviano fu mandato a

Costantinopoli per esser sepolto coi suoi predecessori; ed incontrossi

per via la mesta processione da Carito sua moglie, figlia del Conte

Luciliano, che tuttavia piangeva la recente morte del padre, e

s'affrettava ad asciugare le lacrime fra gli abbracciamenti di un

Imperiale marito. Amareggiavasi lo sconcerto ed il dolore di essa

dall'ansietà della tenerezza materna. Sei settimane avanti la morte di

Gioviano, il piccolo suo figlio era stato posto nella sedia curule,

adornato del titolo di _Nobilissimo_, e delle vane insegne del

Consolato. Non essendo il real fanciullo, che avea preso dall'avo il

nome di Varroniano, consapevole di sua fortuna, la sola gelosia del

Governo si rammentava ch'egli era figlio d'un Imperatore. Sedici anni

dopo viveva ancora, ma era già stato privato d'un occhio; e l'afflitta

sua madre ad ogni momento aspettava, che le fosse strappata

quell'innocente vittima dalle braccia, per tranquillare col proprio

sangue i sospetti del regnante Sovrano[18].

Dopo la morte di Gioviano rimase il trono Romano per dieci giorni[19]

senza Signore. I Ministri ed i Generali continuarono ad unirsi in

consiglio, ad esercitare le respettive loro funzioni, a mantener

l'ordine pubblico, ed a condurre pacificamente l'esercito verso la città

di Nicea nella Bitinia, che si era scelta per luogo della nuova

elezione[20]. In una solenne adunanza delle civili e militari potestà

dell'Impero, fu di nuovo concordemente offerto il diadema al Prefetto

Sallustio. Egli ebbe la gloria di farne un secondo rifiuto; e quando

allegate furono le virtù del padre in favore del figlio, il Prefetto con

la fermezza d'un generoso patriota dichiarò agli Elettori, che la debole

vecchiezza dell'uno, e l'inesperta gioventù dell'altro erano ugualmente

incapaci dei laboriosi doveri del governo. Si proposero diversi

candidati: e dopo ponderate le obbiezioni al carattere od alla

situazione di essi, furono l'un dopo l'altro rigettati; ma tosto che

venne pronunziato il nome di Valentiniano, il merito di quest'uffiziale

riunì i suffragi di tutta l'assemblea, ed ottenne la sincera

approvazione di Sallustio medesimo. Valentiniano[21] era figliuolo del

Conte Graziano, nativo di Cibali nella Pannonia, il quale da un'oscura

condizione si era innalzato, mediante un'incomparabil destrezza e

vigore, al comando militare dell'Affrica e della Gran Brettagna, da cui

erasi ritirato con ampie ricchezze e con sospetta integrità. Il grado

però ed i servigi di Graziano contribuirono a favorire i primi passi

della promozione di suo figlio; e gli porsero un'opportuna occasione di

spiegar quelle sode ed utili qualità, che ne sollevarono il carattere

sopra l'ordinario livello dei suoi compagni soldati. Valentiniano era

alto di statura, grazioso e maestoso. Il virile suo aspetto, che portava

impressi alti segni di sentimento e di spirito, inspirava fiducia agli

amici, ed ai nemici timore; e per secondare gli sforzi dell'indomito suo

valore, il figlio di Graziano aveva ereditato i vantaggi di una forte e

sana costituzione. Coll'abitudine della castità e temperanza, che

raffrena gli appetiti ed invigorisce le forze, Valentiniano si mantenne

la propria e la pubblica stima. Le occupazioni di una vita militare

avean distratto la sua gioventù dall'eleganti ricerche della

letteratura; egli ignorava la lingua Greca e le arti della Rettorica: ma

siccome l'animo dell'oratore non era mai sconcertato da timida

perplessità, egli era capace, ogni volta che l'occasione lo richiedeva,

d'esporre i risoluti suoi sentimenti con facile ed ardita eloquenza. Le

uniche leggi, che esso aveva studiato, eran quelle della marzial

disciplina; e presto si distinse per la laboriosa diligenza e

l'inflessibil severità, con cui adempiva e sosteneva i doveri del campo.

Al tempo di Giuliano egli si espose al pericolo della disgrazia, pel

disprezzo che dimostrò in pubblico verso la religion dominante[22]; ma

dalla successiva condotta di lui parrebbe, che l'indiscreta ed

inopportuna libertà di Valentiniano fosse stata l'effetto di militar

baldanza, piuttosto che di uno zelo Cristiano. N'ebbe per altro il

perdono, e fu sempre impiegato da un Principe che stimava il suo

merito[23]; e nei vari successi della guerra Persiana egli accrebbe

quella riputazione, che erasi già acquistato sulle rive del Reno. La

prestezza e felicità, con cui eseguì un'importante commissione, gli aprì

l'adito al favor di Gioviano ed all'onorevol comando della seconda

_scuola_, o compagnia dei _Targettieri_, o sia delle guardie domestiche.

Nel marciar che faceva da Antiochia, era giunto ai suoi quartieri

d'Ancira, quando gli fu inaspettatamente significato, senz'arte o

intrigo veruno, d'assumere nel quarantesimo terzo anno della sua età,

l'assoluto governo del Romano Impero.

[A. 364]

L'invito dei Ministri e dei Generali a Nicea sarebbe stato di poco

rilievo, se non si fosse confermato dalla voce dell'esercito. Il vecchio

Sallustio, che aveva frequentemente osservate le irregolari fluttuazioni

delle adunanze popolari, propose che nissuna di quelle persone, la cui

militar dignità poteva eccitare un partito in loro favore, comparisse in

pubblico, sotto pena di morte, nel giorno dell'inaugurazione. Pure tanto

prevalse l'antica superstizione, che a questo pericoloso intervallo

volontariamente s'aggiunse tutto un giorno, perchè in esso appunto

cadeva l'intercalazione dell'anno bisestile[24]. Finalmente, quando si

suppose che l'ora fosse propizia, Valentiniano comparve sopra un alto

Tribunale; fu applaudita la giudiziosa elezione; ed il nuovo Principe

venne solennemente adornato del diadema e della porpora in mezzo alle

acclamazioni delle truppe, che eran disposte in ordine di guerra intorno

al Tribunale. Ma stendendo egli la mano per parlare all'armata

moltitudine, ad un tratto eccitossi un ansioso mormorio nelle file, che

appoco appoco scoppiò in un alto ed imperioso grido, ch'ei nominasse

immediatamente un collega nell'Impero. La intrepida tranquillità di

Valentiniano ottenne silenzio ed impose rispetto. Egli così parlò

all'assemblea: «Pochi momenti fa, o miei compagni soldati, era in

_vostro_ potere di lasciarmi nell'oscurità di una condizione privata.

Giudicando dalla testimonianza della passata mia vita, che io meritassi

di regnare, mi avete posto sul trono. Adesso è mio dovere di provvedere

alla salute ed al vantaggio della Repubblica. Il peso dell'Universo è

troppo grande, senza dubbio, per le mani d'un debol mortale. Io so quali

sono i limiti delle mie forze e l'incertezza della mia vita; e lungi

dallo sfuggire, io sono ansioso di sollecitare l'aiuto di un degno

collega. Ma dove la discordia può esser fatale, la scelta di un fedele

amico richiede una matura e seria deliberazione. Di questo io avrò cura.

La _vostra_ condotta sia fedele e costante. Ritiratevi ai vostri

quartieri; rinfrescate gli spiriti ed i corpi; ed attendete il solito

donativo in occasione dell'innalzamento al trono d'un nuovo

Imperatore[25]». Le attonite truppe con una mescolanza d'orgoglio, di

soddisfazione e di terrore ubbidirono alla voce del loro Signore. Le

ardenti lor grida si convertirono in una tacita riverenza; e

Valentiniano, circondato dalle aquile delle legioni e dalle diverse

bandiere della cavalleria e della infanteria, fu condotto con pompa

militare al palazzo di Nicea. Siccome però conosceva l'importanza di

prevenire qualche imprudente dichiarazion de' soldati, consultò

l'assemblea de' suoi capitani, e furono brevemente espressi i veri lor

sentimenti dalla generosa libertà di Dagalaifo: «Ottimo Principe» (disse

questo uffiziale) «se avete riguardo solo alla vostra famiglia, voi

avete un fratello; ma se amate la Repubblica, cercate il più meritevole

fra i Romani[26]». L'Imperatore, che soppresse il dispiacere senza

alterare la sua intenzione, s'avanzò lentamente da Nicea verso Nicomedia

o Costantinopoli. In uno dei sobborghi di quella capitale[27], trenta

giorni dopo la sua promozione, diede il titolo di Augusto a Valente suo

fratello; e poichè i più arditi patriotti erano persuasi, che la loro

opposizione, senza esser giovevole alla patria, sarebbe riuscita fatale

a loro medesimi, fu ricevuta la dichiarazione dell'assoluta sua volontà

con una tacita sommissione. Valente allora trovavasi nell'anno

trentesimo sesto dell'età sua; ma non aveva mai esercitata la sua

abilità in alcun impiego militare o civile; ed il suo carattere non

aveva eccitato nel Mondo alcuna viva espettazione. Aveva però una

qualità, che molto si valutava da Valentiniano, e che mantenne la pace

domestica dell'Impero; vale a dire un grato e rispettoso attaccamento al

suo benefattore, di cui Valente umilmente e di buona voglia riconobbe la

superiorità, sì nel genio che nel potere, in ogni azione della sua

vita[28].

[A. 364]

Prima di dividere le Province dell'Impero, Valentiniano volle riformarne

l'amministrazione. Furono invitati ad intentar pubblicamente le loro

accuse i sudditi di ogni classe, ch'erano stati oppressi o tribolati nel

regno di Giuliano. Il silenzio universale attestò l'irreprensibile

integrità del Prefetto Sallustio[29]; e Valentiniano con le più

onorevoli espressioni d'amicizia e di stima rigettò le pressanti

sollecitazioni di lui, che gli fosse conceduto di ritirarsi

dall'amministrazion dello Stato. Ma tra i favoriti dell'ultimo

Imperatore se ne trovarono molti, che avevano abusato della sua

credulità o superstizione; e che non potevano più sperare di esser

protetti dal favore o dalla giustizia[30]. Per la maggior parte i

Ministri del Palazzo e i Governatori delle Province furon rimossi dai

rispettivi lor posti; ma il merito sublime di alcuni Uffiziali fu

distinto dalla folla dei colpevoli; e non ostanti le grida in contrario

dello zelo e dello sdegno, sembra che tutte le parti di questo delicato

processo fossero eseguite con una ragionevol dose di saviezza e

moderazione[31]. La gioia del nuovo regno ebbe un breve e sospetto

interrompimento dalla improvvisa malattia dei due Principi; ma tosto che

si furono essi ristabiliti in salute, lasciaron Costantinopoli al

principio di primavera, e nel castello, o nel palazzo di Mediana,

distante da Naisso tre miglia, eseguirono la solenne e final divisione

dell'Impero Romano[32]. Valentiniano cedè al fratello la ricca

Prefettura dell'Oriente, dal basso Danubio sino ai confini della Persia;

riservandosi pel proprio immediato governo le guerriere Prefetture

dell'Illirico, dell'Italia e della Gallia, dall'estremità della Grecia

fino al muro Caledonio, e da questo fino al piè del monte Atlante.

L'amministrazione delle Province restò sull'antica base; ma vi fu

bisogno d'un doppio numero di Generali e di Magistrati per due consigli

e due Corti: se ne fece la distribuzione, avuto un giusto riguardo al

merito particolare ed alla situazione di ciascheduno, e furono tosto

creati sette generali sì di cavalleria che d'infanteria. Terminato

amichevolmente quest'importante affare, Valentiniano e Valente

s'abbracciaron per l'ultima volta. L'Imperator d'Occidente fissò la sua

residenza per un tempo a Milano; e l'Imperatore di Oriente tornò a

Costantinopoli per assumere il dominio di cinquanta Province, il

linguaggio delle quali eragli del tutto ignoto[33].

[A. 365]

Presto fu disturbata la tranquillità dell'Oriente dalla ribellione; e fu

minacciato il trono di Valente dagli audaci attentati di un rivale, che

non aveva altro merito che una parentela coll'Imperator Giuliano[34], e

questa era stata l'unico suo delitto. Procopio era stato ad un tratto

promosso dall'oscuro posto di Tribuno o di Notaro, al comando di tutto

l'esercito della Mesopotamia; la pubblica opinione lo dichiarava già

successore di un Principe privo di eredi naturali; ed i suoi amici o

avversari propagavano un vano romore, che Giuliano avanti l'altar della

Luna a Carre avea privatamente investito Procopio della porpora

Imperiale[35]. Egli procurò, mediante la sua leale e sommessa condotta,

di disarmare la gelosia di Gioviano: senza ostacolo dimesse il comando

militare; e con la sua moglie e famiglia si ritirò a coltivare l'ampio

patrimonio, che possedeva nella provincia della Cappadocia. Furono

interrotte queste utili ed innocenti occupazioni dall'arrivo di un

uffiziale, che a nome dei nuovi Sovrani Valentiniano e Valente fu

spedito con una truppa di soldati per condurre l'infelice Procopio o ad

una prigione perpetua o ad una ignominiosa morte. La sua presenza di

spirito gli procurò una maggior dilazione, ed un fato più splendido.

Senza mostrare di porre in dubbio il mandato reale, chiese la grazia di

pochi momenti per abbracciare la sua dolente famiglia; e mentre una

lauta mensa tratteneva la vigilanza delle sue guardie, esso destramente

si rifuggì nelle coste marittime dell'Eussino, dalle quali passò nella

regione del Bosforo. In quel remoto paese dimorò molti mesi esposto ai

travagli dell'esilio, della solitudine e del bisogno; mentre il

malinconico temperamento di lui fomentava le sue disgrazie, ed agitata

era la sua mente dal giusto timore, che se qualche accidente scoperto

avesse il suo nome, i Barbari senza grande scrupolo avrebbero

infedelmente violate le leggi dell'ospitalità. In un punto d'impazienza

e di disperazione, Procopio s'imbarcò sopra un vascello mercantile che

facea vela per Costantinopoli; ed aspirò arditamente al grado di

Sovrano, giacchè non gli era permesso di godere con sicurezza quello di

suddito. Da principio si nascose nei villaggi della Bitinia,

continuamente cangiando d'abitazione e di vesti[36]. Appoco appoco si

arrischiò ad entrare nella Capitale affidò la propria vita e fortuna

alla fedeltà di due amici, uno Senatore e l'altro eunuco, e concepì

qualche speranza di buon successo dalla notizia ch'ebbe dello stato

attuale de' pubblici affari. Il Corpo del popolo era infetto da uno

spirito di malcontentezza, che gli faceva desiderar la giustizia e

l'abilità di Sallustio, che era stato imprudentemente dimesso dalla

Prefettura dell'Oriente. Si disprezzava il carattere di Valente, rozzo

senza vigore, e debole senza dolcezza. Temevasi l'influenza del patrizio

Petronio suo suocero, crudele e rapace ministro, che rigorosamente

esigeva i tributi rimasti arretrati fin dal regno dell'Imperatore

Aureliano. Le circostanze eran propizie ai disegni di un usurpatore. La

condotta ostile dei Persiani richiedeva la presenza di Valente nella

Siria; dal Danubio all'Eufrate le truppe erano in moto; e la Capitale in

tale occasione era piena di soldati che passavano e ripassavano il

Bosforo Tracio. Furono indotte due coorti di Galli a dare orecchio alle

segrete proposizioni dei cospiratori, sostenute dalla promessa d'un

liberal donativo; e siccome veneravano ancora la memoria di Giuliano,

facilmente acconsentirono a difender l'ereditaria pretensione del

proscritto parente di lui. Allo spuntar del giorno vennero esse

schierate vicino ai Bagni d'Anastasia; e Procopio, vestito di un abito

di porpora più conveniente ad un commediante che a un Principe, comparve

come se fosse risuscitato da morte in mezzo a Costantinopoli. I soldati,

ch'erano preparati a riceverlo, salutarono il tremante lor Principe con

acclamazioni di gioia e con voti di fedeltà. Fu tosto accresciuto il lor

numero da un'insolente truppa di villani raccolti nella adiacente

campagna; e Procopio, difeso dalle armi dei suoi aderenti, venne

successivamente condotto al Tribunale, al Senato ed al Palazzo. Nei

primi momenti del tumultuario suo regno egli rimase attonito e

spaventato dal cupo silenzio del popolo, che o non sapeva la causa di

tal novità o temea dell'evento. Ma la sua forza militare era superiore

ad ogni attuale resistenza; i malcontenti correvano in folla allo

stendardo della ribellione; i poveri erano eccitati dalle speranze, ed i

ricchi intimoriti dal pericolo di un saccheggio universale; e l'ostinata

credulità della moltitudine fu ingannata un'altra volta dai promessi

vantaggi della ribellione. S'arrestarono i Magistrati; si aprirono con

diligenza le porte della città e l'ingresso del porto; ed in poche ore

Procopio divenne assoluto, quantunque precario, padrone della Imperiale

città. L'usurpatore sostenne quest'inaspettato successo con qualche

specie di coraggio e di destrezza. Egli propagò ad arte i rumori e le

opinioni più favorevoli al suo interesse, nel tempo che deludeva la

plebe col dare udienza ai frequenti, ma immaginari ambasciatori delle

remote nazioni. Restarono appoco appoco involti nella colpa della

ribellione i grossi Corpi di truppe, che si trovavano nelle città della

Tracia e nelle fortezze del basso Danubio; ed i Principi Goti

acconsentirono d'aiutare il Sovrano di Costantinopoli con la formidabile

forza di più migliaia di ausiliari. I Generali di esso passarono il

Bosforo e sottomisero senza fatica le disarmate, ma ricche Province

della Bitinia e dell'Asia. La città e l'isola di Cizico, dopo una

onorevol difesa, cedè al suo potere; le famose legioni dei Gioviani e

degli Erculei abbracciaron la causa dell'usurpatore, ch'essi avevano

avuto ordine d'opprimere; e perchè i veterani venivano continuamente

aumentati da nuove leve, in poco tempo ei si vide alla testa d'un

esercito, il valore ed il numero del quale corrispondeva all'importanza

della contesa. Il figlio d'Ormisda[37], giovane intelligente ed animoso,

si condusse a trarre la spada contro il legittimo Imperatore

dell'Oriente, ed il Principe Persiano fu immediatamente investito

dell'antico e straordinario potere di Romano Proconsole. La parentela di

Faustina, vedova dell'Imperator Costanzo, che pose nelle mani

dell'usurpatore se stessa e la propria figlia, aggiunse alla causa di

lui dignità e reputazione. La Principessa Costanza, che allora aveva

circa cinque anni, accompagnava in una lettiga la marcia dell'esercito.

Essa veniva mostrata al popolo nelle braccia dell'adottivo suo padre; ed

ogni volta che passava per le file, accendevasi la tenerezza dei soldati

in furore marziale[38]; si rammentavano essi le glorie della casa di

Costantino, e dichiaravano con sincere acclamazioni, che avrebbero

sparso l'ultima goccia del loro sangue in difesa della fanciulla

reale[39].

Frattanto Valentiniano trovavasi agitato e perplesso per la dubbiosa

notizia della ribellione dell'Oriente. Le difficoltà d'una guerra nella

Germania lo costringevano ad impiegar le immediate sue cure nella

salvezza dei proprj Stati; e siccome veniva impedito o corrotto ogni

canale di comunicazione, egli dava orecchio con dubbiosa ansietà ai

romori che si andavano artificiosamente spargendo, che la disfatta e la

morte di Valente avesse lasciato Procopio solo Signore delle Province

Orientali. Valente non era morto; ma alla nuova della ribellione, ch'ei

ricevè in Cesarea, disperò vilmente della sua vita e dello Stato;

propose d'entrare in trattato coll'usurpatore, e scuoprì una segreta

inclinazione a deporre la porpora Imperiale. La fermezza de' suoi

Ministri salvò il timido Monarca dal disonore e dalla rovina, e

l'abilità loro tosto decise in suo favore l'evento della guerra civile.

In un tempo di tranquillità, Sallustio si era dimesso dal suo posto

senza parlare; ma appena fu attaccata la sicurezza pubblica, egli

ambiziosamente sollecitò la preminenza nella fatica e nel pericolo; e la

restituzione della Prefettura dell'Oriente a quel virtuoso ministro fu

il primo passo, che indicò il pentimento di Valente, e soddisfece gli

animi del popolo. Il regno di Procopio in apparenza era sostenuto da

poderose armate e da ubbidienti Province; ma molti dei primi uffiziali,

sì militari che civili, si erano indotti o per motivi di dovere, o

d'interesse a sottrarsi da quella rea scena, o a spiare l'occasione di

tradire o di abbandonare la causa dell'usurpatore. Lupicino con marcie

affrettate s'avanzò a condurre le legioni della Siria in aiuto di

Valente. Arinteo, che in forza, in beltà, ed in valore superava tutti

gli Eroi di quel tempo, con una piccola truppa attaccò un corpo

superiore di ribelli. Quando egli si vide a fronte di quei soldati, che

avevano militato sotto le sue bandiere, ad alta voce comandò loro

d'arrestare e consegnargli nelle mani il preteso lor condottiere; e tale

fu l'ascendente del suo genio, che un ordine sì straordinario fu

immediatamente obbedito[40]. Arbezione, rispettabile veterano di

Costantino Magno, che era stato distinto con gli onori del Consolato, fu

persuaso a lasciare il suo ritiro, ed a condurre un'altra volta

l'esercito in campo. Nel calor dell'azione, trattosi l'elmo

tranquillamente di capo, mostrò la canizie ed il suo venerabile aspetto;

salutò i soldati di Procopio coi teneri nomi di figli e di compagni; e

gli esortò a non più sostenere la causa disperata di un disprezzabil

tiranno, ma seguir piuttosto il vecchio loro capitano, che gli avea

tante volte condotti alla vittoria e all'onore. Nelle due battaglie di

Tiatira[41] e di Nicosia, l'infelice Procopio fu abbandonato dalle sue

truppe, che restaron sedotte dalle istruzioni e dall'esempio dei perfidi

loro uffiziali. Dopo d'aver vagato per qualche tempo nei boschi e nelle

montagne della Frigia, fu tradito dai timidi suoi seguaci, condotto al

campo Imperiale, ed immediatamente decapitato. Egli ebbe la sorte

ordinaria degli usurpatori, a cui mal succedono lo loro imprese; ma gli

atti di crudeltà, esercitati dal vincitore sotto l'orma di legittima

giustizia, eccitarono la compassione e lo sdegno dell'universo[42].

In vero tali sono i frutti comuni e naturali del dispotismo e della

ribellione. Ma l'inquisizione contro il delitto di magia, che nel regno

dei due fratelli fu sì rigorosamente perseguitato sì in Roma che in

Antiochia, s'interpetrò come un fatal sintomo o dell'ira del cielo o

della depravazione degli uomini[43]. Non dubitiamo di generosamente

applaudirci, che nel secolo presente la parte più illuminata dell'Europa

ha tolto di mezzo[44] un odioso e crudele pregiudizio, che regnava in

ogni clima del globo, ed era inerente ad ogni sistema di religiose

opinioni[45]. Le nazioni e le Sette del Mondo Romano ammettevano con

ugual credulità e abborrimento l'esistenza di quell'arte infernale[46],

che si credeva capace di sovvertire l'ordine eterno dei pianeti e le

volontarie operazioni dello spirito umano. Temevano il misterioso potere

dei caratteri magici e delle incantazioni, di potenti erbe e di

esecrabili riti, che potevan togliere o richiamare la vita, infiammar,

le passioni dell'animo, guastar le opere della creazione, ed estorcere

dai ripugnanti demoni i segreti del futuro. Credevano, con la più strana

incoerenza, che questo soprannatural dominio dell'aria, della terra e

dell'inferno si esercitasse pei bassi motivi di malizia o di lucro da

grinzose vecchie, o da vagabondi stregoni, che passavano le oscure lor

vite nella miseria e nel disprezzo[47]. Le arti della magia eran

condannate ugualmente dalla pubblica opinione e dalle leggi di Roma; ma

siccome tendevano a soddisfare le più imperiose passioni del cuore

umano, così erano continuamente proscritte e continuamente

praticate[48]. Una causa immaginaria è capace di produrre i più serj e

dannosi effetti. Le oscure predizioni della morte d'un Imperatore o del

buon successo d'una cospirazione non erano dirette che a stimolar le

speranze dell'ambizione o a sciogliere i vincoli della fedeltà; ed il

delitto, che in se stessa conteneva la magia, veniva aggravato dagli

attuali reati del tradimento e del sacrilegio[49]. Questi vani terrori

disturbavano la pace della società e la felicità degli individui; e

l'innocente fiamma, che appoco appoco struggeva un'immagin di cera,

dalla spaventata fantasia della persona, che si voleva maliziosamente

rappresentare, potea trarre una potente e perniciosa energia[50].

Dall'infusione di quell'erbe, che si supponeva avessero una forza

soprannaturale, si potea facilmente passare all'uso di veleni più

sostanziali; e la follìa degli uomini divenne alle volte l'istrumento e

la maschera dei più atroci delitti. Poichè dai Ministri di Valentiniano

e di Valente fu incoraggiato lo zelo degli accusatori, non poterono essi

ricusare di prestare orecchio ad un'altra accusa, che troppo spesso avea

parte nelle scene di domestiche colpe; accusa d'una più mite e meno

cattiva natura, per la quale il pio, ma eccessivo rigore di Costantino

avea recentemente stabilita la pena di morte[51]. Questa fatale ed

incoerente mescolanza di tradimento e di magia, di veleno e di adulterio

somministrava infiniti gradi di delitto e d'innocenza, di scusa e di

aggravio, che in queste processure pare che fossero confusi dalle

ardenti o corrotte passioni dei giudici. Essi facilmente s'accorsero,

che tanto più si stimava dalla Corte Imperiale l'industria ed il

discernimento loro, quanto maggiore era il numero delle esecuzioni che

si facevano pe' decreti dei respettivi loro Tribunali. Non senza

un'estrema ripugnanza pronunziavano qualche sentenza d'assoluzione, ma

con ardore ammettevano testimonianze anche macchiate da spergiuri ed

estorte per via di tormenti a provare le più improbabili accuse contra

le persone più rispettabili. Il progresso dell'inquisizione apriva

sempre nuova materia di processi criminali; l'audace delatore, di cui si

fosse scoperta la falsità, si ritirava impunemente; ma alla misera

vittima, che palesava dei reali o supposti complici, rade volte

accordavasi premio della sua infamia. Dall'estremità dell'Italia e

dell'Asia erano tratti giovani e vecchi in catene ai tribunali di Roma e

d'Antiochia. Senatori, Matrone e Filosofi spirarono in mezzo ad

ignominiosi e crudeli tormenti. I soldati, destinati alla guardia delle

prigioni, dichiararono con voci di compassione e di sdegno, che il loro

numero non era sufficiente ad impedire la fuga o la resistenza della

moltitudine dei prigionieri. Le famiglie più ricche erano rovinate dalle

confiscazioni ed ammende; i più innocenti cittadini tremavano per la

loro salute; e possiam formare qualche idea dell'estensione del male

dalla stravagante asserzione d'un antico Scrittore, che nelle soggette

Province i prigionieri, gli esuli ed i fuggitivi formavano la maggior

parte degli abitanti[52].

[A. D. 364-375]

Quando Tacito descrive le morti degli innocenti ed illustri Romani, che

furon sacrificati alla crudeltà dei primi Cesari, l'arte dell'Istorico o

il merito dei pazienti eccita nei nostri petti i più vivi sentimenti di

terrore, d'ammirazione e di pietà. Il volgare ed indistinto pennello

d'Ammiano ha dipinto queste sanguinose scene con tediosa e non piacevole

esattezza. Ma siccome non è più impegnata la nostra attenzione dal

contrasto di libertà e di servitù, di recente grandezza e di attual

miseria, dovremmo con orrore torcer lo sguardo dalle frequenti

esecuzioni, che disonorarono in Roma ed Antiochia il regno dei due

fratelli[53]. Valente era timido[54] di naturale, e Valentiniano

collerico[55]. Il principio dominante dell'amministrazione del primo era

un ansioso riguardo per la sua personal sicurezza. Da privato egli avea

con tremante rispetto baciato la mano dell'oppressore; e quando salì sul

trono, con ragione aspettava che gli stessi timori, di cui egli avea

portato il giogo, dovessero assicurargli la paziente sommissione del

popolo. I favoriti di Valente ottennero, mediante il privilegio della

rapacità e della confiscazione, quella ricchezza che non avrebber potuto

ottenere dalla sua economia[56]. Gli insinuavano essi con persuadente

eloquenza, che in ogni caso di ribellione il sospetto equivale alla

prova; che il potere suppone l'intenzione del delitto; che l'intenzione

non è meno colpevole dell'atto; e che un suddito non dee più vivere,

qualora la sua vita può minacciare la salute, o turbare il riposo del

suo Sovrano. Fu alle volte ingannato il giudizio di Valentiniano, e si

abusò della sua confidenza; ma egli avrebbe con uno sprezzante sorriso

imposto silenzio ai delatori, se avessero preteso di porre in agitazione

la sua fortezza con rappresentargli il pericolo. Essi lodavano

l'inflessibile amore che aveva per la giustizia; e nell'esercizio di

essa era l'Imperatore facilmente indotto a risguardar la clemenza come

una debolezza, e la passione come una virtù. Finattanto che non ebbe a

contendere che con gli uguali nei fieri incontri di una vita attiva ed

ambiziosa, Valentiniano fu rare volte ingiuriato, e non insultato mai

impunemente: se attaccavasi la sua prudenza, s'applaudiva il suo

spirito; ed i più altieri e potenti Generali temevano di provocar lo

sdegno di un soldato imperterrito. Dopo esser divenuto Signore del

Mondo, gli uscì per disgrazia di mente, che dove non ha luogo la

resistenza, non può esercitarsi il coraggio; ed invece di consultare i

dettami della ragione, secondava i furiosi moti del suo temperamento, in

un tempo in cui erano essi vergognosi per lui, e fatali pe' miseri

oggetti dell'ira sua. Tanto nel governo della propria casa che

dell'Impero, piccole o anche immaginarie mancanze, una parola

inconsiderata, un'accidentale ommissione, un indugio involontario si

punivano con immediate sentenze di morte. L'espressioni che più

comunemente uscivano di bocca all'Imperator dell'Occidente, eran queste:

«Gli si tagli la testa: sia bruciato vivo: sia battuto con verghe fino

alla morte[57]»: ed i più favoriti Ministri presto impararono, che col

temerariamente procurar di sospendere o d'esaminare l'esecuzione dei

sanguinarj comandi di lui, potevano essi medesimi restare involti nella

colpa o nel gastigo della disubbidienza. Le replicate soddisfazioni di

questa rozza giustizia indurirono il cuore di Valentiniano contro la

compassione ed il rimorso; ed i trasporti della passione vennero

confermati dall'abitudine della crudeltà[58]. Poteva egli mirare con

fredda soddisfazione le convulsive agonie della tortura e della morte;

donava la sua amicizia a quei servi fedeli, l'indole dei quali era più

coerente alla propria. Il merito di Massimino, che avea fatto strage

delle più nobili famiglie di Roma fu premiato con la real approvazione e

con la Prefettura della Gallia. Non poterono aver la sorte di

partecipare del favore di Massimino, che due feroci ed enormi orsi

distinti coi nomi d'_Innocenza_, e di _Mica aurea_. Eran sempre vicine

alla camera di Valentiniano le gabbie di tali favorite guardie; e spesso

egli si dilettava del grato spettacolo di vedere sbranare e divorar da

loro le palpitanti membra dei malfattori abbandonati alla furia di esse.

Il Romano Imperatore prendevasi gran cura del loro cibo e dei loro

esercizi; e quando _Innocenza_ ebbe adempito con una lunga serie di

meritevoli servigi il suo uffizio, al fedele animale fu restituita la

libertà dei nativi suoi boschi[59].

Ma nei tranquilli momenti della riflessione, allorchè lo spirito di

Valente non era agitato dal timore, o quello di Valentiniano dall'ira, i

tiranni riassumevano i sentimenti o almeno la condotta di padri della

patria. Lo spassionato giudizio dell'Imperator d'Occidente era in grado

di conoscer chiaramente e di procurar con ardore il bene proprio e del

pubblico; ed il Sovrano d'Oriente, che imitava con ugual docilità i varj

esempi, che riceveva dal suo fratello maggiore, veniva alle volte

guidato dalla saviezza e virtù del Prefetto Sallustio. Ambidue i

Principi invariabilmente ritennero nella porpora la modesta e regolata

semplicità, che adornato avevano la privata lor vita; e sotto il regno

di essi i piaceri della Corte non costarono mai al popolo rossore o

sospiri. Essi appoco appoco riformarono molti abusi dei tempi di

Costanzo; adottarono giudiziosamente e migliorarono i disegni di

Giuliano e del suo Successore; e spiegarono uno stile ed uno spirito di

legislazione, che può risvegliare nella posterità l'opinione più

favorevole del carattere e del governo loro. Non si sarebbe aspettato

mai dal padrone d'_Innocenza_ quella tenera cura pel bene dei sudditi,

che mosse Valentiniano a condannare l'esposizione dei bambini nati di

fresco[60], ed a stabilire con stipendi e privilegi quattordici abili

Medici nei quattordici quartieri di Roma. Il buon senso di un ignorante

soldato immaginò un utile e liberale Instituto per l'educazione della

gioventù e pel sostegno delle scienze allor decadenti[61]. Era sua

intenzione che s'insegnassero le arti della rettorica e della grammatica

in lingua Greca e Latina nelle Metropoli di ogni Provincia; e poichè

ordinariamente la grandezza e la dignità della scuola era proporzionata

a quella della città in cui si trovava, le Accademie di Roma e di

Costantinopoli vantavano una giusta e singolar preeminenza. I frammenti

degli editti letterari di Valentiniano rappresentano imperfettamente la

scuola di Costantinopoli, che fu a grado a grado perfezionata dai

successivi regolamenti. Era essa composta di trent'uno Professori,

distribuiti in diversi rami di scienze; vale a dire un filosofo e due

legali, cinque sofisti e dieci grammatici per la lingua Greca, tre

oratori ed altri dieci grammatici per la Latina, oltre sette scrivani, o

come in quel tempo si chiamavano antiquari, le laboriose penne dei quali

provvedevano le pubbliche Biblioteche di buone e corrette copie dei

classici Autori. La regola di condotta, che fu allora prescritta agli

studenti, è tanto più curiosa che somministra i primi sbozzi della forma

e della disciplina di una moderna Università. Si richiedeva, che essi

portassero gli opportuni attestati dei Magistrati delle native loro

Province. Regolarmente si notavano in pubblici registri i nomi, le

professioni e le abitazioni loro. Era severamente proibito alla studiosa

gioventù di perdere il tempo in conviti o nei teatri, ed era limitato il

termine della loro educazione all'età di vent'anni. Il Prefetto della

città poteva gastigar gli oziosi ed i refrattari con le verghe e

coll'espulsione; ed aveva ordine di riferire ogni anno al Maestro degli

Uffizi, quali scolari per le cognizioni ed abilità loro si potessero

utilmente impiegare in servizio pubblico. Gli instituti di Valentiniano

contribuirono ad assicurare i vantaggi della pace e dell'abbondanza; e

servì a guardar le città lo stabilimento dei _Difensori_[62], eletti

liberamente come Tribuni ed Avvocati del popolo per sostenere i diritti,

ed esporre gli aggravj di esso avanti ai Tribunali dei Magistrati

civili, o anche al piè del Trono Imperiale. Si amministravano

diligentemente le finanze da due Principi, che per tanto tempo erano

stati assuefatti alla rigorosa economia di una condizione privata; ma

nell'incassamento e nell'impiego della pubblica entrata un occhio

discernitore potrebbe osservare qualche differenza fra il governo

d'Oriente e quel d'Occidente. Valente era persuaso che non si potesse

sostenere la liberalità reale per mezzo della pubblica oppressione; e

non ebbe mai l'ambizione di aspirare ad assicurare, mediante le presenti

angustie, la futura forza e prosperità del suo popolo. Invece di

accrescere il peso delle tasse, che nello spazio di quaranta anni a

grado a grado si erano raddoppiate, nei primi quattro anni del suo regno

diminuì la quarta parte del tributo dell'Oriente[63]. Sembra che

Valentiniano fosse meno attento ed ansioso di sollevare i pesi del suo

popolo. Potè in vero riformare gli abusi dell'amministrazione fiscale,

ma esigeva senza scrupolo una gran parte dei beni dei privati, essendo

convinto, che le rendite, le quali sostenevano il lusso degl'individui,

si sarebbero con molto maggior vantaggio impiegate nel difendere e

migliorare lo Stato. I sudditi Orientali, che abitualmente godevano il

benefizio della condotta del loro Principe, applaudivano alla

beneficenza di esso, e la seguente generazione sentì e riconobbe il

solido, quantunque meno splendido, merito di Valentiniano[64].

[A. D. 364-375]

Ma la più onorevol particolarità del carattere di Valentiniano è quella

costante e moderata imparzialità, che egli sempre mantenne in un tempo

di religiose contese. Il suo buon senso, non illuminato in vero, ma

neppure corrotto dallo studio, evitava con rispettosa indifferenza le

sottili questioni Teologiche. Il governo della _Terra_ esigeva la sua

vigilanza, e soddisfaceane l'ambizione; e nel tempo che si rammentava

d'esser discepolo della Chiesa, non si dimenticò mai che era Sovrano del

Clero. Nel regno d'un Apostata, egli avea segnalato il suo zelo per

l'onore del Cristianesimo; concesse dunque ai suoi sudditi il privilegio

che aveva assunto per se medesimo; ed essi accettar potevano con

gratitudine e con fiducia la general tolleranza, permessa da un Principe

dominato dalle passioni, ma incapace di timore o di simulazione[65]. I

Pagani, gli Ebrei e tutte le varie Sette, che ammettevano l'autorità

divina di Cristo, eran protetti, dalle leggi contro il potere arbitrario

o il popolare insulto; nè ci aveva specie alcuna di culto che fosse

proibita da Valentiniano, eccettuate quelle segrete e ree pratiche, le

quali abusavano del nome di religione per cuoprir gli oscuri disegni del

vizio e del disordine. L'arte magica, siccome si puniva più crudelmente,

così veniva proscritta con più rigore; ma l'Imperatore adottò una formal

distinzione per protegger gli antichi metodi di divinazione approvati

dal Senato, ed esercitati dagli Aruspici Toscani. Col consenso dei

Pagani più ragionevoli avea condannato la licenza dei sacrifizi

notturni; ma immediatamente ammesso l'istanza di Pretestato Proconsole

dell'Acaia, il quale rappresentò che la vita dei Greci sarebbe divenuta

misera e disgustosa, qualora fossero essi restati privi dell'inestimabil

vantaggio dei misteri Eleusini. La sola filosofia può vantarsi (e forse

non è più che un semplice vanto della filosofia) che la gentile sua mano

è capace di sradicare dalla mente umana i segreti e fatali principj del

fanatismo. Ma questa tregua di dodici anni, che acquistò maggior forza

dal saggio e vigoroso governo di Valentiniano, sospendendo la

ripetizione delle vicendevoli ingiurie, contribuì ad addolcire i

costumi, e ad abbattere i pregiudizi delle religiose fazioni.

[A.D. 363-378]

L'amico della tolleranza trovavasi per disgrazia distante dal teatro

delle più fiere controversie. Appena i Cristiani dell'Occidente si furon

distrigati dai lacci della formola di Rimini, felicemente ricaddero nel

letargo dell'ortodossia; ed i piccoli residui del partito Arriano, che

tuttavia sussistevano in Milano e in Sirmio, potevano risguardarsi come

oggetti piuttosto di disprezzo che di sdegno. Ma nelle province

Orientali, dall'Eussino fino all'estremità della Tebaide, la forza ed il

numero delle ostili fazioni si bilanciava con maggiore uguaglianza; e

questa, invece di secondare i consigli di pace, non serviva che a

perpetuar gli orrori della guerra di religione. I Monaci ed i Vescovi

sostenevano i loro argomenti con invettive; e le loro invettive alle

volte venivano accompagnate dalle percosse. Atanasio dominava sempre in

Alessandria; le Sedi di Costantinopoli e d'Antiochia erano occupate dai

Prelati Arriani, ed ogni vacanza di Vescovato era l'occasione di un

tumulto popolare. Gli _Homousiani_ furon fortificati dalla

riconciliazione di cinquantanove Vescovi Macedoniani o Semiarriani; la

segreta ripugnanza, che avevano d'abbracciare la divinità dello Spirito

Santo, oscurava lo splendore di tal trionfo; e la dichiarazion di

Valente, che nei primi anni del suo regno aveva imitato l'imparzial

condotta del fratello, fu un importante vittoria dalla parte

dell'Arrianismo. I due fratelli avean passata la privata lor vita nello

stato di catecumeni; ma la pietà di Valente lo mosse a chiedere il

Sacramento del Battesimo avanti d'esporsi ai pericoli della guerra

Gotica. Egli si rivolse naturalmente ad Eudosso[66] Vescovo della città

Imperiale; e se l'ignorante Monarca fu istruito da quell'Arriano Pastore

nei principj della Teologia eterodossa, l'inevitabile conseguenza

dell'erronea sua scelta dee in lui risguardarsi piuttosto come una

disgrazia che come un delitto. Qualunque fosse stata la determinazione

dell'Imperatore, dovea sempre disgustare una gran parte dei Cristiani

suoi sudditi; giacchè i Capi tanto degli Homousiani che degli Arriani

credevano, che se non si lasciavano dominare, si facesse loro una

crudele ingiuria ed oppressione. Dopo aver fatto questo decisivo passo,

era molto difficile per esso il conservare la virtù o la riputazione

d'imparziale. Veramente non aspirò mai, come Costanzo, alla fama di

profondo Teologo; ma siccome avea ricevuto con semplicità e rispetto le

opinioni di Eudosso, Valente rimise la sua coscienza alla direzione

dell'Ecclesiastiche sue guide, e coll'influenza della propria autorità

promosse la riunione degli eretici _Atanasiani_ al corpo della Chiesa

Cattolica. Da principio ebbe compassione di lor cecità; in seguito

appoco appoco fu provocato dalla loro ostinazione; ed insensibilmente

incominciò ad odiar quei Settari, pei quali era egli stesso un argomento

di odio[67]. Era sempre dominato il debole spirito di Valente dalle

persone, colle quali famigliarmente conversava; e l'esilio o la

prigionia d'un privato son favori che facilissimamente si accordano in

una Corte dispotica. Si davano tali pene frequentemente ai Capi del

partito _Homousiano_; e la disgrazia di ottanta Ecclesiastici di

Costantinopoli, che forse per accidente bruciarono sopra una nave,

imputossi alla crudele e premeditata malizia dell'Imperatore e de' suoi

Arriani ministri. In ogni contesa i Cattolici (se ci è permesso di

anticipar questo nome) eran costretti a pagar la pena delle mancanze

loro e di quelle degli avversari. In ogni elezione il Candidato Arriano

aveva la preferenza; e se gli si opponeva il maggior partito del popolo,

era comunemente sostenuto dall'autorità del Magistrato civile, o anche

dai terrori di una forza militare. I nemici d'Atanasio tentarono di

turbar gli ultimi anni della venerabil vecchiezza di lui; ed il suo

breve ritirarsi al sepolcro del proprio padre si celebrò come un quinto

esilio. Ma lo zelo di un gran popolo, che immediatamente corse alle

armi, pose in timore il Prefetto, ed all'Arcivescovo si lasciò finir la

vita in pace ed in gloria dopo quarantasette anni di Vescovato. La morte

d'Atanasio fu il segnale della persecuzione dell'Egitto; ed il ministro

Pagano di Valente, che a forza collocò l'indegno Lucio nella sede

Archiepiscopale, si procacciò il favore del partito dominante per mezzo

del sangue e dei patimenti dei Cristiani loro fratelli. Amaramente

dolevansi questi della libera tolleranza in favore del Culto Pagano e

Giudaico, come d'una circostanza aggravante la miseria dei Cattolici e

la reità dell'empio Tiranno dell'Oriente[68].

Il trionfo del partito ortodosso ha lasciato sopra la memoria di Valente

una profonda macchia di persecuzione; ed il carattere di un Principe,

che traeva le sue virtù ed i suoi vizi da un debole intelletto e da

un'indole pusillanime, appena merita che ci prendiamo la pena di farne

l'apologia. Ciò nonostante, il candore può scoprire motivi di

sospettare, che i Ministri Ecclesiastici di Valente spesso eccedessero

gli ordini o anche le intenzioni del loro Signore; e che la verità dei

fatti siasi molto magnificata dalla veemente declamazione e dalla facile

credulità dei suoi antagonisti[69]. In primo luogo, il silenzio di

Valentiniano può suggerire un probabile argomento, che i parziali

rigori, esercitati nelle Province ed in nome del suo collega, soltanto

si riducessero ad alcune oscure ed inconsiderabili deviazioni dallo

stabilito sistema di tolleranza religiosa; e quel giudizioso Istorico,

che ha lodato la temperata natura del fratello maggiore, non si è

creduto in dovere di porre a contrasto la tranquillità dell'Occidente

con la crudele persecuzione dell'Oriente[70]. Secondariamente, per

quanto vogliam prestar fede alle incerte e lontane relazioni, si può

distintamente conoscere il carattere o almeno la condotta di Valente

negli affari che trattò personalmente coll'eloquente Basilio Arcivescovo

di Cesarea, che era succeduto ad Atanasio nel maneggio della causa

spettante alla Trinità[71]. Se ne fece la circostanziata narrazione

dagli amici ed ammiratori di Basilio; e spogliata che sia da un

grossolano abbigliamento di rettorica e di miracoli, resteremo sorpresi

dall'inaspettata dolcezza del tiranno Arriano, che ammirò la fermezza

del suo animo, o temè, facendogli violenza, una rivoluzione generale

nella provincia della Cappadocia. L'Arcivescovo, che sosteneva con

inflessibile alterigia[72] la verità delle sue opinioni e la dignità del

suo posto, fu lasciato nel libero possesso della sua coscienza e della

sua sede. L'Imperatore devotamente assistè nella Cattedrale alla messa

solenne: ed in luogo di una Sentenza di esilio, sottoscrisse la

donazione di considerabili beni per uso di uno spedale, che Basilio

aveva ultimamente fondato nelle vicinanze di Cesarea[73]. In terzo

luogo, non ho potuto trovare, che da Valente fosse fatta contro gli

Atanasiani alcuna legge, come quella che in seguito fece Teodosio contro

gli Arriani; e l'editto, che suscitò i più violenti clamori, non sembra

poi tanto degno di riprensione. L'Imperatore aveva osservato, che molti

dei suoi sudditi, seguitando la pigra loro inclinazione, si erano

associati, sotto pretesto di religione, ai Monaci dell'Egitto; e diede

ordine al Conte dell'Oriente di trarli fuori della lor solitudine, e

costringere quei disertori della società ad accettare la giusta

alternativa, o di rinunziare ai temporali lor beni, o di adempire i

pubblici doveri degli uomini e dei cittadini[74]. Sembra che i Ministri

di Valente estendessero il senso di questo penale statuto, giacchè si

arrogarono il diritto di arrolare nelle armate Imperiali i Monaci

giovani e di forte corporatura. Fu spedito da Alessandria nel vicino

deserto di Nitria[75], popolato da cinquemila Monaci, un distaccamento

di cavalleria e d'infanteria consistente in tremila soldati. Erano essi

guidati da Preti Arriani, e si racconta, che fu fatta una considerabile

strage nei Monasteri, nei quali non si ubbidiva ai comandi del

Principe[76].

[A. 370]

Gli stretti regolamenti, che la saviezza dei moderni Legislatori ha

fatti per frenare la ricchezza e l'avarizia del Clero, in origine si

posson dedurre dall'esempio dell'Imperatore Valentiniano. Il suo

editto[77], indirizzato a Damaso Vescovo di Roma, fu pubblicamente letto

nelle Chiese della città. Egli ammoniva gli Ecclesiastici ed i Monaci a

non frequentare le case delle vedove e delle vergini, e ne minacciava la

disubbidienza con pene civili. Al Direttore non fu più permesso di

ricevere alcun donativo, legato, o eredità dalle figlie spirituali; ogni

testamento contrario a quest'editto fu dichiarato nullo, e ciò che si

fosse illegittimamente donato, dovea confiscarsi in benefizio del tesoro

pubblico. Sembra che con una successiva costituzione fossero estesi gli

stessi provvedimenti alle Monache e ai Vescovi, e che tutte le persone

dell'ordine Ecclesiastico si rendessero incapaci di ricevere alcuna

donazione testamentaria, e rigorosamente fossero limitate ai naturali e

legittimi diritti della successione. Valentiniano, come custode della

domestica felicità e virtù, applicò al male nascente questo rigoroso

rimedio. Nella Capitale dell'Impero le donne di case nobili e ricche

possedevano vastissimi e indipendenti patrimonj: e molte di quelle

devote femmine avevano abbracciato le dottrine del Cristianesimo, non

solamente col freddo assenso dell'intelletto, ma eziandio col calore

dell'affezione, e forse coll'ardor della moda. Sacrificavano esse i

piaceri della pompa e del lusso; e rinunziavano per amor della castità

alle dolci lusinghe della società conjugale. Si deputava qualche

Ecclesiastico, di reale o di apparente santità, per diriger la timorosa

loro coscienza, e per occupare la tenerezza vacante del loro cuore; e

spesso qualche furbo o entusiasta, che dall'estremità dell'Oriente

correva a godere in uno splendido teatro i privilegj della professione

Monastica, si abusava dell'illimitata confidenza che esse

precipitosamente accordavangli. Mediante il disprezzo, che questi avevan

del Mondo, insensibilmente acquistavano i più desiderabili vantaggi di

esso, come il vivo attaccamento di una forse giovane e bella donna, la

delicata abbondanza d'una casa opulenta, ed il rispettoso omaggio degli

schiavi, dei liberti e dei clienti d'una Senatoria famiglia. Le immense

ricchezze delle Dame Romane appoco appoco si consumavano in prodighe

elemosine e in dispendiosi pellegrinaggi; e l'artificioso Monaco, che

aveva assegnato a se stesso il primo e, se era possibile, il solo posto

nel testamento della spirituale sua figlia, pretendeva sempre di

dichiarare, con la dolce apparenza dell'ipocrisia, che egli era il solo

strumento della carità, e l'amministratore dei beni dei poveri. Quel

lucroso ma disonorevol commercio[78], che si esercitava dal Clero per

defraudare l'espettazione degli eredi naturali, avea provocato fino lo

sdegno d'un secolo superstizioso; e due dei più rispettabili Padri

Latini molto ingenuamente confessano, che l'ignominioso editto di

Valentiniano fu giusto e necessario; e che i Sacerdoti Cristiani avean

meritato di perdere un privilegio, che tuttavia si godeva dai

commedianti, dai cocchieri e dai ministri degli idoli. Ma la saviezza e

l'autorità del legislatore di rado son vittoriose, quando combattono la

vigilante destrezza dell'interesse privato; e Girolamo o Ambrogio

potevano con pazienza acquietarsi nella giustizia di una legge salutare,

ma inefficace. Se raffrenavansi gli Ecclesiastici negli acquisti di

personali emolumenti, essi non lasciavano d'esercitare una più lodevole

industria in accrescere la ricchezza comune della Chiesa, ed in decorare

la loro avidità coi nomi speciosi di pietà e di patriottismo[79].

[A. 366-384]

Damaso, Vescovo di Roma, che dovè svergognare l'avarizia del suo Clero

pubblicando la legge di Valentiniano, ebbe il buon senso o la buona

fortuna di impegnare in suo servizio lo zelo e l'abilità del dotto

Girolamo; e questo grato Santo ha celebrato il merito e la purità d'un

carattere molto ambiguo[80]. Ma curiosamente ha osservato gli splendidi

vizj della Chiesa Romana sotto il regno di Valentiniano e di Damaso

l'istorico Ammiano, che indica l'imparziale suo sentimento in queste

espressive parole. «La Prefettura di Juvenzio godeva il vantaggio della

pace e dell'abbondanza; ma presto fu disturbata la tranquillità del suo

governo da una sanguinosa sedizione del diviso popolo. L'ardore di

Damaso e di Orsino, per occupare la sede Episcopale, sorpassò

l'ordinaria misura dell'ambizione umana. Essi contendevano col furor di

parte; era sostenuta la disputa con le ferite o con la morte dei loro

seguaci; ed il Prefetto, incapace d'impedire o d'acquietare il tumulto,

fu costretto dalla forza maggiore a ritirarsi nei sobborghi. Damaso

prevalse: la vittoria, molto contrastata, finalmente rimase dalla parte

della fazione di lui; furon trovati nella Basilica di Sicinino[81], dove

i Cristiani tenevano le religiose loro adunanze, centotrentasette corpi

morti[82]; e passò molto tempo avanti che gli animi riscaldati del

popolo riprendessero la solita loro tranquillità. Considerando lo

splendore della Capitale, non mi fa maraviglia, che un premio sì

valutabile accendesse le brame di uomini ambiziosi, e producesse le più

fiere ed ostinate contese. Il candidato, che ottiene l'intento, è sicuro

d'esser arricchito dalle offerte delle matrone[83]; e vestito con

decente cura ed eleganza può passeggiar nel suo cocchio per le strade di

Roma[84]; e la sontuosità della mensa Imperiale non uguaglierà i copiosi

e delicati conviti apparecchiati dal gusto ed a spese dei Romani

Pontefici. Con quanto più di ragione (continua il buon Pagano)

provvederebbero questi Pontefici alla vera loro felicità, se invece

d'allegare la grandezza della città come una scusa dei loro costumi,

imitasser la vita esemplare di alcuni Vescovi delle province, nei quali

la sobrietà e temperanza, il moderato equipaggio, e gli umili sguardi

rendono la modesta e pura loro virtù commendabile alla Divinità ed ai

veri adoratori di essa[85]». Fu estinto lo scisma di Damaso e di Orsino

mediante l'esilio di questo ultimo; e la saviezza del Prefetto

Pretestato[86] restituì la calma alla città. Pretestato era un Pagano

filosofo, un uomo erudito, di buon gusto e culto, che cuoprì sotto

l'aria di scherzo un rimprovero, allorchè assicurò Damaso, che avrebbe

subito abbracciato egli stesso la religione Cristiana, se avesse

ottenuto il Vescovato di Roma[87]. Questa viva pittura della ricchezza e

del lusso dei Papi nel quarto secolo, tanto più riesce curiosa, in

quanto che ci rappresenta il grado medio fra l'umile povertà del

pescatore Apostolico, e la regia condizione d'un Principe temporale, i

dominj del quale s'estendono dai confini di Napoli fino alle rive del

Po.

[A. 364-375]

Quando il voto dei Generali e dell'esercito pose nelle mani di

Valentiniano lo scettro del Romano Impero, la sua riputazione nelle

armi, la militar perizia ed esperienza che aveva, ed il rigido suo

attaccamento ai costumi, ugualmente che allo spirito dell'antica

disciplina, furono i principali motivi della giudiziosa loro elezione.

L'ardor delle truppe, che lo costrinsero a nominare un collega, fu

giustificato dalla pericolosa situazione dei pubblici affari; e

Valentiniano medesimo sapeva, che le forze di uno spirito anche il più

attivo non servivano per difendere le remote frontiere di una Monarchia

sottoposta alle invasioni. Appena la morte di Giuliano ebbe liberato i

Barbari dal terrore del suo nome, che le più vive speranze di rapine e

di conquiste eccitarono le nazioni dell'Oriente, del Settentrione e del

Mezzogiorno.

[A. 364-375]

Le loro scorrerie furono spesso moleste ed alle volte formidabili; ma

nei dodici anni del regno di Valentiniano, la sua fermezza e vigilanza

difese i proprj Stati, e parve che il vigoroso genio di lui inspirasse e

dirigesse i deboli consigli del fratello. Il metodo in forma di annali

esprimerebbe con più forza le urgenti e divise cure dei due Imperatori;

ma l'attenzione del lettore sarebbe ugualmente distratta da una tediosa

ed incostante narrazione. Un separato prospetto dei cinque gran teatri

di guerra, cioè della Germania, della Britannia, dell'Affrica,

dell'Oriente e del Danubio, darà un'idea più distinta dello stato

militare dell'Impero nei regni di Valentiniano e di Valente.

[A. 365]

I. Gli Ambasciatori degli Alemanni erano stati offesi dalla dura ed

altiera condotta di Ursacio, Maestro degli Uffizi[88], che per un atto

d'inopportuna parsimonia avea diminuito il valore e la quantità dei

presenti, ai quali essi avevan diritto, o per uso o per trattato,

nell'innalzamento al trono dei nuovi Imperatori. Espressero e

comunicarono essi a' loro nazionali un forte sentimento dell'affronto

che facevasi alla nazione. Gli animi dei loro Capi, facilmente

irritabili, furono inaspriti dal sospetto di esser disprezzati; e la

marzial gioventù corse in folla a' loro stendardi. Avanti che

Valentiniano fosse in istato di passare le alpi, i villaggi della Gallia

erano in fiamme; e prima che il suo general Dagalaifo potesse andare

incontro agli Alemanni, questi avevano già posto in sicuro gli schiavi e

le spoglie nelle foreste della Germania. Al principio dell'anno seguente

la militar forza di tutta la nazione ruppe in profonde e sode colonne il

riparo del Reno nel mezzo al rigore d'un inverno settentrionale. Furon

disfatti e feriti mortalmente due Conti Romani; e le bandiere degli

Eruli e dei Batavi caddero nelle mani dei vincitori, che spiegarono con

insultanti clamori e minacce il trofeo della loro vittoria. Le bandiere

furono ricuperate: ma i Batavi non si eran purgati dalla macchia del

disonore e della fuga loro agli occhi del severo lor giudice.

Valentiniano era d'opinione, che i suoi soldati dovessero apprendere a

temere il lor comandante, prima che potessero cessare di temere il

nemico. Furono solennemente adunate le truppe, ed i tremanti Batavi

circondati dall'esercito Imperiale. Valentiniano allora, salito sul

Tribunale, quasi che sdegnasse di punir la codardia con la morte,

impresse una nota d'indelebile ignominia negli uffiziali, la cattiva

condotta e pusillanimità de' quali si trovò essere stata la prima

occasione della disfatta. I Batavi furon deposti dal loro grado,

spogliati delle armi, e condannati ad esser venduti per ischiavi al

maggiore offerente. A questa tremenda sentenza le truppe caddero

prostrate a terra; supplicarono che si calmasse lo sdegno del loro

Sovrano; e si protestarono, che se gli avesse accordato loro di fare

un'altra prova, si sarebbero dimostrati non indegni del nome di Romani e

di suoi soldati. Valentiniano, che affettava ripugnanza, finalmente cedè

alle loro istanze: i Batavi ripresero le armi, e con esse l'invincibil

risoluzione di lavare il lor disonore nel sangue degli Alemanni[89].

Dagalaifo aveva scansato il principal comando, e quest'esperto Generale

da cui erano rappresentate forse con troppa prudenza l'estreme

difficoltà dell'impresa, ebbe la mortificazione di vedere avanti il

termine della campagna, che il suo rivale Giovino cangiò quegli ostacoli

in decisivi vantaggi sopra le forze disperse dei Barbari. Alla testa

d'un ben disciplinato esercito di cavalleria, di infanteria e di truppe

leggiere, Giovino s'avanzò con cauti e rapidi passi fino a

Scarponna[90], nel territorio di Metz, dove sorprese una grossa

divisione di Alemanni, prima che avessero tempo di prender le armi; ed

animò i suoi soldati con la fiducia di una facile e non sanguinosa

vittoria. Un'altra divisione o piuttosto armata nemica, dopo una crudele

e licenziosa devastazione dell'adiacente paese, si riposava sulle

ombrose rive della Mosella. Giovino, che aveva osservato il terreno

coll'occhio di Generale, tacitamente si approssimò per mezzo d'una

profonda e selvosa valle, fino a poter distintamente conoscere

l'indolente sicurezza dei Germani. Alcuni stavan bagnando le robuste lor

membra nel fiume: altri pettinavano i lunghi e biondi loro capelli; ed

altri bevevano gran quantità di prezioso e delicato vino. Ad un tratto

essi udirono il suono della tromba Romana; e videro nel loro campo il

nemico. Lo stupore produsse il disordine; a questo successe la fuga e

l'abbattimento; e la confusa moltitudine dei più bravi guerrieri fu

trafitta dalle spade e dai giavelotti dei legionari e degli ausiliari. I

fuggitivi corsero al terzo e più considerabile corpo, che si trovava

nelle pianure Catalaunie vicino a Scialons nella Sciampagna; furono in

fretta richiamati i distaccamenti sparsi ai loro stendardi, ed i Capi

dei Barbari, ammoniti ed irritati dal fato dei loro compagni, si

prepararono ad incontrare in una decisiva battaglia le vittoriose forze

del Luogotenente di Valentiniano. Il sanguinoso ed ostinato

combattimento durò tutta una giornata di state con egual valore e con

dubbio successo. Ma prevalsero finalmente i Romani con la perdita di

mille dugento soldati. Vi restarono morti seimila degli Alemanni, e

quattromila feriti; ed il valente Giovino, dopo avere inseguito i

fuggitivi residui del loro esercito fino alle sponde del Reno, tornò a

Parigi a ricever l'applauso del suo Sovrano e le insegne del Consolato

pel seguente anno[91]. Il trionfo dei Romani fu macchiato in vero dal

trattamento che fecero al Re prigioniero, il quale fu da essi appiccato

ad un patibolo, senza che lo sapesse lo sdegnato loro Generale. Questo

vergognoso atto di crudeltà, che potrebbe imputarsi al furor delle

truppe, fu seguito dalla deliberata uccisione di Witicab figlio di

Vadomairo, Principe Germano, di costituzione di corpo debole ed

infermiccia, ma d'ardimentoso e formidabile spirito. Il domestico

assassino di lui fu instigato e protetto da' Romani[92]; e la violazione

delle leggi d'umanità e di giustizia dimostra la segreta loro

apprensione della debolezza del cadente Impero. Rade volte nei pubblici

consigli si adotta l'uso del pugnal traditore, sin tanto che si conserva

qualche fiducia nella forza aperta del brando.

[A. 368]

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05 · 第 7 / 35 题