della Storia romana=.
«E come ha conseguito questo primato?
«L'ha conseguito mediante quattro lavori. Cioè:
1) La _Storia romana_ di Ettore Pais, il quale è =scolaro di
Mommsen=.
2) La _Storia dei Romani_ del De Sanctis.
3) _Due volumi di Giovanni Costa_, che =raccolgono e vagliano
criticamente tutto quello che è necessario per preparare una
edizione dei fasti consolari di Roma=.
4) _Uno scritto di Prospero Varese_, che =pone su una nuova base=
(non accettata, per quanto io sappia, da nessun competente) =la
cronologia della prima guerra punica=».
Siccome poi il De Sanctis, il Costa e il Varese sono scolari del
Beloch, è logico ed onesto aggiungere un quinto paragrafo, quinto
d'ordine e primo di valore: =la Scuola di Giulio Beloch=.
Ora, Ettore Pais è, senza iperbole, un colosso. Il De Sanctis è
uomo d'immensa dottrina, d'acume straordinario, d'attività
prodigiosa. Onde, se il Beloch, dovendo scegliere i luminari della
scienza storica in Italia si fosse attenuto solamente ai loro due
nomi, si sarebbero potute, senza dubbio, deplorare parecchie
omissioni; ma non si sarebbe potuto gridargli la croce addosso.
Ma gli altri due eletti dal Beloch a completare il quartetto,
erano giovani appena usciti dalla università, e quei lavori, le
loro tèsi di laurea. E lasciamo stare che «i loro metodi e i
risultati ottenuti non sono giudicati favorevolmente dai piú
autorevoli rappresentanti della stessa loro scuola» (Pais,
articolo citato). Erano, ripeto, giovani, e ben si poteva sperare
che facessero, in seguito, qualche cosa di buono. Ma quando
due ragazzi e due speciali lavori di laurea vengono citati
come documenti del primato dell'Italia negli studî storici
nell'anno di grazia 1911, allora il piú modesto cultore di
studî dell'antichità doveva domandarsi:
«Corpo di Bacco, ma che cosa hanno fatto, dunque, tutte quelle
brave persone che occupano cattedre universitarie, e che si sono
procacciata bella fama negli studî di storia antica? Che cosa
hanno fatto Giacomo Boni, Rodolfo Lanciani, Ettore De Ruggiero,
Dante Vaglieri, Luigi Cantarelli, Iginio Gentile, Attilio De
Marchi, Oberziner, Cocchia, De Petra, Pirro, Columba, Ciaceri,
Niccolini, e, passando al diritto, che è tanta parte della storia
romana, che cosa hanno dunque fatto Vittorio Scialoia, Carlo
Fadda, e il Bonfante, il Pacchioni, il Costa, il Riccobono? Questi
bravi signori, evidentemente, hanno scroccato fama e prebenda, se
tutto il loro lavoro, per mole almeno, gigantesco, deve cedere il
passo, che dico, deve senz'altro andare eclissato dinanzi alle
dissertazioni di laurea di due ragazzi!»
Ma, lettor mio buono, quei due ragazzi uscivano dalla scuola
del Beloch, dunque erano di fabbrica tedesca. Di fabbrica
tedesca erano anche, secondo il Beloch, sebbene erano e sono
italianissimi, il De Sanctis e il Pais, _scolaro del Mommsen_.
Dunque, se l'Italia ha conseguito il primato negli studî di storia
antica, gli è che un italiano s'è andato a perfezionare nel paese
della birra, e un tedesco è venuto a insegnare nel paese del
vino. Gli altri, senza bollo tedesco, sono un branco di ciuchi.
Che questo ragionamento lo facesse un tedesco, nessuna meraviglia.
Un asino spalanca il gorgozzule, non chiedetegli un trillo di
rosignolo. Avrebbe invece potuto far meraviglia che codeste
castronerie si trovi in Italia una rivista che le stampa, gonzi
che se le bevono, succubi intellettuali che le applaudono e fanno
la corte a chi le ha scritte.
*
* *
Avrebbe potuto e potrebbe far meraviglia: ma non fa a chi conosca
da vicino il feticismo per la Germania che imperava e che impera
tuttora, per quanto opportunamente larvato, nelle nostre
università. Mi sono un po' seccato delle documentazioni; e siccome
documentazioni di tal fatta si rinvengono a prima vista negli
scritti di qualsiasi universitario, stralcio dai miei ricordi
personali qualche aneddoto ameno.
Tizio, discepolo, in una discussione di laurea, riferisce a Caio,
suo esaminatore e filologo di grido, certe argomentazioni
illogiche, al solito, e puerili, di un qualsiasi Eselkopf
alemanno. Caio fraintende, crede che le suddette argomentazioni
siano di Tizio; e, siccome fuori della filologia è persona di
buon senso e di mente acuta, ne riconosce la goffaggine
e la puerilità, e le combatte con finezza e con arguzia,
divertendocisi, senza badare alle proteste di Tizio. Il quale,
solo dopo l'intera confutazione riesce a far intendere che quegli
argomenti non sono suoi, bensí di Eselkopf, e che egli anzi vuole
confutarli. Momento di silenzio imbarazzato: e poi, incredibile se
non l'avessi udito con le mie orecchie, gli argomenti di Eselkopf
sono accettati come assiomi, e confutata animosamente la
confutazione di Tizio.
Un altro filologo, a un giovine che gli ha inviato un volume di
cinque o seicento pagine, risponde: «Ho letto con piacere il suo
diligente _lavoretto_. Ha consultato l'_opera_ del Wilamowitz?»
(saranno state una dozzina di pagine sí e no).
Terzo ed ultimo aneddoto. Ad un esame, uno scolaro dice che sotto
l'apparenza scherzosa le satire d'Orazio nascondono un contenuto
serio. E il filologo professore, perentoriamente: «=Un tedesco= le
ha chiamate _eine lachende Satir_». Capite? Mica Buecheler, o, che
so io.--UN TEDESCO. _Tanto nomini nullum par elogium_.--E per non
essere bocciato, lo scolaro dove' striderci.
*
* *
Ma--interrompe a questo punto l'arguto lettore,--e che razza
d'uomini erano quelli invasi da cosí cieco fanatismo? Asini?
Citrulli? Procaccianti?
Neanche per sogno. Erano, tranne qualche eccezione, uomini di gran
coscienza, di molta dottrina, e spesso non privi di un certo gusto
letterario. Se non che erano intossicati sino alle midolla dai
batterî della _Filologia scientifica_, che ho isolati e studiati a
lungo nel corso dei miei articoli.
E poi, c'era anche un'altra ragione, d'indole non interamente
intellettuale, bensí pratica; ma non però meno efficace e
spiegabile.
Gli studiosi italiani che dal '70 all'80 circa si recavano
in Germania, lasciavano un paese dove gli studî erano tenuti
in pochissimo conto, gli studiosi remunerati poco o nulla,
le biblioteche sprovviste, le facoltà universitarie incomplete
o addirittura informi. E in Germania trovavano invece una
organizzazione perfetta, cattedre per qualsiasi ramo dello
scibile, scuole di magistero, biblioteche ricchissime, ordinatissime,
larghissime nei prestiti, bene illuminate e ben riscaldate.
Il professore italiano, si chiamasse pure Giosuè Carducci o
Francesco De Sanctis, era in Italia un povero diavolo, che abitava
al quarto piano, in un quartiere fuori mano, magari operaio,
dentro una casuccia meschina, sguernita, spesso fragrante di
cucina e sonora di querele e di risse puerili.
Ed Herr Professor, fosse pure uno impermeabile zuccone, abitava un
villino suo, sopra un declivio aprico, con un giardino a roseti e
viali di ghiaia, dove scherzavano bimbi rosei, biondi, paffuti,
nettissimi. Apriva l'uscio una correttissima _Fräulein_ (possibile
fosse una cameriera?) in attillato abito nero. E per una sfilata
di ampie stanze ben mobiliate, tra una fresca fragranza di atomi
resinosi, il povero neofita italiano (_il pidocchioso italiano_,
come ci chiamano i tedeschi nei momenti d'intimità affettuosa),
giungeva nel _sancta sanctorum_, cioè nello studio di Herr
Professor: due, tre stanze, con magnifici scaffali, libri con
rilegature di gran lusso, busti, fiori, quadri e diplomi per le
pareti, secondo i gusti, il busto dell'imperatore; e in un angolo,
serio ed impassibile come un automa, il segretario, che ricopia a
mano o a macchina le lucubrazioni di Herr Professor.
E chi poteva essere quello spirito indipendente, quello straccione
filosofo, quel protervo buddista, che dinanzi a tanta magnificenza
osasse proporre a sé stesso l'irriverente quesito se per caso, ad
onta di cosí rutilante allestimento scenico, Herr Professor
potesse essere un solennissimo lavaceci?
Arrogi che Herr Professor, venerato dagli studenti e dai cittadini
come un Indigete, era in genere cortese ed accogliente verso
l'umile ospite: sicché questi vedeva riverberato sopra la sua
misera persona qualcuno dei raggi che sprizzavano dalla calva
fronte e dai lucidi occhiali del dotto alemanno. Arrogi tutti gli
elementi della cultura extra-scolastica, riviste, teatri,
concerti, gipsoteche, gallerie, facili, a portata di mano. Arrogi
una vita scrupolosamente ordinata, come conviene agli studiosi,
una sapida cucina, un confortevole riscaldamento. E tu vedrai,
paziente lettore, come al povero studioso che giungeva dal
disordine e dalla incuria italiana, la Germania apparisse come la
vera patria dell'aspirante alla cattedra universitaria.
E quasi tutti erano giovani, negli anni in cui l'animo si protende
avido e duttile per ricevere le impressioni che rimarranno poi
incancellabili. Tali impressioni, per questi uomini, si
inquadrarono in sagome tedesche. E la immagine del primo amore,
che non vanisce mai dall'anima umana, anzi la impronta della sua
luce per tutta la vita, ebbe per essi le gote rosee e le chiome
bionde d'una sentimentale Margherita.
Ora intenderete bene come tutti i giovani studiosi che trascorsero
in Germania gli anni del loro noviziato _scientifico_, tornati qui
in Italia, guardassero poi sempre alla Germania come al paradiso,
all'eldorado, al paese di cuccagna degli studî, e vagheggiassero
il sogno di costruirne in Italia uno simile a quello. Piú
piccino, s'intende, ma perfettamente uguale in ogni sua parte. E
per riuscire a tale costruzione, occorreva dunque non perder mai
di vista l'originale, il modello da copiare. E cosí fecero quelle
brave persone; e cosí dissero che bisognava fare ai loro scolari.
Dunque, le intenzioni erano buone: la condotta di quegli uomini
era coscienziosa e umanamente spiegabile.
E riuscí fatale alla cultura italiana.
VII.
LA SELEZIONE ALLA ROVESCIA
Quando in Italia si procede' al riordinamento degli studî
classici, la raccolta e l'epurazione del materiale, non solo per i
grandi autori, ma anche per i minori e per molti dei minimi,
attraverso le grandi trafile dei periodi filologici che abbiamo
esaminati (cap. II), erano già compiute: anzi si poteva scorgere
qua e là qualche sintomo del decadimento, che s'è poi manifestato,
dovuto alla manía di far qualche cosa di nuovo dove tutto era già
stato fatto.
E perciò sarebbe stato perfettamente inutile che gli Italiani
ricominciassero questo lavoro per proprio conto. Essi avrebbero
dovuto piuttosto profittare di quel materiale, elaborarlo secondo
la propria indole, e dare al loro paese tutto quanto mancava nel
campo della cultura classica: ristampe corrette di classici,
classici commentati, traduzioni di tutti gli autori, lessici,
studî generali e speciali intorno alla letteratura, la storia, la
filosofia greca e latina.
«Un momento--m'interrompe qui un puro filologo--. Gli eroi della
filologia alemanna erano andati ben oltre il semplice lavoro di
preparazione. Essi avevano anche date alla patria tedesca tutte
quelle ulteriori elaborazioni, tutti quei lavori di sintesi che
voi avreste vagheggiati per la patria italiana. Dal momento che,
come voi dite, avremmo dovuto servirci del loro lavoro analitico,
perché non profittare anche delle sintesi? Era piú comodo e
sbrigativo».
Adagio, signor mio. La prima parte, dico la preparazione del
materiale, cioè la bisogna strettamente filologica, è realmente
opera di carattere oggettivo; sicché, salvo imponderabili
differenze, tanto vale la edizione critica d'un tedesco, quanto
quella d'un francese. Ma in ciascuna ulteriore elaborazione
entrano subito in folla elementi fortemente soggettivi: il gusto,
il sentimento, la passione, in una parola quel complesso di doti
che costituiscono il carattere specifico, vuoi d'una persona,
vuoi d'una stirpe: complesso ineliminabile, senza il quale
nessuna opera di pensiero sarà mai altro se non grama tediosa
compilazione. Ora quei libri, composti bene, e spesso benissimo,
per la patria tedesca, non potevano convenire, e non convengono
infatti, a cominciar dagli ottimi, alla intelligenza, al
carattere, al sentimento italiano. E quali insidie possano poi
nascondersi in simili travasamenti, fu ben mostrato da Aldo
Sorani, con l'esempio di certi volumetti fatti tradurre dal
tedesco in italiano, a edificazione dei giovani e delle persone
culte, da quei filologi medesimi che reclamano la originalità del
lavoro italiano nelle trascrizioni dei codici. In uno di quei
volumetti, per non citar che un esempio, si insinua con molto
garbo che l'impero tedesco è il legittimo erede del potere della
saggezza e del gusto di Atene e di Roma[33].
Torniamo a noi. Gli studiosi di cose classiche avrebbero dovuto in
Italia dedicarsi a questa ulteriore elaborazione. Ad essa li
esortavano la opportunità del momento, la nativa attitudine degli
Italiani, meglio disposta alla sintesi che non alla semplice
analisi, e infine i grandi precursori, dal Poliziano, al Leopardi,
al Foscolo; i quali tutti, e coi precetti, e con l'esempio,
insegnarono che precipua dote dello studioso di cose classiche
dev'essere, non la pazienza, dichiarata dai tedeschi requisito
supremo del filologo, bensí il fine intuito letterario[34].
Ma i valentuomini chiamati allora a riformare, a dirigere tali
studî, erano infatuati, imbevuti, intossicati sino all'intime
fibre di germanesimo e di metodo scientifico. Scientifico è,
vedemmo, secondo i novissimi filologi, solo l'appuramento di fatti
precisi, per quanto minimi e in apparenza trascurabili. E però,
stringi stringi, vennero dichiarati _scientifici_ solo i lavori di
questo genere:
1) Trascrizioni di codici (magari fotografie: anzi, piú
scientifiche, perché piú fedeli).
2) Collazioni dei medesimi.
3) Cataloghi (anche spropositati).
4) Discussioni e accertamenti di fatti singoli, purché «ben
limitati; perché tanto piú è limitato, e tanto piú chiaro riesce
il campo d'osservazione». Microcefalico, ma testuale.
5) Congetture. Questa è la piú gran fabbrica di mulini a vento. Ma
era di gran moda in Germania, e strideteci.
Questi dunque, ed altri di tale risma, lavori scientifici: gli
altri tutti, dove bisognasse far lavorare un po' il cervello,
bollati in blocco come fantasticaggini, castelli in aria,
esercitazioni da dilettanti.
Ora, poiché la maggior parte, anzi, tutti quelli che in Italia si
dedicavano a tali studî erano, come tuttora sono, persone che
debbono guadagnarsi il pane quotidiano; poiché dinanzi a loro non
c'era aperta altra via se non la cattedra; poiché, infine, per
giungere alla cattedra, bisognava passare sotto le forche caudine
di esaminatori _scientifici_, i quali nel giudicare i _titoli_ non
sempre sapevano fare astrazione del genere, e giudicare il valore
intrinseco: ne venne, ineluttabile conseguenza, che tutti questi
studiosi, convinti o non convinti, si diedero anima e corpo alla
sedicente produzione scientifica, trascurando l'altra; che, o
mancò assolutamente, o rimase affidata a mestieranti.
Uno dei corollarî pratici di tale uniforme indirizzo fu che la
scuola italiana, sino ai nostri giorni, rimase sprovvista quasi
interamente di strumenti proprî, e dove' dipendere dalla Germania.
E adesso che, se Dio vuole, le vie della Germania sono chiuse, ce
ne siam dovuti accorgere.
Ma questo sarebbe il meno. Gli è che codesto cieco esclusivismo,
con un sottilissimo ingranaggio di cause e d'effetti, condusse ad
una strana svalutazione dell'ingegno italiano, agli occhi degli
stranieri, e agli occhi nostri medesimi. Esaminiamo anche questo
processo.
Il cosí detto _metodo scientifico_, fu, come vedemmo, invenzione
tedesca. Esso si adattava perfettamente, senza una grinza, alle
loro facoltà di formiche: onde nel maneggiarlo sono e rimarranno
sempre superiori a tutti; ma meno di qualsivoglia popolo
riusciranno ad emularli gli Italiani, immaginosi, nervosi,
insofferenti. Essi invece si lasciarono scioccamente indurre alla
impossibile gara. E poiché la loro inferiorità riuscí piú che
tangibile, con la loro morbosa prontezza a denigrar sé stessi, si
affrettarono a riconoscerla. I tedeschi presero atto, con benevolo
sussiego.
Anche piú palese fu la miseria dei risultati. E questa, oltre che
dalle minori attitudini degl'Italiani, derivava necessariamente da
un'altra ragione. Come abbiamo già detto, quando l'Italia fu
spinta nel nobile arringo della filologia scientifica, il meglio
del lavoro era già compiuto. Le vigne erano state già vendemmiate,
s'era fatta anche la ribrúscola. Non rimaneva che qualche acino
qua e là, sfuggito agli occhi líncei delle spigolatrici. Fruga
fruga, i poveri Italiani trovavano poco o nulla. Onde, in quella
cinquantina d'anni che durò questo travaglio da pitocchi,
gl'Italiani, paragonando alla produzione veramente colossale della
filologia tedesca quel pochissimo che riuscivano a mettere
insieme, si sentivano striminzire, sentivano via via germinare in
fondo al caro cuore lo scoraggiamento e la disistima di sé
medesimi, e giganteggiarvi sempre piú l'ammirazione per gli
eselkopfiani.
«Non siamo ancora abbastanza scientifici!--badavano pertanto a
gridare i maestri.--In Germania, in Germania! Lí sono le uberrime
fonti del sapere!». I poveri neofiti sgobbavano, vincevano le
borse di perfezionamento, correvano in Germania, facevano ogni
sforzo per intedescarsi. Ne ho conosciuto qualcuno che, non miope,
inforcava occhiali di puro vetro, non calvo, si radeva la zucca a
fil di rasoio, per somigliare anche nell'aspetto ad un filologo
tedesco. Ma tutto era inutile. Qui, dove fiorisce il mirto, la
filologia scientifica non si acclimava. Veniva su stentata,
cachettica, con le fibre attossicate.
Herr Eselkopf, per quanto benevolo, non poteva non accorgersi di
tanta miseria. Non ritirò l'augusta sua protezione, ma trattò i
famuli di qui e la loro produzione col massimo disprezzo. Tutti i
sassolini fan brodo (son proprio brodi di sassolini): ma quelli
italiani, Eselkopf non li raccattava neppure. Vo' dire che i
filologi tedeschi, pur proclamando che «bisogna tener conto di
tutto», dei lavori scritti in Italia non tenevano il menomo conto,
anzi si guardavano bene pur dal citarli. E i filologi italiani
talvolta strepitavano un po'. Ma come i cúccioli, che guàiolano lí
per lí alle legnate, ma finiscono per ritenere dotato di poter
sovrumano chi glie le ha appioppate sul groppone.
*
* *
Questo per la produzione. Nelle aule delle Facoltà di lettere il
metodo scientifico produsse poi un effetto deleterio, allontanando
dagli studî letterarî quei giovani appunto che a tali studî
avevano inclinazione e reali disposizioni.
I giovani che si presentano nelle Facoltà di lettere si dividono
nettamente in due categorie.
1) Quelli dotati di reale passione per gli studî letterarî.
2) Quelli che mirano al diploma, e basta.
I primi, ebbri del giovanile amore per l'arte e per la poesia, che
nel cuore degli eletti avvampa con piú furia di ogni altro amore,
vengono alla Università a chiedere una parola di luce, a chiedere
la rivelazione d'un mondo appena intravisto nelle scuole
secondarie. Nel Liceo, pensano, tutto è necessariamente
monco, superficiale, annegato nella miseria scolastica. Ma
nell'Università tutto sarà elevatezza e fulgore. Qui spazieremo
infine a nostro agio, dietro le orme di guide sapienti, nei
giardini meravigliosi, nelle foreste incantate della poesia e
della storia. Qui apprenderemo, infine, a cogliere la magica
poesia d'un inno di Pindaro, la ermetica saggezza d'un canto di
Lucrezio, la luce armonizzata d'un canto del _Paradiso_. Il loro
cuore trepida come quello dei Coribanti sulla soglia del
santuario.
Entrano nel santuario, e che cosa trovano? O, per meglio dire, che
cosa trovavano, poiché il metodo scientifico ebbe stesa in tutte
le Università la ferrea tirannide che oramai, per fortuna, da
qualche anno in qua, comincia a vacillare?
Ahimè! Un soporifero semibalbuziente, per cinque o per dieci
lezioni, attraverso un formicolio di nomi e di opinioni tedesche,
stillava frigidi sudori per decidere se convenisse dire Virgilio o
Vergilio, Marco Accio Plauto o Tito Maccio Plauto. E questa era la
letteratura latina.
Un altro consacrava un anno intero per allineare tutte le
opinioni, e abbiamo detto quanto possano concludere, schiccherate
dai perdigiorni tedeschi e seguaci intorno alla famigerata
questione omerica. Omero magari non si leggeva. E questa era la
letteratura greca.
Un terzo dettava da qualche suo scartafaccio, per un anno o due,
schemi metrici copiati da qualche codice inedito, o impiegava
qualche lezione a stabilire se il tal poeta fu battezzato il 14 a
sera o il 15 mattina. Questa si chiamava letteratura italiana.
Un quarto, e poi basta, ché anche il ricordo mi nausea, vi metteva
sotto il naso qualche cronicaccia medievale, e vi faceva
trascorrer l'anno a leggiucchiare e tentare emendamenti del testo
spropositatissimo. Quando per un paio d'anni avevate ingoiata
simile bigutta, par di sognare, ma vi assolvevano ad insegnare
_storia moderna_.
Il povero neofita cascava dalle nuvole. E vuoi subito, vuoi dopo
qualche vano tentativo di resistere a quel martirio, fuggiva per
disperazione le aule soporifere. E a mano a mano, tale aureola di
papavero ebbe circondate le Facoltà di Lettere, che i giovani
d'ingegno neppure le cercarono piú, ma tentarono lor ventura in
plaghe meno paurose, nella libera letteratura o nel giornalismo: e
formarono, e formano tuttora, un nucleo di cultura interamente
separato dal mondo universitario.
Ora poi, mentre i giovani forniti di attitudini artistiche e
letterarie venivano a mano a mano dissuasi o respinti dalle
Facoltà di Lettere, gli altri, quelli del diploma, venuti senza
reali attitudini, e, del resto, senza neppur presunzione d'averne,
si trovarono d'un tratto a sentirsi cresciuto, come per miracolo,
il piú pronunciato bernoccolo per la _letteratura scientifica_.
Molti che nel Liceo ce la sfangavano sí e no, col minimo dei
punti, che stentavano a legger correntemente un brano di latino,
detestavano i poeti greci, sudavan freddo a mettere giú una
paginetta d'italiano e a leggere a garbo una terzina di Dante:
tutti questi ragazzi si trovarono come confezionati apposta
da Domeniddio per gli studî universitarî. Riveder codici,
frugacchiare archivî, stender cataloghi, allineare le opinioni
altrui, respingere come dilettantesimo ogni velleità di gusto,
ogni aspirazione artistica, erano mestieri che parevano inventati
apposta per loro. Ci si buttavano a corpo perduto, c'ingrassavano
a vista d'occhio. E non vi so dire se i professori scientifici,
sempre piú inaciditi via via dal palese abbandono in cui li
lasciava intanto il mondo culto non accademico, tenevano cari quei
docili apostoli. Li accoglievano, li tiravano su a bricioline e
pillole di severità metodica, li assolvevano dottori, e poi
cominciavano ad arrabattarsi e mestare per procurare ad essi il
viaggio di perfezionamento a Gottinga, la cattedra di Liceo, la
cattedra, poverini, d'Università. Erano, sí, un po' ridicoli e
scocciatori; erano svaniti di molto e cacasenni; ma anche
erano, càttera, i puri rampolli del buon seme scientifico,
quello procurato in Germania. E a suo tempo avrebbero spigato
altri cacasennini piú piccinini, ma sempre a loro immagine e
somiglianza. E cosí finalmente la filologia italiana sarebbe
divenuta davvero e per sempre, quali essi la vagheggiavano,
tritume, polverume, poltiglia di parolette. E le facoltà di
lettere si avviavano gloriose e trionfanti al rimbambimento
completo.