deponete ogni male inteso amor proprio, e rispondetemi in
coscienza. Diamoci un'occhiata attorno. Dopo cinquant'anni
d'intenso lavoro_ scientifico_, la _scienza filologica_ italiana
ha prodotto opere che si possano equiparare alla _Storia della
letteratura italiana_ e ai _Saggi_ del De Sanctis, ai _Discorsi
sullo svolgimento della letteratura nazionale_ e ai cento altri
studî del Carducci, alla _Storia dei Mussulmani in Sicilia_
dell'Amari, al _Virgilio nel Medio Evo_ del Comparetti, e ai
lavori in genere del D'Ancona, del Settembrini, del Bonghi, del
Vannucci, del Bartoli?--No, è vero? La risposta non può essere
dubbia. Andiamo avanti.
È vero o non è vero che, ad onta di tanti perfezionamenti di
metodi e di tanta folla di studiosi, ci troviamo imbarazzatissimi
a cuoprire degnamente le cattedre vacanti, e specialmente quelle
delle discipline piú importanti, specialmente quelle di
letteratura italiana, specialissimamente quelle di letteratura
latina? Anche questo non saprete negarmelo.
E ditemi ancora. Quando nei concorsi alle cattedre di scuole medie
abbiamo esaminato centinaia e centinaia di giovani aspiranti,
dobbiamo o non dobbiamo deplorare quasi sempre che questi
giovani, pure usciti da codeste nostre università filologiche
scientificamente organizzate alla tedesca, non sappiano leggere
con giusta pronunzia né a senso una canzone del Petrarca, non
scrivere una paginetta di latino senza infiorarla di spropositi,
non intendere a prima vista autori latini che i nostri padri
e i nostri nonni, _scolari dei preti_, sapevano a memoria,
interpretavano dormendo?
E quante volte, ricordate, _in camera charitatis_, abbiamo
dovuto deplorare che nelle aule di lettere, e massime dopo il
miglioramento degli stipendi, si affollino giovani che per gli
studî letterarî non nutrono la menoma passione, che non leggono
mai né una storia, né un romanzo, né un poeta, che non dimostrano,
in genere, veruno sfavillio di pensiero: e che i giovani di piú
fervido ingegno corrano invece tutti alle altre Facoltà, quelle di
legge, di medicina, di scienze?
E, uscendo dalla scuola, vi siete accorti che oramai professore e
seccatore sono divenuti sinonimi quasi assoluti? Avete badato al
fatto che gli artisti, i quali un tempo solevano vivere in
fraterna dimestichezza con i dotti, adesso, al solo fiuto del
_professore_, scappano a gambe levate? Avete mai osservato che i
grandi movimenti di pensiero e di cultura avvengono, oramai, fuori
dell'università, e contro l'università? E le violente ribellioni
dei giovani contro la dottrina ufficiale ed accademica, ultima e
piú clamorosa il futurismo, le crederete davvero ispirate tutte ad
ignoranza, a malanimo, ad astio, ad invidia, insomma a sentimenti
ignobili, e quindi da spregiare, da non badarci, da non curarsene?
Sono sintomi gravi, cari colleghi. Tutta la cultura italiana è
viziata, attossicata. E dunque, non vi rincresca, se pure avete a
cuore le sorti della nostra patria, di studiare anche voi il male,
di aiutare la mia ricerca. Io potrò sbagliare la diagnosi, i
rimedî che suggerirò potranno sembrare inefficaci o inopportuni.
Confutatemi, e riconoscerò volentieri l'error mio. Ma non cadiamo,
per carità, nella solita presunzione di crederci ciascuno unico
depositario della verità, e di soffocare problemi di capitale
importanza, con le velate allusioni maligne, con le insinuazioni
personali, con le materiali occulte opposizioni.
*
* *
La maggior parte degli uomini chiamati, intorno al '60, a
rianimare la cultura d'Italia, erano principalmente studiosi di
letteratura italiana; e da persone di senno e di coscienza quali
erano, incominciarono con l'esaminare le condizioni della loro
disciplina, per scuoprirne le lacune e studiare il modo di
colmarle. Ora, questi uomini cosí diversi di cultura, d'ingegno,
d'indirizzo, si incontrarono tutti in un punto: nel sostenere che
occorreva sostituire ai metodi allora imperanti nelle università
un indirizzo severamente positivo. Non parliamo del Carducci e del
D'Ancona, è cosa nota; ma perfino il De Sanctis, sospetto,
ingiustamente, di spregiare la precisione dei fatti, scriveva
testualmente queste parole: «Gl'impazienti ci regalano ancora
delle tesi e dei sistemi: sono stanche ripetizioni che non hanno
piú eco. La vita non è piú là. Ciò che oggi può essere utile, sono
lavori serî, e terminativi nelle singole parti»[29].
E s'intende bene il perché di questa concordia. Da un lato
occorreva reagire ai pessimi vezzi della cultura italiana, al
fatuo rimbombo delle cattedre d'_eloquenza_, allo schematismo
vacuo pedantesco dei puristi, alle cicalate e alla zazzera degli
epigoni romantici: dall'altro molti campi ancora inesplorati
della letteratura italiana richiedevano l'applicazione del metodo
che dicemmo ottimo, anzi unico, nelle fasi iniziali di ciascuno
studio, quello severamente filologico.
E seguirono anni ed anni di austera disciplina. Se non che,
nessuno di quegli uomini perde' mai di vista alcune verità
fondamentali. E cioè:
1) Che questi studî positivi avevano carattere di mezzo e non di
fine.
2) Che quindi l'indirizzo positivo, ottimo ed unico per preparar
materiale, non doveva uscire dal gabinetto dello studioso, il
quale, e nella cattedra, e nei libri, doveva offrire una
elaborazione superiore di quel materiale.
3) Che la ragion d'essere di questo indirizzo sarebbe venuta a
mancare quando fosse compiuta la raccolta del materiale tutt'altro
che inesauribile: che dunque tale indirizzo aveva carattere di
transitorietà: che era programma di lavoro, e non poteva divenire
_metodo_, di valore assoluto, immanente.
Ho detto che questi uomini non perderono mai di vista tali verità.
Forse è piú esatto dire che la coscienza intima di tali verità
diresse sempre la loro attività pratica. A nessuno di loro passò
mai per la mente di spacciar dalla cattedra, di raccoglier nei
libri, fatti nudi e crudi, e di convincere i gonzi come fanno i
tedeschi, che quei semplici fatti fossero storia, storia della
letteratura, critica letteraria. E non parlo del De Sanctis né del
Carducci ché sarebbe superfluo. Ma Alessandro D'Ancona, il quale
passa per l'antesignano piú genuino dell'indirizzo _storico
positivo_, elaborava con ogni forza intellettuale e con ogni
finezza stilistica le sue lezioni universitarie; ed ogni pagina
dei suoi numerosissimi scritti è impregnata del suo simpatico,
argutissimo spirito. Altro che _impersonalità_ scientifica,
signori miei!
La intima coscienza non si oscurò dunque mai. Ma negli ammonimenti
teorici, seguitarono forse a predicare troppo assolutamente il
verbo del positivismo storico, anche quando il periodo in cui
questo tornava utile, era già trascorso. Forse occorreva già
reagire alle esagerazioni del metodo, ciecamente abbracciato e
seguito, al solito, dalle «piú deboli forze», quando invece, nel
1883, il Graf, il Novati e il Renier fondavano il _Giornale
storico della letteratura italiana_, e bandivano, con rinnovata
baldanza, il verbo storico positivo[30].
Ma questo non m'importa per ora. M'importa stabilire che il metodo
storico, autorevole per quei nomi insigni, accreditato da opere
eccellenti, divenne ottimo addentellato al metodo filologico
scientifico, piovutoci di Germania, specialmente pel tramite della
filologia classica. Se si fossero presentati cosí all'improvviso,
senza preparazione degli spiriti, gli imperativi categorici di
quel metodo si sarebbero mostrati, quali sono in realtà, e quali
li abbiamo dimostrati, risibili sciocchezze. Ma gli Italiani erano
già preparati da molti e molti anni di _metodo storico_. Questo e
il nuovo metodo tedesco poterono sembrare, e non erano, rami
divelti dal medesimo albero. Il metodo _scientifico_ tedesco si
innestò sul solido tronco del metodo storico italiano, attecchí, e
con la fecondità delle male erbe coprí in breve tutti i campi
della cultura italiana d'un fittissimo intrico di cardi, di rovi,
di lappole, di pugnitopi. Ed anche in questa macchia impervia
entriamo risolutamente, anche a costo di graffiarci le mani, e di
lasciare attaccato alle spine qualche lembo delle vesti o della
viva carne.
*
* *
Di studiosi specialmente versati nelle letterature classiche, in
Italia ce n'era in fondo uno solo di grande valore: Domenico
Comparetti. E il Comparetti, un po' per l'isolamento, che esclude
i contrasti e i loro fecondi risultati, un po' per il suo
temperamento, non professorale, non vago di teorie, non paziente
di propaganda, non si propose il problema delle condizioni e dei
bisogni della sua disciplina in Italia. Per lo meno, non lo studiò
con l'ardore del Carducci, del D'Ancona, del De Sanctis: tirò
diritto per la sua via, ampia e luminosa. E quindi, per gli studî
dell'antichità classica si andò un po' alla cieca. Si chiamarono
professori e studiosi tedeschi, come una volta i principotti
chiamavano capitani e soldatesche di ventura; e si mandarono,
dicemmo, Italiani ad imparare in Germania, come una volta i figli
di regoli barbari andavano a dirozzarsi ad Atene o a Roma.
I tedeschi chiamati in Italia non furono moltissimi: l'Italia non
è la Turchia, non è la Grecia, non è nemmeno l'America; e il piú
elementare sentimento estetico rendeva insopportabile un
professore che veniva a raccontarci i fasti di Roma, balbettando e
deturpando la lingua di Dante. Non furono moltissimi, ma non
furono nemmeno tanto pochi. Per rimanere solamente nel campo degli
studî letterarî, ci fu un tempo in cui lo straniero che fosse
venuto nella dolce Italia a studiare antichità classiche, avrebbe
trovato sulla cattedra di Palermo, ad insegnare storia antica,
Adolfo Hiolm. A dirigere il Museo di Bari, Max Meyer. A Roma, alla
cattedra su cui aveva seduto Ruggero Bonghi, Giulio Beloch era
stato chiamato dalla fiducia del governo italiano ad esporre la
storia Romana. Emanuele Loewy (un gentiluomo, questi; e ce ne sarà
stato qualche altro; ma ciò non vuol dire) insegnava la storia
dell'arte. Adolfo Berwin dirigeva, con la brutalità d'un caporale
prussiano, la Biblioteca di Santa Cecilia. La Galleria Corsini era
sotto la guida di Paolo (mi pare) Kriststeller. A Torino il Müller
insegnava letteratura greca. Questi, e tanti e tanti altri
professori d'altre discipline, occupavano posti ufficiali,
retribuiti dal governo italiano. Ma in ogni grande città d'Italia
c'erano poi istituti _scientifici_ tedeschi, formicolanti, come
s'intende, di persone altrettanto scientifiche, stabili o di
passaggio. Per rimanere a Roma, e lasciando stare il padre Ehrle,
direttore della Biblioteca vaticana, il quale dunque operava su
terreno neutro, c'erano i due grandi covi dell'_Istituto storico
prussiano_ e dell'_Istituto archeologico germanico_.
Del primo, non so gran cosa. Le vicende del secondo sono note
anche al gran pubblico, perché se ne è parlato nei giornali.
Sorse come istituto internazionale; ma con uno dei suoi abilissimi
colpi di mano, la Germania se ne rese padrona assoluta. Sicché
ora, sfolgorante di stonate policromie, e sempre olezzante di
grassa cucina, ricetta una sceltissima falange di giovani
archeologi, venuti in Roma a raffinare il gusto nativo con lo
studio dei libri tedeschi; e dalla vetta solenne del Campidoglio,
in bella simmetria col Monumento al Padre della Patria, attesta
all'Urbe la gloria di Guglielmo imperatore e del metodo
scientifico alemanno.
Nei primi tempi dell'alleanza fu sede ai dottissimi idillî degli
_scienziati_ tedeschi e italiani. Questi frequentavano la
biblioteca e assistevano alle sedute: quelli scendevano per tutta
Roma, e massime nel Foro, a scavare e far da padroni. Largivano
anche, ai piú fedeli _aficionados_ italiani, diplomi di soci
corrispondenti, ricercatissimi e gustatissimi.
Ma col tempo, il miele diventa fiele, il vino diventa aceto,
l'amore diventa uggia. Un bel giorno, a dirigere gli scavi del
Foro fu mandato Giacomo Boni, il quale con molto garbo chiuse le
porte in faccia agli ex padroni.--«Ma noi rappresentiamo la
scienza tedesca».--«E io rappresento il buon senso italiano».--Da
quel giorno gli scavi cominciarono a dare i risultati che tutto
il mondo conosce ed ammira[31].
Ma anche da quel giorno cominciarono i malumori. La cortesia
teutonica si appannò d'un velo. I direttori sí, rimasero corretti
verso gli ospiti italiani; ma lasciarono mano franca ad un
bull-dog, inserviente ma spadroneggiatore, il quale invigilava gli
studiosi italiani come il gatto guarda il sorcio, e piombava su
loro alla menoma infrazione ai centomila regolamenti della
biblioteca. I diplomi divennero piú rari: fioccarono invece
restrizioni su restrizioni. Ad un bibliotecario gentile se ne
sostituí da Berlino, per direttissima, uno cerbero. E ad ognuno
dei menomi incidenti agrodolci a cui dette origine la politica un
po' oscillante degli ultimi anni, partiva dall'Istituto la
minaccia di chiudere la biblioteca agli studiosi, e il rimprovero
di ingratitudine agli Italiani, perché, avendo quel po' po' di
agevolezza di poter usufruire d'una tale biblioteca, non erano
abbastanza pronti a curvar la schiena ad ogni beneplacito del divo
kaiser e dei suoi rappresentanti di Roma.
Dicevano proprio cosí. È cosa enorme, e pur vera. I tedeschi sono
venuti qui da noi per secoli e secoli a sfruttare le nostre
biblioteche, le nostre gallerie, i nostri musei e i nostri scavi.
Hanno ristampato i nostri classici, riprodotti i nostri quadri e
le nostre statue, ed hanno sparpagliato le edizioni e le
riproduzioni per tutto il mondo, e specialmente in Italia, e ci
hanno convinti che il popolo geniale non erano gli Italiani
che avevano create quelle opere, bensí i tedeschi che le
riproducevano. Con le riproduzioni hanno fatto fior di quattrini;
e fior di quattrini hanno fatto esercitando, legittimamente ed
illegittimamente, il commercio delle nostre antichità. Ma il
semplice concederci l'uso di una loro biblioteca, era tal
servigio da poterlo compensare solamente il nostro piú assoluto
vassallaggio. E quando al vassallaggio ci cominciammo a ribellare,
ancora assai prima che scoppiasse la guerra, le porte di quel
paradiso archeologico furono infine inesorabilmente chiuse ai
reprobi Italiani. E chiuse restino, e non si riaprano mai piú. E
speriamo che quel goffo baluardo teutonico, e l'annesso palazzo
dell'ambasciata, nelle cui sale si pompeggiano, dipinte
a fresco, le gesta d'Arminio, e si erge, pronto a ricevere
l'incommensurabile kaiser, il rutilante trono imperiale,
spariscano una volta per sempre dal Campidoglio, che dovrebbe
essere per noi sacro, e fieramente conteso al calpestio di ogni
piede barbarico.
E accanto agli istituti c'erano poi sciami di tedeschi
«scientifici» che venivano ad appollaiarsi sol suolo di Roma. Chi
erano? Donde venivano? Perché non cercavano un posto in patria?
Come campavano?
E chi lo sa? Piombavano a Roma con certi visi patiti, si
strofinavano alle porte dell'Università, facevano la corte a
professori, a giornalisti, a uomini politici, piangendo miseria,
piatendo un posto qualsiasi, tanto da poter vivere qui a Roma, ché
in Germania c'erano troppo freddo e troppa concorrenza. Ma anche
se non carpivano il posto, rimanevano lo stesso, e si ficcavano
nella società, scientifica e non scientifica. E dopo qualche mese,
si fabbricavano ciascuno il suo bravo villino, attiravano gente,
tenevano circolo, predicavano la grandezza della Germania,
miagolavano le cantate di Bach, mettevano su cattedra, vera
cattedra, non metafisica (Amelung), per consolarsi di quella non
potuta espugnare all'Università.
Come campavano?--E chi potrebbe dirlo? Di qualcuno s'è poi
risaputo, che, convinto di vergognose speculazioni di cimelî
archeologici, dove' in fretta e furia lasciare i posti e
restituire le onorificenze ottenute dalla dabbenaggine del
governo italiano. Ma gli altri, la maggior parte, rimanevano
enigmatici come tanti cavalieri del San Graal scientifico.--Mai
devi domandarmi!--E il governo italiano, Machiavelli o non
Machiavelli, si guardava bene dal curiosare.
Il danno prodotto dalla invasione di queste cavallette filologiche
fu enorme. Ma forse anche piú grande fu quello che arrecarono, in
buona fede, gli Italiani andati ad intedescarsi in Germania. E lo
vedremo nel prossimo articolo.
VI.
LA FILOLOGIA DI VENTURA
«Plutarco era un gran cretino!»--Queste parole, scandite con
incertezza fonica e con pretta sicumera teutonica, mi percossero
in pieno petto la prima volta che io, giovinetto, misi piede nelle
aule dell'Università di Roma. Le pronunciava Giulio Beloch,
chiamato dalla acefala Minerva, che presiede alle sorti
dell'istruzione pubblica, ad insegnare storia antica a giovani
d'Italia. E mi diedero subito una chiara visione della nobiltà di
sentimento, della elevatezza di forma che dovevano aleggiare in
quella scuola sacra alle rievocazioni classiche, e, dunque, anche
italiche: Plutarco era un gran cretino!
Nel mio ultimo articolo, a proposito dei professori tedeschi
piovuti ad insegnare in Italia, tentai il confronto coi soldati di
ventura che una volta scendevano d'Alemagna per rialzare le sorti
di questo o quel signorotto d'Italia: né penso di dover
abbandonare tale confronto.
E infatti, se esiste verità apodittica, questa è che ciascun
popolo deve conservare gelosamente i suoi segni specifici, quelli
per cui si distingue da tutti gli altri popoli, ed afferma il
proprio carattere[32]. Quindi, a rinnovare, a rinsanguare la
cultura d'un paese, conviene, sí, strappare i germi maligni, ed
anche tentare prudenti innesti da piante esotiche; ma occorre
innanzi tutto ricercare amorosamente tutti gli antichi virgulti e
gli antichi germi calpestati e imbozzacchiti, e risollevarli e
rieducarli con ogni sollecitudine: occorre studiare a fondo la
mente, il carattere, i costumi del popolo, per vedere quali forme
di cultura gli convengano e possano riuscirgli utili, quali invece
disutili o addirittura deleterie. Ora, questa è opera di
devozione, d'amore, opera di figli: la compierono, in Italia,
Giosuè Carducci, Francesco De Sanctis, Alessandro D'Ancona, tutti
gli altri uomini insigni di cui discorsi nell'ultimo articolo.
Ma si poteva pretendere, era ragionevole sperare che si
sobbarcassero a tale bisogna professori tedeschi spinti sino a noi
dalla plètora scientifica che inturgidiva le loro università, o
mandati con una missione di fiducia dal governo del kaiser? Santa
ingenuità di tanti che se la bevvero! Nella migliore ipotesi, si
limitavano a travasare frigidamente nei vasi di coccio italiani
quel po' po' di panacea che da un pezzo, come vedemmo, andava
inacidendo nelle ferree botti d'Alemagna. Nella peggiore, erano
spioni camuffati da «_persone scientifiche_» che, grazie al
_sèsamo apriti_ della filologia berlinese, intrufolavano il grifo
in tutti i ripostigli, scientifici e non scientifici. Nel maggior
numero dei casi, esercitavano quella forma media di spionaggio,
inventata e praticata con entusiasmo da tutti i nipoti di Lutero,
e che si esplica nel render convinta ogni persona della supremazia
unica ed assoluta della scienza tedesca, della politica tedesca,
della vita tedesca: nello iniettare in tutti gli spiriti la
persuasione che la somma felicità di tutte le creature umane
consisterebbe nel divenire scimmie dei tedeschi e tributarie del
kaiser. Natural corollario di questa cavalleresca propaganda, era,
come s'intende, lo svalutamento di quanto fosse italiano. Le
Pleiadi--direbbe Pindaro--non possono rimaner lungi da Orione.
Tutti i tedeschi, abbiamo detto, s'adoperavano a questa santa
predicazione; ma s'intende facilmente qual pulpito prezioso
dovesse essere una cattedra _scientifica_! Abbiamo visto, negli
scorsi articoli, come i tedeschi, grazie al _metodo filologico_,
avevano dimostrato, fra tante altre belle cose, che la nostra
famosa romanità, in ordine civile e giuridico valeva assai poco,
in ordine artistico e letterario, zero. Dal momento che queste
erano verità indiscutibili, acquisite alla scienza, come il fatto
che idrogeno piú ossigeno fa acqua, era non solo lecito, bensí
doveroso insegnarle dove che fosse: dunque, anche in Italia, anche
a Roma.
Ora lasciamo stare che codeste famose _verità_ erano invece
asinerie e menzogne degne di frusta e di capestro. Ma anche se
avessero racchiuso qualche parte di vero, conveniva proprio
lasciarle predicare sopra una cattedra italiana da un professore
straniero? Avrei un po' voluto vedere come i tedeschi avrebbero
conciato un professore italiano, il quale fosse andato, poniamo, a
Berlino, a dimostrare che Martin Lutero era uno sporcaccione, e
che le qualità predominanti dei tedeschi sono la brutalità, la
caparbietà, e la tontaggine! Se non che la bonarietà degli
italiani è, come la misericordia di Dio, senza fine; e la sozza
propaganda fu tollerata: perché alla menoma obbiezione, Giulio
Beloch, per esempio, rispondeva che l'università era il «tempio
sereno della scienza pura».
Giulio Beloch, peraltro, meriterebbe un monumentino di
riconoscenza nazionale. Ecco perché.
A codesta opera di esaltazione della germanità e di svalutazione
del latinesimo, nessun pulpito, come ho detto, era meglio adatto
d'una cattedra universitaria. I giovani, si sa bene, e massime i
piú ribelli, sono molli e plasmabili come cera; e un professore
tedesco o tedescofilo, razza prolifica come gli insetti nocivi, ha
presto fatto di mettervi al mondo una nidiata di tedeschini. E
questa opera deleteria si può compiere alla chetichella, senza
menare scalpore, magari cuoprendosi con un costellato manto
d'italofilia. Le parole volano, e specialmente volano le parolette
gittate là, a caso, con qualche droghetta d'ironia alemanna, fra
l'una e l'altra dimostrazione scientifica.
Le parolette volano, ma gli articoli restano. E l'egregio Giulio
Beloch, prototipo per eccellenza della professoraggine tedesca in
Italia, si lasciò trascinare una volta a scrivere un articolo.
Ed ecco come. Un bel giorno, lontana essendo ancora la guerra,
influendo ancora gli _scienziati_ di Berlino, come del resto
influiscono tuttora, vergognosamente, perfino sulle attribuzioni
di cattedre universitarie italiane, qualcuno pensò ad affidare a
Guglielmo Ferrero una cattedra di storia romana in Roma: vicino,
dunque, a Giulio Beloch.
Giulio Beloch fiutò subito i non lievi pericoli d'un confronto,
fra lui storico scientificissimo e soporiferissimo, e un giovane
italiano che forse era meno scientifico, ma coi suoi libri di
storia aveva saputo interessare il mondo. E corse ai ripari. Corse
ai ripari, scrivendo un articolo polemico: e cosí avviene che
nella _Rivista d'Italia_ 1911, 15 dicembre, si trovi conservato il
piú bel documento, lucido, meridiano, definitivo, della mentalità
professorale tedesca, in sé, e nei suoi rapporti con la nostra
grama Italia. Proporrei che se ne tirassero a spese del pubblico
erario cento o duecentomila copie da distribuire alle persone
culte d'Italia, aggiungendovi come appendice la risposta che a
volta di corriere (gennaio 1912), gli fece, nella medesima
rivista, Ettore Pais.
Lo scritto di Ettore Pais è un piccolo capolavoro di forza logica
e d'umorismo. L'immagine del gatto e del topo ha la barba lunga
parecchie spanne; ma leggendo questo scritto, non riusciamo a
discacciarla dalla nostra fantasia.
Beloch è proprio il povero sorcio, un sorcio tedesco, per giunta,
impacciato quanto lurco: Pais un gatto dalle unghie affilatissime;
e si diverte per pagine e pagine, costringendolo ai piú strani ed
inaspettati capitomboli.
Rimando il gentile lettore all'articolo del Pais, assicurandolo
che sarà ampiamente compensato del breve disagio di cercar la
rivista; ed espongo in brevi parole il perfido ed esilarante
scritto di Giulio Beloch.
*
* *
«C'è qualcuno--dice Giulio Beloch--che vorrebbe offrire una
cattedra di Storia Romana a Guglielmo Ferrero. Ma se la cosa
dovesse avvenire, gli studî di storia antica ripiomberebbero nello
stato in cui si trovavano una ventina d'anni fa.
«_Una ventina d'anni fa_--riferisco alla lettera le sue
parole--_la scienza storica italiana era tanto screditata, che
all'estero non si teneva conto alcuno dei lavori di storia antica
pubblicati di qua dalle Alpi_.