È tanto umano! Se io, per esempio, mi esprimo cosí: «Caio accetta

la tal correzione che nel codice tale della _Iliade_ una seconda

mano ha sovrapposto alla prima. Ma ne risulta un esametro con una

sillaba lunga nella tal sede, mentre i computi di Tizio hanno

dimostrato che per lo piú Omero evita la lunga in quella sede

dell'esametro»--: se mi esprimo cosí, tutti capiscono che cosa ho

voluto dire; ma tutti capiscono pure che per arrivare a questo

ragionamento non c'è bisogno d'una mente galileiana. Ma se io

scrivo invece: «La _teoria_ di Caio (_Phil. Unt._, II, s. 55) che

in A 139, m si ha da preferire ad M è dimostrata insostenibile

dalla _legge_, di Tizio, DGR^3. 185»; la gente penserà che codeste

cifre sibilline racchiudano dio sa quale astrusa e miracolosa

speculazione, inaccessibile a chi è fuor del santuario; e mi

piglierà per un'arca di scienza. E anche nella ipotesi, tanto

spesso verificatasi, che quelle formule, invece d'una anodina

osservazione, racchiudano qualche solennissima corbelleria, un

ministro della pubblica istruzione non potrà ragionevolmente

opporsi ad affidarmi, con l'articolo 69, una cattedra di

letteratura greca.

Dunque, i profani abboccarono. E assai piú volentieri abboccò lo

stato germanico, il quale, col fiuto commerciale che nessuno

saprebbe onestamente contendergli, aveva subodorato nel _filologo

scientifico_ un ottimo articolo spiologico. E cosí l'arido rifugio

dei filologi austeri venne consolato dalla manna mensile di

centinaia e centinaia di marchi. La Tebaide con lo stipendio.

*

* *

Ma l'uomo è un animale socievole. Dalla loro torre di celluloide,

i filologi cominciarono a guardarsi intorno. Che tristezza, aver

tante belle cose da dire, e non trovare un cane che voglia

ascoltarle! Il canto degli eselkopfiani si sperdeva tristamente

nel deserto. Ma che è, che non è, ecco altre voci, fioche, ma pur

voci, giungere sulle ali dei venti, da lungi, dalle terre

straniere. Oh diamine! E come non averci pensato prima! Sicuro! I

filologi delle altre terre, di Francia, Inghilterra, Russia,

America, Grecia, Spagna, San Marino, Italia! Quelli potevano

imparare la loro lingua, accordarsi al diapason dei loro

pensieri, formare con essi una umanità di pari, molto al disopra

della povera umanità solita, nel nome e sotto gli auspici

della filologia scientifica! E dalla torre di celluloide

partí un'altra bomba, carica di gas veramente asfissiante:

l'=Internazionalizzazione della filologia=.

Ma naturale, per bacco! E il mondo in tanti secoli non se n'era

accorto! Diamine! E che la scienza conosce patria o confini? E che

c'è una fisica tedesca, e poi tante altre fisiche, francesi,

russe, inglesi? Fisica è tutta! E analogamente, filologia è tutta!

Le letterature di tutto il mondo costituiscono una materia unica,

da studiare col medesimo metodo, il filologico, infischiandosene

altamente di tutta quella roba che ci andavano a cercare dentro i

bisnonni dei nostri arcibisnonni: i pensieri generosi, la

commozione, la celebrazione delle glorie avite, l'incitamento a

magnanime gesta.

Io non so se questo ragionamento internazionale fosse ispirato

agli eselkopfiani da malizia o solamente da matta bestialità. So

che esso serviva molto bene ad uno scopo per essi altamente

nazionale: cioè alla supervalutazione della letteratura tedesca.

Io non sono partigiano denigratore della letteratura tedesca. La

ammiro, non ciecamente, ed ho soprattutto sicura coscienza di

conoscerla, direttamente, assai meglio di tanti fanatici

germanofili ed ex-germanofili. Potrò errare nell'apprezzamento, ma

so quel che mi dico. Ora, la letteratura tedesca, incominciata

assai tardi, quando tutte le letterature d'Europa contavano secoli

di vita rigogliosa, vanta un solo poeta di primissimo ordine, il

Goethe, una sola fioritura veramente geniale, il romanticismo. Ed

io ho sempre avuto simpatia, anzi ho sempre sentita vera affinità

elettiva con questa candida e rosea fioritura dello spirito umano,

che conteneva tanti germi di pensiero di poesia e d'entusiasmo,

presto brutalmente calpestati dalle suole fangose del militarismo

prussiano. Io ho molto amato Hoffmann, Gian Paolo, Achim von

Arnim, Brentano; ed ancora mi son cari, ché non saprei renderli

responsabili dell'infamia e del cinismo dei loro tristi nipoti. Ma

anche la fioritura romantica è piú di aspirazioni che di opere. È

anemica, sporadica, informe. Non è un Olimpo, è un Limbo. E se si

guarda a fondo, il suo prestigio piú grande lo deriva dalla

musica, da Schubert, da Weber, da Schumann, da Beethoven, che

immerge le radici nel classico settecento, ma apre tutti i suoi

fiori nel piú ardente romanticismo. Né mai i poeti tedeschi

giungono al sereno equilibrio tra l'ispirazione e l'arte

cosciente, che costituisce l'intima essenza dei capolavori

classici. O tentano il cielo; e si perdono tra le nubi della

follia, come Nietzsche, o in una frigidità cristallina, come,

assai sovente, lo stesso Goethe. Oppure vogliono tuffarsi nella

umanità, e divengono sentimentali, come molti dei romantici,

declamatori, come spesso Schiller, frivoli e sgarbati, come non

raramente Heine. Forse la lingua stessa, tuttora nel periodo in

cui i singoli temi che informano ciascuna parola non sono bene

amalgamati, non è matura alle grandi creazioni[26]. Il rinnegato

Chamberlain, come tutti sanno, sostiene che codesta imperfetta

fusione costituisca invece una superiorità; perché ciascuna

parola tedesca lascia sempre sentir tutti gli elementi che la

compongono: sicché, quando un tedesco dice, per esempio:

Finger-hand-schuh (_scarpa dei diti della mano_, cioè guanto),

sente simultaneamente, nell'armonioso vocabolo, le dita, la mano

e la scarpa. Ma per confezionare simile ragionamento ci vuole

tutta la zucconaggine di chi, nato inglese, s'industria a diventar

prussiano. Sarebbe come dire che una cattedrale allora è

una vera opera d'arte, quando l'abbiate sbarazzata, magari coi

quattrocentoventi, delle sue statue, delle sue vetrate, dei suoi

veli di marmi versicolori, dei suoi rutilanti musaici, e ne

abbiate messe a nudo le travature, le grappe, i mattoni e il

calcestruzzo. La verità è che la parola latina è una gemma

iridescente, nella quale sono perfettamente fusi tutti i minerali

che l'hanno formata; e la parola tedesca è tuttora il fondiglio

non amalgamato di un crogiuolo forse mal costruito.

E va bene. Ma stabilito il principio che le opere dei poeti e

degli scrittori sono pura materia di scienza, da trattare con la

medesima obiettività scientifica, che, dunque, non può far

differenza tra il diamante e il carbone: ne risulta che, come

dinanzi alla infinita grandezza di Dio si agguagliano il moscerino

e l'elefante, cosí dinanzi a SUA MAESTÀ LA FILOLOGIA SCIENTIFICA

tanto vale la letteratura alemanna, quanto, poniamo, la

letteratura greca; alla quale, del resto, gli _usseri della morte_

della filologia paragonano insistentemente la letteratura tedesca,

in ardite punte volanti eseguite fuori del trincerone scientifico.

Un altro effetto dell'internazionalismo era poi lo svalutamento di

tutti i titoli nobiliari artistici e letterarî. È bensí vero che

quando Virgilio aveva scritto da un pezzo l'_Eneide_, i Germani

d'Arminio ululavano i loro belluini _barditi_; ma, ammessa la

concezione «scientifica», quale nipote di Virgilio vorrebbe essere

tanto rètore da inorgoglirsene di fronte a un nipote d'Arminio?

Previde la Germania, calcolò le conseguenze dell'internazionalismo

filologico? Inutile dimanda. Sussiste il fatto che, mentre dal

lato estetico esso tendeva a svalutare quello che in ciascuna

letteratura è piú prezioso, cioè il _carattere_: dal lato etico

mirava a scancellare quanto v'è nell'animo umano di piú profondo e

di piú nobile; e in primissimo luogo, il sentimento nazionale.

Pensate un po'. Noi non siamo Italiani e non ci sentiamo

orgogliosi di essere Italiani, perché siamo nati fra tanti gradi

di latitudine e tanti di longitudine. Bensí perché abbiamo comuni

certe memorie, certe fedi, certe speranze, certi sentimenti, certe

passioni. Questo patrimonio comune è retaggio dei nostri

antichissimi padri; e viene trasmesso, di secolo in secolo, dalla

letteratura. La letteratura è il ponte gittato fra il passato e il

presente, il mezzo per cui i nostri grandi avi rimangono sempre

fra noi, ci favellano, ci dànno continuamente il frutto prezioso

della loro secolare esperienza. E perché questo patrimonio è tanto

ricco e fulgido, noi ci sentiamo orgogliosi di possederlo. Ogni

scritto è composto, sí, di parole; ma di parole che cadendo nelle

anime germogliano vita. Le parole di Dante, le parole del

Petrarca, del Machiavelli, dell'Alfieri, del Foscolo, tennero

desta nel cuore degli Italiani la sacra coscienza della propria

nobiltà, che, trionfando infine d'ogni insidia barbarica, eruppe

dalle tenebre alla nuova luce fulgente.

Ma quando Herr Philologus vi fa persuasi che il primo dovere degli

Italiani non è quello di sapere a memoria la _Divina Commedia_,

bensí quello di collazionarne minutamente tutti i codici, o di

riformarne la grafia e la punteggiatura, sino a rendere

illeggibili i versi piú sublimi; allora, quando vi siate bene

imbevuti di codesta persuasione, sarete pure convinti che cercare

nei nostri grandi scrittori rievocazioni di memorie o incitamenti

a grandi opere, è superficialità, è retorica, è dilettantismo. E

dal '60 in giú, quanti e quanti, in Italia, si lasciarono

instillare da Herr Philologus codesta persuasione!

Dunque, o in buona o in mala fede, la Germania sparpagliò per

tutto il mondo sciami e sciami di _filologi scientifici_, a

diffondere il nuovissimo perfido verbo. E per non trovarsi ad

averne penuria, cominciò a fabbricarli a macchina; né la materia

prima poteva mancare. Abbiamo visto come la concezione scientifica

spalancasse le porte a due battenti alle _piú deboli forze_. Le

piú deboli forze corsero all'appello. Come, quando la gran patria

chiama, miopi, sciancati, varicosi, denutriti, gibbosi, accorrono

a sgozzare Belgi o Serbi; cosí microcefali, deficienti, maniaci,

corsero allo squillo della filologia scientifica. E quando furono

debitamente ferrati sul _metodo_, e, con la patente di _dottore in

filologia_, ebbero acquistata la incontrastabile signoria di

quelle ventiquattro, quarantotto, novantasei discipline che

abbiamo descritte, andarono, con sulle natiche callose il _made in

Germany_ della sacra accademia di Berlino, a disseminare ai

quattro venti il glutinoso polline della filologia scientifica.

E lavorarono bene. In poco d'ora, in tutti i paesi civili,

Francia, Inghilterra, Russia, America, Grecia, e specialmente in

Italia, la bruna Mignon sempre sospirata dal sentimentale

scimmione teutonico, sorsero, come per incanto, tante e tante

torricelle di celluloide, immediatamente collegate con mille fili

al gran torrione centrale di Berlino.

E dentro queste torricelle, bene isolati dalla comune dei mortali,

vissero e vivono i filologi ortodossi, favellando un lor gergo

speciale, ragionando con una specialissima logica, adottando usi e

costumi peculiari, strani, ben differenti da quelli della misera

gente profana.

E non hanno avuto ancora il loro Figuier.

V.

LOHENGRIN FILOLOGO

Prima di passare al punto capitale della mia ricerca, cioè alla

infiltrazione tedesca nella scuola e negli studî italiani, diamo

un'occhiata agli ultimi risultati del metodo filologico

scientifico in Germania.

Tali risultati sono, con matematica inflessibilità, conseguenti

alle premesse. Dichiarati superflui e nocivi, e banditi dagli

studî storici, letterarî, artistici, il sentimento ed il gusto,

ridotto tutto ad un appuramento e una raccolta di fatti, si

giunse, e non si poteva non giungere, al repertorio, alla

compilazione. Repertorî e compilazioni pure e semplici sono

oggimai tutti i libri tedeschi che pomposamente si intitolano

_Storia della letteratura_, _Dottrina metrica_, _Grammatica

scientifica_, _Storia della mitologia_.

Storia della letteratura il famosissimo Christ? Sono date di

nascita e di morte, fatti materiali, riassunti. Se ne leggete

venti pagine di fila, avrete rapita la palma a Didimo, che per la

sua coriacea resistenza di leggitore, fu chiamato _stomaco di

bronzo_. Dottrina metrica il Gleditsch? È un inventario, una

poltiglia di schemi ritmici, senza neppure il tentativo di

studiare l'essenza del ritmo, di stabilirne i principî, d'indagare

le ragioni naturali, storiche, estetiche delle sue multiformi

manifestazioni. Le grammatiche del Krüger e del Kühner non sono

che repertorî di fatti, e sia pure precisi, precisissimi.

Si potrà dichiararle utili a scopi professionali (io le trovo

inutilissime); ma per ammirarle ed entusiasmarsene, ci vuol

proprio la zucconaggine dei puri grammatici, i quali non sanno

deviare un millimetro dalle vecchie rotaie, e sembra non

sospettino neppure alla lontana la verità, già a suo tempo

mirabilmente formulata dal Giordani, che «la grammatica è parte di

metafisica la piú sublime»[27]. E vorreste chiamare_ Storia della

mitologia_ il Gruppe? È una bioscia indigesta, una bigutta, una

_olla podrida_. I fatti vi sono buttati a a casaccio, senza

ordine, senza discernimento, senza critica, come nel truogolo si

gittano al ciacco ossa di manzo, bucce di patate, torsoli di

cavolo.

E a mano a mano, neppure come repertorî servono piú codeste opere.

Se ne spacciano molte copie in Germania, e fuori di Germania, e

massime in Italia. E le nuove edizioni, spesso curate da nuovi

filologi, anche piú _scientifici_ degli originarî compilatori, si

vanno via via, sulla scorta delle _recentissime scoperte_,

rigonfiando, idropizzando, di fatti, di fatti, di fatti. E tutta

codesta abbondanza, che, secondo il concetto scientifico, dovrebbe

rendere piú profonda la conoscenza, serve a non far capire piú

nulla. Conoscenza è scelta, sceveramento, sintesi. Per esempio,

scrivere la grammatica d'una lingua, dovrebbe significare

approfondirne l'organismo con criterio filosofico, e scuoprirne i

principî regolatori, ai quali possa poi ciascuno agevolmente

riferire tutti i singoli fenomeni morfologici e sintattici. Ma se

voi trascurate l'analisi profonda dei principî, e mi date invece

tutti i singoli fatti, come appunto usano Krüger, Kühner e

compagni di Germania, mi trovo precisamente, punto e da capo, a

dover rifare per conto mio il lavoro di scelta, di sintesi,

d'ordinamento.--Ma pensare, l'abbiamo visto, è antiscientifico.

Scientifico è raccoglier sassolini. E mucchi di sassolini, anzi di

tritissima sabbia sono appunto codesti recentissimi manuali

tedeschi. Per esempio, il dizionario mitologico del Roscher,

incominciato, tanti e tanti anni fa, abbastanza bene, è

divenuto una selva cosí fitta e intricata di fatti e fattucci e

fatterellucci, che per cercare una notizia dovete impiegare una

settimana; e poi finite per non scovarla tra quel minutissimo

tritume, e dovete ricorrere a qualche altro lessico, per esempio a

quello inglese dello Smith, che è del 1815, ma è fatto da un uomo

che aveva la testa sulle spalle, e perciò è quel che dev'essere un

dizionario, vale a dire offre agevole risposta a ciascuna domanda.

Vero è che proprio negli ultimi tempi c'è stato qualche sintomo di

reazione «estetica» anche in Germania. Sicuro. Herr Philologus,

sebbene lautamente stipendiato, sebbene dichiarato, in Germania, e

massime in Italia, vir summus, sebbene pezzo grosso dell'accademia

di Berlino, ha cominciato a sentire, cosí a fiuto, che codesta sua

produzione «severamente scientifica» è un po' roba da ufficiale di

scrittura. Herr Philologus ha riscosso allora, nelle adipose

budella, il vecchio sentimento tedesco, e ha cominciato a largire

ai profani _interpretazioni estetiche_. Abbiamo visto di che

risma: e, sempre a richiesta dei filologi increduli, eccomi pronto

a moltiplicare gli esempî.

Troppo tardi, Herr Philologus! Nessuno, neanche un Latino, cioè un

uomo che pur nasce con ottime disposizioni all'arte, può

fabbricarsi di punto in bianco una giusta sensibilità artistica:

il tirocinio dell'arte è assai piú lungo, cari signori, che non

sia il tirocinio della vostra scienza. Voialtri poi, carissimi

lanzi, doti native di intelligenza artistica non ne avete punto, e

dovete fabbricarvele artificialmente, come hanno tentato tutti i

vostri migliori, a cominciare dal Goethe. Lavoro doppiamente

lungo. I vostri nonni e bisnonni ci si erano sobbarcati. Ma

avevate appena incominciato a tirarvi su, a furia d'iniezioni di

ellenismo, di romanesimo, di italianismo, e voi, ciechi nepoti,

pieni di voi perché avevate fabbricato cannoni, attivate

industrie, allineate ferrovie, presumeste scuotere quei gioghi

volontariamente accettati, e voleste rifar tutto al solo ed unico

lume dei vostri cervellacci. Cosí, raschiata in brev'ora la

vernice di umanesimo applicata con tanta pena, è riapparsa in

tutta la sua rozzezza la vostra mentalità originaria.

Cosí siete tornati a non capire la grande arte classica, e nel

vostro puzzolentissimo orgoglio l'avete dichiarata inferiore. Cosí

quando volete spiegarla a voi stessi ed agli altri, spacciate, ad

onta delle vostre sterminate cognizioni scientifiche, tali

corbellerie, che il piú tarpano scolaretto, il piú inculto uomo

del popolo che ha avuto la fortuna di nascere in Italia, può

rilevarle e ridere alle vostre spalle massicce.

Tal sia di voi, lanzi. Il vostro male è oramai profondo e

immedicabile. Davvero non vorrò io cercarne i rimedî. Cosí potesse

la vostra barbarie venir ricacciata, e per sempre, nelle selve

originarie, dalle quali uscite ogni tanto per tuffare l'umanità in

orrendi lavacri di sangue.

*

* *

Ma il vostro morbo s'è appreso all'Italia. L'Italia ha bevuto per

lunghi e lunghi anni, come nettarei farmachi, i tòssici pestiferi

che voi le andavate propinando. Questo mi avvilisce e mi cruccia:

e non è avvilimento e cruccio estemporaneo. E adesso, deposto lo

spirito di cordiale antipatia che sinora animava le mie pagine, mi

accingo a studiare il male della nostra patria, con l'ansia

dolorosa di chi vede languire e sempre piú estenuarsi una persona

diletta.

E non è studio facile. Anche qui abbiamo un intreccio fittissimo

di cause e di effetti, un corrodimento tenace e dannoso, che,

esercitandosi per piú di mezzo secolo nella scuola, nella cultura,

nello spirito italiano, ha prodotto effetti rovinosi. Il processo

deleterio fu di quando in quando avvertito da uomini di spirito

indipendente; e sorsero voci di allarme. Ma troppo piú numerose,

arroganti, sicure, si levaron le proteste dei tedescofili; e

quelle voci rimasero solitarie, furono soffocate. Nessuno

tentò una vera diagnosi. La relazione della Commissione pel

riordinamento universitario è opera di persone fornite di molta

dottrina e di molto ingegno. Ma ha il difetto originario di tutte

le relazioni: non è lavoro organico, bensí compilazione di

opinioni e vedute spesso diametralmente opposte. Le singole

osservazioni, prese ciascuna per sé, saranno eccellenti: messe a

raffronto, risultano quasi sempre contradittorie: sicché nel

complesso sembrano il discorso di un uomo cultissimo, il quale

affermi che il tale oggetto è bianco, e per provarlo dimostri che

è nero, e per rispondere a previste obiezioni sostenga che è verde

pisello. Per giungere a qualche risultato, conviene invece

raccogliere ed elaborare tutti gli elementi della discussione nel

fuoco d'una sola mente. Ed è questo il tentativo a cui appunto mi

accingo.

*

* *

E dunque, il giorno in cui la patria nostra fu ricostituita a

dignità ed unità di nazione, fra gli altri compiti si presentò

anche quello di rianimare e riordinare la cultura languida e

dispersa. Come principalissimo tramite di tale riordinamento, si

presentavano, naturalmente, le Università. E quindi si procede' ad

organizzare ed unificare le molte Università italiane, che, per

ben cognite ragioni, erano diversamente ordinate, e s'erano andate

immiserendo, dove piú, dove meno, in tutte le regioni.

Stabilito il piano unico di riforma (legge Casati del 1859),

emerse la necessità di crear nuovi professori. E, quasi per

miracolo, si trovò un nucleo d'uomini insigni per dottrina, per

ingegno, per carattere: Carducci, De Sanctis, Settembrini, Bonghi,

Comparetti, D'Ancona, Amari, Villari, Bartoli (Atto Vannucci,

storico insigne, e per nostra vergogna quasi dimenticato, non

ebbe, ch'io sappia, cattedra universitaria).

Questi uomini non provenivano da veruna scuola tedesca. Erano

tutti di fabbrica paesana. Il De Sanctis, come tutti sanno, usciva

dalla Scuola del Puoti. Il poeta dei _Giambi ed epodi_ aveva

studiato dagli Scolopi. Il Settembrini s'era tirato su per

avvocato, per avvocato il Bartoli, per notaio, e l'esilio gli

troncò gli studî, Alessandro D'Ancona. Michele Amari era impiegato

alla Tesoreria di Stato in Sicilia, Ruggero Bonghi «o bene o male,

venne su da sé». Il Comparetti spiccò l'altissimo volo verso il

mondo ellenico dagli alberelli e dalle teriache d'una farmacia.

Alla stretta dei conti, furono tutti un po' autodidatti, e si

fecero, piú che altro, studiando gli autori, allacciandosi alle

tradizioni italiane. E ciò non ostante, nessuno vorrà dire che

abbiano tenuto con poco onore le cattedre ad essi affidate.

Se non che, di alcune discipline recentissime, per esempio

glottologia, sanscrito, lingue neo-latine, scarseggiavano o

mancavano cultori. Ed anche per le discipline piú coltivate, il

numero degli studiosi era insufficiente, anche perché le

Università italiane erano troppe. Erano troppe, e non si ebbe il

coraggio di ridurle: germe di male, questo, che difficilmente si

potrà estirpar mai dalla patria nostra.

Dunque, occorrevano professori. E l'Italia fece quello che fanno

in simili occorrenze gli acquirenti giudiziosi, che ricorrono ai

magazzini meglio forniti e accreditati. Né credito né merce

mancavano alle Università di Germania, che da tempo erano divenute

=un'ampia manifattura di filologia=, come con singolare

chiaroveggenza osservava fin dal 1845 il Giordani[28], il quale,

dal Bonghi in giú, vien dichiarato, da ragazzi e da non ragazzi,

puro stilista, cioè puro babbione, e invece espose, in quasi ogni

suo scritto, ed anche in quistioni di cultura e di studio, verità

profondissime, e da meditarle anche noi modernissimi, acutissimi,

profondissimamente rihegeliani. E l'Italia si provvide in

Germania. E si provvide in due maniere. Togliendo di peso

professori tedeschi che venissero a effonder direttamente fra noi

qualche raggio del loro sapere sublime; e mandando in Germania

studiosi italiani che si illuminassero alle empiree fonti di

Berlino, di Lipsia, di Gottinga, e tornassero poi a darcene

qualche riverbero.

E cosí, dal '60 in giú, ebbe luogo la _organizzazione scientifica_

delle Università italiane; e tutte le cattedre, le antiche, le

nuove e le nuovissime, furono affidate ad autentici rappresentanti

del metodo scientifico. A poco a poco, la organizzazione

scientifica fu compiuta. E in un suo scritto, il buon Pascoli, che

era molto fino, ma in certe questioni travedeva stranamente,

compiacendosi dello stato attuale della cultura italiana,

osservava che oramai gli stranieri badavano anche a noi, e ci

lodavano. «Oh bravi, guarda! Ci siete arrivati anche voi?»--Sí, oh

buono e grande poeta, che guardavi molto i campi e poco le miserie

accademiche: sí, la Facoltà di lettere nelle Università italiane è

divenuta istituto perfettamente scientifico: sí, ci siamo proprio

arrivati anche noi.

*

* *

Minerva e lo scimmione · 第 7 / 12 段