tutte le opere della moderna e modernissima filologia tedesca--la
filologia del kaiser, ben differente da quella che l'ha preceduta,
che diede frutti insigni, e di cui mi occuperò nei prossimi
articoli.
E la conclusione?--È ovvia, mi sembra. La filologia tedesca
presenta la medesima preparazione metodica meticolosa e
formidabile dell'esercito tedesco. Ma tale preparazione non
conduce alla valutazione estetica, cioè alla intelligenza delle
opere d'arte.
E se tale intelligenza è, come deve essere, lo scopo supremo
d'ogni studio, la filologia del kaiser fallisce--come gli eserciti
del kaiser--ai suoi scopi supremi.
Ecco il suo piede di creta.
II.
IL CORVO CON LE PENNE DEL PAVONE
C'era una volta un corvo che saltabeccava beato e tranquillo nel
bugigattolo d'un ciabattino. Un bel giorno trovò le spoglie d'un
pavone; e invaghitosi di quelle penne versicolori, tanto piú
appariscenti del suo piumaggio nero, se le mise indosso, e cosí
camuffato, andò tra gli altri pavoni, nei giardini del re....
No, via, non divaghiamo: ripigliamo il filo. Nell'articolo scorso
asserivo che, se chiedete agli iniziati in che cosa propriamente
consista questa benedetta filologia, probabilmente otterrete tante
risposte diverse quanti sono gl'interpellati.
E non c'è da farne meraviglia. Per ragioni che si chiariranno in
questo articolo, i filologi si sforzano ad affermare e dimostrare
che la filologia è tutt'altra cosa da ciò che essa è in effetto. E
quest'altra cosa, naturalmente, ciascuno la vagheggia, la
immagina, la definisce, secondo il proprio desiderio, la propria
fantasia, il proprio ingegno. È troppo ovvio che ne derivi una
babele. E ingenuità somma sarebbe quindi rivolgersi, per risolvere
la questione, ad essi i filologi. Cercare la verità attraverso un
dedalo d'errori, non è facile, non è piacevole, non è pratico:
onde noi cercheremo di raggiungerla battendo una via maestra. Ora,
qui, come in tutte le quistioni intricate, nulla giova tanto ad
illuminare quanto il rifarsi dal principio. Sia dunque longanime
l'amico lettore, ed abbia la pazienza di seguirmi in una
rapidissima corsa, dalle origini, alla decadenza, mascherata da
apoteosi, della filologia classica.
*
* *
La filologia classica sorge, come tante altre cose belle, in
Italia. Senza parlare dei precursori, tra i quali, per altro, è
Dante Alighieri, e i manualetti tedeschi non se ne accorgono,
incomincia con Francesco Petrarca, salutato anche dai manualetti
tedeschi, _resuscitatore_ dell'antichità classica; e in breve giro
d'anni vanta, per ricordare i sommi, il Boccaccio, Coluccio
Salutati, Niccolò dei Niccoli, Leonardo Bruni, Giovanni Aurispa,
il Guarino, Vittorino da Feltre, Poggio Bracciolini, Flavio
Biondo, Ciriaco D'Ancona, il Filelfo, il Valla, Marsilio Ficino,
Angelo Poliziano (muore il 1494), e, grandissimo epigono, Pietro
Vettori (muore il 1585).
Francamente, è un pantheon davanti a cui impallidisce anche la
kaiseriana superaccademia di Berlino. Si conceda pure ai
manualetti e ai manualoni tedeschi che tutti questi umanisti--i
quali però scrivevano il latino in guisa da rivaleggiare con
Cicerone e con Orazio, mentre parecchi accademici di Berlino lo
scrivono come sguatteri--non intendessero affatto il «contenuto»
degli scrittori di Roma: si conceda che non intendessero né lo
spirito né la forma dei poeti greci, sebbene vorrei vedere quanti
dei filologi «scientifici» sarebbero capaci di scrivere versi
greci come quelli di Angelo Poliziano, con quell'onda musicale,
con quella nitidezza cristallina, con quella intensità di colore:
si deplori col Voigt che questi umanisti fossero pieni d'orgoglio,
a cominciare dal Petrarca, il quale, del resto, ne avrebbe avuto
miglior diritto di qualche filologo tarpano: ai ammetta, si
riconosca tutto questo e quante altre cose vogliono i moderni
_scienziati_; ma rimane indiscutibile il fatto che essi, gli
umanisti, svelarono al mondo moderno imbarbarito la radiosa
civiltà degli antichi. Con un ardore che divampa tuttora dalle
loro pagine tante volte secolari, con abnegazione e tenacia
indomabili, a prezzo di stenti, di patimenti, di rischi,
questi uomini meravigliosi, che accoppiavano l'ardimento
dell'avventuriero alla pazienza del monacello amanuense, corsero
il mondo a cercare in fondo ai conventi e tra le insidie di
contrade barbare i preziosi manoscritti depositari dell'antica
civiltà, li trascrissero, li pubblicarono, li lessero e
commentarono alle genti attonite; fecero rivivere nell'uso, con
tutto l'antico splendore, la fulgida lingua di Roma; tradussero da
quel greco che «non conoscevano», e tradussero molto, e tradussero
bene. E per merito loro il nome latino e il nome italiano
suonarono, anche una volta, alti, gloriosi, per tutto il mondo
civile.
E accanto all'opera loro si svolge, non meno ardente e proficua,
quella dei «librai». Diamo un'occhiata, cosí alto alto, alle prime
edizioni di classici. Dal 1465, anno iniziale, sino ai primissimi
del '500, per una edizione dei _Paradossi_ di Cicerone, apparsa a
Magonza, per un Manilio di Norimberga, per un Terenzio e un
Valerio Massimo di Strasburgo--e basta--abbiamo 16 classici
stampati a Roma; 32 a Venezia (conto per uno gli Oratori attici);
6 a Firenze; 3 a Milano; ed altri a Subiaco, Bologna, Brescia,
Napoli, Vicenza, Ferrara. E sia pure che molte di queste edizioni
fossero provvisorie e da emendare con la collazione di nuovi
codici; sia pure che qualche umanista, abusando della sua favolosa
facilità nel latino, correggesse un po' troppo liberamente i
testi; ma anche qui sussiste ineliminabile il fatto che, mentre
tutto il mondo, Germania compresa, stava a guardare, _gli umanisti
italiani scopersero e pubblicarono tutti i principali classici
greci e latini_; li pubblicarono in edizioni in genere corrette,
e, quando possedevano il materiale occorrente, meravigliose: tanto
che, se confrontate qualche edizione aldina con qualche novissima
edizione di Lipsia, passata per la trafila di cento collazioni,
avete l'edificante sorpresa di trovarvi dinanzi al testo medesimo;
li tradussero, e le loro traduzioni spesso rimasero base
fondamentale di tutte le traduzioni future: li commentarono: in
una parola, scopersero e diedero al mondo moderno quasi tutto il
materiale per la conoscenza e per lo studio del mondo antico. Gli
altri avranno fatto meglio di loro: ma tutti dopo di loro. Cose
note, arcinote; ma non è male precisarle e ricordarle.
*
* *
Scoperta la terra, disegnata la configurazione generale, ecco
avvicinarsi gli altri popoli, la cui attività comincia appunto
quando quella italiana, raggiunta la piú ardua mèta, incomincia a
declinare. Enrico Stefano ed Erasmo di Rotterdam, corifei dei due
grandi periodi filologici francese ed olandese, nascono
rispettivamente il 1460, il 1466: il principio della loro attività
cade quindi fra il il 1480 e il 1490. Angiolo Poliziano, aquila ed
usignuolo dell'umanesimo, moriva nel 1494. Gl'Inglesi vengono
assai dopo; il Bentley, il loro corifeo, nasce il 1662. I
tedeschi, qui come in tante altre cose, arrivano ultimi.
L'Agricola, il Reuchlin, lo Schwarzert, non possono davvero
passare per precursori: e solamente col Winckelmann (nasce il
1717) incomincia in Germania un vero risorgimento umanistico.
Il periodo francese è veramente gloriosissimo. Esso vanta, per non
ricordare che i nomi piú famosi, tutta la dinastia degli Stefani,
il Turnèbe, che Montaigne chiamò il piú gran letterato da mille
anni ai suoi giorni, il Mureto, sovrano d'ogni eleganza, Giuseppe
Giusto Scaligero, l'«aquila fra le nubi», il Casaubon, l'uomo piú
dotto dei suoi tempi. Questi filologi, e i minori, ripubblicarono
o pubblicarono i testi greci e latini con diligenza, con
disciplina, con un materiale di studio che gli umanisti non
possedevano ancora. La loro potenza di lavoro era formidabile,
favolosa. Il solo Enrico Stefano (il minore), pubblicò 74 autori
greci e 58 latini, fra cui diciotto edizioni principi. E questa
non è se non la parte minore, il fregio della sua opera: il suo
capolavoro immortale è il _Tesoro della lingua greca_ (1572), che
in cinque volumi in folio racchiude tutta la grecità. È, sino ad
oggi, l'unico gran dizionario greco: è opera di dottrina e
genialità infinite: da esso derivano, piccoli rigagnoli, tutti gli
altri vocabolarî, compresi il Passow ed il Pape, tedeschi, famosi,
e mediocri.--Prima di lui, Roberto Stefano aveva pubblicato il
_Tesoro della lingua latina_ (1531), che rimase anch'esso unico
sino al lessico del Forcellini, italiano, che anche ora
giganteggia su tutti gli altri. Cinque accademie tedesche hanno
adesso radunati gli sforzi per compilare un nuovo vocabolario. Ma
chi sa quando sarà finito, e chi sa come sarà finito. Per il poco
che ne possediamo, si presenta, al pari di tante modernissime
operone tedesche, come un mare magno. E non è detto che non vi si
possano pescare anche granchi.
Per tornare alla filologia francese, accanto a questi due
monumenti degli Stefani, bisogna collocare i Glossarî della media
ed infima latinità e grecità del Du-Cange (1678-1688), la sua
edizione degli storici bizantini, e la Paleografia e la Biblioteca
dei manoscritti di Bernardo di Montfaucon.
Colgo i punti culminanti; e quanto al periodo olandese, che corre
quasi parallelo al francese, mi limiterò a ricordare il Lipsio, il
Meurs, il Grozio, il Gronovio, la cui opera amplia ed integra in
certo modo quella dei filologi francesi.
Ora, in questo periodo che diremo, per intenderci,
franco-olandese, si precisano meglio il cómpito e gli scopi della
filologia, rimasti nel periodo umanistico un po' indeterminati e
confusi. Gli umanisti italiani, nel loro sconfinato entusiasmo,
avevano voluto quasi cancellare il torbido periodo dell'età di
mezzo, riallacciare a Roma e ad Atene il pensiero e l'arte
contemporanea, far rivivere il passato. Sbollita la prima
ebbrezza, si vide quanto fosse chimerica tale aspirazione.
Rievocare il pensiero e l'arte antica, assimilarli, cercare in
quel primo radioso periodo della nostra civiltà fulcri ed impulsi
per i futuri progressi, andava bene; ma vuotare la vita attuale
del suo contenuto per iniettarvi quello di un'altra epoca, non era
possibile e sarebbe stato male. Gli umanisti francesi ed olandesi,
piú o meno compiutamente, restrinsero e definirono con gran
chiarezza l'essenza e il cómpito della filologia classica.
Pubblicare gli scrittori antichi nella forma presumibilmente piú
vicina alla forma originale; e per giungere a questo risultato,
radunare tutti i codici conservati di ciascun autore, correggerli
ed integrarli col paziente confronto. E intorno a questi autori,
raccogliere quante notizie antiche servissero ad illustrarli.
Tale il programma. Programma non clamorosamente bandito, bensí
strenuamente, pazientemente attuato. Allora non c'erano tante
«teorie», tanti contrasti di metodi, tante imposizioni. E non ce
n'era bisogno. L'opera era molto ardua nella pratica; ma quanto ai
criterî generali, per menti lucide come quelle, non potevano
sorger dubbî. Nessuno di quei gagliardi si dev'essere proposta mai
la domanda che sembra angosciar tanto le menti tedesche: che cos'è
la filologia. Badarono ad operare, ed operarono a bono. E se anche
tutto il lavoro filologico compiuto dopo di loro andasse perduto,
potremmo ancora, senza troppo disagio, leggere tutti i classici
greci e latini. Furono lavoratori ciclopici.
Lavoratori solamente?--Certo l'aureola che cinge i nostri umanisti
non circonda le loro fronti. Altro è scoprire una terra, altro è
metterla in valore. Il giudizio del mondo che, a lungo andare,
tribuisce a ciascuno il suo, colloca questi dotti in una sfera un
po' meno luminosa di quella in cui brillano il Filelfo, Marsilio
Ficino, Angiolo Poliziano; ma suonano tuttavia immortali i nomi
degli Stefani, del Mureto, del Grozio, del Du-Cange.
*
* *
Un passo innanzi si deve al Bentley, con cui comincia dunque la
filologia inglese. Il Bentley è una di quelle menti inglesi
d'acume indefettibile, che fissano, senza offuscarsi un momento,
i problemi piú abbacinanti. Qualche filologo alla tedesca
volentieri trova da apporre al suo gusto; ma insomma egli guardò
veramente con _occhio nuovo_ tutto l'immenso materiale della
dottrina classica, e vide quasi dappertutto fatti e fenomeni
sfuggiti ai piú acuti indagatori. A lui si deve la scoperta del
digamma in Omero, dalla quale rampollarono tante verità in
parecchi ordini di studî; egli intuí il vero studio scientifico
della metrica; e molte delle vie che batte' poi con tanto clamore
la filologia tedesca, furono, in realtà, dischiuse da questo
grande Inglese. Ma né di lui né di altri pure insigni, che mossero
sulle sue orme, posso parlare piú a lungo: non voglio però tacere
che in questo milluogo di studio sorge anche Giorgio Grote, che,
vissuto sempre nel mondo bancario, scrisse una storia della Grecia
che rimane, per chiunque non sia acciecato da pregiudizî
filologici, mirabile e insuperata.
*
* *
Ed eccoci infine alla Germania, cioè al punto capitale della
nostra discussione. E qui abbia un po' di pazienza il lettore, e
freni per un momento qualche obiezione che potesse affacciarglisi.
Per chiarezza d'esposizione, devo enunciare fatti fondamentali,
senza tener conto, volta per volta, di minori fatti concomitanti,
che sembrerebbero talora smentirli. Ad uno ad uno riesaminerò poi
questi fatti: ora debbo cogliere i punti essenziali. La matassa è
arruffatissima; e se non sbrogliassimo i capi uno per uno, non
arriveremmo in fondo.
Iniziatori della rinascenza classica in Germania furono non già
eruditi, bensí l'araldo dell'arte greca, Winckelmann, lo
scienziato poeta, Humboldt, e grandi scrittori e poeti: Lessing,
Herder, Klopstock, Goethe, Schiller. Il battesimo fu meraviglioso,
e se ne vide il buon frutto; ma questo è uno dei punti cui dovremo
troncare.
Dunque, il periodo filologico tedesco comincia tardi. Ma è
doveroso soggiungere che è però d'una fecondità straordinaria: se
oggi contate l'esercito dei filologi tedeschi, esso stritola
senz'altro gli eserciti riuniti di tutto il resto del mondo. Che
se poi domandate ad un filologo benpensante quali siano i tratti
caratteristici del movimento filologico tedesco, egli vi
risponderà senza dubbio:
1) Una metodologia piú raffinata, sicché solo coi tedeschi la
filologia diviene veramente scienza.
2) Un approfondimento delle discipline filologiche.
3) Un ampliamento delle sullodate discipline.
4) L'organizzazione del lavoro scientifico.
Questa _organizzazione_ è, in fondo, la parte fondamentale, che
diventa poi fabbrica di esportazione, mezzo d'espansione,
strumento di conquista: merita d'essere discussa a parte. Per ora,
occupiamoci degli altri tre punti, e vediamo che liquore si
nasconda, in realtà, dietro i seducenti cartellini.
1) Metodologia scientifica.--Nessuno ignora che i tedeschi hanno
la mania di fabbricar teorie. Metteteli al punto, e vi scrivono un
volume di mille pagine sulla «teoria» d'infilarsi la giubba. Cosí
fecero per la filologia.--Nel confrontare diversi codici per
derivarne la lezione presumibilmente piú vicina al testo
originario, nell'_emendare_ secondo la grammatica e le norme
stilistiche l'archetipo cosí derivato, e in simili altre bisogne
filologiche, conviene certo seguire certe regole. E il buon senso
le detta, e i grandi filologi in genere le avevano seguite senza
sciorinarle, senza organizzarle né farne pompa. I tedeschi
formularono, riunirono, codificarono, articoli, commi, sottocommi.
Ricordo un professore di storia che all'Università ci intrattenne
per un anno intero sulla metodologia, insegnandoci che conveniva
citare sempre l'ultima edizione scientifica, e quando si riferiva
un brano d'un altro scrittore, avvertire che non era nostro, e
chiuderlo fra virgolette, e citare la pagina precisa, e mettere un
_sic_ fra parentesi se l'opinione non ci persuadeva, e via di
questo passo.
Dunque, metodologia, asfissía. Ma in conclusione, ciascuno lavora
secondo il proprio genio. Se i tedeschi per filar diritto hanno
bisogno di tutti questi «_freni teorici_», adoperino pure questi
freni teorici. L'essenziale è che non deviino, che il risultato
sia buono.
E a dire il vero, per il lavoro filologico, secondo il concetto
determinatosi nel periodo francese--raccogliere, dunque, e
ordinare,--i tedeschi possedevano qualità di prim'ordine:
pazienza, resistenza, tenacia. A nessuno passerà per la mente di
scemar valore ad opere insigni come, per es., il _Corpus_ delle
iscrizioni greche del Boeck, la raccolta dei frammenti dei comici
del Meineke, la edizione plautina dei Ritschl, l'_Aglaophamus_ del
Lobeck--semplice raccolta di materiale anche questa, checché possa
sembrare ai filologi impenitenti.
2) Approfondimento.--Qui cominciano le dolenti note: in questo
_approfondimento_ ebbero ampio campo da esplicarsi alcune delle
meno buone qualità del tedesco.
I tedeschi hanno mente disordinata. Regolare un complesso d'idee
secondo una linea logica, precisa, sobria, come fanno senza
sforzo un italiano, un francese, un inglese, non sanno: quasi ogni
loro scritto, anche dei grandi, è perpetua prova di tale
affermazione. Il meticoloso ordine di tutti gli oggetti materiali
che meraviglia, seduce, ammalia tanti allocchi migrati in
Germania, non è se non una difesa, un argine contro questa
incoercibile tendenza delle loro idee a scompigliarsi, a
sparpagliarsi.
I tedeschi hanno mente poco lucida. Nel diaframma della loro
intelligenza le cose si riflettono senza nitidità di contorno,
circondate di nebbia, coi lembi sfumati e reciprocamente confusi.
Cosí vedono da per tutto oscurità, e quindi punti da chiarire,
cioè problemi da risolvere, dove non c'è niente da chiarire né da
risolvere. In tempi non sospetti, Giacomo Leopardi, la cui mente
ebbe sempre lucidità empirea, aveva già fatto questa osservazione:
Che non provan sistemi e congetture
E teorie dell'alemanna gente?
Per lor, non tanto nelle cose oscure
L'un di tutto sappiam, l'altro nïente,
Ma nelle chiare ancor dubbî e paure
E caligin si crea perpetuamente.
I tedeschi, per solito, stanno terra terra, salciccia, pipa, e
gotto di birra. Ma se, dio ci scampi e liberi, spiccano il volo,
eccoli d'un balzo tra la piú fitta nuvolaglia metafisica. Nel
cielo azzurro e limpido, nessuno ha mai visto un tedesco, se non
brevi istanti, e quando s'era perfettamente infrancesato, come
Heine, o grecizzato, latinizzato, italianizzato, come Goethe: e
nemmeno bastava.
Tutte queste qualità negative trovarono dunque fertilissimo
terreno nell'«approfondimento» della filologia. E seguendo,
secondo il genio della propria stirpe, le vie dischiuse dal
Bentley, produssero, con fecondità da conigli, centinaia,
migliaia, miriadi di scritti, in cui si _approfondiva_, cioè si
costruivano castelli in aria i piú goffi, i piú grotteschi, i piú
sbilenchi. Bisogna, come ho dovuto far io, aver letto a migliaia
codesti opuscoli, e vedere che cosa sono stati capaci di
arzigogolare filologi, anche di nome insigne, su miseri frammenti
di poeti, su innocenti figurazioni di vasi greci, per provare
dinanzi a questo _approfondimento_ tutti i sintomi del mal di
mare. Il frutto, non piú sollazzevole, ma certo piú cospicuo
dell'_approfondimento_, è la questione omerica. Milioni di pagine,
tra cui ne n'è da disgradare le amenità di Pulcinella. Oggi i
filologi per primi riconoscono che tutta la questione era
sbagliata, che tutte quelle pagine non hanno veruna ragione di
esistere, che chi ha impiegato mesi e mesi per studiare tutte le
teorie del Wolf, del Lachmann, del Hermann, si trova ora con un
pugno di mosche in mano--sono parole, sacrosante, di Giuseppe
Fraccaroli. Ma io ricorderò sempre un antico mio compagno
d'università, preconizzato luminare degli studî ellenici, perché
«conosceva a fondo la quistione omerica». Omero, poi, non l'aveva
letto, e se l'avesse letto non l'avrebbe capito.
3) Ampliamento delle discipline filologiche.--Questo «ampliamento»
risale a Federico Augusto Wolf. Il quale di punto in bianco,
identificò la filologia, o meglio la battezzò: _Scienza
dell'antichità_; e le subordinò ventiquattro, dico ventiquattro,
discipline, che viceversa, poi, sono di piú, perché molte si
potrebbero sdoppiare. Ve ne risparmio per ora l'enumerazione, che
c'è da fare una questione pregiudiziale. Che bisogno c'era di
questo ampliamento?
Non ce n'era proprio nessuno. Il contenuto e gli scopi della
filologia s'erano venuti precisando e determinando nei periodi
francese, olandese e inglese: non c'era che da seguire la via
tracciata.
E dunque, che cosa pote' indurre il Wolf a questo prodigioso
ampliamento? Il bisogno, innato in ogni alemanno, di cercar
mezzogiorno alle due pomeridiane? La mania d'annessione, nella
quale parecchi vogliono oggi riconoscere la qualità fondamentale
del carattere tedesco? Forse. O forse un altro movente, non dirò
nobilissimo, ma certo umano: e i filologi non sempre si librano al
disopra delle umane miserie.
Ecco. Dopo il momento umanistico, dopo i periodi francese,
olandese, inglese, cominciando ad esaurirsi il materiale di
studio, sfiorendone di giorno in giorno la freschezza, veniva
sempre piú in luce un carattere della filologia, che nei primi
entusiasmi era come sparito: il suo carattere di mezzo e non di
fine, di transitorietà e non d'immanenza. La filologia si mostrava
quale essa è veramente, non una scienza a sé, bensí un _metodo di
lavoro_. Ma cosí sparivano gli ultimi raggi dell'aureola che aveva
già circondata la fronte dei nostri umanisti: cosí la maestà del
filologo discendeva ancora d'un grado.
Ed ecco il colpo di stato di Augusto Wolf, e la conseguente
annessione delle ventiquattro provincie. La filologia semplice
mezzo, metodo, disciplina scientifica? La filologia è la scienza
delle scienze: essa le abbraccia tutte, come l'imperatore di
Germania abbraccia o abbraccerà tutte le nazioni del mondo: dalla
filologia, come dal kaiser, raggerà la luce su tutte le genti.
Le conseguenze del colpo di stato furono molteplici e varie, e in
questo articolo è proprio impossibile discuterle. Ma fin d'ora
accennerò a quella strettamente connessa con la nostra domanda
iniziale: alla babelica discordia nelle ulteriori definizioni
della filologia.
I filologi alemanni, dunque, si trovarono di punto in bianco
dinanzi a questo mostro, a questo ircocervo, che era uno ed era
ventiquattro; e non vi so dire se, con la disposizione sortita da
madre natura per le lucubrazioni apocalittiche, si sbizzarrirono a
studiarlo, a sviscerarlo, a definirlo. E ognuno enunciava la sua
_teoria_. Un dilettante di teratologia può con molto frutto
andarle a scovare. Io non le infliggerò al lettore, che, del
resto, può vederne discusse alcune in un bell'articolo di Raffaele
Onorato (_Nuova Antologia_, 16 maggio 1912). Ma non voglio
defraudarlo di quella dell'Urlichs, che apre il famoso _Manuale
della scienza dell'antichità classica_ di Iwan von Müller, una
lunga serie di volumoni che comprendono l'alfa e l'omega di tutta
l'odierna scienza filologica. Dunque, secondo l'Urlichs, la
filologia è la =scienza dell'idealità concreta=. Essa deve
dimostrare «la validità e il senso delle antiche testimonianze, la
connessione delle manifestazioni singole con le maniere collettive
di pensare e d'intuire dell'antichità». E cosí «nelle sublimi
creazioni di spiriti originali, offre _efficace correttivo_ alla
comune ipervalutazione del realismo utilitario, perché _stimola
la fantasia, impegna l'intelletto, arricchisce il cuore e acuisce
l'ingegno_».--Come un aperitivo Dulcamara. Oh dove sei tu, ché in
Italia non ti vedo, ombra che pensavi di Gian Domenico Romagnosi!