mano dall'entusiasmo. Che direste d'un chimico, d'un anatomico,
d'un patologo, che indulgesse al sentimento, alla passione, alla
sensibilità estetica, nella determinazione d'un peso atomico,
nell'analisi d'un fascio di fibre, nella descrizione d'una colonia
di batterî? Lo scienziato deve rimanere sereno, freddo e
impassibile. E sereno, freddo e impassibile deve rimanere il
filologo, _che è anch'esso uno scienziato_, nello studio dei
fenomeni storici letterarî artistici».
«L'interprete filologo--scriveva ancor ieri un macellaro filologo,
che ha sconciamente sbrandellato Virgilio, e che studiosi italiani
hanno avuto il fegato di lodare--deve, a servizio delle sue
ricerche =trascendentali=, trattare il coltello con mano sicura, e
piantarlo a fondo, =senza riguardo a ragioni sentimentali=»[16].
E in base a questi ragionamenti, la cui fallacia fu chiarita nello
scorso articolo, ecco il filologuccio tedesco inforcar gli
occhiali a stanghetta, sedere a scranna, e assumere con molto
sussiego, dinanzi ad Omero ad Eschilo a Tucidide a Lucrezio ad
Orazio a Tacito, la _posizione obiettiva_. Lasciate cioè le
frasche sentimentali, passionali, estetiche, Herr Philologus si
mise, come i cultori delle scienze esatte presi a scimmieggiare, a
fabbricare strumenti di precisione, a dettare norme metodiche, a
creare algoritmi, a fondar teorie, a scuoprire leggi.
STRUMENTI DI PRECISIONE.--Dizionarî generali, dizionarî speciali,
grammatiche, repertorî, prontuarî, manualetti e manualoni, e
indici di ogni specie, costruiti con meticolosità infinita. Ne ho
parlato e ne riparlerò.
NORME METODICHE.--Anche di queste ho fatto cenno. Nella bisogna
filologica si presentano varie operazioni. Decifrare i codici,
trascriverli, raffrontarli, compilare liste di varianti, portare
tutto al tipografo, correggere le prime, le seconde, le
terze bozze, e via dicendo. Tutte queste operazioni furono
scrupolosamente distinte, classificate. E per ciascuna di esse si
stabilirono _norme metodiche_. Già dissi che qualsiasi persona
intelligente codeste norme le possiede pel solo fatto che ha un
cervello. Esempio: se due codici, _A_ e _B_, presentano il
medesimo testo, si possono fare due ipotesi: o l'uno dei due
deriva dall'altro, o tutti e due derivano da un terzo. Herr
Philologus pensò che questa e simili altre peregrine verità non
potessero balenare alla prima a qualsiasi mente, e le espresse
con formule teoriche, e le raccolse in appositi manuali ad uso dei
neofiti.
ALGORITMI.--Son dunque i segni e le cifre convenzionali che la
matematica e le altre scienze esatte creano per rendere piú spicci
i calcoli. La filologia si fabbricò anch'essa algoritmi,
stabilendo un segno convenzionale per ciascun _numero_ del
bagaglio classico (opere, codici, etc), e per ciascuno strumento
della sua ricchissima suppellettile scientifica. Il terzo canto
della _Iliade_? Basta scrivere Γ, spiccio spiccio.--Il quinto
dell'_Odissea_? Basta ε.--Rendiconti dell'Accademia di Monaco?
Stz. d. b. Ak.--Codice laurenziano d'Eschilo? Si scriva A, e bott
lí.
Tutte cose, in apparenza, innocenti come l'acqua, e magari, a
tempo e luogo, opportune ed utili. Se non che, quando Herr
Philologus si trovò a manovrare con codeste sigle misteriose,
immaginò subito d'essere un nuovo Newton alla caccia di qualche
nuova legge universale. Guardate un po'. L'astronomo scrive, per
esempio:
A + D - π = η3
Ed Herr Eselkopf scrive:
θέλεν Μθέλει=A b f del. Karst.= N. I. Ph. III, 48, 3,
cfr. Wil. Her. 121.
Quale delle due formule è piú scientificamente decorativa? Quella
dell'astronomo o quella del filologo?--Herr Eselkopf nuotava nel
latte e miele: e cominciò a concepire per le menome deiezioni del
suo cerebro augusto, una tenerezza, una stima, una ammirazione
illimitate. E coniò una terminologia cònsona ai sentimenti. Se
scavizzolava in qualche ignoto scoliasta la notizia che Euripide,
putacaso, mangiasse busecca nelle feste Lenèe, questa era la
_scoperta_ di Eselkopf. Se si figurava che Sofocle avesse imitato
alcuni versi di Eschilo, questa era la _teoria_ di Eselkopf. Se
con una accurata statistica vi dimostrava che quella mala zeppa di
Aristofane nutriva spiccatissima predilezione per una certa parola
alla quale dànno vivo sapore d'attualità i virili costumi della
Germania di Guglielmo, la dimostrazione di questa predilezione
diveniva la _legge_ di Eselkopf.
Ma voi capite che quando un mortale ad ogni pie' sospinto fa una
_scoperta_, ad ogni parola sputa una _teoria_, con ogni articolo
stabilisce una _legge_, allora questo mortale è lontano assai
dalla misera terra, è già prossimo, oh Pindaro, alle bronzee
soglie d'Olimpo.
*
* *
Coi nuovi acuminati strumenti Herr Philologus procede' alla
revisione _scientifica_ delle letterature antiche e moderne.
E prima di tutto, accumulò sassolini, sassolini, sassolini, cioè
fatti, fatti, fatti. Col sussidio dei suddetti strumenti, mercé i
quali il primo venuto può fare in dieci minuti una ricerca che,
per esempio, ad Enrico Stefano sarebbe costata mesi e mesi, Herr
Philologus si fu presto cacciato in tutti gli anditi, in tutti i
ripostigli ed i buchi _dell'arte e del pensiero antico_. In ogni
momento della sua vita egli vi sapeva dire quanti και si trovano
in ciascun dialogo di Platone, e in che proporzione; vi enumerava
tutti gli schemi metrici delle elegie di Tibullo; vi diceva quante
volte fa e quante volte non fa posizione la tal consonante doppia
in Omero. Ma ancora questi fatti non erano abbastanza positivi,
abbastanza cibanti, per lo stomaco di Eselkopf, uso alla
salsiccia, alla birra, al sauerkraut. Eselkopf ne cercava di piú
sostanziosi. E non dormiva i sonni tranquilli finché non avesse
saputo per filo e per segno che qualità di papiro adoperasse
Pericle per scrivere i bigliettini dolci ad Aspasia, con che lardo
Orfeo ungesse i bischeri della sua cetera, e come si chiamassero e
che mestiere esercitassero lo zio e il prozio e l'arcibisnonno di
qualche tanghero scazzottatore celebrato da Pindaro (Wilamowitz).
E quando poi si trovò cosí addentro nei fatti di casa del mondo
classico, quando ebbe frugato e rifrugato ben bene in tutti gli
angoli, anche nei meno puliti, allora Eselkopf si credette e si
proclamò sovrano assoluto di quel mondo. Come se il topo della
reggia, che va a ficcare il muso in buchi inaccessibili anche ai
mozzi di stalla, si figurasse di regger lo scettro, e di sedere in
trono, ammantato di porpora.
*
* *
Un sovrano assoluto può introdurre nel suo regno le mutazioni che
piú gli garbano. Ed Eselkopf procede' bravamente a parecchie
riforme che gli sembravano urgenti.
Prima mutò le livree. Dalle sue sterminate cognizioni gli
risultava che, per esempio, gli scrittori greci del quinto secolo
non adoperassero, per designare il suono _s_, quei segni σ e ς che
s'erano usati sino alla nuova proclamazione scientifica; bensí
l'unico segno ϲ. Alla squisita sensibilità estetica di Eselkopf,
tutti quei σ davano noia. E con gran solennità, nelle nuove
edizioni, introdusse la nuova, cioè la piú antica forma.
Dalle livree passò a qualche ritocco sulla viva carne, come si
mozza la coda o si tosa il pelo a un bull-dog o ad un maltese. Per
esempio, Eselkopf sapeva che Saffo aveva scritto in dialetto
eolico; e vedeva che certe forme delle poesie di Saffo giunte
sino a noi non corrispondevano alle forme eoliche quali avrebbero
dovuto essere secondo i paradimmi dei suoi manuali. Ed Eselkopf
mutò senza esitare le forme: perché, secondo lui, Saffo, artista
liberissima e capricciosissima, in un tempo in cui non esistevano
né regole né grammatiche, avrebbe dovuto scrivere in dialetto
eolico obbligato.
_À tout seigneur tout honneur._ Il tiro piú bello lo fecero ad
Omero. Un certo Fick--che dico? l'insignissimo filologo
scientifico Fick, fittosi in capo che la forma originaria dei
poemi omerici dovesse essere differente da quella che possediamo,
in un dialetto eolico ricostruito teoricamente, si prese la scesa
di testa di tradurre da cima a fondo i poemi di Omero in codesto
eolico teorico, e di presentarli al mondo scientifico come la vera
autentica lezione, quella uscita diritta diritta dalle labbra del
non mai esistito cantore d'Achille. E non lo mandarono al
manicomio. Anzi io rammento di averlo sentito proclamare
solennemente, da una cattedra dell'Università di Roma (non di
letteratura greca, per fortuna), =principe degli omeristi=.
E dopo le tosature, vennero i tatuaggi e le multiformi mutilazioni
degli emendamenti. Tutte le volte che non capiva, ed è incredibile
quanto spesso i tedeschi non capiscano le cose piú ovvie,
Eselkopf, senza esitare un momento, _emendava_. Non saprei dire a
che punto giungesse la aberrazione degli _emendamenti_. Aprite
l'_Eschilo_ commentato dal Wecklein. Ad ogni pie' sospinto, dove
non ce n'è il menomo bisogno, dove tutto è chiaro, Wecklein
sovrappone o sostituisce il tran tran del suo grecuccio teutonico
alla divina armonia di Eschilo, e spesso senza neppure avvertirvi
della sostituzione. È uno spasimo. Se avete senso d'arte, una
ribellione vi solleva le intime viscere. E nessuno dei poeti greci
e latini si salvò dalle oscene manipolazioni.
*
* *
Se non che, numera και, cambia terminazioni, volta in eolico,
avvenne a poco a poco un fenomeno curioso: avvenne che ad Herr
Philologus codesti famosi classici non parvero poi quelle
meraviglie che avevano detto gli umanisti. Ed è naturale. Prendete
Elena argiva, uccidetela, scuoiatela, e non vi rimane che un pezzo
anatomico ributtante. E analogamente, nelle opere di poesia e di
pensiero, fate astrazione dagli elementi sentimentali, passionali,
estetici, e vi resta una putrescente poltiglia di vocaboli. Herr
Philologus, pituita grossa come gli scarponi, non sentiva il lezzo
di cadavere. Herr Philologus procedeva gagliardo alla bisogna,
numerava, comparava, moltiplicava sillabe, punti, virgole. E
siccome, manipola, manipola, codesta grandezza magnificata dagli
esteti Herr Philologus non la vedeva; e siccome Herr Philologus,
scienziato per grazia del kaiser e dell'accademia di Berlino, non
poteva ammettere d'essere un ottuso; con un rapido passo delle
zampe elefantesche, Herr Philologus passò dalla obiettività alla
svalutazione.
Già. Avvenne proprio come quando, ai tempi barbari, non raggiando
ancora sul mondo la luce della _Kultur_, un povero europeo
naufragava in qualche inospite plaga dell'Africa o dell'Australia:
che gli aborigeni, prima lo pigliavano per un dio e lo adoravano;
poi, a mano a mano, gli tiravano il naso e le orecchie; quindi lo
mettevano in una stia ad ingrassare; e infine lo accoppavano e ne
imbandivano succulenti manicaretti. Cosí i filologi tedeschi.
Cominciarono, con Winckelmann, con Lessing, con Goethe, a
idolatrare i Greci e i Romani, e ad assumerli modelli per
dirozzare i proprî costumi, la lingua, lo stile. Poi, preso
coraggio, vennero le benevole confidenze: il ganascino a Catullo,
una tiratina d'orecchi a quello sporcaccioncino di Tibullo, un
colpetto di palma sulla pancetta pulcinellesca di Plauto. Poi
cominciarono le parole grosse e gli scappellotti. Cicerone era un
mozzorecchi, Livio un leccazampe contafrottole, Orazio uno
scimmiotto dei Greci, e bazza a chi tocca. Ma le incursioni
tentate dalla bordaglia scientifica in territorio latino,
gustosissimamente scorbacchiate in una poesia dello Zanella, sono
note a tutti. Meno risaputo è che da qualche tempo i filologi
lanzi hanno rivolto i quattrocentoventi del loro metodo contro il
Partenone.
Sicuro. Per esempio, il signor Richter, _oberlehrer_ (leggi
caporal maggiore) nel ginnasio di Breslau, in un aureo libro in
cui una serie di riassunti (il forte dei tedeschi) si dàn l'aria
d'uno studio tecnico sulla drammaturgia di Eschilo, dirà pari
pari, a proposito della prodigiosa _Orestea_, che =appena si
riesce a concepire una maniera piú unilaterale e superficiale di
trattare la poderosa materia=[17]. Oh, se l'avesse trattata il
caporal maggiore, con la rinocerontesca profondità alemanna!
Pindaro, quei campanari dei Greci suoi coetanei si deliziavano
tanto all'armonia dei suoi versi, che incisero in lettere d'oro
tutta una sua lunga ode, la Olimpica VII, sulle pareti del tempio
di Atena Lindia. Ma il Wilamowitz, quello che _scuopre_ le fonti
d'Eschilo negli stornelli di Lamporecchio, e che è professore
all'Università di Berlino e consigliere intimo del kaiser, ha
l'orecchio piú fine di tutti gli antichi Greci messi in un
fascio. E quindi assevera che il poeta di Tebe, =essendo beota,
non riusciva ad esprimere bene i suoi concetti, non sapeva
costruire bene le sue frasi e render chiaro il nesso dei suoi
pensieri mediante le ricche particelle della lingua greca,
non aveva il menomo orecchio per molte regole di eufonia
universalmente riconosciute =(in Germania?)=: sicché le sue
perifrasi convenzionali penzolano flosce flosce=[18]. Ho tradotto
alla lettera. E che bocciatura gli avrebbe appioppata, Wilamowitz
a Pindaro, se questi si fosse presentato all'esame di greco a
Berlino!--E in Italia lo spalleggiarono. Sicuro. Un uomo di gran
nome accademico, che non era ellenista, ma era filologo[19],
popolarizzando in un suo scritterello codeste preziosità
wilamowitziane, precluse la via perfino alla discussione,
sentenziando che in simili questioni avevan diritto di giudizio
solamente i PARI. Intendeva forse gli accademici di Berlino.
_Deutschland ueber alles!_ Vada al diavolo l'arte classica, ma
rimanga intatta, e neppur sospettata, la moglie di kaiser,
l'accademia di Berlino, che dà le croci di ferro. E non soltanto
di ferro.
Adesso poi l'hanno presa anche con Omero. Ed ecco come.
Corinna, emula di Saffo, gli antichi la chiamarono _mosca_, e non
certo per dimostrarle soverchia ammirazione. Quello che di lei
conoscevamo fino a poco tempo fa era davvero troppo poco per
valutare la convenienza di tale epiteto; ma nel 1906 uno dei
famosi papiri ci diede un paio di frammenti abbastanza importanti.
Si faccia coraggio il lettore, e scorra la versione, che io gli
sottopongo, del piú lungo di essi. C'è dunque un profeta, il quale
consola il fiume Asopo, indignato, non sappiamo perché, contro i
Numi, e gli rammenta che questi ebbero la degnazione di
fecondargli nove figliuole[20].
«Delle tue figlie, tre ne possiede Giove padre, sovrano d'ogni
cosa; tre ne sposò il signore che governa il ponto; di due Febo
governa i talami;
ed una l'ebbe Ermete, il buon figlio di Maia: ché cosí Amore e
Cipride li convinsero a venire nascostamente alla tua casa, a
rapire le nove giovinette.
Esse daranno alla luce una stirpe d'eroi semidei, e saranno molto
feconde ed esenti da vecchiaia, secondo mi convince il tripode
fatidico.
Questa dote ottenni solo io fra cinquanta gagliardi fratelli, e
fui profeta degli àditi venerandi, avendo ottenuto di profetare
senza menzogna.
Ché il figlio di Latona concesse ad Euonimo di bandire per primo
oracoli dai suoi tripodi.--Lo scacciò poi dalla terra, e conseguí
per secondo tale onore, Urièo
figlio di Posídone; e poi lo ebbe Oarione, mio genitore, che
riconquistò la sua terra. Ma esso ora abita in cielo, ed io
ottenni questa carica.
Perciò dico i veri responsi. E tu desisti dalle tue liti con
gl'Immortali[21].
Cosí disse il santissimo vate. Ed Àsopo, lietamente presolo per la
mano, e versando pianto dagli occhi, gli rispose cosí».
Coraggio lettori, la risposta dell'Asopo non c'è, e l'altra poesia
ve la risparmio. Se la traducessi, comincereste a comprendere
sempre meglio la _mosca_ degli antichi: questi due frammenti son
proprio ronzii. Ma insomma, il caso potrebbe anche aver
giuocato un brutto tiro alla povera Corinna; e né io né voi ci
arrischieremmo a pronunciare ancora un giudizio.
A Wilamowitz questo coraggio non manca. I discorsi di Pindaro non
gli vanno giú[22]; ma questa pappolata dell'ignoto profeta di
Corinna proprio gli rifinisce: e fa alla signora poetessa tanti
bei complimenti. E _transeat_, e vada a conto della cavalleria, il
forte dei nipoti di Wodan. Ma non è contento, se, per effetto di
contrasto, non tira un calcio a un poeta maschio; e questa volta
azzecca Omero. Asseverato che i frammenti corinnei offrono, come
_pendant_ all'epica ionica (quella d'Omero), un saggio dell'epica
dorica, proclama al mondo che essi =lo soddisfano assai piú delle
sganasciate opere dei rapsodi che vanno sotto il nome di Omero e
di Esiodo=[23].
Quando ho veduto questa roba, ho creduto sul serio d'aver le
traveggole; tanto piú che mi sembrava di ricordare che, sulla base
dei frammenti di Corinna già conosciuti, miseri anch'essi, ma
certo piú graziosi dei nuovi, il Wilamowitz in altri tempi avesse
espressi giudizî poco favorevoli sulla povera poetessa. Ho riletto
la pagina due o tre volte, ho provato a leggere dall'ultima parola
alla prima, ho messo insieme le lettere iniziali, per vedere se in
queste apparenti grullaggini il Wilamowitz avesse nascosto, per
manía acrostica, qualche arcano aforisma filologico. Niente: dice
proprio cosí: Corinna gli piace piú d'Omero[24].
E poi ho cominciato a farmi una ragione, badando ad un suo accenno
a qualche somiglianza che intercede fra Corinna e i poeti
ellenistici e gli alessandrini. E qui conviene fare un'altra
sosta, e parlare d'un bestialissimo dirizzone che stanno pigliando
ai nostri giorni i filologi biasciapiri.
Tutti sanno che, conclusa la serie dei grandissimi artisti greci
con Euripide, con Platone, con Demostene, incomincia un periodo di
carattere assai diverso: l'alessandrino. È assai difficile
significare l'impressione di asfissia che prova chi, dopo aver
vagato attraverso le foreste magiche della gran poesia classica,
si affaccia alle soglie dell'alessandrinismo. Di colpo, quasi per
malefico sortilegio, vediamo sparire tutte le mirabili doti
dell'arte greca: la spontaneità, la schiettezza, la luce, la
libertà, la fantasia, la virtú plastica, l'ampiezza di linea, la
musicalità profonda, quell'aderenza alla realtà e insieme quel
perenne battito d'ala verso l'azzurro; e ci troviamo d'innanzi
all'artificio, alla frigidità, alla pedanteria. Dai liberi campi
dove s'incrociavano tutte le luci e tutte le fragranze, passiamo
di colpo nel chiuso, tra polvere di libri e tanfo di lucerna.
Salvo qualche eccezione--luminosissima Teocrito, che per altro non
era greco, ma siciliano--i poeti alessandrini, a cominciare da
Callimaco, sono proprio aurei mediocri, cioè aurei seccatori.
Prima c'era solamente l'arte: con loro incomincia la letteratura
per la letteratura, peste e flagello della umanità sofferente.
Se non che, questi frigidi poeti erano meravigliosi eruditi,
bibliotecarî, raccoglitori di libri, compilatori di edizioni.
Oltre che la letteratura, inaugurarono essi la filologia.
Ora appunto questa attività filologica provoca, per affinità
elettiva, la simpatia dei filologi scientifici. Non solo; ma
quella loro gessosa poesia, tutta compaginata di fatti precisi e
documentati (_Nulla canto che non sia documentato_, diceva
Callimaco), limata, stropicciata in ogni giuntura di sillabe con
lo smeriglio della pedanteria, assoggettata spesso e volentieri a
rompicapi di regole cretine, è l'unica che i moderni emarginatori
di filologia, sordi alla grande arte classica, possano comprendere
e gustare sinceramente.
Per un po' hanno taciuto, ché i nomi di Omero, di Pindaro, di
Eschilo, si imponevano, e il filologo in genere è rispettoso delle
opinioni belle e fatte. Poi, a mano a mano, hanno preso animo a
ragliar fuori le vere predilezioni delle loro animule stoppacee.
Pindaro non sa il greco, ma Callimaco è il principe dei poeti.
Corinna è una poetessa grande, e l'_Iliade_ e l'_Odissea_ due
chitarronate.
Ah no, signori miei, fermi un momento: a che giuoco si giuoca?
Voci alte e fioche, in questa benedetta terra d'Italia, hanno
invocata a vostro favore la «libertà del cattivo gusto», hanno
ammonito, con pituitosa sapienza, che la infinita dottrina concede
al Wilamowitz il diritto di esprimere qualsiasi giudizio gli
frulli pel capo.
No, signori miei. Queste carte di libero transito per le insidiose
bestialità non possiamo concederle. L'arte non è un passatempo, è
una fede. È la sola virtú capace di sollevare gli spiriti dalle
miserie terrene; e non per nulla la religione cattolica, che è,
non solo la piú alta ed umana, ma anche la piú saggia delle
religioni, la volle compagna in ogni sua manifestazione[25]. Cento
e cento grandi artisti hanno pianto, sorriso, fremuto d'entusiasmo
alle sacre pagine dell'_Iliade_ e dell'_Odissea_. Noi, che non
siamo sciocchi, ritroviamo, ogni volta che torniamo ad esse, quel
pianto, quel sorriso, quegli entusiasmi. Se un frigido sofista
viene, senza altri argomenti se non quello della sua sterminata
erudizione, a dirci che quelle pagine sono chitarronate, non
rimane che il gesto di Gesú contro i mercanti invasori del tempio:
pigliare la frusta.
*
* *
Dunque, i filologi scientifici andavano facendo tabula rasa
dell'arte classica. Ma non perché si svalutasse la materia perdevan
credito gli strumenti che erano serviti alla svalutazione. Anzi,
quanti piú guasti esercitavano, tanto piú acquistavano prestigio.
Si capisce. Il fàscino che esercita sugli spiriti gentili un bel
quattrocentoventi è in ragione diretta col numero delle statue che
gitta giú, di un sol colpo, dalle nicchie di una cattedrale. Ma ci
pensate! Gli strumenti della filologia scientifica servivano, non
soltanto a penetrare sino negli intimi recessi delle opere, ma
anche a dimostrare che in fondo queste opere non erano gran cosa.
In fondo avevano un solo vero pregio: quello di offrire ad
Eselkopf rottami onde costruire i depositi dei suoi dizionarî, i
trinceroni dei suoi manuali, i reticolati dei suoi _contributi_.
Ed Herr Philologus, sulle rovine fumiganti del mondo classico,
distrutto una volta da lui, riedificato da lui, ridistrutto da
lui, si sentí simile ad un Saturno teutonico, padre di tutte le
cose, che genera figli e li trangugia a piacere.
Che piú ti resta? Infrangere
anche alla morte il telo,
e della vita il nèttare
libar con Giove in cielo.
*
* *
Eselkopf si sentiva grande. Se non che, quanto piú crescevano la
sua grandezza e la perfezione del suo metodo, tanto piú vedeva la
gente disinteressarsi delle sue lucubrazioni, allontanarsi da lui.
Eselkopf si sentiva grande ed incompreso. E allora vagheggiò la
secessione, pensò di allontanarsi dai rozzi profani, in un
tranquillo rifugio, insieme con altri grandi della sua risma.
E cosí avvenne. I filologi autentici, serî, scientifici,
scrupolosamente depurati di ogni scoria _dilettantesca_, cioè
d'ogni sentimento, d'ogni passione, d'ogni sensibilità, si
ritirarono, lontani dal mondo e dalle sue pompe, in una loro
torre d'avorio (leggi celluloide), parlando fra loro il loro
incomprensibile gergo, sdegnosi di comunicare i loro _contributi
scientifici_ al vulgo dei profani (_die Laien_), pei quali si
davano tanto da fare quei babbioni degli umanisti.--E i profani
non ci trovarono a ridire. Da una parte avevano sentito che
quell'arte, quel pensiero, quella letteratura non erano piú gran
cosa; dall'altra non capivano il gergo degli eselkopfiani: perché
avrebbero dovuto trattenerli per le falde della giubba?
Ma gli eselkopfiani pretesero di piú. Pretesero di essere
mantenuti, come a Sparta gli antichi savî, a spese dello
stato.--Veramente, avrebbero potuto rispondere i profani, lo stato
vi paga coi quattrini nostri; e non si dovrebbero pagare se non i
servigi realmente prestati; i quali, avvenuta la secessione, non
sussistono piú.--Ma gli eselkopfiani risposero col ragionamento
che abbiamo già esposto: che cioè la filologia era una scienza, e
che gli scienziati non avevano altro obbligo se non quello di
scoprire verità e leggi, senza punto occuparsi delle possibili
applicazioni. E i profani abboccarono. Abboccarono: un po' perché
non videro la fallacia dell'argomentazione; un po' per il
misterioso rispetto che incuteva il gergo eselkopfiano. Il mondo è
sempre il medesimo, dagli antichi àuguri ai tavoli spiritici:
avido, ingordo, insaziabile di mistificazioni. Per lui chi piú
parla difficile piú è bravo.