3) Sa lanciare bene l'affare (vedi i prezzi), in modo da ricavare

dal furterello una buona dose di marchi.

4) Salvate le apparenze, non si cura affatto della sostanza, e

lascia correre per le pagine della conclamata edizione tali e

tanti spropositi, quali e quanti non se ne trovano nella piú turpe

edizione stampata alla macchia in questa Italia povera ed

ignorante.

5) Le ragioni della incuria sono da cercare probabilmente nella

bestiale prosunzione germanica. A Lipsia, credo, non era difficile

trovare un italiano, sia pure di modestissima cultura, che

rivedesse le bozze di stampa. Ma l'editore avrà creduto che un

Italiano non fosse capace di tanto; e avrà ricorso a qualche

melenso tedescaccio, laureato in _filologia_ italiana o romanza in

qualche università tedesca.

E tutto questo va bene. Una cosa sola va male. Codesta edizione

non dovevano poi chiamarla _monumentale_. Dovevano chiamarla

=kolossal=. Kolossal come la bestialità teutonica.

Dobbiamo soffiare sull'ultima piuma?

II.

PER L'AFFRANCAMENTO DELLA LIBRERIA ITALIANA

Questo breve articolo apparve nel _Corriere della Sera_

del 27 marzo 1917. I filologi «scientifici» lo

attaccarono con la solita virulenza, ma, viceversa,

finirono per aderire inconsciamente a tutte le mie

proposte. Riferisco in nota i luoghi da cui risultano

tali adesioni; non per il gretto gusto di coglierli in

contraddizione; ma per allineare alcuni dei punti su

cui dovrà necessariamente passare la linea del futuro

accordo, richiesto dal buon senso italiano. Vedi

introduzione.

Tra le molte proposte fiorite ad alleviare il regime di guerra, ci

fu anche quella di chiudere a due battenti le Università. Non

attecchí, e le Università rimangono sempre aperte. Onde io, in

conformità a un certo piano di studî, debbo quest'anno svolgere un

corso sul teatro d'Euripide. E siccome reputo che sia metodo

eminentemente scientifico, ma anche eminentemente balordo quello

di impiegare un anno a discutere le varianti di un centinaio di

versi, poniamo, della _Medea_, e che in otto mesi si debba invece

e si possa condurre i discepoli ad una conoscenza tutt'altro che

superficiale di tutti i drammi d'Euripide, al principio dell'anno

prescrissi l'acquisto dell'intero teatro[40].

Ma una edizione italiana d'Euripide non c'è: una edizione francese

accessibile non c'è: quella di Lipsia non si può far venire, e

poi, prima di spedire in Germania oro che ci torni convertito in

piombo, manderei al diavolo non il solo Euripide, ma tutta la

letteratura greca. Rimaneva la piccola edizione di Oxford. E venti

giorni prima che incominciassero le lezioni, la feci richiedere.

Ma due settimane dopo l'inaugurazione dell'anno accademico,

giunse la risposta che Euripide era in ristampa. Pausa. Nuova

richiesta. E nuova risposta: era stampato e tirato, ma non

rilegato.--Mandassero pure i fogli slegati. Nuovo e lungo

silenzio. E forse prima d'Euripide arriverà l'auspicata chiusura

delle Università.

Questo per Euripide. Ma se invece d'Euripide avessi scelto

Eschilo, che so io, Sofocle, Aristofane, Pindaro, Omero, Tucidide,

Erodoto, i poemi omerici, mi sarei trovato su per giú nelle

medesime angustie. In Italia mancano assolutamente le _opere

complete_ di tutti i classici greci. È questa una delle più gravi

lacune della libreria italiana.

E ciò che fa piú stizza è vedere che una dose anche minima di

buona volontà basterebbe a colmarla.

Aprite, per esempio, un catalogo Loescher. E nella collezione dei

classici annotati trovate della Iliade commentata dallo Zuretti

il libro I, e poi i libri dal V al XXIV. Essendo annotata, costa

12 lire e 20, e non è completa.--Aprite il catalogo Albrighi e

Segati, e troverete quasi tutti i libri della Odissea, pubblicati

in altrettanti volumetti commentati. E su per giú il medesimo può

ripetersi per i principali editori scolastici, per i principali

autori greci e latini. Ne trovate le varie parti disperse, in

edizioni commentate: l'autore completo non lo trovate mai.

Ora, per rimanere al primo esempio, sul quale se ne possono

modellare infiniti altri, come mai non è passato per la mente al

Loescher di adoperare la composizione già pronta nei suoi

magazzini, di 21 libri della Iliade, aggiungere i tre altri, e

darci l'Iliade completa? Per gli usi della scuola avrebbe

vantaggiosamente sostituito le edizioni tedesche, e ci saremmo

cosí liberati dal vergognoso tributo che le nostre scuole hanno

per tanti anni pagato alla Germania. E quel che è detto per la

Iliade e per la Odissea va ripetuto per infiniti classici. E la

rapidità con cui la ditta Paravia va stampando un Euripide (7

tragedie commentate in meno d'un anno), dimostra che la libreria

italiana può far da sé, e può far presto e bene.

La colpa di tale deficienza ricade in parte sugli editori, i quali

in genere badano al piccolo utile immediato, e producono quello

che corrisponde alla piú frequente richiesta. Ma neppure

saprebbero andare scevri da biasimo gli studiosi, i quali, per

antico e pessimo vezzo, lavorano un po' come càpita, senza prima

dare un'occhiata generale allo stato della cultura e delle scuole,

e vedere quali ne siano le lacune, e come e in qual misura

convenga riempirle. Ma è inutile rivangare colpe o responsabilità.

L'essenziale è che gli editori italiani colmino presto questa

lacuna, mirando ciascuno a completare gli autori per cui hanno piú

materiale pronto, e dando cosí prestissimo all'Italia edizioni

_complete_ dei classici[41]. Non sarà impresa eccessivamente

proficua, almeno per ora, perché tali edizioni complete serviranno

piú che altro alle Università. Ma anche i professori dei Licei

avranno presto il buon senso di preferire e di consigliare le

edizioni complete, invece di quei miseri fascicoletti nei quali i

poveri studenti sono abituati a vedere sbrindellate le membra dei

grandi scrittori.

«Adagio, signor mio!--obietta qui un filologo

scientifico.--Codeste vagheggiate edizioni non saranno edizioni

_critiche scientifiche_: e quindi non potranno servire, come voi

v'illudete, alle Università».

La risposta è assai facile. Codeste edizioni, nella maggior parte

dei casi, saranno repliche delle famose edizioni di Lipsia, che

voi dichiarate ottime. Stampate, sono stampate non meno

correttamente di quelle. E se vi piace, i nostri editori potranno,

con poca spesa in piú, riprodurre anche i famosi _apparati

critici_.--Appropriazione indebita? E via, cari signori, tante

volte avete dichiarato che il lavoro scientifico è patrimonio

comune, _acquisito alla cultura mondiale_! E poi, non mi sembra

eccessivo sottrarre qualche _apparato critico_ a chi estorce alla

Francia, al Belgio, alla Romania, qualche cosa di ben piú

sostanzioso. E poi, Carlo Pascal, nella Biblioteca di classici

latini iniziata presso la ditta Paravia, va dimostrando che un

apparato critico lo sappiamo fare anche in Italia, senza

mendicarlo dai tedeschi.

Del resto, dico tanto per dire. Perché dopo la guerra tutti

intenderanno, speriamo, che spiegare il teatro d'Eschilo, non

potrà significare discutere con grottesca compunzione le innumere

scimunitaggini spiattellate dai filologi tedeschi alle spalle del

titano d'Eleusi. Ed Eschilo, e Sofocle, e Pindaro, e tutti gli

autori greci e latini, li studieremo egregiamente, e ne deriveremo

tutto quello che si deve derivarne per la cultura italiana, senza

attendere la vostra famigerata _edizione critica italiana dei

classici_, che di qui a due o tre secoli vanterà, al solito,

qualche libro d'Omero e qualche opuscolo di Senofonte. Ne

riparleremo.

Ma due altri punti voglio oggi sottoporre alla attenzione degli

editori e degli studiosi italiani.

Primo, le edizioni commentate. In séguito al funesto prevalere

dell'indirizzo _filologico scientifico alla tedesca_, si è fatta,

in Italia, una specie di classificazione dei varî lavori

filologici. E mentre compilare un catalogo o ricopiare e magari

fotografare un codice veniva dichiarato _scientifico_; il

commento d'un classico era invece screditato a priori, come lavoro

semidilettantesco. Conseguenza necessaria, i migliori ingegni,

anche per necessità materiali, se ne distolsero. E cosí avviene

che, ad onta di parecchie belle eccezioni--bellissima quella di

Paolo Ubaldi, il quale sta dando all'Italia un Eschilo che si

lascia dietro di gran lunga i migliori commenti tedeschi--il

commento dei classici fu troppo spesso abbandonato ad inetti e

mestieranti. Il fascicoletto commentato in modo da facilitare il

passaggio agli scolari poltroni si vendeva a sfascio: e a furia di

fascicoletti qualche commentatore si fabbricava perfino

l'automobile. Questo sconcio e questo preconcetto debbono cessare.

Commentare un classico, quando il commento è fatto con coscienza e

con gusto, è opera piú che degna ed elevata. E il mal vezzo di

gettar via nei concorsi i commenti solo perché commenti, deve

sparire, come in parte è sparito[42].

Secondo cómpito. Dare all'Italia la grande edizione _italiana_

dei suoi classici e dei classici greci. Non già l'edizione

critico-scientifica, quella a cui ho già accennato, e che si

dovrebbe fare ricominciando _ab ovo_ la disamina di tutti i codici

di ciascun autore, e tenendo conto di tutte le grullerie, e son

tante, passate per la mente ai filologi perdigiorni. Ma l'edizione

che oggimai si può fare in tempo relativamente breve, servendosi

dell'immenso materiale filologico e archeologico raccolto dai

tempi dell'umanesimo ai dí nostri, e dando ad esso l'impronta

della sobrietà e del gusto latino.

L'idea è bella e suggestiva e molti l'hanno accarezzata. Ed

hanno... ed hanno fatto riunioni, ed hanno nominate commissioni.

Come dicono i sapientoni di Pascarella?

_--Sa? je fecero, senza complimenti

Qui bisogna formà 'na commissione._

Pare impossibile che la vita non insegni mai nulla a nessuno,

nemmeno quella che viviamo oggi dolorosamente giorno per giorno.

Pare impossibile che tante egregie persone (egregie senza ironia)

non abbiano ancora inteso che per condurre a buon fine una

qualsiasi impresa val meglio un solo mediocre che cento ottimi.

E per fare la grande edizione italiana dei classici greci e

latini, non occorrono tante riunioni e tante commissioni.

Occorrono due uomini. Un editore di larghi mezzi e di buona

volontà: uno studioso non privo di gusto, e non impegolato,

neppure un briciolo, del vischio _scientifico_ tedesco.

Eccoti offerto ignudo il mio seno, o ironia filologica! Ma per

concludere, dichiaro che se l'editore di larghi mezzi mi

proponesse tale edizione, io la esigerei cosí bella e dispendiosa,

che la sua buona volontà naufragherebbe forse dinanzi allo

spauracchio dei preventivi.

III.

INTERVISTA CON UGO FOSCOLO SUI POETI CLASSICI E L'ASINITÀ DEI

PEDANTI

Dal _Giornale d'Italia_ del 24 luglio 1917.

Dico la verità. Quando ho visto, nel _Giornale d'Italia_, tante e

tante autorevoli interviste allinearsi come le perle d'una

preziosa collana, ho sentito vacillare in me le piú salde e

meditate convinzioni. Mi mancava il conforto d'una parola

concorde. E poiché mi veniva rivolto pubblico invito a cercare

nelle «sfere dell'alta coltura» tanti studiosi che consentissero

meco quanti erano quelli che tiravano a palle di fuoco sul mio

calloso _Scimmione_, mi colse un attimo la tentazione di mettermi

a tale ricerca.

Un attimo appena. E subito dopo, un dilemma inevitabile mi

trattenne fra i suoi corni acutissimi. «O tu invece che alleati

trovi nuovi contradittori; e la tua solitudine risulta perfetta e

fatale. O ti dànno ragione. E tu, che nello _Scimmione_ hai

proverbiata l'Università italiana perché suddita ai metodi

alemanni, avrai contribuito a dimostrarla invece italiana,

italianissima. E allora sí, ti sarai data la zappa sui piedi».

E allora, mi balenò un'idea--è una cosa che può accadere a tutti:

quella d'intervistare qualcuno dei nostri grandi del passato, di

quando la germanofilia non era stata ancora inventata.

E incominciai da Ugo Foscolo. Né tedierò adesso il lettore

narrandogli come, sviluppando un piano di Wells, potei giungere,

nel regno delle ombre, a quel Grande. Ma della fedeltà fonografica

della intervista tutti potranno accertarsi confrontando le parole

del Foscolo, che io riferisco, con la edizione Le Monnier delle

sue opere, che io cito scrupolosamente, tomo per tomo e pagina per

pagina. Tronco il preambolo, e comincio.

*

* *

_Io_--Io reputo, Maestro, che fra i grandi Italiani sii tu quegli

che ha conosciuto piú profondamente ed intimamente la lingua e gli

autori greci. Forse piú del divino Leopardi; e certo un po' piú di

Ruggero Bonghi, che ti vorrebbe apporre, ma ti doveva aver letto

poco. Ed anche dei Latini fosti dottissimo. E assai chiaro

insegnasti, e provasti con l'opera, qual succo vitale si possa

derivare dallo studio dei classici per le nostre lettere e per la

vita civile. Perciò a te mi rivolgo, affinché tu disciolga alcuni

gravi dubbî che m'irretiscono oggi il pensiero.

_Foscolo_--Io so che tu sin da fanciullo assai ti nutristi dei

miei scritti, e molto mi amasti e venerasti. Onde voglio

appagarti. Di' liberamente.

_Io_--Arde oggi gran guerra tra i letterati ed i filologi

d'Italia. E alcuni, e dei famosi, sostengono che l'unico lavoro

possibile e serio intorno agli autori classici sia quello

strettamente filologico: cioè copiare e collazionare codici, e

allestire edizioni critiche. E hanno lanciato alla Patria un

bando, che, se raccogliesse consenso, convertirebbe tutti gli

studiosi, e massime quelli di piú forte ingegno, in una repubblica

di stampatori. Che dici di questa idea. Maestro?

_Foscolo_--Dico che «io vorrei che cessasse questa libidine di

codici e di varie lezioni. Questi sono i fasti della bella

letteratura italiana nei secoli passati. E la libidine ricomincia

a penetrare le fibre cornee degli eruditi italiani, che, violando

le prime ed ottime edizioni di Dante Alighieri, vanno ripescando

strane lezioni nelle tarlature dei codici». (I, 403).

_Io_--Lascia Dante e la letteratura italiana. È un altro vespaio,

dove per ora non voglio cacciarmi. Torniamo ai classici greci e

latini. E dimmi: con quale altro mezzo, se non con questo cercar

nelle tarlature dei codici, si potrà stabilire sicuramente il

_testo_ dei grandi autori?

_Foscolo_--Il testo, il testo! Sii pur certo che quanto piú ci

allontaniamo dal nostro grande Umanesimo, tanto piú i testi si

corrompono ed imbarbariscono. Rammenti che cosa intervenne a me,

quando volli tradurre la _Chioma di Berenice_? «In tanta battaglia

ed incertezza di lezione, mi rifuggii alla piú antica, ove non

riuscisse inintelligibile e assurda; prendendomi per esemplare

l'edizione principe, e quella dell'età Aldina: certo almeno che

sono estratte dai codici». (I, 241).

_Io_--Lasciamo la critica dei testi, vedo che è poco nelle tue

grazie. Non vorrai però negare che ci sono altre importantissime

bisogne filologiche, volte ad _assodare_, come dicono ora, le

minime verità, che son pure indispensabili a conoscere le grandi,

ed è cómpito della scienza indagarle. Pensa. Siamo ancora

perplessi se debbasi dire _Virgilio_ o _Vergilio_: sussistono

dubbî se Plauto si chiamasse _Accio_ o _Maccio_; e chi scrive

_intelligens_, e chi _intellegens_; e chi scrive _cum_, e chi

_quum_....

_Foscolo_--«Fuggiamo, figliuol mio, fuggiamo a tutto potere le

liti _de literis vocumque apicibus_! Se debbasi scrivere _cum_ o

_quum_, _lacrimae_, _lacrymae_ o _lachrymae_, _coelum_ o _caelum_,

e siffatte quisquilie grammaticali, ho creduto sempre riverenza a

chi legge, a me stesso, ed al tempo, il non disputare». (I. 242).

«A chi vedi che possano giovare dei volumi sull'abbiccí o

sull'uso d'un pronome?». (I, 403).

_Io_--Tu non m'hai lasciato finire. Non è quistione solo di

incertezze e quisquilie grammaticali, bensí anche d'altre cose

assai piú palpabili e massicce. Il presidente dell'_Atene e Roma_,

palladio in Italia degli studî classici, ebbe a sentenziar

pubblicamente che «_la visione storica del mondo antico non può

aver luogo se non si volga l'attenzione anche alle_ minime e meno

estetiche _manifestazioni di vita intellettuale e morale_».

(_Giornale d'Italia_, 27 aprile).

_Foscolo_--«Rispondigli con Seneca che indagare chi fu la madre di

Enea, e se Saffo si concedeva o non si concedeva a prezzo, e se

Anacreonte fu piú vinolento o piú salace, questa e simili

cianfrusaglie, anziché volerle apprendere, chi le sa converrebbe

le dimenticasse». (I, 228).

_Io_--E sia! Lasciamo anche i fatti minuti. Ma, e le chiose, e i

commenti, e le discussioni, che servono a far meglio penetrare

nello spirito degli autori antichi? Guarda la _questione

omerica_....

_Foscolo_--Chétati, figlio, per l'amor del cielo! «Chi ad ogni

verso dell'_Iliade_ o dell'_Odissea_ ponesse dieci volumi di

chiose, sarebbe forse discreto, sí immensa è la biblioteca degli

scrittori commentatori d'Omero dal secolo di Pisistrato al nostro.

Quanto profitto ne abbia ricevuto la poesia nostra, quale

profitto abbiano in noi fatto tante lezioni d'ogni genere,

dall'analisi grammaticale sino alle teorie metafisiche intorno ad

Omero, non veggo». (I, 317).

_Io_--Mi sembra, con sopportazione, che tu sii dotto, ma vivace ed

esagerato. Se concludono tanto poco queste ricerche e discussioni

e teorie metafisiche, come spieghi il fatto che solennissimi dotti

consumano in esse tutta la loro vita? Come potrebbero sussistere

tanta dottrina e tanta capinsaccaggine?

_Foscolo_--Ricorda le parole, ch'io feci mie, di Gian Giacomo

Rousseau: «I dotti hanno la piú parte mente ancor di fanciulli. La

loro vasta erudizione risulta piú da una moltitudine di immagini

che non da una moltitudine di concetti. Le date, i nomi proprî, i

luoghi, tutti gli oggetti isolati e spogli d'idee, ricordano solo

per la memoria dei segni». (I, 409).

_Io_--E non ti pare già essa da sola mirabilissima dote, questa

memoria?

_Foscolo_--Mai no. «Non v'è molto da meravigliarsi che la facoltà

della memoria sia fortissima, quand'è procacciata a spese di tutte

le altre facoltà. Quando il cuore si rimane senza affezioni

domestiche, l'immaginazione senza illusioni, il raziocinio

senz'attività nelle altre operazioni dell'intelletto, la memoria,

anche senza essere naturalmente straordinaria, trova libero il

campo ad agire senza interruzione né impedimenti. La mente umana

in siffatta situazione è piú inerte e meno industriosa ch'altri

non crede». (IV, 279).

_Io_--E questa è la bella stima che tu fai degli eruditi? Li

reputi anime e cervelli vuoti?

_Foscolo_--Vuoti no, ma colmi di stoppa. «Hanno sí pieno il capo

di alfabeti e di citazioni, che il cervello fugge e va a stanziare

ove dovrebbe esservi il cuore: ed il cuore.... dov'ei sia, né io

né tu né essi lo sanno». (I, 407).

_Io_--E come spieghi dunque la reputazione grande che riscuotono

presso la gente?

_Foscolo_--Varie ne sono le ragioni, ed io t'esporrò le

principali. Innanzi tutto, «pochissimo scrivono» (II, 144), e

questo pochissimo in «latino barbaro, in italiano semibarbaro,

_con formole matematiche_: un caos pieno di citazioni e di note

che non possono stare né col testo né senza il testo: come i

carciofi vecchi, spine di sopra, barbaccia irta di sotto». (II.

269). Poi «nei loro libri recitano a un tempo da sofisti e da

poetastri, assottigliando il fumo, e gonfiando le minime cose. E

minacciano e gridano per dar peso alle loro inette tragedie, di

che van pieni infiniti volumi che fanno noiosa la lettura dei

classici». (I, 242). Terzo «son gente clamorosa, implacabile,

intenta ad angariare i sudditi ed a scomunicare i ribelli». (I,

242). Sicché, tra per non potere leggerli né capirli, e per

credere alle loro apologie, e per temere le loro furie, la gente

si tace e li ammira. Aggiungi poi che, sebbene si azzannano e

dilaniano fra loro perennemente, dinanzi alle credule turbe non

ristanno dal magnificare le opere uno dell'altro. Già Addison, con

parole che pure ho riferite nei miei scritti, osservava come

questi rugumatori di pergamene «fan grido l'uno all'altro assai

piú che non le persone di vero ingegno. A leggere i titoli magni

ond'essi onorano chi, verbigrazia, stampò un classico o collazionò

un manoscritto, lo crederesti gloria della repubblica letteraria e

meraviglia dell'età sua. E, se cerchi bene, avrà rettificata una

particella greca o aggiustato un periodo fra le sue virgole». (I,

228).

_Io_--Dunque non è cosa tanto difficile procacciarsi fama di

erudito?

_Foscolo_--No no: «fu sempre ed è agevole impresa l'usurparsi

titolo di Maestro con poco sudore, e l'ostentare al volgo dei

letterati e dei grandi certo lusso d'inoperosa dottrina». (II,

79).

_Io_--Beh, insomma è inutile insistere: tu hai proprio in uggia

grammatici dotti ed eruditi.

_Foscolo_--Assai piú che non immagini. «Io l'ho giurata all'anima

dei pedanti. Il cane è nemico del gatto, il gatto del topo, il

ragno dei moscherini, il lupo delle pecore ed io de' pedanti». (I,

407).

_Io_--E nessun conto fai di quella multiforme attività che essi

dichiarano «severamente filologica» o «filologica scientifica»?

_Foscolo_--Dovresti oramai avere inteso che secondo me «le vane

congetture e le correzioncelle e le faticose bazzecole dei critici

sono meri giuochi e futili ostentazioni d'ingegno che servono ad

affaticar l'animo del lettore anziché ad erudirlo» (I, 228), e a

«far noiosa la lettura dei classici». (I. 242).

_Io_--Sta, ch'io t'ho colto in fallo. Tu disprezzi e beffi questi

compilatori di congetture e correzioncelle e aridi commenti. E di

che cos'altro hai tu rempiuto il tuo commento alla _Chioma di

Berenice_, che d'intorno a quarantasette distici si venne

gonfiando per trecento pagine in ottavo grande?

_Foscolo_--Ah, ah, ah, tu vuoi farmi ridere! Anche tu «hai preso

per moneta giusta quel mio scritto?» (I, 407). «E non sai tu

dunque che tutto questo lavoro non è altro che una grave e

continuata ironia sulle verbose disquisizioni dei commentatori?

Non sai tu che da prima dispensai ad arte poche copie dell'opera;

indi, vedendo effettuato il mio disegno, misi fuori i rimanenti

esemplari, con un'appendice che chiamai l'_addio ai miei lettori_,

dove, mentre svelo l'inganno, FACCIO CONOSCERE I MISTERI E GLI

ABUSI DELLA FILOLOGIA?». (XI. 308).

_Io_--Questo e non altro, hai voluto fare?

_Foscolo_--Sí, appunto. Scrissi «tale quale avrebbe scritto un

solenne pedante o grecista o grammatico o bibliotecario, ch'ei

son, poco piú poco meno, lo stesso cervello in diversi petti». (I,

407).

_Io_--E perché sobbarcarti a tanta fatica?

_Foscolo_--«Perché i pedanti e grecisti e bibliotecarî quando io

ridevo dei loro libri non gridassero piú: fate altrettanto!; e lo

han pur gridato, quelle anime di cimici!». (I, 407).

_Io_--Oggi ti direbbero d'usare espressioni «piú parlamentari». Ma

lasciamola lí. E concludiamo. Codici no, collazioni no,

emendazioni no, erudizione neppure, metafisica meno che meno: mi

sai dire che diamine si dovrebbe fare intorno a questi benedetti

autori classici?

_Foscolo_--«Si deve fare un commento critico per mostrare la

ragione poetica: filologico per dilucidare il genio della lingua e

le origini delle voci solenni: istorico per illuminare i tempi

ne' quali scrisse l'autore ed i fatti da lui cantati: filosofico

acciocché dalle origini delle voci solenni e dai monumenti della

storia tragga quelle verità universali e perpetue, rivolte

all'utilità dell'animo, alla quale mira la poesia. Chi piú

congiunge queste doti, quegli, a mio parere, consegue l'essenza

d'interprete, che io definisco: far intendere la lettera e lo

spirito dell'autore». (I, 242).

_Io_--Quanta roba! E quanta copia di domande mi si affolla

nell'animo! E dimmi, prima di tutto: a codesto riduci l'ufficio

della filologia? ad un esercizio di etimologia?

_Foscolo_--Qui tu mi sembri futile e precipitoso. Che etimologia

vai dicendo? Hai tu lette le mie osservazioni sul modo di tradurre

il cenno di Giove in Omero?

Minerva e lo scimmione · 第 11 / 12 段