Aggiungiamo subito che non ci sono arrivate e non ci arriveranno

mai. È ben difficile che dall'Italia vada assolutamente in bando

il buon senso. Reazioni sursero qua e là, alcune ebbero buon

esito, molte ridicolaggini furono proscritte. Tuttavia è

indiscutibile che nel loro complesso le Facoltà di Lettere

italiane sono tuttora infeudate ai metodi, e ahimè, purtroppo, ai

professori tedeschi. Anche ora, in tempo di guerra, l'atto

d'autorità d'uno di quei padreterni squinternati, conta,

agli occhi delle «_persone serie_», piú che non le logiche

argomentazioni e gli incontestabili documenti d'un povero diavolo

italiano.

Cosí dunque, per anni ed anni, si venne esercitando, nelle Facoltà

di Lettere, una vera selezione alla rovescia. Allontanati gli

eletti, furono allevati con gran cura quelli negati all'arte e

alla letteratura; i quali, o bene o male, formarono dunque un

gruppo a sé, il gruppo che diremo classico-scientifico,

recisamente opposto all'altro, che diremo letterario artistico. Fu

un vero scisma. E, naturalmente, le due parti si guardarono in

cagnesco.

*

* *

Questa scissione implicò uno snaturamento profondo degli studî,

dell'arte, della mente italiana.

Pensate un po', infatti, al tipo del letterato italiano, quale,

delineatosi fin dagli albori della nostra vita nazionale, s'è poi

mantenuto sino agli ultimi tempi. Dante scrive trattati teorici di

letteratura, di lingua, di politica e di scienze, e compone la

_Vita Nuova_, il _Canzoniere_ e la _Divina Commedia_. Il Boccaccio

si sprofonda nella piú minuta e riposta erudizione, e dalla vita

piú libera e godereccia toglie i colori pel suo libro immortale.

Petrarca è padre dell'umanesimo, veglia le notti a decifrare

codici, scrive lettere e libri e un poema in latino; e la piú

sottile e viva psicologia, il piú raffinato sentimento musicale

ispirano le rime d'amore a cui deve la sua fama perenne. Poliziano

inizia la filologia, usa come lingue native il latino e il greco;

ma gli studî e le cure minute non ottundono la sua sensibilità

artistica, anzi gli offrono incomparabili strumenti alla

espressione poetica. Machiavelli notomizza Livio e scrive le

_Storie fiorentine_; ma nella _Mandragola_ abbandona tutte le

briglie alla comicità piú salace e piú sfrenata. Ma che giova

moltiplicare gli esempî? Per tutti i nostri grandi, dall'Ariosto

al Foscolo, dal Berni al Parini, dal Tasso al Leopardi, l'arte e

la dottrina non furono mai due cose, bensí una sola, indivisibile:

questa è il terriccio prezioso onde quella attinge linfe

purificate e arricchite nel travaglio dei secoli: perciò i frutti

ne sono cosí opulenti e fragranti. Questa indissolubile unione è

tanto profonda nel sentimento italiano, i genî della nostra stirpe

ne ebbero cosí profonda coscienza, che persino i grandi cultori

delle scienze esatte non persero mai il contatto con l'arte. E per

non parlare del sommo Galilei, basti ricordare il Mascheroni, o il

Redi, che lascia le squisite analisi naturalistiche per dispiegare

alle nostre pupille attonite l'arazzo luminoso versicolore del

«Bacco in Toscana».

Il metodo scientifico spezzò in due, con un netto colpo brutale,

quella bella unità; e i due tronconi si divincolano ancora, uno

qua, uno là, in agonia spasmodica. Da una parte lo scienziato. Lo

scienziato tutto irto di cifre, impermeabile a qualsiasi finezza

d'arte, che scrive come un emarginator di pratiche, che dichiara

indegna dell'austerità scientifica (oh, la volpe e l'uva!) ogni

cura di forma e di stile. Dall'altra, il poeta, il romanziere, il

drammaturgo, il giornalista, i quali respingono violentemente ogni

contatto con la cultura ufficiale, e dal loro orizzonte hanno

escluso, a mano a mano, prima il mondo greco, poi il latino,

quindi l'italiano classico, e ultimamente ogni e qualsiasi

elemento della cultura passata. Tanto ha potuto l'odio suscitato

dall'imbestiamento scientifico.

Il benigno lettore avrà visto a sufficienza quale cordiale

antipatia io nutra per quel tipo di dotto. L'ammirazione che esso,

grazie alla facoltà mnemonica, riscuote da tanta gente, è

scroccata. La semplice dote della memoria, scompagnata dall'acume

e dalla sensibilità estetica, è vilissima facoltà, di molto

inferiore a quella dei grandi calcolatori, i quali pure non

dovrebbero riscuotere, salvo nelle fiere, eccessiva ammirazione.

Quando tutte le altre facoltà dormono, non è meraviglia che

quell'unica cresca e giganteggi[35].

E se non deve destare ammirazione per sé, odiosa e repugnante

diviene tale facoltà quando quelli che la possiedono unica se ne

servono per attaccare chi vale infinitamente piú di loro. L'arma è

insidiosa. Quanto piú velocemente in un cervello le idee si

trasformano in successive compagini--e in genere il valore

d'una mente è in ragione diretta con la velocità di tali

metamorfosi--tanto piú difficile riesce che in mezzo al continuo

tramutare rimangano immobili nelle loro caselle le notizie

precise. Fate che uno di quei microcefali pedanti colga in fallo

magari un grande artista, un gran poeta, ed eccolo gridare ai

quattro venti: «Vedete! Tizio la fa da pensatore e da poeta; ma

per quanto _gratti la sua cetra_ non giungerà mai a sapere quello

che so io, filologo scientifico, autenticato dal bollo di

Berlino». Il caso s'è verificato. E il pubblico applaude il

microcefalo, perché il pubblico ammira i calcolatori prodigiosi,

anche se hanno la coda e le orecchie.

Simpatico è invece, in genere, il tipo dell'artista libero,

romanziere, drammaturgo, giornalista, quale s'è venuto formando,

massime dall'80, in cifra tonda, ai giorni nostri. Si voglia

o non si voglia, questi giovanotti che abbandonarono le aule

universitarie, e si diedero all'articolo volante, alla polemica,

alla corrispondenza di guerra, hanno essi creata una prosa

italiana moderna, disinvolta ed efficace; e, stringi stringi, han

dovuto imparare da loro anche quelli che avevano altro fondamento

e altra serietà di studî. Piaccia o non piaccia ai critici bocche

amare, la produzione dei nostri novellieri, dei romanzieri e dei

drammaturghi è tutt'altro che da buttar via: e, secondo me, molti

dei moderni drammi italiani possono reggere vantaggiosamente il

confronto coi migliori di Francia, sebbene questi siano piú

appariscenti e continuino ad occludere le scene italiane per un

complesso di ragioni che non è qui luogo di esaminare.

Ma concesso tutto ciò di buon grado, conviene anche riconoscere

che quanti abbiano larga e piena conoscenza delle letterature del

passato, le quali, volere o non volere, rimarranno pur sempre

ineliminabile modulo a valutar la presente, sentono che in tutte

le opere contemporanee, non escluse le migliori, manca pur sempre

qualche cosa: qualche cosa che troviamo invece in tutti i nostri

classici, dall'Ariosto al Leopardi, al Manzoni, al Carducci:

qualche cosa che mal tollera definizioni, ma pure è quasi

un'intima essenza, pel cui alito un'opera ci sembra come sempre

esistita, o, meglio, coeva ad ogni età della stirpe nostra.

Ché se cerchiamo d'analizzare questa intima virtú, noi la vediamo

complessa di talune doti fondamentali nelle quali s'impernia e si

conclude il genio della stirpe. La coscienza sicura del valore dei

vocaboli, quale fu in ogni momento della loro variazione

ideologica, risalendo dall'italiano al latino, al greco, cosí da

poterlo agevolmente flettere a significare i piú sottili

atteggiamenti del pensiero. La sicurezza dello stile, non rivolta

a virtuosismo, bensí a stringere idee ed immagini in linee sobrie

perfette. La tenacia nel ponderare il proprio soggetto, nel

contemplarlo a lungo entro lo specchio del nostro animo, sin che

non se ne vegga illuminato ogni anfratto piú riposto. La sobrietà

nel trascegliere dalla visione i punti essenziali, i quali poi,

nella favellata espressione, bastino a suscitare l'intero

fantasma. E infine, la scienza della _forma_, intesa in senso alto

e musicale: scienza che, ad onta di illusorie parvenze, è andata

sempre immiserendo, e che si vede fulgere via via, risalendo i

gradi della nostra tradizione artistica, dagli Italiani ai Latini,

da questi ai Greci insuperati.

La semplice enumerazione di queste doti dice come per conseguirle

sia indispensabile un forte e tenace studio, non solo dei grandi

Italiani, bensí anche dei Latini e dei Greci. Insomma, le basi di

ogni seria disciplina letteraria non si possono fondare che sullo

studio dei classici.

È dunque tempo che in Italia abbia fine la scissione fra il mondo

degli studî e il mondo dell'arte. Ne abbiamo già analizzati gli

effetti funesti. Tornino a comporsi in bella armonia; e

matureranno ancora i frutti luminosi fragranti onde il nome

dell'Italia nostra brillò, segnacolo d'arte e di luce, anche

quando la brutalità straniera la teneva costretta di materiali

catene.

VIII.

CETERUM CENSEO PHILOLOGIAM ESSE DELENDAM

La mia diagnosi è finita.

O, meglio, il mio abbozzo di diagnosi: non piú che abbozzo è

quello da me tracciato, e ciascuna sua parte potrebbe avere ben

lungo svolgimento: anzi infinito, come infinita è la serie dei

guasti che gli abusi e i soprusi della filologia scientifica hanno

prodotti nella vita intellettuale d'Italia. Ma, dice Pindaro, è

sazietà anche del miele e degli aurei doni di Afrodite: anche la

caccia alle bestialità filologiche m'ha oramai tediato. Riprenderò

un'altra volta, quando ne avrò voglia, quando ce ne sarà bisogno.

Se non che, alla diagnosi, un buon medico dovrebbe far seguire la

prescrizione di una cura: dovrebbe suggerire i rimedî.

E intorno ai rimedî avevo appunto incominciato a scrivere un

ultimo capitolo. Ma scrivi scrivi, il capitolo diveniva libro,

faceva parte a sé, non s'inquadrava piú, né per la materia, né per

lo spirito, in _Minerva e lo scimmione_. Infatti, la sua parte

sostanziale consisteva in un piano di riforma universitaria.

Inutile pubblicarlo in un momento in cui sarebbe folle sperarne,

non dico l'attuazione, ma pur la semplice discussione.

Del resto, da ogni pagina del mio scritto riesce suggerito assai

chiaramente, mi sembra, quale sia l'antidoto principale, che io

credo appropriato ai mali osservati. È l'abolizione del sedicente

«metodo filologico scientifico».

La filologia, come abbiam visto, era un tempo ancella, ed ottima

ancella. A poco a poco s'è data delle arie, s'è imbaldanzita, ha

preso la mano, e adesso fa da padrona, e governa il regno dello

spirito coi criterî appunto e con l'anima che può avere una

fantesca.

Questo fatto, oltre che molto antiestetico, è anche molto dannoso.

Bisogna dunque finirla: bisogna richiamare la sguaiata fanticella

ai suoi piú umili ufficî.

E no, questa della serva padrona non è ancora una immagine precisa

ed esauriente. La cosí detta _filologia scientifica_ meglio si

potrebbe assimigliare ad una vischiosa pianta parassitaria, che,

abbarbicatasi a tutte le discipline, ne ha succhiato le linfe

migliori, per crescerne gambi gonfi di tossici, maligne

infiorescenze senza profumo, grosse bacche stoppose. Ora, questi

ibridi prodotti possono senza dubbio riuscire molto utili a

conquistar cattedre, sguisciare nelle accademie, far la ruota in

clandestini _congressi classici_ internazionali; ma per i fini

della cultura italiana non saprebbero davvero sostituire i frutti

delle piante terrigene che essi nascondono o sopprimono. Perciò

bisogna estirpare il parassita sin dalle radici. Perciò sin che la

filologia pretenderà di mantenersi nei posti dov'ella s'è intrusa

con malo arbitrio, non mi stancherò di ripetere le non ambigue

parole che si leggono in fronte a quest'ultimo capitoletto:

=ceterum censeo philologiam esse delendam=.

APPENDICE

I.

L'EDIZIONE «KOLOSSAL» DEL DECAMERONE

MANTISSA QUASI COMICA

Nella sua _Fin de Satan_, Victor Hugo immagina che quando

l'arcangelo ribelle piombò giù dal cielo, una penna delle sue ali

rimase, pura e candida, all'orlo degli abissi interminati. Un

angelo la raccolse, e, rivolto al cielo sublime, lanciò, con

carità di collega, una suggestiva domanda:

_Seigneur, faut-il qu'elle aille, elle aussi, dans l'abîme?_

E Dio, con l'abituale misericordia:

_Ne jetez pas ce qui n'est pas tombé._

Questa fantasia victorughiana, tra sublime e grottesca, m'è spesso

tornata alla mente, in questi ultimi tempi, a proposito della

cultura tedesca. Dopo che il tentativo di sopraffazione alemanna

ebbe mostrato qual nòcciolo si nascondesse dentro la grassa e

rubiconda polpa della Kultur, si cominciò ad esaminare di che

qualità fosse anche codesta polpa. E piú d'uno scienziato italiano

si diede alla salutifera analisi.

I loro scritti, sepolti in riviste scientifiche poco accessibili,

o addirittura contese al gran pubblico, dovrebbero essere

ristampati in edizioni popolari e aver larga diffusione in Italia.

Mi sia lecito intanto ricordarne alcuno dei piú notevoli.

Il professor Bossi, direttore dell'Istituto ginecologico della

Università di Genova, in una conferenza di chiusura dell'anno

1915, dimostrava come oramai, non solo nel campo ostetrico, bensí

in genere in tutto il campo chirurgico, i tedeschi, piú che

medici, siano da considerare dilettanti d'assassinio[36].

Federico Patetta, dell'Università di Torino, in un discorso

inaugurale pronunciato il 4 novembre 1915, sottoponeva a minuta e

profonda indagine di raffronto la civiltà latina e la germanica. E

illuminava per ogni verso, rigorosamente, inconfutabilmente, con

dottrina e genialità inesauribili, la ineliminabile barbarie

tedesca[37].

Dante Bertelli, professore di anatomia a Padova, già nel 1912, nel

_Discorso inaugurale per il Convegno della Unione Zoologica

italiana_, protestando contro il mal vezzo di mandare i nostri

giovani a perfezionarsi, cioè a incretinirsi, in Germania,

scriveva queste sacrosante parole: «Oramai vediamo che giovani

educati unicamente nel nostro Paese, pubblicano lavori i quali

nulla hanno da invidiare a quelli eseguiti nelle piú culte

nazioni. I nostri vecchi grandi anatomici si educarono in Italia e

furono maestri alle genti: ci siamo liberati dal servaggio

straniero politico, dobbiamo anche liberarci dal servaggio

scientifico»[38].

Piú lungo discorso meriterebbero gli scritti di Ernesto Lugaro.

Ernesto Lugaro è proprio il tipo dello scienziato italiano, quale

era prima dell'intossicamento tedesco, quale dovrà tornare domani,

quando l'intossicamento sarà neutralizzato, e speriamo per sempre.

Egli è scienziato profondo e preciso: ma tuttavia, artista

d'intuito e di studio, possiede una forma che gli potrebbero

invidiare parecchi dei suoi colleghi di lettere, i quali, tirati

su a pillole di _metodo scientifico_, scrivono come veri

emarginatori di pratiche letterarie. Egli sa quanto altri mai

isolarsi nel silenzio e nell'ombra del suo laboratorio; ma, ben

lungi dalla frigidità di tanti castroni, i quali, con la bella

scusa che l'uomo di scienza non deve occuparsi di politica,

evitano e si rifiutano di pronunziare il loro giudizio, del resto

piú che superfluo, sui misfatti della Germania, sin dal principio

della guerra ha rivolto il suo spirito appassionato ai multipli

problemi che quella coinvolge. E in una serie di scritti vibranti,

coloriti, suggestivi, ha dimostrata la insanabilità ed i pericoli

della follia collettiva che ha invasa la Germania. Non sarà

inutile riportare, per nostro mònito, le parole conclusive del suo

primo scritto: «_Molti segni mostrano come ci sia in Germania chi

sente che già troppi legami sono rotti col mondo, e che bisogna

cercare di salvare quelli che restano ancora._

«_E qui sta il pericolo per l'avvenire. Bisogna tenerlo bene a

mente, e ripeterselo sempre: questi legami che si voglion salvare

sono le vie per cui si potrà rinnovare l'insidia; essi possono

permettere di preparare a scadenza piú o meno breve il colpo piú

sicuro. Questi legami vanno tagliati sino a quando la Germania,

profondamente cambiata nella sua struttura politica, non dia serie

garanzie d'intenzioni oneste e ragionevoli._

«_La Germania deve persuadersi che il mondo può fare a meno di

essa. Noi italiani, forse piú degli altri, dobbiamo estirpare dal

nostro suolo le maligne radici germaniche che voglion succhiare

ogni principio di vita_»[39].

E qui m'interrompe il longanime lettore. Che cosa c'entrano, di

grazia, tutte queste belle considerazioni, con Giovanni Boccaccio,

con Victor Hugo, con la piuma dell'arcangelo?

Ecco come c'entrano. Grazie all'opera dei sullodati e di tanti

altri valentuomini che sarebbe lungo ricordare (non tacerò

l'infaticabile Ezio Maria Gray), gli Italiani hanno cominciato a

guardare un po' piú attentamente, e senza occhiali affumicati, il

colosso mastodontico della famigerata Kultur. E si sono accorti,

salvo qualche tempestivo o precoce rammollito, indurito nella

tedescolatria, che il piú dell'oro era princisbecche, il marmo

cartapesta, l'avorio celluloide. Ma una fede rimase intatta: la

fede nella eccellenza assoluta ed insuperabile dei tedeschi come

stampatori e come editori. Su questo punto niuno osò muover

dubbio. E gli ex germanofili, ora patrioteggianti, e pronti

domani, per loro esplicita confessione, a ricacciare il pensiero

d'Italia sotto il giogo tedesco, questi signori, dico, si

aggrapparono a quest'ultima trincea, per tener ferma la loro

posizione. Per questo lato, almeno, i tedeschi rimanevano maestri

al mondo: e noialtri poveri diavoli non potevamo che ammirarli ed

imitarli.

Era anche questa, come tutte le asserzioni dei germanofili, una

solenne impostura. Anche come editori, i tedeschi _sono stati

grandi_. Sono stati grandi, sebbene a loro modo--ma sarebbe stolto

pretendere che un uomo o un popolo tradiscano il proprio

genio--nel periodo eroico degli studî, che va, su per giú, dal

Winckelmann al Mommsen. Allora ebbero studiosi che consacrarono

tutta la loro vita ad un autore, magari di quart'ordine, e

riuscirono a stamparlo in modo pressoché ineccepibile. Ma

ultimamente buona parte degli studiosi tedeschi erano divenuti

mestieranti e cerretani della peggiore specie. Il libro

d'erudizione tedesco si spacciava assai in tutto il mondo, grazie

alla connivenza idiota o furbesca di tutti gli affiliati alla

onorata società filologica che i lettori han trovata descritta in

questo volume. E visto che il _genere_ andava, i _filologi_ si

erano dati a fabbricarlo a diluvio, due o tremila pagine ciascuno

ogni sei mesi; e intascavano i quattrini dei gonzi; e questo

era diventato il vero ed unico scopo della loro attività

_scientifica_.

Per disgrazia, dare la dimostrazione di tale asserto non è facile.

Facile sarebbe mostrare qualche indice esterno della volgarità

senz'amore in cui era caduta l'arte libraria. Tutti avranno viste

le famigeratissime edizioni di Lipsia spedite con fascicoli

slegati, e senza copertina. I clienti erano citrulli, e il

mercante li trattava da citrulli. Ma al di là di questi indici

esterni, se io mi industriassi a dimostrare che, poniamo, il

_Sofocle_ di Mekler è per molti versi, e dal lato editoriale

per ogni verso, una birbonata; che il _Pindaro_ (minore)

dello Schroeder, ad onta di qualche strombazzatura nostrana,

vale cinquanta centesimi: se m'industriassi a svolgere tale

dimostrazione: da quanti potrebbero essere apprezzate le mie

ragioni, d'indole necessariamente filologica? Qualcuno dei famuli

della sede centrale berlinese risponderebbe che quelle edizioni

sono bellissime; e, fra i due contendenti, la maggioranza, per

fortuna sua non filologica, non saprebbe a chi dar retta.

Ma il vecchio Dio favorisce palesemente le giuste aspirazioni;

sicché, dopo parecchie ricerche, spero di aver trovato un

documento meridiano definitivo ed inconfutabile della odierna

bestialità libraria alemanna.

È il fascicolo d'invito ad una edizione _monumentale_ del

_Decamerone_, perpetrata dalla casa Insel di Lipsia. La casa

Insel è una delle piú celebri, anzi quella piú in voga della

Germania; e a proposito delle sue edizioni, i bravi tedeschi

parlavano volentieri di _rinascenza del libro_. Riproduco

senz'altro le quattro pagine dell'invito, che debbono documentare

le mie conclusioni.

[Illustrazione: (Tavole 1-2-3-4).]

Ora che il lettore ha gustate le finissime incisioni, e si è

associato agli elogi, senza dubbio disinteressati, che l'editore

tributa al genio italiano, cominci a leggere il testo del

_Decamerone_, e veda con quale attenzione scrupolosa e veramente

_scientifica_ è curato il testo del nostro prosatore immortale.

Per agevolargli il compito, dò dei piú solenni sfarfalloni un

elenco che nella sua nudità riuscirà piú convincente di qualsiasi

commento.

Pag. 3, colonna sinistra, rigo 4: simili ad _ora_, correggi:

oro--rigo 14: _rispodendo_, correggi: rispondendo--rigo 18-19:

chiara _fronte_, correggi: fonte.

Pag. 3, colonna destra, rigo 3; che il nostro Re _me tanta_,

correggi: me a tanta--rigo 4-5: _mag-nificenza_, diviso cosí fra

due righe--rigo 6: _bellazza_, correggi: bellezza--Titolo della

novella: Novella d'un cavaliere =serve= al re di Spagna--rigo 26

(ultimo): del _quala_, correggi: del quale.

Pag. 4, colonna sinistra, rigo 1: ciascun altro signore

trapassata _e_ quei tempi, correggi: a quei tempi--rigo 8: si

_fee_, correggi: si fece--rigo 23: _famig-liare_, diviso fra due

righe.

Pag. 4, colonna destra, rigo 10: e come che molte ne ricogliesse

_tu_ camminando tutto il dí seco. Il _tu_ è una piacevole aggiunta

dell'editore tedesco--rigo 20: _perehè_, correggi: perchè--rigo

31: _con-osciuto_, diviso cosí--rigo 34: _dìcevo_ correggi:

dicevo--rigo 45: _si come_, correggi: sì--rigo 47: _in presenza

molti_, correggi: di molti (questo forse si può difendere)--rigo

50: _ogn'-altra_ diviso cosí.

Rimane, poi, a pagina 1, il nome dell'autore, che da Boccaccio è

divenuto =Di Boccaccio=. Credo che la particella gentilizia sia

una aggiunta dell'editore, per accreditar l'opera. E confesso che

in questo caso sono anzi stati assai discreti a non scrivere

addirittura un VON BOCCACCIO. Ma qui non son sicuro del fatto mio,

cioè non son sicuro che in qualche pergamena non esista la forma

Di Boccaccio; e però questo rilievo non vuol essere tanto una

condanna all'editore di Lipsia quanto un dubbio rispettosamente

rivolto agli scienziati storici della letteratura italiana.

* * * * *

Sono dunque, in due pagine, sedici spropositi: sollazzevoli

tutti: ed alcuni da pigliar con le molle. Per una edizione

_monumentale_, davvero non c'è malaccio.

Se non che un mio conoscente, súccubo intellettuale della

Germania, al quale sottoposi questo ghiotto spicilegio, dopo esser

rimasto qualche attimo interdetto, sollevò la fronte irraggiata da

una luce improvvisa. «E se quegli errori ci fossero anche nel

testo italiano, e l'editore tedesco li avesse mantenuti per

_scrupolo scientifico_?»

E allora si schiuse alla mia mente tutto un nuovo orizzonte, e

meditai di prendere il direttissimo, e di recarmi in fretta e

furia alla Biblioteca nazionale di Parigi, per controllare la

cosa. Perché se cosí fosse, oh allora, resterebbe dimostrata, non

piú la goffa e mercantile incuria d'un editore, bensí la

insanabile innocenza intellettuale dei tedeschi. E mi sarebbe

avvenuto come a quell'eroe della Bibbia, che, uscito per cacciare

un cervo, trovò un regno.

Ma io sono pigro, e il disagio del viaggiare in tempo di guerra mi

distolse dall'eroico proposito. E d'altronde non bisogna pretender

troppo dalla Provvidenza celeste. Il viaggio sarebbe certo

riuscito vano, perché basta riflettere un minuto per convincersi

che gli errori non sono certo imputabili all'editore italiano del

1492, bensí all'editore tedesco del 1913.

E quindi, rinunciando a quella generale illazione, contentiamoci

di enumerare le conclusioni che senza possibile contrasto si

ricavano da queste quattro paginette.

1) Quando un tedesco vuole fare una cosa nuova e degna,

_riproduce_. Riproduce quello che hanno fatto gli altri, coi mezzi

meccanici inventati da altri.

2) Questa pedestre riproduzione, molto simile ad una

appropriazione, a lui, testone indomabile quanto prosuntuoso,

sembra una _creazione_: onde scrive pari pari (pag. 2, rigo 7):

=nous créons avec ces gravures les plus beau Décameron qui

existe.=

Minerva e lo scimmione · 第 10 / 12 段