gergo in linguaggio comprensibile, a rendere accessibili a tutte
le persone culte alcuni dei piú ardenti dibattiti «filologici»
agitati questi ultimi anni in Italia. L'eco ne sarà giunta anche a
molti dei cosí detti profani.
--Un momento--m'interrompe l'amico lettore.--A chi volete che
giovi, a questi lumi di luna, tale chiarificazione? Chi volete che
s'interessi alla filologia, ai filologi, alle loro diatribe
bizantine?
Non sono bizantine come tu pensi, amico lettore. Chi dice
filologia, dice, in ultima analisi, cultura tedesca. La filologia
è il tipo, il modulo, l'impronta che la mente tedesca ha impresso
e va imprimendo su tutti gli studî. Un tempo c'erano la storia, la
letteratura, l'eloquenza, la lessigrafia, la stilistica; e
ciascuna di tali discipline aveva contenuto e metodo proprî.
Adesso tutto è filologia, =Philologie=. Questo cefalopodo
(metafora, come sei giusta!), nato e cresciuto in Germania, ha
lanciato i suoi viscidi tentacoli sopra ogni provincia di
cultura, e tenta di soffocare quanto ciascuna di esse aveva di
caratteristico e di nazionale.
Il processo di soffocazione è tuttavia in corso: apro una
parentesi e cito un esempio. Nelle Università italiane ci sono tre
cattedre: di grammatica greca e latina, di letteratura latina, e
di letteratura greca. Ora la _Commissione Reale per la riforma
universitaria_ ha proposto pari pari che queste tre cattedre si
trasformino in due cattedre _uguali_ di _Filologia classica_.
Capite bene, eh! Anche la letteratura latina, la prima gloriosa
pagina della nostra civiltà, deve convertirsi, anodinamente, come
nelle università tedesche, in «_filologia classica_»: anche il
nome: _latino_ deve sparire dalle università italiane! E molti
universitarî italiani hanno approvato ed applaudito. Domani
un'altra _Commissione reale_ proporrà anche la conversione della
_Letteratura italiana_ in _Filologia moderna_, alla pari con la
_Letteratura tedesca_; e allora applaudiranno anche i barbassori
di Berlino.--La parentesi è chiusa.
La filologia, dicevo dunque, cioè il metodo tedesco, cerca di
soffocare dappertutto, e anche e soprattutto in Italia, ogni altro
metodo. Proteste si sono levate, e si levano: è di ieri la
polemica di Alessandro Bacchiani sul _Giornale d'Italia_. Ma
ad ogni tentativo di protesta, interviene la «_competenza
scientifica_», ed impone silenzio al buon senso. Comincia la
diffusione del nero di seppia, e la gente volta le spalle. Vediamo
un po' se una volta tanto ci riesce di afferrare il malizioso
mollusco. Vediamo se ci riesce di scernere ben chiaro che cosa sia
questa benedetta _filologia tedesca_, e quanto abbia giovato il
suo dominio alla scuola italiana, e quanto abbia nociuto, e se
convenga lasciarla ancora spadroneggiare e imperversare. Parlerò
più specialmente della filologia classica, perché è questa il
centro e la matrice in cui s'è formata e da cui s'irradia ogni
specie di filologia: e ciò che si dice di essa si può estendere,
piú o meno, a tutte le sue derivazioni.
*
* *
Che cosa è dunque questa benedetta _filologia_?--Se rivolgete la
domanda, non dico ai profani, ma anche ai piú profondi iniziati,
otterrete tante risposte diverse quanti saranno gl'interpellati.
La _filologia_ è, o sembra a prima giunta, proteiforme. E perciò
non ti sgomentare, amico lettore, se, dopo averne sentito parlare
come d'un cefalopodo, adesso, ai primi approcci, te la vedi
giganteggiare dinanzi come un colosso.
Proprio cosí. Aprite un catalogo tedesco, di Teubner, di Weidmann,
di Reimer. Non c'è autore che non sia pubblicato in edizioni
critiche, in edizioni scolastiche, in edizioni _scientifiche_.
Aprite una di queste edizioni. Ecco un solido blocco di varianti,
l'apparato critico: segue il testo, in pagine fitte fitte, e, in
genere, tipograficamente corrette: copiosi indici chiudono i
volumi. Le note formicolano di erudizione. Per tutti i principali
autori c'è un lessico speciale. Poi vengono i dizionarî generali
delle lingue, poi i dizionarî di cultura, d'arte, di vita, e via
dicendo, dove son registrati minutamente _tutti_ i fatti, _tutte_
le notizie dell'antichità classica. Insomma, c'è tutto, c'è piú
che tutto. E tutto in ordine, schierato, ammassato, pronto a far
fuoco. Sicché, dopo un esame anche superficiale, non potrete a
meno di esclamare: sí, la filologia tedesca è un colosso di
bronzo.
*
* *
È un colosso di bronzo. Ma questo colosso ha un piede di creta. Ed
io voglio nel mio primo articolo, anche per cominciare senza
troppo tedio, picchiare su questo piede di creta. Apri con me,
amico lettore, una delle piú grandi creazioni del genio ellenico:
l'_Agamennone_ d'Eschilo. Leggilo pure in una qualsiasi versione:
io terrò sotto gli occhi una delle edizioni tedesche che vanno per
la maggiore: quella del signor Keck.
E leggiamo dalla prima scena.
La scolta notturna che veglia sulla reggia degli Atridi, in Argo,
ha visto brillare fra le tenebre il segnale di fuoco, che, acceso
da monte a monte, è giunto da Troia ad Argo, ad annunciare la
caduta della città di Priamo. La scolta ha avvertito la regina
Clitennestra, e questa ha chiamato a sé i vecchi d'Argo (il Coro),
ed ha partecipato la notizia. Rimasti soli, i vecchi levano
preghiere di ringraziamento, e indugiano nei ricordi del passato,
quando la città suona improvvisamente di grida: ed essi fanno i
seguenti commenti. Traduco, poi si vedrà perché, verso per verso,
parola per parola.
Del fuoco per il lieto messaggio--
attraverso la città muove un veloce--
clamore: se veritiero--
chi sa, se sia un divino inganno?==
Chi è cosí fanciullesco o dissennato--
(che) del fuoco per gli annunzi--
recenti essendosi infiammato in cuore, poi--
per il mutamento (arrecato dai) dei discorsi s'abbatta?==
Ad indole di femmina s'addice--
prima che appaia il fatto allegrarsi==
Troppo credula l'indole femminile è--
precipitosa; ma sollecita--
muore la buona notizia data da donne.==
Nei codici che ci hanno conservato l'_Agamennone_, codesti versi
appaiono cosí, uno dopo l'altro, senza distinzione o designazione
di personaggi. Ma appare ovvio che nella recita saranno stati
distribuiti in quattro gruppi: quelli che ho distinti con le
sbarrette doppie. Ora, sapete che cosa ha escogitato il Keck? In
uno di quegli accessi d'ipersensibilità estetica assai frequenti
nei nipoti di Arminio, ha visto una scena molto piú mossa: ha cioè
immaginato che ciascuno di quei versi fosse recitato da un attore
diverso. Avete ben capito? Uno dei vecchi avrebbe incominciato:
_Del fuoco per il lieto messaggio...._; e il secondo, levandogli
la parola di bocca: _attraverso la città muove un veloce..._; e il
terzo, interrompendo il secondo, a vendicare il primo: _clamore:
se veritiero..._; e il quarto: _chi sa, o se sia un divino
inganno_; e il quinto dopo il quarto, e cosí via sino al
dodicesimo.--Uccellin volò volò: come _giuoco di società_ è
raccomandabile.--E dopo questa «_teoria_», il Keck, glorioso e
trionfante come un mio pappagallo buon'anima, che, messa a posto
una beccata, si gonfiava e pavoneggiava tutto, commenta: «_In ogni
caso_, la simmetria di queste esclamazioni involontarie,
scoppiettanti qua e là fra le righe dei coreuti come un fuoco di
plotone (ah, prussiano!) è cosí perfetta, che non solo ne risulta
la divisione (fra varî personaggi) di questo brano, _ma d'ora in
poi_ non si può _neppure dubitare che il numero dei coreuti in
questa tragedia era di dodici_»[9].--Convincente, eh!--Adesso poi,
se un lettore malizioso va a contare i versi, vede che invece
sono tredici. Ma il Keck non si arresta dinanzi a cosí lieve
ostacolo. Rimaneggia un po' il testo, aggiunge di suo un
emistichio al 2.º verso, un emistichio e un verso intero al 4.º,
affida a due dei personaggi due versi per ciascuno, e fa tornare
il conto giusto. Sistema comodissimo, pratico, concludente, che i
tedeschi hanno applicato ed applicano in lungo e in largo ai poeti
greci, riuscendo in tal modo ad ottenere simmetrie e fondare
«_teorie_» divertentissime.
*
* *
Ma--obietteranno i competenti--questo ed altri non meno
sollazzevoli esempî che si possono raccogliere dall'opera
del Keck, non concludono molto. Il Keck è senza dubbio uno
scientificissimo filologo; e per questo noi lo pigliamo sul
serio, ad onta della incontestabile sua grullaggine: ma non è
addirittura una sommità. Sceglietene uno di prima fila.
Vi servo subito, illustri competenti. Scelgo un altro nome che
riuscirà nuovo ai profani (è l'allegra vendetta del buon senso),
ma farà chinar reverenti le fronti degli iniziati: Federico Blass.
Federico Blass è senza dubbio filologo d'erudizione immensa e
sicura; e possiede anche una nitidità di pensiero e d'espressione
non troppo comune fra i tedeschi. Ma stringi stringi, è tedesco
anche lui: e sentite un po' che cosa va ad arzigogolare intorno ad
una scena delle _Eumenidi_ di Eschilo. La sacerdotessa del
santuario d'Apollo entra un istante nel tempio, e ne esce
esterrefatta da una visione orribile. Sentiamo le sue stesse
parole (traduco fedelmente):
Ai penetrali ed alle sacre bende
m'accosto: e vedo su la pietra un uomo
supplice, sozzo d'un delitto: sangue
stillano ancor le mani, e il ferro ignudo;
e stringe un ramo di montano ulivo
tutto avvolto di pii candidi bioccoli.
E dinanzi a costui, sovressi i troni,
sopito giace un mostruoso stuolo
di femmine: non femmine, anzi Gòrgoni
io le dirò: se ben, neppure a Gòrgoni
le posso assimigliar, quali dipinte
io le vidi a Finèo predar la mensa:
ché senz'ali son queste, e negre, e tutte
lorde: con ammorbanti aliti russano,
e sozze marce giú dai cigli colano.
Dunque Oreste, sgozzata la madre in Argo, è corso a rifugiarsi,
inseguito dalle Furie, ai piedi dell'altare d'Apollo; ed ha le
mani ancora intrise di sangue.
Penseresti, amico lettore, a chiedere di chi sia quel sangue?--Ma
i tedeschi sono coscienziosi, vogliono mettere tutti i puntini su
tutti gli «i». Quindi Federico Blass, angustiato dal dubbio
scientifico, si propone e cerca di risolvere il grave problema. E,
cerca cerca, scavizzola un po' oltre le seguenti parole, che
Oreste, abbandonato il santuario di Apollo, pronuncia ai piedi del
simulacro di Minerva:
Langue su la mia man, si strugge il sangue.
Del matricidio la recente macchia
lavata è già: col sangue d'un porcello
presso l'ara del Dio fu cancellata.
Che raggio di luce! Oreste ha dunque sacrificato un porcello ad
Apollo: il sacrificio fu compiuto prima della scena in cui Oreste
ci è apparso tra le Furie, perché al fine di quella scena
Oreste fugge, né in séguito torna piú nel santuario d'Apollo:
conclusione... conclusione: «_naturalmente il sangue non è
quello della madre, bensí quello del porcello sacrificato ad
Apollo_»[10]. E dice proprio naturalmente: _natürlich_. Perché è
incredibile quante cose che a noi sembrano dell'altro mondo, siano
naturali per i filologi tedeschi e per i loro tirapiedi italiani.
Scommetto che qualcuno di essi, leggendo queste mie righe, mentre
tu, o lettor profano, ridi, starà meditando gravemente se il Blass
non possa per avventura aver ragione lui[11].
Dunque, o profani, avete inteso bene anche questa volta? I poeti
greci sono grandi, ma sono anche remoti; e per intenderli occorre
l'aiuto dell'ermeneuta. Eccolo, l'ermeneuta. Mentre voi, dinanzi a
quella portentosa fantasia tragica, raccapricciate, mirando le
mani insanguinate del matricida, l'ermeneuta viene, barbone e
occhiali, e vi susurra misterioso all'orecchio: Attento bene, o
profano! Quello è sangue di porco!
*
* *
E senza abbandonare Eschilo, veniamo finalmente al piú grande dei
moderni ellenisti, al pontefice massimo, al gran lama, al kaiser
della filologia moderna: Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff.
Questo nome, sí, fa tremare le vene e i polsi a tutti i filologi
autentici, serî, veramente scientifici. Per avere denunciate
alcune sue gustosissime amenità pindariche[12], io mi sono
attirato l'odio teologico di quasi tutti i filologi italiani. Ma
questo non interessa il lettore. Il Wilamowitz è poi anche
abbastanza noto al gran pubblico, perché durante la guerra è piú
volte uscito dal suo guscio filologico, per fare clamorose ed
esilaranti dimostrazioni patriotiche. Un giorno, in una seduta
magna dell'accademia di Berlino, dopo che altri luminari ebbero
schiccherato parecchi discorsi imperialisti e mangiacristiani,
come usavano allora, si levò solenne, nella candida maestà della
barba fluente. Religioso silenzio. E mentre tutti attendevano dio
sa quali fiumi di eloquenza demostenica, intonò con voce gagliarda
il _Deutschland über alles_. Sarebbe come se, a una tornata
solenne dei _Lincei_, Pasquale Villari, putacaso, si alzasse a
cantare: _Si scuopron le tombe, si levano i morti_.--Un'altra
volta interruppe la lezione, e dopo un discorsetto di circostanza,
rivolto alle studentesse: È guerra--disse--le studentesse alla
calza!--L'ultima fu il permesso solennemente accordato alla
patria tedesca di rappresentare sulle scene alemanne i drammi di
Shakespeare. Eravamo ai grassi giorni della neutralità, e
codeste bertoldaggini erano riferite nei giornali italiani dai
corrispondenti germanofili con accenti di commossa ammirazione.
Il Wilamowitz, dunque, ha pubblicato, pochi mesi fa, un grosso
volume di _interpretazioni_ eschilee; e nella prefazione scrive
queste sacrosante parole: «L'interprete d'un'opera d'arte deve
fare ben piú che spiegare parole e proposizioni: egli deve
_sentire simpaticamente_ col poeta, deve sentire l'opera e il
poeta come qualche cosa di vivo, ed _insegnare agli altri a
sentire_».--Benissimo! Proprio quello che io vado ripetendo da
oltre un decennio ai wilamowitziani d'Italia, i quali rimarranno
adesso un po' male, sentendo queste parole pronunciate dal loro
idolo.
Benissimo! Ma come _sente_ poi il Wilamowitz? Come _insegna a
sentire_?--Del suo volume mi occupo altrove, lungamente[13]. Qui,
a conclusione di questo già lungo articolo, citerò un paio di
esempî.
Apriamo, anche una volta, l'_Agamennone_. Quando il re d'Argo,
reduce vittorioso da Troia, si presenta sul carro dinanzi alla
reggia. Clitennestra, che medita già in cuor suo di ucciderlo, lo
saluta con un lungo discorso tutto miele, infinte lusinghe, velati
sarcasmi. E conclude:
Ed or che il male
sofferto è già, con cuor lieto, quest'uomo
dirò cane fedel della sua casa,
gómena che salvezza è della nave,
saldo pilastro dell'eccelso tetto,
figliuolo unico al padre, terra apparsa
ai naviganti contro ogni speranza,
giorno fulgente dopo il turbine, acqua
di vena al peregrino arso di sete!
Questo è il saluto ond'io t'onoro.
Sapete che cosa ha inventato il Wilamowitz? Nei _Canti popolari
Toscani_ ha letto i seguenti versi:
L'è rivenuto il fior di primavera,
l'è ritornata la verdura al prato:
l'è ritornato chi prima non c'era,
è ritornato il mio 'nnamorato:
l'è ritornata la pianta col frutto,
quando c'è il vostro cuore, il mio c'è tutto:
l'è ritornato il frutto con la pianta;
quando c'è il vostro cuore, il mio non manca:
l'è ritornato il frutto con la rosa;
quando c'è il vostro cuore, il mio riposa.
Questo canto e le parole di Clitennestra sembrano al Wilamowitz
una sola cosa; onde egli induce dalla somiglianza non so qual
profondo misterioso rapporto; e scrive, senza paura: «Io credo
fermamente che i carmi convivali o i canti popolari greci
offrissero qualche cosa di simile. Questo non si può riuscire a
provarlo; _ma questo rispetto amoroso ci fa vedere_ a quale sfera
il poeta abbia attinto i colori per la finzione ipocrita (di
Clitennestra)», etc., etc.[14].
Per capire bene l'amenità di questa osservazione, bisogna
rileggere l'intera scena e l'intero discorso di Clitennestra, e
vedere come tutto quel che precede prepara l'animo in modo che
queste ultime lusinghe della femmina feroce suonano nell'anima del
lettore come un sarcasmo d'altezza tragica infinita. Allora viene
_l'ermeneuta_, e vi susurra all'orecchio che dovete pensare ad uno
stornello paesano.... Con che cuore, con che cuore!--E poi notate:
«a quale sfera il poeta abbia attinto i colori!» Come se Eschilo,
la fantasia piú vulcanica che il mondo abbia mai avuto, andasse a
racimolare qua e là bricciche per comporre le sue tragedie.
Avrebbe potuto almeno ricordare, il kaiser dei filologi, che nelle
_Rane_ d'Aristofane appunto Eschilo rimprovera al suo rivale
Euripide un simile sistema di composizione poetica!
E quasi piú interessante è la interpretazione o _visione_
wilamowitziana della scena di Cassandra.
Come tutti rammentano, la fanciulla profetica rimane muta ed
immobile durante tutta la scena dell'arrivo. Esce poi Agamennone,
esce Clitennestra, i coreuti intonano il loro tristissimo canto,
né essa dà segno di vita. Sembra, secondo la icastica espressione
del coro, una belva or ora presa. Riappare Clitennestra, la invita
a piú riprese ad entrare nella reggia, i coreuti la esortano, ma
non ottengono risposta. La regina rientra, i coreuti rivolgono
alla fanciulla un'ultima affettuosa esortazione. Né essa risponde;
bensí, d'un tratto, rompe in un inatteso grido straziante, che fa
tuttora correre un immenso brivido tra le file degli spettatori.
Il Wilamowitz, come ho detto, offre di questa scena una
interpretazione sua: e per apprezzare questa interpretazione,
bisogna che rileggiamo insieme tutta la scena. Riferisco la mia
versione.
CLITENNESTRA
_Esce dalla reggia, e si rivolge a Cassandra._
Entra tu pure.--Dico a te, Cassandra.
Poi che benignamente volle Giove
che i sacrifici tu partecipassi
fra i molti servi, stando presso all'ara
del Dio custode della casa. Scendi
dal cocchio, scaccia il tuo soverchio orgoglio.
Anche il figlio d'Alcmena, un tempo, dicono,
fu venduto, e dove' piegarsi a forza
a servil giogo. Allor che su noi piomba
di tal sorte la forza, è assai fortuna
trovar padroni d'opulenza antica:
ché quanti ricca messe hanno ricolta
oltre ogni loro speme, in tutto crudi
sono coi servi, oltremisura. Tu
quanto conviene troverai fra noi.
A
_a Cassandra che rimane muta._
Chiare parole t'ha dirette. Or tu
obbedisci, poiché sei nelle reti
fatali. Ma obbedir forse non vuoi!
CLITENNESTRA
Se pur la lingua sua barbara, ignota
non è, simile a quella delle rondini,
parlando il cuore suo convincerò.
A
Seguila: il meglio che poteasi in questa
sorte ella disse. Lascia il carro, cedi!
CLITENNESTRA
Non ho tempo da perdere dinanzi
a questa porta. Stanno già le vittime
sull'ara, in mezzo della casa, e attendono
il macello ed il fuoco.--Oh chi sperava
mai questa grazia!--Or tu, se ciò che dissi
vuoi far, non indugiare: e se t'è dura
nostra favella, e dir non sai parola,
con un barbaro cenno almeno esprimiti.
A
D'un efficace interprete bisogno
ha la straniera, sembra. I modi suoi
sono come di belva or ora presa.
CLITENNESTRA
D'insania è colta, e i mal pensieri ascolta.
È giunta qui, lasciata la città
arsa or ora, né sa patir le redini,
se pria non spuma la sanguigna bava.
Ma non oltre m'abbasso a favellarle.
_Entra nella Reggia._
A
Non io m'adirerò. Pietà mi stringe.
Lascia quel cocchio, sventurata, cedi
al tuo destino, al nuovo giogo piègati.
CASSANDRA
_prorompendo improvvisa_
Ahimè, terra! Ahimè, terra!
Apollo! Apollo!
A
Perché d'ahimè saluti il nume ambiguo?
Non si addice a quel dio funebre nenia!
CASSANDRA
Ahimè, terra! Ahimè, terra!
Apollo! Apollo!
B
Con grida infauste ancor saluta il Nume
cui non s'addice assistere a lamenti.
CASSANDRA
Apollo, Apollo!
Mio duce e mio sterminio!
Mi perdi, e non a mezzo, anche una volta!
C
Sue sciagure predir sembra: fra i lacci
di servitù, vive il fatidico estro.
CASSANDRA
Apollo, Apollo!
Mio duce e mio sterminio!
Dove condotta m'hai? Verso qual tetto?
D
Al tetto degli Atridi: io te lo dico,
se non lo sai: né troverai ch'io menta.
CASSANDRA
A tetto inviso ai Numi, di consanguinee stragi
conscio, di lacci fatali, a macello
d'uomini, a suolo gocciante di sangue.
B
Come can la straniera ha nari acute,
e fiuta, per trovare odor di strage.
CASSANDRA
Ecco, ecco i testimonî che fede a me ne fanno
questi fanciulli piangenti sgozzati:
maciulla il padre le carni combuste!
A
Sapevamo per fama il tuo profetico
estro; ma niun profeta andiam cercando.
CASSANDRA
Ahimè, ahimè! Che mai
disegni? Quale immane
novello immane lutto
disegni in questa casa? Insopportabile
pei tuoi, senza rimedio!
E lontana rimane ogni difesa!
A
Questi ultimi presagi io non intendo;
intendo il resto: tutta Argo lo grida.
CASSANDRA
Ah, scellerata! Questo
farai! Lo sposo tuo,
il compagno del letto,
mentre nel bagno tu lo immergi.... Come
dirò la fine? E presto
sarà! Mano su mano avventan colpi!
A
Non anche intendo; ché irretito io sono
fra vaticinî cui l'enigma accieca.
CASSANDRA
Ahi, terrore, ahi, terrore! Che visione è questa?
Forse d'Averno è un laccio?
La compagna del talamo è la rete,
la complice! Discordia, insaziabile
contro questa progenie, innalzi un ululo:
ché pietre, poi, vendicheran lo scempio!
A
Quale tu invochi Erinni che si levi
su questa casa? Il tuo dir non m'allieta!
E refluisce al cuore la crocea stilla, come
a chi trafitto cade di lancia, e quivi ha termine
con i postremi raggi
della naufraga vita. E vien rapida morte.
CASSANDRA
Ahimè, ahi! Vedi, vedi! Tieni, tieni lontana
dal toro la giovenca!
L'afferra al peplo con le negre corna,
a tradimento lo colpisce: piomba
nel bagno molle....--Di feral lavacro
insidïoso a te la storia narro.
A
D'essere acuto intenditor d'oracoli
vanto io non meno; e pur, somiglia questo
a presagio di male. Quale fausta parola
mai dissero i responsi? Ma ben con le sciagure
gli ambigui vaticinî
al cuor dell'uomo insegnano profetico terrore.
CASSANDRA
Ahi, me infelice! Al suo dolore mischio
il mio dolore! Oh povera mia sorte!
Perché, perché m'hai qui condotta, misera?
Perché con lui m'avessi una la morte?
A
Tu deliri. T'invasa furor divino: e intoni
su te díssono canto,
come il fulvo usignuolo
non mai sazio di pianto,
che, chiuso nel suo duolo,
Iti Iti per tutta la sua vita
piange, di mali innumeri fiorita.
CASSANDRA
Oh! la sorte del garrulo usignuolo!
Le membra un Nume a lui cinse di penne;
dolce vita gli die', scevra di lagrime.
Me attende, a farmi a brani, una bipenne.
Ora, questa figura di vergine fatidica, voi profani la immaginate
immota, sorda, perfettamente distaccata da tutto quanto la
circonda, seguendo, con gli occhi sbarrati nel vuoto, l'intima
visione dell'imminente scempio d'Agamennone: e quando l'orrore è
giunto ad un culmine insostenibile, prorompe in quel grido
straziante.
Nossignore, voi sentite e vedete male. Il Wilamowitz, il quale sa
che al mondo non c'è effetto senza causa, dice che la fanciulla è
indotta alla repentina esclamazione dalla circostanza che
l'occhio le cade sopra l'idolo di Apollo, suo innamorato e causa
prima delle sue sciagure; idolo di Apollo, il quale era poi un
cono di pietra, il quale in origine era un paracarri, e si poneva
innanzi ad ogni casa, come ci hanno insegnato i nuovi frammenti di
Menandro. Visto il paracarri, allora no, Cassandra non sa piú
stare alle mosse, e leva il suo grido d'orrore![15].
*
* *
È proprio tempo di concludere. Codesti volumi, codesti commenti
«filologici» son tutti ugualmente ameni, da cima a fondo?--Ah, no
davvero! Se cosí fosse, sarebbero altrettanti capolavori
d'umorismo, e i loro autori meriterebbero una nicchia accanto ai
grandi benefattori dell'umanità. Piú spesso le loro «_teorie_» (i
filologi tedeschi battezzano cosí ogni piú ovvia loro idea, ogni
piú grama ipotesi) sono d'una monotonia tetra e asfissiante. Ma
tutte, tetre o amene, si dimostrano, quasi sempre, prodotti dei
seguenti fattori:
1) Uno spirito d'analisi minuto, microscopico, ma miope e freddo:
uno spirito da revisore di conti, da curatore di fallimenti.
2) La trascuranza o l'inscienza degli elementi irrazionali che
entrano nella tempera d'ogni opera d'arte.
3) La mancanza assoluta di sensibilità estetica.
4) Lo struggimento di elevarsi, nondimeno, ad una valutazione
estetica: e le conseguenti amenità.