Longanime lettore, non ti sgomentare. Butto via un fascio di

cartelle, e concludo. Concludo con un ultimo appello ai filologi.

Qualcuno mostrò disdegno e terrore dei molti, dei troppi non

filologi, che avevano accolto festosamente il mio libro, e ai

quali porgo qui i miei ringraziamenti vivissimi. Dove si va a

finire, piagnucolavano quegli altri, se tutti vorranno parlare di

filologia?

Non vi spaventate, cari Colleghi, non fate le zitelle ritrose. Non

temete le discussioni. Quando in qualsiasi provincia di studio

impera senza contrasto una scuola, quella provincia è prossima

allo sfacelo. Lo spirito vive del contrasto. L'intorpidirsi delle

idee in moduli prestabiliti, gli riesce fatale, come la

stagnazione dell'acqua alla salubrità dell'aria. Nelle caverne,

chiuse da cinquanta anni, della filologia italiana, lasciate che

entrino a gran fiotti l'aria, la luce, i raggi del sole.

Allora sembreranno evidenti e naturali tante cose che ora sembrano

arcane ed inconcepibili. Questa fra l'altre: che questo mio libro

tanto incriminato non è se non una pura e semplice e modesta

difesa del buon senso italiano. Di quel buon senso che lo sterile

e prosuntuoso «metodo scientifico» ha ucciso da un pezzo in tutte

le nostre scuole. E questa volta, senza neppure la curiosità di

vedere com'era fatto.

Ma il buon senso non è morto. Giace riverso, mezzo fra torpido ed

ebbro. E pei giorni venturi e per i nostri figli, noi lo vogliamo

ridesto, limpido e vigile. E questo mio libro non deve essere una

lamentazione funebre, bensí una squilla di risveglio, una diana

italiana. Amici e nemici, levate con me il calice dell'auspicio!

_Settembre 1917._

PREFAZIONE

ALLA PRIMA EDIZIONE

Poiché c'è fra gli uomini certa stoltissima razza, che schifa

le patrïe cose, e all'estranie rivolge bramoso lo sguardo,

con irrita speme sviandosi dietro fantasime vane.

PINDARO: _Ode Pitia_ III.

Nei primissimi giorni della guerra, un professore tedesco, in non

ricordo quale giornalone di Monaco, ammoniva solenne: «Ricordino

soprattutto i nostri nemici che dinanzi alle nostre schiere non

marciano i quattrocentoventi, bensí la vergine egidarmata

Minerva».

Si poteva discutere l'opportunità della reminiscenza classica; ma

l'idea era ben chiara. Non già l'immane materiale bellico

accumulato in cinquant'anni di tenace preparazione aveva

consentita ai tedeschi la strepitosa gesta contro il misero

Belgio; bensí quella famigerata superiorità intellettuale che

dovrebbe autorizzare l'_homo germanicus_ a rimpastare secondo la

propria effigie tutti i popoli della terra.

A prima giunta immalinconii: ché mi sembrò vedere la pura Dea

dell'Acropoli inquadrata, come una qualsiasi principessa

prussiana, tra le file dell'esercito di Guglielmo, fitto sulle

chiome ambrosie il negro colbacco degli usseri della morte.

Ma subito mi sovvenne che nessuna affinità, né etnica, né

psicologica, esiste fra l'antico popolo ellenico e l'accozzaglia

versicolore che obbedisce oggi ai cenni del re Costantino o del

presidente Venizelos[5]: onde l'ibrida immagine dileguò presto dal

mio spirito; e un'altra ve ne fulse, d'uno sconcio urango, che con

le lunghe braccia villose e con la ventosa della sozza bocca

irrompeva sulla fanciulla divina. Ma facilmente questa, con un

colpo della sua lancia invincibile, allontanava l'amplesso

mostruoso.

Da questa fantasia germinò l'idea prima del mio libro.

*

* *

Alcune ragioni dell'alterigia teutonica son certo da ricercare in

qualità profondamente insite nello spirito dei tedeschi. Ma

conviene aggiungere, a loro discolpa, che alla folle prosunzione

li ha spinti anche la tedescolatria che per tanti e tanti anni ha

imperversato in tutto il mondo, e massime in Europa.

Ed anche questa tedescolatria, nella sua forma generica, ha

fondamenti e giustificazioni. Oggi come oggi, di fronte agli altri

popoli d'Europa, i tedeschi hanno questo fortuito vantaggio: che

il loro rinascimento, venuto ultimo, è, per conseguenza, piú

vicino a noi. I loro poeti, i filosofi, gli storici, gli umanisti,

e i musicisti sommi, sono, si può dire, nostri contemporanei. Le

loro opere rispecchiano quindi sentimenti, passioni, aspirazioni,

ed anche usi, che ci sono familiari, che sono quasi i nostri: onde

possiamo penetrarle senza alcuno di quei sussidî e riferimenti

eruditi che sono indispensabili a intendere ed apprezzare

interamente gli artisti e gli scienziati del passato, e siano pure

della nostra stirpe. Perciò, per un effetto di prospettiva, li

vediamo giganteggiare dinanzi ai nostri occhi, e ne restiamo

stupefatti.

E questa vicinanza implica un'altra illusione. Il momento glorioso

del pensiero e dell'arte germanica è oramai tramontato.

Incominciato, a tracciar grandi linee, con Bach, con Winckelmann,

con Lessing, si può dire concluso con Heine, con Mommsen, con

Wagner. Quelli che vengono dopo, sono epigoni assai minori. Ma

questi epigoni seguitano a fruire in larga misura i benefizi della

loro nobile origine. Vicinissimi ai loro grandi padri, appaiono

ancora tutti circonfusi della loro luce. E dovranno correre

lunghi anni prima che le maggioranze, le quali vedono sempre in

ritardo, imparino a distinguere queste lucerne da quelle stelle.

Ché se poi restringiamo la nostra osservazione al campo degli

studî storici e letterarî, noi vediamo come la sconfinata

ammirazione, il credito immenso onde godono i grandi tedeschi del

passato e, piú ancora, i piccoli d'oggi, si debba a un certo

metodo che questi ultimi sono andati via via foggiando e

imponendo, e grazie al quale il primo venuto, pur senza vocazione,

pur senza ingegno specifico, e senza ingegno di nessun genere, può

aver l'illusione di divenire critico storico umanista, può aver la

soddisfazione di sentirsi proclamare tale da una schiera eletta di

accoliti e da una folla innumera di persone bevigrosso.

L'applicazione di questo metodo, che da parecchio tempo travolge a

decadenza gli studî anche in Germania, riuscí fatale al nostro

paese. A tale dimostrazione è consacrato il presente libro.

*

* *

Il quale è formato di articoli apparsi in una rivista di

Milano[6], e ripubblicati quasi integralmente. E a riunirli e

ripubblicarli mi hanno indotto alcune considerazioni che espongo

qui brevemente.

Io non oserei certo fare alcun prognostico circa il tempo e il

modo onde finirà la guerra che insanguina il mondo. Ma una cosa mi

sembra di vederla chiara: che cioè, qualunque sia per essere il

suo risultato, essa, nei nostri riguardi, sarà stata combattuta

invano, se, all'infuori d'ogni mutamento politico, dal suo gorgo

cruento non debba uscire una Italia assai differente da quella di

prima, ringiovanita, anche se estenuata, in ogni sua fibra, come

un corpo umano dopo la crisi d'un terribile morbo. La patria

nostra deve essere rinnovellata dalle radici, in ogni ordine di

attività, nelle industrie, nei commerci, nei pubblici ufficî, e

anche, e soprattutto, negli studî.

Un simile problema si era già imposto nella prima fase del nostro

risorgimento; e si crede' di risolverlo egregiamente intedescando

la cultura italiana. Mezzo secolo di esperimento dovrebbe oramai

aver dimostrato anche agli orbi che le conseguenze del dominio

intellettuale tedesco sono state, senza iperbole, funeste.

Tuttavia, ora che esso, per tanti segni palesi, accenna a

crollare, molti scienziati e studiosi, durante il fragore della

guerra che assorda e distoglie, già foggiano le catene per un

nuovo servaggio.

E non parlo di quelli che fanno apertamente l'apologia della

Germania. In questi momenti, riuscirebbe forse piú opportuno e

simpatico il loro silenzio; ma almeno hanno il coraggio delle

proprie predilezioni; e poi, un nemico palese si combatte meglio.

Assai piú pericolosa è l'opera di altri, i quali, pur protestando

fiera ed intransigente italianità _politica_, fanno poi ampie

riserve intorno alla questione _scientifica_, e sotto sotto

tengono caldo il posto al futuro dispotismo intellettuale tedesco.

Il loro ragionamento, per dire la verità, è seducente e

specioso.--I problemi dello spirito--dicono su per giú questi

signori--devono rimanere lontani ed illesi dalle considerazioni

politiche. Noi odiamo e protestiamo con tutte le nostre forze

contro la brutalità militare tedesca. Ma quanto alla scienza, oh,

la scienza bisogna lasciarla da parte. Qui i tedeschi sono maestri

ai maestri, e noi dobbiamo inchinarci a loro, e continuare ad

essere loro discepoli.

E perché non si affermi, come altra volta intervenne, che questi

signori esistono solamente nella mia immaginazione, e che io mi

fabbrico un fantoccio di fantasia per divertirmi poi a buttarlo

giú a palle di stracci, addurrò tre esempî, sotto i quali, come

sotto a moduli, si possono aggruppare le varie forme di apologia

della Germania scientifica.

1) Fervorino di smisurata esaltazione scientifica, spiccando il

salto, per arrivare piú su, dal trampolino dell'aborrimento

politico.

_Sua Eccellenza Luigi Luzzatti, nel discorso solenne all'Istituto

Veneto:_

I Tedeschi hanno due coscienze non comunicanti fra

loro, e si possono assomigliare ai _compartimenti

stagni_ di un poderoso naviglio da guerra. In una di

queste coscienze vi è =la scienza eccelsa, eletta,

meravigliosa nelle analisi e nelle sintesi, ideale e

pratica, colle sue alate indipendenze, colle sue

improvvise temerità, intrepida ricercatrice, e all'uopo

demolitrice delle cose umane e divine=; nell'altro

compartimento vi è l'ossequio supino allo Stato, cioè

al Governo che lo rappresenta, quale si sia.

2) Parata difensiva e botta a fondo contro gli iconoclasti.

_Programma della Rivista Indo-Greca-Italica_ (Napoli, 20 agosto

1916).

La Direzione e gli amici della Direzione non

appartengono alla classe di quei facili costruttori di

ideologie che ogni giorno dalle colonne di certi

quotidiani procedono, in assenza di avversarî, e con

quanta autorità nessuno saprebbe dire, alla piú allegra

e lucianesca svalutazione o vendita all'incanto di

filologi e filosofi di vecchio stile. =Entro e al

disopra di ogni sano sentimento nazionale= noi abbiamo

vivo il culto e giusto il riconoscimento di quanto da

noi o da altri è ormai acquisito alla scienza e

patrimonio del genere umano.

3) Propositi e incitamenti a tornare, finita appena la guerra, al

dolce giochetto della tedescolatria.

GIROLAMO VITELLI, _Marzocco_, 30 luglio 1916.

Debbo alla Germania moltissimo del poco che so, =e

principalmente la visione sicura del quanto e del come

importi sapere=. E poiché né le mie deboli forze in

quaranta e piú anni di onesto lavoro, né le maggiori

doti dei miei colleghi riuscirono in tempo

relativamente cosí breve a togliere ai tedeschi la

gloria della filologia classica e cacciarli di nido,

dopo che sapientemente avevano organizzate le

filologiche trincee, =mi è toccato d'insistere in ogni

occasione sulla necessità assoluta di far capo ai

Tedeschi= per chi volesse proficuamente giungere ad

Omero e Tucidide. Molti dei miei scolari non ignorano,

e qualcuno me lo ha ricordato non a titolo d'onore,

come io pretendessi da ogni futuro filologo quale

condizione indispensabile la conoscenza sicura della

lingua.... tedesca! =E pur troppo, neppure dopo questa

guerra=, che ai governanti e a tanta parte di governati

tedeschi toglierà molte cose--fra il resto la facoltà e

la voglia di asservire l'Europa,--=potrei fare e farei

diversamente=, se mi fosse concesso di vivere e fossi

riobbligato a fare il professore.

Ora io inviterei questi assennati discriminatori a fare un altro

paio di distinzioni, o se preferiamo, considerazioni.

1) A distinguere la scienza tedesca sino al '70, da quella dei

nostri giorni[7]. La prima fu veramente grande e mirabile.

L'altra, la famigerata Kultur, è, come io m'industrio di provare

per la filologia, come valenti scienziati vanno dimostrando per

altre discipline, è troppo spesso una vera cultura di scempiaggini

e di follie. Abbiano un po' la bontà, i sullodati germanolatri, di

levarsi i parocchi, di distogliersi un po' dalle rotaie su cui

hanno incominciato sin da ragazzi a camminare con cieca fiducia,

di dare un'occhiata in giro, e di vedere se per caso quelle rotaie

invece di guidarli a sicura mèta non li inabissino verso qualche

oscuro precipizio.

2) Si mettano un po' a riflettere sul serio se davvero in ogni

caso possa riuscire utile un travaso di cultura e di metodi da

popolo a popolo. Senza dubbio avviene spesso che un popolo barbaro

e senza eredità di cultura propria, per un certo tempo divenga

scolaro di un altro popolo. Se tra i due popoli interceda affinità

etnica, cioè intellettuale, i risultati possono anche essere

buoni, come buoni furono in Roma quelli dell'assimilazione

ellenica. Ma nel caso nostro doppiamente erroneo fu il tentativo

di travasamento. Primo, perché fra la mente italiana e la mente

tedesca vaneggia un abisso che nulla saprebbe colmare. Secondo,

perché l'Italia non era un paese inculto, bensí un paese già

cultissimo, in cui la cultura era decaduta e arretrata. Ma non

c'era bisogno e non conveniva a nessun patto andare ad accattar

fuori di casa germi forestieri da coltivare faticosamente.

Bisognava, e perché non fu fatto allora, bisognerà farlo adesso,

ricercare gli antichi virgulti sviati, erratici, intristiti, e

ricondurli, riallacciarli, rieducarli amorosamente.

Intendiamoci bene su questo punto, che poi non vengano a dirmi che

io consiglio di trascurare l'immenso lavoro che in ogni campo di

studî hanno fatto i tedeschi. Dio me ne guardi e liberi!

No, il problema è differente.

Ecco. Non esiste ramo di studî in cui l'Italia non abbia aperta la

via alle altre nazioni, compresa la Germania, con opere immortali.

E queste opere hanno le impronte della mente latina, cioè la

limpidità, la sobrietà, l'equilibrio, e l'unione strettissima

dell'arte con la scienza.

La Germania, prendendo le mosse da noi, ha prodotto per suo conto

un lavoro colossale. E in questo lavoro è andata via via

imprimendo le caratteristiche della propria mente: caratteristiche

che sono antipode a quelle della mente italiana.

Ora noi non possiamo certo fare astrazione da questo lavoro.

Assai spesso ce ne dobbiamo servire, e sarebbe da sciocchi non

farlo. Ma dobbiamo guardarci bene dall'attaccarci quelle

caratteristiche mentali, che sono troppo disformi dalle nostre, e

che anche in linea assoluta sono tutt'altro che ammirevoli e degne

d'imitazione.

Invece la tendenza della recente e della recentissima filologia

italiana è quella di scimmiottare i tedeschi specialmente nei loro

procedimenti logici e nelle loro determinazioni estetiche; i quali

e le quali, sono, come si dimostra ampiamente in questo libro,

sgangherati e bestiali. Da questa lebbra bisogna guarire,

radicalmente, gli studî italiani. I giovani devono certamente

impadronirsi della lingua tedesca, per adoperare il ricchissimo

materiale di studio accumulato in Germania, con un lavoro che

specialmente nei suoi primi periodi fu ammirevole per serietà, per

onestà, per abnegazione. Ma il modo d'elaborare quel materiale, ma

gli auspici, le norme per intendere i grandi autori classici, non

li devono chiedere a Wilamowitz, a Blass, a Leo: bensí a Giacomo

Leopardi, ad Ugo Foscolo, ad Angelo Poliziano.

*

* *

Io intendo benissimo che questa abolizione del dominio

intellettuale tedesco non debba riuscire troppo accetta agli

scienziati germanofili. Essi per mezzo secolo si sono modellati,

_cogitatione verbo et opere_, sui tedeschi: per mezzo secolo hanno

faticosamente elevato il proprio piedistallo, tutto di macigno

tedesco. Crollato il dominio tedesco, crolla il piedistallo.

Intendo pure, che, spezzati i dolci legami con la _vita

filologica_ d'Allemagna, non è cosí facile trovare all'estero un

altro mercato _scientifico_ nel quale i loro titoli vengano

scontati con tanto magnanima larghezza. E quindi riconosco che la

loro opposizione è giustificabile, umana la loro disperata difesa.

Ma questo non deve indurre ad una intempestiva tolleranza quanti

reputano che l'invasione intellettuale tedesca sia stata e sia

tuttora funesta per gli studî italiani. Perciò pubblico oggi

_Minerva e lo Scimmione_.

*

* *

E non è un libro, come ora si dice, _severamente scientifico_, nel

quale il pro ed il contro delle quistioni si pesino con gli

scrupoli dell'orafo, con la gelida insensibilità del notomista.

No, questo è un libro di passione.

Ma non di passione estemporanea.

Pochi mesi prima che scoppiasse la guerra, un collega, in un

documento ufficiale, mi rimproverava la mia poca simpatia per la

Germania[8]. L'accusa era doppiamente inesatta. Chi eventualmente

abbia seguito i miei scritti, ha potuto vedere che ho sempre

nettamente distinto fra la Germania veramente scientifica ed

artistica, e il moderno esercito di _filologi scientifici_, che,

catafratti di tutte le armi della pedanteria, hanno proceduto alla

sistematica distruzione d'ogni finezza e d'ogni gentilezza di

studio. Meglio che parole d'oggi, riuscirà convincente un brano

ch'io stralcio da un mio articolo del 1910 (_Cronache Letterarie_,

17 luglio).

All'uscir dall'adolescenza io mi smarrii nella gran

selva del romanticismo germanico: nella selva in cui

Nestore il filisteo udí stupito cantare gli alberi i

fiori e l'azzurro del cielo. Suonavano ancora per tutti

i tramiti e i verdi anfratti gli echi soavi delle odi

di Klopstock. Brentano susurrava le sue favole, e Gian

Paolo le sue fantasticherie lunari. Fra i tronchi e i

cespugli si vedevano errare le figure eroiche e

chimeriche di Achim von Arnim, e a notte ammiccavano le

creature grottesche di Hoffmann. Dagli invisibili campi

remoti giungevano velati gli squilli del Corno

meraviglioso del fanciullo. Ma gli steli, le frondi, i

rivoli, ripetevano con ondulazioni e oscillii magici le

divine melodie di Schubert; e gli accordi di Schumann

esalavano un aroma d'ebbrezza. Il turbine Beethoven

investiva talora la selva, e tutta la selva si piegava

come un arbusto, e si torceva sotto l'impeto dei canti

immortali. Ma dopo il turbine, nel cielo terso,

effondeva la sua luce tranquilla Goethe, il sidere

scintillante.

E questo mondo d'incanti si dissipò quasi dal mio

animo, allorché dovei sottopormi all'obbligatorio

regime degli studî universitarî. Imperversava allora

nel cosí detto mondo dell'alta cultura il fanatismo pel

metodo _scientifico germanico_. E mai opera di

sterilizzazione fu compiuta con piú testarda tenacia,

con piú pettegolo accanimento. Per anni ed anni infierí

la guerra sacra all'arte, alla poesia, all'ingegno,

combattuta in nome del germanesimo.

Non già, badiamo, in nome dei veri grandi

dell'erudizione germanica, di Winckelmann, di Lobeck,

di Herder, di Curtius: sotto certe bandiere non si

combattono certe battaglie; ma in nome del primo

bertoldo che tenesse cattedra in una qualsiasi scuola

germanica, in nome dell'ultimo compilatore di

_Beiträge_, di _Erläuterungen_, di _Vindiciae_, che

periodicamente usasse concedere alle strette dei torchi

le goffe lucubrazioni da lui perpetrate per intendere

quello che per difetto di natura non poteva intender

mai. Come una pianta maligna, la mentalità scientifica

italiana rifiutò i succhi generosi che avevano dato

fiori e frutti cosí nobili nel paese di Goethe, e

assorbí tutti i tossici e tutti gli umori acri, per

maturarne bacche venefiche ed irti pugnitopi.

Dunque, ho sempre distinto bene. E neanche era esatto chiamare

antipatia il mio sentimento verso la filologia novissima. Era un

sentimento assai piú violento che non l'antipatia; ma anche aveva

maggior fondamento che le antipatie non sogliano avere. Un

sentimento molto complesso, che neppure saprei determinare con un

nome preciso. Mi spiegherò con un esempio.

Voi state parlando con un pezzo d'uomo aitante, sicuro di sé,

pieno di facondia. Quest'uomo è armato.

Per un po' di tempo la conversazione procede benone. Ma ad un

tratto vi accorgete che i suoi ragionamenti non filano piú tanto

diritti: anzi la loro linea logica va diventando via via malcerta

e sgangherata. Ad un tratto, in uno strano lampo delle sue pupille

vedete brillar la follia. E il terrore v'invade. Se a un tratto

gli saltasse in capo di far uso delle armi?

Non voglio già dire che io prevedessi la guerra: già di politica

allora non m'occupavo quasi affatto. Ma pure, sotto il complicato

macchinismo delle lucubrazioni filologiche sentivo qualche cosa di

sinistro. Vedevo una mastodontica erudizione posta a servizio di

facoltà mentali squilibrate e maniache. E nella mia coscienza

profondamente latina, avida di chiarezza e di equilibrio, provavo

un disagio, un ribrezzo quasi di paura. L'odio mio tenace,

specialmente per i piú insigni rappresentanti di quei metodi, ebbe

sempre questo solo fondamento, e non mai verun addentellato

personale. Coi non moltissimi filologi tedeschi che m'avvenne di

conoscere, ebbi sempre rapporti cordiali: per qualcuno di essi

debbo ancora, nonostante la guerra, nutrire stima ed affetto.

*

* *

Nel momento di abbandonare alla sua sorte questo mio libro,

prevedo che qualcuno, lettolo, potrà farmi una ovvia obbiezione:

«Ammettiamo pure che sia giusto il quadro clinico che voi avete

tracciato del metodo scientifico tedesco. Ma quanto risponde al

vero la immagine che dalle vostre pagine si ricaverebbe, d'una

Università italiana interamente minata e mal ridotta dal morbo

germanico? Non ci sono forse molti professori, giovani e non

giovani, i quali, sebbene abbiano formata la loro cultura su libri

tedeschi, sebbene abbiano studiato in Germania, mantengono intatta

quella indipendenza e quella italianità di metodo che voi augurate

agli studî italiani?».

È vero. Ma sono floridi rami travolti in una torbida fiumana: nel

loro complesso tanto le Università quanto le Accademie, che hanno

poi non piccola influenza sugli studî superiori e sopra ogni

ordine di studî, sono tuttavia quasi interamente infeudate agli

stolti pregiudizî del metodo scientifico tedesco.

E perciò, muovi pure senza esitazione, oh mio tenue libretto. Io

non so quale sarà la tua sorte. Ma la battaglia che tu combatti a

viso aperto non è superflua né intempestiva.

E rivolgiti specialmente agli uomini che, pur non essendo

accademici, si interessano della nostra cultura, della odierna sua

decadenza, del suo possibile risorgimento. Forse troverai in essi

piú volonterosi ascoltatori. Ma se ti riesce, appressati anche a

qualcuno dei piú intransigenti _scienziati_, di quelli che

chiederanno la mia testa già solo nel vedere la tua veste, che ti

ha leggiadramente istoriata un genialissimo artista d'Italia.

Appressati e digli: «Ritorna un po' a tua scienza, tu che pure sei

nato in Italia, e dovresti avere una mente da italiano. Non badare

se qualche volta le parole sono un po' grosse; e vedi se queste

mie pagine, formalmente eccessive, non contengano per avventura

qualche argomentazione degna di essere per lo meno discussa. E

allora, piglia la penna, argomenta anche tu, difendi, combatti,

cònfuta. È questa la via diritta, l'unica via, per giungere alla

verità, che tu ed io amiamo d'uguale amore».

Mi cullo in una chimerica illusione? Forse. Ma non vogliate che io

soffi via questo granello di ottimismo dalla prefazione d'un libro

che non è precisamente ispirato ai principî di Pangloss

immortale.

I.

IL PIEDE DI CRETA

La seppia è, come tutti sanno, uno scaltrissimo animaletto.

Provocata e inseguita, spruzza dalla sua borsa un liquido nero

come l'inchiostro, e intorbida le acque, in guisa da rimanere

invisibile e inafferrabile.

La filologia è come la seppia. Essa, in un travaglio oramai

secolare, ha accumulato un prodigioso tesoro di parole tecniche,

di segni convenzionali, formule, abbreviazioni, sigle, riferimenti,

ed anche peculiari stranissimi atteggiamenti di pensiero: tutto un

gergo ostico ed incomprensibile ai profani. Provate a toccarla con

la punta d'un dito, ed essa schizza intorno a sé nero e nero, senza

parsimonia. Nessuno ci capisce piú nulla; e appena i filologi

si mettono a discutere, i non filologi scappano.

Minerva e lo scimmione · 第 2 / 12 段