«Invece in questo momento =l'Italia tiene il primato nel campo

della Storia romana=.

«E come ha conseguito questo primato?

«L'ha conseguito mediante quattro lavori. Cioè:

1) La _Storia romana_ di Ettore Pais, il quale è =scolaro di

Mommsen=.

2) La _Storia dei Romani_ del De Sanctis.

3) _Due volumi di Giovanni Costa_, che =raccolgono e vagliano

criticamente tutto quello che è necessario per preparare una

edizione dei fasti consolari di Roma=.

4) _Uno scritto di Prospero Varese_, che =pone su una nuova base=

(non accettata, per quanto io sappia, da nessun competente) =la

cronologia della prima guerra punica=».

Siccome poi il De Sanctis, il Costa e il Varese sono scolari del

Beloch, è logico ed onesto aggiungere un quinto paragrafo, quinto

d'ordine e primo di valore: =la Scuola di Giulio Beloch=.

Ora, Ettore Pais è, senza iperbole, un colosso. Il De Sanctis è

uomo d'immensa dottrina, d'acume straordinario, d'attività

prodigiosa. Onde, se il Beloch, dovendo scegliere i luminari della

scienza storica in Italia si fosse attenuto solamente ai loro due

nomi, si sarebbero potute, senza dubbio, deplorare parecchie

omissioni; ma non si sarebbe potuto gridargli la croce addosso.

Ma gli altri due eletti dal Beloch a completare il quartetto,

erano giovani appena usciti dalla università, e quei lavori, le

loro tèsi di laurea. E lasciamo stare che «i loro metodi e i

risultati ottenuti non sono giudicati favorevolmente dai piú

autorevoli rappresentanti della stessa loro scuola» (Pais,

articolo citato). Erano, ripeto, giovani, e ben si poteva sperare

che facessero, in seguito, qualche cosa di buono. Ma quando

due ragazzi e due speciali lavori di laurea vengono citati

come documenti del primato dell'Italia negli studî storici

nell'anno di grazia 1911, allora il piú modesto cultore di

studî dell'antichità doveva domandarsi:

«Corpo di Bacco, ma che cosa hanno fatto, dunque, tutte quelle

brave persone che occupano cattedre universitarie, e che si sono

procacciata bella fama negli studî di storia antica? Che cosa

hanno fatto Giacomo Boni, Rodolfo Lanciani, Ettore De Ruggiero,

Dante Vaglieri, Luigi Cantarelli, Iginio Gentile, Attilio De

Marchi, Oberziner, Cocchia, De Petra, Pirro, Columba, Ciaceri,

Niccolini, e, passando al diritto, che è tanta parte della storia

romana, che cosa hanno dunque fatto Vittorio Scialoia, Carlo

Fadda, e il Bonfante, il Pacchioni, il Costa, il Riccobono? Questi

bravi signori, evidentemente, hanno scroccato fama e prebenda, se

tutto il loro lavoro, per mole almeno, gigantesco, deve cedere il

passo, che dico, deve senz'altro andare eclissato dinanzi alle

dissertazioni di laurea di due ragazzi!»

Ma, lettor mio buono, quei due ragazzi uscivano dalla scuola

del Beloch, dunque erano di fabbrica tedesca. Di fabbrica

tedesca erano anche, secondo il Beloch, sebbene erano e sono

italianissimi, il De Sanctis e il Pais, _scolaro del Mommsen_.

Dunque, se l'Italia ha conseguito il primato negli studî di storia

antica, gli è che un italiano s'è andato a perfezionare nel paese

della birra, e un tedesco è venuto a insegnare nel paese del

vino. Gli altri, senza bollo tedesco, sono un branco di ciuchi.

Che questo ragionamento lo facesse un tedesco, nessuna meraviglia.

Un asino spalanca il gorgozzule, non chiedetegli un trillo di

rosignolo. Avrebbe invece potuto far meraviglia che codeste

castronerie si trovi in Italia una rivista che le stampa, gonzi

che se le bevono, succubi intellettuali che le applaudono e fanno

la corte a chi le ha scritte.

*

* *

Avrebbe potuto e potrebbe far meraviglia: ma non fa a chi conosca

da vicino il feticismo per la Germania che imperava e che impera

tuttora, per quanto opportunamente larvato, nelle nostre

università. Mi sono un po' seccato delle documentazioni; e siccome

documentazioni di tal fatta si rinvengono a prima vista negli

scritti di qualsiasi universitario, stralcio dai miei ricordi

personali qualche aneddoto ameno.

Tizio, discepolo, in una discussione di laurea, riferisce a Caio,

suo esaminatore e filologo di grido, certe argomentazioni

illogiche, al solito, e puerili, di un qualsiasi Eselkopf

alemanno. Caio fraintende, crede che le suddette argomentazioni

siano di Tizio; e, siccome fuori della filologia è persona di

buon senso e di mente acuta, ne riconosce la goffaggine

e la puerilità, e le combatte con finezza e con arguzia,

divertendocisi, senza badare alle proteste di Tizio. Il quale,

solo dopo l'intera confutazione riesce a far intendere che quegli

argomenti non sono suoi, bensí di Eselkopf, e che egli anzi vuole

confutarli. Momento di silenzio imbarazzato: e poi, incredibile se

non l'avessi udito con le mie orecchie, gli argomenti di Eselkopf

sono accettati come assiomi, e confutata animosamente la

confutazione di Tizio.

Un altro filologo, a un giovine che gli ha inviato un volume di

cinque o seicento pagine, risponde: «Ho letto con piacere il suo

diligente _lavoretto_. Ha consultato l'_opera_ del Wilamowitz?»

(saranno state una dozzina di pagine sí e no).

Terzo ed ultimo aneddoto. Ad un esame, uno scolaro dice che sotto

l'apparenza scherzosa le satire d'Orazio nascondono un contenuto

serio. E il filologo professore, perentoriamente: «=Un tedesco= le

ha chiamate _eine lachende Satir_». Capite? Mica Buecheler, o, che

so io.--UN TEDESCO. _Tanto nomini nullum par elogium_.--E per non

essere bocciato, lo scolaro dove' striderci.

*

* *

Ma--interrompe a questo punto l'arguto lettore,--e che razza

d'uomini erano quelli invasi da cosí cieco fanatismo? Asini?

Citrulli? Procaccianti?

Neanche per sogno. Erano, tranne qualche eccezione, uomini di gran

coscienza, di molta dottrina, e spesso non privi di un certo gusto

letterario. Se non che erano intossicati sino alle midolla dai

batterî della _Filologia scientifica_, che ho isolati e studiati a

lungo nel corso dei miei articoli.

E poi, c'era anche un'altra ragione, d'indole non interamente

intellettuale, bensí pratica; ma non però meno efficace e

spiegabile.

Gli studiosi italiani che dal '70 all'80 circa si recavano

in Germania, lasciavano un paese dove gli studî erano tenuti

in pochissimo conto, gli studiosi remunerati poco o nulla,

le biblioteche sprovviste, le facoltà universitarie incomplete

o addirittura informi. E in Germania trovavano invece una

organizzazione perfetta, cattedre per qualsiasi ramo dello

scibile, scuole di magistero, biblioteche ricchissime, ordinatissime,

larghissime nei prestiti, bene illuminate e ben riscaldate.

Il professore italiano, si chiamasse pure Giosuè Carducci o

Francesco De Sanctis, era in Italia un povero diavolo, che abitava

al quarto piano, in un quartiere fuori mano, magari operaio,

dentro una casuccia meschina, sguernita, spesso fragrante di

cucina e sonora di querele e di risse puerili.

Ed Herr Professor, fosse pure uno impermeabile zuccone, abitava un

villino suo, sopra un declivio aprico, con un giardino a roseti e

viali di ghiaia, dove scherzavano bimbi rosei, biondi, paffuti,

nettissimi. Apriva l'uscio una correttissima _Fräulein_ (possibile

fosse una cameriera?) in attillato abito nero. E per una sfilata

di ampie stanze ben mobiliate, tra una fresca fragranza di atomi

resinosi, il povero neofita italiano (_il pidocchioso italiano_,

come ci chiamano i tedeschi nei momenti d'intimità affettuosa),

giungeva nel _sancta sanctorum_, cioè nello studio di Herr

Professor: due, tre stanze, con magnifici scaffali, libri con

rilegature di gran lusso, busti, fiori, quadri e diplomi per le

pareti, secondo i gusti, il busto dell'imperatore; e in un angolo,

serio ed impassibile come un automa, il segretario, che ricopia a

mano o a macchina le lucubrazioni di Herr Professor.

E chi poteva essere quello spirito indipendente, quello straccione

filosofo, quel protervo buddista, che dinanzi a tanta magnificenza

osasse proporre a sé stesso l'irriverente quesito se per caso, ad

onta di cosí rutilante allestimento scenico, Herr Professor

potesse essere un solennissimo lavaceci?

Arrogi che Herr Professor, venerato dagli studenti e dai cittadini

come un Indigete, era in genere cortese ed accogliente verso

l'umile ospite: sicché questi vedeva riverberato sopra la sua

misera persona qualcuno dei raggi che sprizzavano dalla calva

fronte e dai lucidi occhiali del dotto alemanno. Arrogi tutti gli

elementi della cultura extra-scolastica, riviste, teatri,

concerti, gipsoteche, gallerie, facili, a portata di mano. Arrogi

una vita scrupolosamente ordinata, come conviene agli studiosi,

una sapida cucina, un confortevole riscaldamento. E tu vedrai,

paziente lettore, come al povero studioso che giungeva dal

disordine e dalla incuria italiana, la Germania apparisse come la

vera patria dell'aspirante alla cattedra universitaria.

E quasi tutti erano giovani, negli anni in cui l'animo si protende

avido e duttile per ricevere le impressioni che rimarranno poi

incancellabili. Tali impressioni, per questi uomini, si

inquadrarono in sagome tedesche. E la immagine del primo amore,

che non vanisce mai dall'anima umana, anzi la impronta della sua

luce per tutta la vita, ebbe per essi le gote rosee e le chiome

bionde d'una sentimentale Margherita.

Ora intenderete bene come tutti i giovani studiosi che trascorsero

in Germania gli anni del loro noviziato _scientifico_, tornati qui

in Italia, guardassero poi sempre alla Germania come al paradiso,

all'eldorado, al paese di cuccagna degli studî, e vagheggiassero

il sogno di costruirne in Italia uno simile a quello. Piú

piccino, s'intende, ma perfettamente uguale in ogni sua parte. E

per riuscire a tale costruzione, occorreva dunque non perder mai

di vista l'originale, il modello da copiare. E cosí fecero quelle

brave persone; e cosí dissero che bisognava fare ai loro scolari.

Dunque, le intenzioni erano buone: la condotta di quegli uomini

era coscienziosa e umanamente spiegabile.

E riuscí fatale alla cultura italiana.

VII.

LA SELEZIONE ALLA ROVESCIA

Quando in Italia si procede' al riordinamento degli studî

classici, la raccolta e l'epurazione del materiale, non solo per i

grandi autori, ma anche per i minori e per molti dei minimi,

attraverso le grandi trafile dei periodi filologici che abbiamo

esaminati (cap. II), erano già compiute: anzi si poteva scorgere

qua e là qualche sintomo del decadimento, che s'è poi manifestato,

dovuto alla manía di far qualche cosa di nuovo dove tutto era già

stato fatto.

E perciò sarebbe stato perfettamente inutile che gli Italiani

ricominciassero questo lavoro per proprio conto. Essi avrebbero

dovuto piuttosto profittare di quel materiale, elaborarlo secondo

la propria indole, e dare al loro paese tutto quanto mancava nel

campo della cultura classica: ristampe corrette di classici,

classici commentati, traduzioni di tutti gli autori, lessici,

studî generali e speciali intorno alla letteratura, la storia, la

filosofia greca e latina.

«Un momento--m'interrompe qui un puro filologo--. Gli eroi della

filologia alemanna erano andati ben oltre il semplice lavoro di

preparazione. Essi avevano anche date alla patria tedesca tutte

quelle ulteriori elaborazioni, tutti quei lavori di sintesi che

voi avreste vagheggiati per la patria italiana. Dal momento che,

come voi dite, avremmo dovuto servirci del loro lavoro analitico,

perché non profittare anche delle sintesi? Era piú comodo e

sbrigativo».

Adagio, signor mio. La prima parte, dico la preparazione del

materiale, cioè la bisogna strettamente filologica, è realmente

opera di carattere oggettivo; sicché, salvo imponderabili

differenze, tanto vale la edizione critica d'un tedesco, quanto

quella d'un francese. Ma in ciascuna ulteriore elaborazione

entrano subito in folla elementi fortemente soggettivi: il gusto,

il sentimento, la passione, in una parola quel complesso di doti

che costituiscono il carattere specifico, vuoi d'una persona,

vuoi d'una stirpe: complesso ineliminabile, senza il quale

nessuna opera di pensiero sarà mai altro se non grama tediosa

compilazione. Ora quei libri, composti bene, e spesso benissimo,

per la patria tedesca, non potevano convenire, e non convengono

infatti, a cominciar dagli ottimi, alla intelligenza, al

carattere, al sentimento italiano. E quali insidie possano poi

nascondersi in simili travasamenti, fu ben mostrato da Aldo

Sorani, con l'esempio di certi volumetti fatti tradurre dal

tedesco in italiano, a edificazione dei giovani e delle persone

culte, da quei filologi medesimi che reclamano la originalità del

lavoro italiano nelle trascrizioni dei codici. In uno di quei

volumetti, per non citar che un esempio, si insinua con molto

garbo che l'impero tedesco è il legittimo erede del potere della

saggezza e del gusto di Atene e di Roma[33].

Torniamo a noi. Gli studiosi di cose classiche avrebbero dovuto in

Italia dedicarsi a questa ulteriore elaborazione. Ad essa li

esortavano la opportunità del momento, la nativa attitudine degli

Italiani, meglio disposta alla sintesi che non alla semplice

analisi, e infine i grandi precursori, dal Poliziano, al Leopardi,

al Foscolo; i quali tutti, e coi precetti, e con l'esempio,

insegnarono che precipua dote dello studioso di cose classiche

dev'essere, non la pazienza, dichiarata dai tedeschi requisito

supremo del filologo, bensí il fine intuito letterario[34].

Ma i valentuomini chiamati allora a riformare, a dirigere tali

studî, erano infatuati, imbevuti, intossicati sino all'intime

fibre di germanesimo e di metodo scientifico. Scientifico è,

vedemmo, secondo i novissimi filologi, solo l'appuramento di fatti

precisi, per quanto minimi e in apparenza trascurabili. E però,

stringi stringi, vennero dichiarati _scientifici_ solo i lavori di

questo genere:

1) Trascrizioni di codici (magari fotografie: anzi, piú

scientifiche, perché piú fedeli).

2) Collazioni dei medesimi.

3) Cataloghi (anche spropositati).

4) Discussioni e accertamenti di fatti singoli, purché «ben

limitati; perché tanto piú è limitato, e tanto piú chiaro riesce

il campo d'osservazione». Microcefalico, ma testuale.

5) Congetture. Questa è la piú gran fabbrica di mulini a vento. Ma

era di gran moda in Germania, e strideteci.

Questi dunque, ed altri di tale risma, lavori scientifici: gli

altri tutti, dove bisognasse far lavorare un po' il cervello,

bollati in blocco come fantasticaggini, castelli in aria,

esercitazioni da dilettanti.

Ora, poiché la maggior parte, anzi, tutti quelli che in Italia si

dedicavano a tali studî erano, come tuttora sono, persone che

debbono guadagnarsi il pane quotidiano; poiché dinanzi a loro non

c'era aperta altra via se non la cattedra; poiché, infine, per

giungere alla cattedra, bisognava passare sotto le forche caudine

di esaminatori _scientifici_, i quali nel giudicare i _titoli_ non

sempre sapevano fare astrazione del genere, e giudicare il valore

intrinseco: ne venne, ineluttabile conseguenza, che tutti questi

studiosi, convinti o non convinti, si diedero anima e corpo alla

sedicente produzione scientifica, trascurando l'altra; che, o

mancò assolutamente, o rimase affidata a mestieranti.

Uno dei corollarî pratici di tale uniforme indirizzo fu che la

scuola italiana, sino ai nostri giorni, rimase sprovvista quasi

interamente di strumenti proprî, e dove' dipendere dalla Germania.

E adesso che, se Dio vuole, le vie della Germania sono chiuse, ce

ne siam dovuti accorgere.

Ma questo sarebbe il meno. Gli è che codesto cieco esclusivismo,

con un sottilissimo ingranaggio di cause e d'effetti, condusse ad

una strana svalutazione dell'ingegno italiano, agli occhi degli

stranieri, e agli occhi nostri medesimi. Esaminiamo anche questo

processo.

Il cosí detto _metodo scientifico_, fu, come vedemmo, invenzione

tedesca. Esso si adattava perfettamente, senza una grinza, alle

loro facoltà di formiche: onde nel maneggiarlo sono e rimarranno

sempre superiori a tutti; ma meno di qualsivoglia popolo

riusciranno ad emularli gli Italiani, immaginosi, nervosi,

insofferenti. Essi invece si lasciarono scioccamente indurre alla

impossibile gara. E poiché la loro inferiorità riuscí piú che

tangibile, con la loro morbosa prontezza a denigrar sé stessi, si

affrettarono a riconoscerla. I tedeschi presero atto, con benevolo

sussiego.

Anche piú palese fu la miseria dei risultati. E questa, oltre che

dalle minori attitudini degl'Italiani, derivava necessariamente da

un'altra ragione. Come abbiamo già detto, quando l'Italia fu

spinta nel nobile arringo della filologia scientifica, il meglio

del lavoro era già compiuto. Le vigne erano state già vendemmiate,

s'era fatta anche la ribrúscola. Non rimaneva che qualche acino

qua e là, sfuggito agli occhi líncei delle spigolatrici. Fruga

fruga, i poveri Italiani trovavano poco o nulla. Onde, in quella

cinquantina d'anni che durò questo travaglio da pitocchi,

gl'Italiani, paragonando alla produzione veramente colossale della

filologia tedesca quel pochissimo che riuscivano a mettere

insieme, si sentivano striminzire, sentivano via via germinare in

fondo al caro cuore lo scoraggiamento e la disistima di sé

medesimi, e giganteggiarvi sempre piú l'ammirazione per gli

eselkopfiani.

«Non siamo ancora abbastanza scientifici!--badavano pertanto a

gridare i maestri.--In Germania, in Germania! Lí sono le uberrime

fonti del sapere!». I poveri neofiti sgobbavano, vincevano le

borse di perfezionamento, correvano in Germania, facevano ogni

sforzo per intedescarsi. Ne ho conosciuto qualcuno che, non miope,

inforcava occhiali di puro vetro, non calvo, si radeva la zucca a

fil di rasoio, per somigliare anche nell'aspetto ad un filologo

tedesco. Ma tutto era inutile. Qui, dove fiorisce il mirto, la

filologia scientifica non si acclimava. Veniva su stentata,

cachettica, con le fibre attossicate.

Herr Eselkopf, per quanto benevolo, non poteva non accorgersi di

tanta miseria. Non ritirò l'augusta sua protezione, ma trattò i

famuli di qui e la loro produzione col massimo disprezzo. Tutti i

sassolini fan brodo (son proprio brodi di sassolini): ma quelli

italiani, Eselkopf non li raccattava neppure. Vo' dire che i

filologi tedeschi, pur proclamando che «bisogna tener conto di

tutto», dei lavori scritti in Italia non tenevano il menomo conto,

anzi si guardavano bene pur dal citarli. E i filologi italiani

talvolta strepitavano un po'. Ma come i cúccioli, che guàiolano lí

per lí alle legnate, ma finiscono per ritenere dotato di poter

sovrumano chi glie le ha appioppate sul groppone.

*

* *

Questo per la produzione. Nelle aule delle Facoltà di lettere il

metodo scientifico produsse poi un effetto deleterio, allontanando

dagli studî letterarî quei giovani appunto che a tali studî

avevano inclinazione e reali disposizioni.

I giovani che si presentano nelle Facoltà di lettere si dividono

nettamente in due categorie.

1) Quelli dotati di reale passione per gli studî letterarî.

2) Quelli che mirano al diploma, e basta.

I primi, ebbri del giovanile amore per l'arte e per la poesia, che

nel cuore degli eletti avvampa con piú furia di ogni altro amore,

vengono alla Università a chiedere una parola di luce, a chiedere

la rivelazione d'un mondo appena intravisto nelle scuole

secondarie. Nel Liceo, pensano, tutto è necessariamente

monco, superficiale, annegato nella miseria scolastica. Ma

nell'Università tutto sarà elevatezza e fulgore. Qui spazieremo

infine a nostro agio, dietro le orme di guide sapienti, nei

giardini meravigliosi, nelle foreste incantate della poesia e

della storia. Qui apprenderemo, infine, a cogliere la magica

poesia d'un inno di Pindaro, la ermetica saggezza d'un canto di

Lucrezio, la luce armonizzata d'un canto del _Paradiso_. Il loro

cuore trepida come quello dei Coribanti sulla soglia del

santuario.

Entrano nel santuario, e che cosa trovano? O, per meglio dire, che

cosa trovavano, poiché il metodo scientifico ebbe stesa in tutte

le Università la ferrea tirannide che oramai, per fortuna, da

qualche anno in qua, comincia a vacillare?

Ahimè! Un soporifero semibalbuziente, per cinque o per dieci

lezioni, attraverso un formicolio di nomi e di opinioni tedesche,

stillava frigidi sudori per decidere se convenisse dire Virgilio o

Vergilio, Marco Accio Plauto o Tito Maccio Plauto. E questa era la

letteratura latina.

Un altro consacrava un anno intero per allineare tutte le

opinioni, e abbiamo detto quanto possano concludere, schiccherate

dai perdigiorni tedeschi e seguaci intorno alla famigerata

questione omerica. Omero magari non si leggeva. E questa era la

letteratura greca.

Un terzo dettava da qualche suo scartafaccio, per un anno o due,

schemi metrici copiati da qualche codice inedito, o impiegava

qualche lezione a stabilire se il tal poeta fu battezzato il 14 a

sera o il 15 mattina. Questa si chiamava letteratura italiana.

Un quarto, e poi basta, ché anche il ricordo mi nausea, vi metteva

sotto il naso qualche cronicaccia medievale, e vi faceva

trascorrer l'anno a leggiucchiare e tentare emendamenti del testo

spropositatissimo. Quando per un paio d'anni avevate ingoiata

simile bigutta, par di sognare, ma vi assolvevano ad insegnare

_storia moderna_.

Il povero neofita cascava dalle nuvole. E vuoi subito, vuoi dopo

qualche vano tentativo di resistere a quel martirio, fuggiva per

disperazione le aule soporifere. E a mano a mano, tale aureola di

papavero ebbe circondate le Facoltà di Lettere, che i giovani

d'ingegno neppure le cercarono piú, ma tentarono lor ventura in

plaghe meno paurose, nella libera letteratura o nel giornalismo: e

formarono, e formano tuttora, un nucleo di cultura interamente

separato dal mondo universitario.

Ora poi, mentre i giovani forniti di attitudini artistiche e

letterarie venivano a mano a mano dissuasi o respinti dalle

Facoltà di Lettere, gli altri, quelli del diploma, venuti senza

reali attitudini, e, del resto, senza neppur presunzione d'averne,

si trovarono d'un tratto a sentirsi cresciuto, come per miracolo,

il piú pronunciato bernoccolo per la _letteratura scientifica_.

Molti che nel Liceo ce la sfangavano sí e no, col minimo dei

punti, che stentavano a legger correntemente un brano di latino,

detestavano i poeti greci, sudavan freddo a mettere giú una

paginetta d'italiano e a leggere a garbo una terzina di Dante:

tutti questi ragazzi si trovarono come confezionati apposta

da Domeniddio per gli studî universitarî. Riveder codici,

frugacchiare archivî, stender cataloghi, allineare le opinioni

altrui, respingere come dilettantesimo ogni velleità di gusto,

ogni aspirazione artistica, erano mestieri che parevano inventati

apposta per loro. Ci si buttavano a corpo perduto, c'ingrassavano

a vista d'occhio. E non vi so dire se i professori scientifici,

sempre piú inaciditi via via dal palese abbandono in cui li

lasciava intanto il mondo culto non accademico, tenevano cari quei

docili apostoli. Li accoglievano, li tiravano su a bricioline e

pillole di severità metodica, li assolvevano dottori, e poi

cominciavano ad arrabattarsi e mestare per procurare ad essi il

viaggio di perfezionamento a Gottinga, la cattedra di Liceo, la

cattedra, poverini, d'Università. Erano, sí, un po' ridicoli e

scocciatori; erano svaniti di molto e cacasenni; ma anche

erano, càttera, i puri rampolli del buon seme scientifico,

quello procurato in Germania. E a suo tempo avrebbero spigato

altri cacasennini piú piccinini, ma sempre a loro immagine e

somiglianza. E cosí finalmente la filologia italiana sarebbe

divenuta davvero e per sempre, quali essi la vagheggiavano,

tritume, polverume, poltiglia di parolette. E le facoltà di

lettere si avviavano gloriose e trionfanti al rimbambimento

completo.

Minerva e lo scimmione · 第 9 / 12 段