La risposta è molto filosofica. Ce n'è però una molto piú

semplice. La filologia è e dev'essere, né piú né meno, quello che

è stato nei grandi periodi classici. Deve preparare edizioni

corrette, e vicine, il piú possibile, al testo originario: deve

intorno ai testi raccogliere, con la maggior sobrietà possibile,

il materiale illustrativo. Arrivato a questo punto, il filologo,

_in quanto filologo_, ha esaurito il suo compito. Se poi oltre che

attitudine e spirito filologico, possiede anche _autentiche_

attitudini storiche, critiche, estetiche, scriva storia, critica,

letteratura: ma a codeste belle cose, le attitudini puramente

filologiche non servono proprio un bel corno; o servono a

spacciare amenità, come quelle, documentate nell'articolo scorso,

del Keck, del Wilamowitz, dei loro tirapiedi italiani. A scrivere

storia, letteratura, critica, si richiedono altre qualità, che non

s'acquistano, per trasfusione divina, con la patente di dottore in

filologia. Dunque i filologi facciano i filologi all'antica, e non

vadano oltre. E che c'è da vergognarsi, ad essere filologo puro?

Il corvo! Ha il brutto vezzo di scarnificar le carogne; ma non è

mica un brutto animale, il corvo! Nel bugigattolo del ciabattino,

con le ali un po' mozze, col becco grosso e duro, nero nero,

lustro lustro, è un sollazzo vederlo saltabeccare qua e là,

scavizzolando e ingollando chicchi di granturco, bottoncini da

scarpe, e in genere ciascun oggettino che luccichi. E perché gli

dovrebbe venire lo struggimento d'andare a far la ruota fra i

pavoni, nei giardini del re?

III.

LA TRAPPOLA SCIENTIFICA

E seguitiamo a dipanare la matassa arruffata. Seguitiamo,

distinguendo con esattezza quello che dicono i filologi da quello

che è in realtà. I filologi dicono che il Wolf ampliò il concetto

e sollevò la dignità della filologia convertendola in _scienza

dell'antichità_, e subordinandole ventiquattro discipline.

Benissimo. Ma in che cosa consistono codesto ampliamento, codesta

conversione, codesta sublimazione?

Le ventiquattro discipline che, in seguito alla riforma wolfiana,

rimasero tradizionalmente subordinate alla filologia, son dunque

le seguenti. Lettori di buona volontà, raccogliete il fiato:

lettori impazienti, saltate l'enumerazione,

ché senz'essa

può star l'istoria, e non sarà men chiara.

E dunque: 1) Dottrina filosofica del linguaggio. 2-3) Grammatica

delle lingue greca e latina. 4) Ermeneutica, ossia fondamenti

dell'arte d'interpretare. 5) Fondamenti della critica filologica e

dell'arte di emendare. 6) Fondamenti della composizione prosastica

e metrica, o teoria dell'arte di scrivere. 7) Geografia ed

uranografia antica. 8) Storia universale di tutti i popoli

dell'antichità. 9) Fondamenti dell'antica cronologia e della

critica storica. 10) Antichità greche. 11) Antichità romane. 12)

Mitologia dei Greci e dei Romani. 13) Storia letteraria dei Greci.

14) Storia letteraria dei Romani. 15) Storia delle arti del

discorso e delle scienze presso i Greci. 16) Storia delle arti del

discorso e delle _conoscenze scientifiche_ (non scienze, questa

volta: adorabili nipoti d'Arminio!) presso i Romani. 17) Notizia

storica delle arti mimetiche presso entrambi i popoli. 18)

Introduzione dell'archeologia dell'arte. 19) Tecnologia

archeologica. 20) Storia universale dell'arte nell'antichità. 21)

Introduzione alla conoscenza e storia dell'architettura antica.

22) Numismatica dei Greci e dei Romani. 23) Epigrafia d'entrambi i

popoli. 24) Storia letteraria della filologia.--Auff! Ho dovuto

riassumere, ma è proprio finita.

Questa classificazione è un imperituro monumento della bestialità

teutonica, scoprentesi ed affermantesi proprio nel campo in cui i

tedeschi pensano d'essere maestri ai maestri, cioè nella

sistemazione teorica. E son pronto a dare la esauriente

dimostrazione di tale asserto ai filologi valvassori i quali me ne

facciano regolare domanda su carta da bollo. Per ora, chiediamo

solo perché le discipline siano per l'appunto ventiquattro. Forse

perché ventiquattro sono i canti dei poemi omerici, altre vittime

delle lucubrazioni wolfiane: perché quando si conta per

uno la _Numismatica dei Greci e dei Romani_ (e perché non la

grammatica?), peggio le _Antichità greche_, peggio la _Storia

universale degli antichi_, capite bene che il ventiquattro si può

senza fatica tramutare in quarantotto, in novantasei, in

centonovantadue. Viceversa alcune discipline dovrebbero essere

assorbite in altre da cui il Wolf le distingue. Ma questi, ed

altri errori che il piú profano dei lettori italiani rileva a

prima vista, sono in fondo, per attenerci alla partizione

dantesca, peccati d'incontinenza. La matta bestialità, che doveva

poi tralignare in malizia, è nella equazione fondamentale:

FILOLOGIA = SCIENZA DELL'ANTICHITÀ. Che cosa poteva voler dire

questa equazione?

Abbiamo visto nello scorso articolo che cosa era stata la

filologia sino a questo momento, e che cosa deve e non può non

essere sempre fondamentalmente: preparazione di testi.

E sappiamo anche, e ben chiaro, che cosa sia ciascuna di quelle

discipline conglobate insieme, da Federico Augusto Wolf, sotto il

nome e l'egida della filologia. Ma dove mai l'operoso demolitor

d'Omero trovò le basi per l'annessione?

Le trovò in un rapporto che esiste di fatto tra la filologia e

ciascuna di quelle discipline. La filologia prepara il materiale

per tutte. E questo fa sí che, mentre la maggior parte di esse non

saprebbe accoppiarsi omogeneamente con alcun'altra, sicché fra

l'astronomia, per esempio, e l'epigrafia, fra la numismatica e la

retorica, non si saprebbero escogitare connubî se non mostruosi;

essa la filologia, può invece unirsi benissimo con ciascuna di

esse. È come un minimo comun divisore di tutte.

Ma anche il piú annuvolato alemanno avrebbe inteso che,

riconosciuta una simile posizione della filologia di fronte alle

altre discipline, difficilmente si potevano subordinare queste a

quella. Essere singolarmente l'ancella di ventiquattro padrone,

non può significare, in linea generale, essere la padrona di tutte

e ventiquattro. E prima il Wolf, e poi, con protervia e malafede

sempre crescenti, i suoi degni epigoni, mutarono questa posizione

con uno spediente ingegnosissimo. Esaltarono, magnificarono,

proclamarono unico il metodo filologico, e lo imposero a quelle

ventiquattro discipline, e, via via, a tutte le discipline

dell'universo.

*

* *

I filologi piú induriti vorranno concedermi che parecchie di

quelle ventiquattro discipline non le ha inventate la _filologia

scientifica tedesca_. La storia, per esempio, la critica

letteraria, la interpretazione dei grandi autori, esistevano da un

pezzo. Se non che, ciascuna di queste discipline aveva metodi suoi

proprî, ed ai cultori di ciascuna d'esse si dimandavano qualità

peculiari e ben distinte. Allo storico, per esempio, la facoltà di

cogliere tra l'irrequieta moltitudine dei fatti i punti salienti e

significativi: il dono di vederli risorgere entro sé, in una

intima visione; la potenza espressiva per comunicare agli altri

tale visione. All'interprete dei poeti, cuore ardente, fantasia

agile, pronta a vibrare simpaticamente con quella degli autori

interpretati, orecchio finissimo, capace di seguire le menome

sfumature della poesia--che è sinfonia di parole--facoltà di

rievocazione plastica, cioè di veder dietro ogni parola una

immagine, di far risorgere nel proprio spirito le forme che già si

librarono alla mente dell'artista creatore.--Al critico, tutte

queste facoltà dell'interprete, e l'altra, di penetrare ancor piú

profondamente nell'animo dell'artista, d'intuire quali fantasmi si

disegnarono alla sua fantasia, di confrontarli con la loro

materiale espressione, e dal confronto elevarsi al giudizio.

E cosí via, ciascuna disciplina aveva metodi e richiedeva

attitudini speciali. Né parrebbe che i risultati di questa

pluralità metodica fossero cattivi. E finché i tedeschi non

abbiano data la prova del contrario a colpi di mortaro, il mondo

seguiterà ad ammirare senza eccezione le opere di storici, di

critici, di eruditi, come Tucidide, Orazio, Poliziano, Ludovico

Antonio Muratori, Macaulay, Michelet, Giacomo Leopardi, nessuno

dei quali, per quanto io sappia, andò a bere l'acqua della

saggezza sulle rive della Sprea.

Alla filologia sembrò invece che quella pluralità fosse deleteria,

quelle opere manchevoli e da dilettanti; e ai molti metodi

sostituí dunque il proprio, unico come il prezzo unico dei bazar.

È ben chiaro che chi impone il proprio metodo è padrone, come chi

impone le taglie a Bruxelles è padrone del Belgio. E quello che

avvenne per l'antichità classica, si ripete', su per giú, in ogni

altro campo di studî. E cosí, la filologia, a poco a poco, da

ancella divenne padrona.

La serva padrona.

*

* *

E quale era questo metodo unico? Quali attitudini, quali doti si

richiedevano a impadronirsene, ad applicarlo?

Le qualità fondamentali richieste nel filologo, erano, sono e

saranno sempre le seguenti:

1) Occhi resistenti e tenace pazienza per trascrivere e

collazionare codici.

2) Conoscenza grammaticale delle lingue.

3) Un certo acume che conduca a scoprire le interpolazioni e le

cause grafiche degli errori.

4) Un certo sentimento della fraseologia, che nei luoghi errati o

lacunosi suggerisca la correzione o il complemento.

Le prime due qualità non presuppongono vero ingegno. La terza è

una dote _sui generis_, molto affine a quella degli spiegatori

d'enimmi. La quarta appartiene ad un ordine piú alto. I tedeschi,

con la loro nativa leggerezza di tocco, la chiamano _critica

divinatoria_. In realtà, essa non potrebbe sembrare straordinaria

per alcun motivo, se non per l'abuso che se ne è fatto, anche dai

grandi, nella arbitraria manipolazione dei testi. Ma insomma, essa

attinge veramente i limiti del pensiero e dell'arte.

Se non che, tanto questa ultima quanto le altre che d'ora in poi

dovevano sostituire tutte quelle richieste sino ad ora nel

critico, nello storico, nell'esegeta, era difficile gabellarle per

qualche cosa di alto, di supremo, e far credere che la loro

applicazione dovesse condurre a risultati miracolosi, definitivi.

Era difficile, senza un'acconcia preparazione degli spiriti, senza

una propaganda, senza, come dire?, senza un _boniment_. Ed ecco

infatti i filologi tedeschi, commessi viaggiatori nell'animo, come

parecchi personaggi illustri della loro schiatta, a _lavorar

l'articolo_ con abilità prodigiosa. Grazie alla quale fu possibile

uno dei piú mastodontici equivoci, e si armò una delle piú

complicate e formidabili trappole che abbiano mai servito ad

acchiappare e paralizzare spiriti umani. Il metodo filologico,

aureolato dalla recente annessione, fu battezzato =metodo

scientifico=; e alla filologia fu ascritto il carattere e

decretata la dignità di =scienza esatta=.

*

* *

Alla prodigiosa identificazione si arrivò poi mediante un

ragionamento che rimase sempre la botte di ferro dei filologi

impenitenti, e che, spogliato dalle lappole dei dulcamara, dagli

orpelli dei ciceroni, dalle confusioni dei bertoldi, risulta

impostato sulle seguenti proposizioni:

1) La SCIENZA ricerca la verità. Qualsiasi fantasia dev'essere

bandita dal suo seno augusto. Non deve mai porre la mira e deve

disdegnare qualsiasi applicazione pratica.

2) La storia civile, la letteraria, la critica, intese nel senso

ovvio e comune, non vi dànno mai la verità assoluta. Una pittura

storica del Carlyle o del Michelet, una analisi artistica del

Taine, una sintesi estetica del De Sanctis, sono, in fondo, opere

di fantasia. Possono essere, e furono oppugnate.

3) Invece il metodo filologico vi dà =fatti=. Non aspira alle

sintesi ambiziose che, per quanto felici, =lasciano sempre

scappare da qualche parte qualche briciolo di verità=; ma vi dà

particolari veri: vi dà anch'essa la =verità assoluta=.

4) Dunque, LA FILOLOGIA È UNA SCIENZA. Stamburinata a piacere

sull'austerità e sulla dignità dello spirito scientifico di fronte

al princisbecche, ai castelli di carta, alle nuvole del metodo

critico estetico, eccetera, eccetera, eccetera.

5) Ma le scienze esatte studiano le verità anche minime, anzi

=tutte le benché minime= verità. Quindi non v'è fatto, per quanto

piccolo, per quanto in apparenza trascurabile, che non si debba

scavizzolare, studiare, farne l'edizione critica, e magari la

riproduzione fotografica.

Ora, non è difficile vedere come tutto questo bel ragionamento sia

imperniato sovra una metafora sbagliata. Ed è strano che i

filologi, i quali dimostrano cosí sacro orrore per le grazie dello

stile, si siano poi abbandonati ciecamente a quella insidiosa

figura retorica che suole spalancare anche ai piú esperti

scrittori il lubrico bivio dell'errore.

E infatti, la filologia non può a nessun costo essere agguagliata

alle scienze esatte. Queste studiano i fenomeni non per quello che

sembrano, ma per quello che piú presumibilmente sono: fanno perciò

astrazione dal loro velo specioso, onde rampolla ogni diletto

estetico, e cercano di cogliere la loro essenza (non parlo di

essenza filosofica), per arrivare a scoprire le leggi che li

governano. Scoprire leggi è mèta suprema della scienza.

Invece la storia, le opere letterarie, artistiche, musicali, tutto

insomma quello che è prodotto dello spirito umano, non è soggetto

a vere e proprie leggi. Quelle che i tedeschi onorano con tal nome

solenne, sono tanto leggi quanto io sono arciduca d'Austria. Per

esempio, il professore Eselkopf scuopre che una certa scuola di

poeti alessandrini si è sempre astenuta dal collocare una sillaba

lunga nella tale o nella tal'altra sede del verso--gli è come se,

per esempio, qualche serbatoio d'Arcadia si fosse imposto

l'obbligo di non far cadere mai nell'endecasillabo un accento

sulla terza sillaba. Eselkopf parla subito di legge, e gli

eselkopfiani di Germania non esitano a paragonarlo a Leonardo da

Vinci o a Galileo: quelli d'Italia battono le mani. Ma ai lettori

non filologi non ho bisogno d'aggiungere parole per dimostrare che

razza di leggi siano codeste. E pure ammesso che nello studio dei

fenomeni letterarî si possano osservare ricorrenze che somiglino,

sempre però assai da lontano, alle vere leggi scientifiche,

sussiste però immutabile il fatto, evidente a chiunque abbia sale

in zucca, che l'_Iliade_, la _Divina Commedia_, le _Tragedie_ di

Shakespeare, avranno sempre importanza per sé stesse, e non già

per le pseudo-leggi che un Eselkopf qualsiasi possa scavizzolarne.

Dunque, la equazione FILOLOGIA = SCIENZA è un solennissimo

sproposito.

Del resto, anche ammessa come legittima l'equazione, erroneo è il

corollario (N. 5) che _tutti i fatti_ possano e debbano essere

oggetto di studio per la filologia. Le scienze esatte studiano, è

vero, i fatti anche minimi; ma anche le scienze esatte limitano e

scelgono il materiale di studio. Il mineralogo che raccogliesse e

catalogasse uno per uno tutti i ciottolini della ghiaia di un

fiume, sarebbe un rotondissimo imbecille; come rotondissimi

imbecilli furono tanti e tanti che, a cavalcioni sul manico della

granata scientifica, andarono per biblioteche e per archivî a

caccia dei conti delle fantesche e delle liste dei bucati

classici.

*

* *

Equazione sbagliata, corollario pratico sbagliato. Eppure quel

ragionamento da tiralesina attecchí.

Attecchí per diverse ragioni. Prima di tutto, per il fascino che

esercitava pur il semplice nome di _scienza_. La scienza, immune

allora dalle tare che le si son via via scoperte, scorazzava da

padrona assoluta nelle regioni proprie e nelle altrui. E appena

essa appariva, tutte le fronti si chinavano reverenti.

Poi, la nuova concezione era democratica. Essa schiudeva a due

battenti le porte, sinora aristocratiche, degli studî umanistici,

alla bordaglia intellettuale. Infatti non si richiedevano piú le

doti di buon gusto e di sentimento artistico che, pur non

strettamente indispensabili alla bisogna filologica, erano però

state sempre retaggio dei filologi classici. Macché! La filologia

scientifica aveva inventata un'altra metafora, che fece e fa

tuttavia furore presso i filologi pappagalli. La filologia mira a

costruire un edifizio: l'EDIFIZIO DELLA SCIENZA. A costruire un

edifizio ci vogliono sassolini, tanti tanti tanti SASSOLINI

(questa dei sassolini mandava e manda in brodo di giuggiole i

filologi bevigrosso). Ma un sassolino, chi non lo può portare?

Anche «le piú deboli forze» possono portare un sassolino!--E le

piú deboli forze non intesero a sordo.

Ed oltre ai ragionamenti, anche parecchi fatti, di varia natura,

contribuirono ad accreditare e rinsaldare il prestigio del metodo

filologico scientifico.

E intanto, questo benedetto metodo filologico, che è non solo

insufficiente, bensí deleterio, qualora si voglia dirigerlo a

trattare e quindi a riformare l'essenza della storia letteraria,

della civile, d'ogni studio artistico, è invece, come già vedemmo,

non solo utile, bensí indispensabile ed unico nella preparazione

dei materiali. Sia che li raccolga ed apparecchi da sé quegli che

deve costruire l'opera complessiva, sia che altri glie li

ammanniscano, questi materiali devono essere preparati con lo

scrupolo e con la precisione filologica. Insomma, nel primo

periodo di ciascuno studio, il metodo dev'essere, lasciamo stare

lo scientifico, ma strettamente e severamente filologico. E chi

pretendesse costruire senza aver prima le basi, quegli, sí, non

riuscirebbe che ad innalzare castelli in aria.

Ora, appunto nel periodo in cui si lanciava il _bluff_ della

filologia scientifica, si incominciavano ad esplorare regioni di

studio ancora sconosciute o mal note: le letterature romanze, per

esempio, le letterature orientali, la glottologia, che, del resto,

per sua speciale natura, si può veramente paragonare alle scienze

esatte. In questi studî iniziali si applicò, come, del resto,

avevano sempre fatto le persone di criterio, il metodo filologico:

i risultati furono buoni; e l'onore ridondò in favore della

filologia scientifica, che aveva riparate sotto le grandi ale

tutte quelle discipline.

Tipico è il caso dell'archeologia. Dal Winckelmann in giú, si

prese ad esplorare l'immenso materiale artistico, ancora quasi

intatto, dell'antichità classica, e s'incominciarono gli scavi in

tutte le regioni della primeva civiltà greca. I risultati di

questi scavi, di queste esplorazioni, furono tali, che ne rimase

profondamente mutata la fisonomia, non solo dell'arte, ma

anche dell'antica letteratura greca. Merito unicamente della

archeologia. Ma siccome, grazie all'annessione wolfiana,

l'archeologia non era se non una delle tante province della

filologia scientifica, i prodotti di quella andarono ad impinguare

il tesoro di questa, come i quaranta milioni mensili estorti al

Belgio andranno ad impinguare l'erario di Berlino. E la confusione

arrivava piú in là: dall'ambiguità si giungeva all'inversione.

Anche ieri si poteva leggere in una rivista italiana che i

profondissimi studî tedeschi sulla questione omerica avevano

mutato la visione dell'antica poesia epica, anzi di tutta la

poesia, e via di questo passo. Mentre la verità è che tale

visione è venuta tramutando a poco a poco grazie alle scoperte

archeologiche, dallo Schliemann (che era tedesco, ma non era

filologo, e fu anzi schernito sempre dai filologi, finché non li

convinse coi fatti palmari) agli scavi inglesi, francesi,

italiani--perché, se Dio vuole, in questo campo, dove c'era da

operare e da pensare, e non da imbottar nebbia, gl'Italiani

in breve tempo si son messi alla pari con qualsiasi altra

nazione.--La visione della poesia epica greca è tramutata, dicevo,

grazie alle scoperte archeologiche, non grazie alle lucubrazioni

di Wolf, di Lachmann, di Hermann; ché, anzi, ogni colpo di zappa

affondato nel suolo di Troia, di Micene, di Creta, è andato via

via scalzando il grottesco edificio, ora abbattuto, e speriamo per

sempre, della famigerata «questione omerica».

Un altro fatto che contribuí ad accrescere il prestigio del

verbo novello, fu questo: che, durante o subito dopo la sua

promulgazione, la Germania ebbe, quasi in ogni campo, una quantità

di studiosi veramente grandi e geniali; e basterà ricordare, senza

uscire dal campo classico, Ottofredo Müller, che, morto giovane,

compose, fra altre opere insigni, la nota e bellissima Storia

della letteratura greca: Ernesto Curtius, autore d'una Storia

greca veramente geniale ed artistica, ed ora vilipesa dai puri

rappresentanti della _filologia scientifica_: e, punto simpatico,

ma grandissimo, Teodoro Mommsen. Questi ed altri furono critici,

storici, storici della letteratura, puramente e semplicemente

perché avevano sortito da natura il bernoccolo dello storico, del

critico, del letterato. E se vogliamo cercar derivazioni, essi, e

specialmente i due primi, si svelano figli dell'impulso

umanistico, quello impresso dal Winckelmann, dal Lessing, dal

Klopstock, dal Humboldt, dal Herder, dal Goethe: impulso che fu

artistico, poetico, tutto ardore e passione umana, e che era

direttamente agli antipodi con la grama, goffa ed altezzosa

concezione della filologia scientifica. Questa filiazione si

potrebbe mostrare, e farlo sarebbe interessante.--Ma siccome quei

tre, ed altri geniali filologi che onorano veramente la Germania,

il Ribbeck, per esempio, il Bergk, e, ultimo e non men degno,

l'Usener, avversato, in genere, dalla marmaglia _scientifica_,

erano venuti dopo la promulgazione della nuova legge; anche le

loro opere furono requisite a vantaggio della _filologia

scientifica_; la quale giganteggiò cosí di giorno in giorno, sino

a divenire un idolo mostruoso, un gigantesco Moloch, che

innalzava sino alle nubi la sua faccia bestiale, con lo iato

vaneggiante delle insaziabili fauci. E aveva sede in Berlino.

*

* *

Vedremo presto la filologia scientifica tedesca muovere alla

conquista di tutte le regioni dello spirito e della cultura,

invadere, saccheggiare, ricostruire a suo modo. Ma prima dobbiamo

esaminare i principali corollarî e le conseguenze pratiche della

nuovissima concezione. Per ora, enumeriamo.

_Corollarî:_

1) Oggettività e impassibilità dinanzi alle materie di studio.

2) Conseguente svalutamento del pregio intrinseco di tali materie.

3) E conseguente supervalutazione ed esaltazione della tecnica

divenuta fine a sé stessa.

4) Internazionalismo filologico.

_Conseguenze pratiche_, una, ma buona: il sacrario dagli studî

classici schiuso alle «piú deboli forze», e la produzione

meccanica d'uno sterminato numero di filologi, che col sacro

sigillo del metodo scientifico alemanno si sparpagliarono ai

quattro venti, esercitando una forma non meno scientifica di

spionaggio politico.

Questi gl'ingranaggi, e ne esamineremo le funzioni nel prossimo

articolo, della formidabile macchina filologica con la quale la

Germania, per la durata di circa un secolo, ghermí, irretí,

paralizzò, triturò il pensiero del mondo.

IV.

LA MACCHINA IN FUNZIONE

Dunque, la formidabile macchina della _filologia scientifica_,

incominciò ad entrare in funzione.

E prima di tutto, mutò la _posizione_ del filologo dinanzi alle

materie del suo studio. Il povero umanista, di fronte alle opere

degli antichi, stava, come un innamorato, in atto di perenne

adorazione. I _filologi_ scientifici se lo figurarono e lo

gabellarono per un semplicione tutto facilonità e dabbenaggine,

pronto a sdilinquire per ogni _pius Aeneas_ di Virgilio

(testuale). Su questo fantoccio tirarono a palle di fuoco, lo

abbatterono, lo calpestarono. E assunsero poi, di fronte ai poeti,

ai pensatori, agli storici antichi e moderni, la _posizione

obiettiva_.

Minerva e lo scimmione · 第 5 / 12 段