Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
file was produced from images generously made available
by The Internet Archive)
ETTORE ROMAGNOLI
MINERVA
E LO SCIMMIONE
SECONDA EDIZIONE
BOLOGNA
NICOLA ZANICHELLI
EDITORE
PROPRIETÀ LETTERARIA
Bologna--Cooperativa tipografica Mareggiani--XII-1917
ALLA CARA MEMORIA
DI
DOMENICO OLIVA
INDICE
PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE PAG. IX
PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE » 1
I.--Il piede di creta » 21
II.--Il corvo con le penne del pavone » 47
III.--La trappola scientifica » 69
IV.--La macchina in funzione » 89
V.--Lohengrin filologo » 123
VI.--La filologia di ventura » 149
VII.--La selezione alla rovescia » 167
VIII.--Ceterum censeo philologiam esse delendam » 187
APPENDICE » 193
I.--L'edizione «Kolossal» del Decamerone » 195
II.--Per l'affrancamento della libreria italiana » 209
III.--Intervista con Ugo Foscolo » 221
PREFAZIONE
ALLA SECONDA EDIZIONE
In talune marcite dell'«alta filologia», _Minerva e lo Scimmione_
è piombato con lo schianto d'un bolide. I filologi, lí per lí,
sono rimasti sgomenti, e si sono sprofondati nel motriglio, come
le rane d'Esopo. Poi, sempre come le rane, rane scusate, d'Esopo,
hanno ripreso animo, hanno risollevato i musi a fior d'acqua, e,
con altissimi gracidii, si sono arrampicati sull'intruso,
fiduciosi di affondarlo nella belletta. L'avevano preso per un
travicello.
Ma travicello non era. Eccolo, di nuovo a galla, sibilar dalle
pagine della seconda edizione.
*
* *
Io ebbi a scrivere, e la penna mi esitò allora a lungo fra
le dita, tanto alla mia ingenuità sembrava superflua la
dichiarazione, che assai differente è la disposizione del mio
spirito verso la cultura tedesca e verso la cultura italiana (pag.
130). Poniamo che esse siano, come io sostengo, due malate.
Ebbene, vada la prima in isfacelo; e date, date pietre a
sotterrarla, rovine di Ypres e di Lovanio, di San Quintino e di
Reims, di Asiago e d'Aquileia. Ma la cultura italiana si vuol
curare con affetto di figli. E con una malata occorre aver
pazienza, molta pazienza, e tollerarne in pace i malumori
irragionevoli, gli scatti inconsulti, i violenti rabbuffi.
Sí. Ma non già fingere di non vedere i suoi mali. Sarebbe rea
compassione. Ora, accanto ai sintomi che io già ebbi a svelare,
ecco, e appunto sotto lo stimolo del mio libro, sono apparse altre
stimmate. E stimmate vergognose.
*
* *
Minerva e lo Scimmione è un libro di battaglia: e, se volete,
d'attacco. Io combatto metodi e idee. E poiché dietro i metodi e
le idee ci sono gli uomini, ché mai non mi sedusse il diporto
d'affrontare mulini a vento, giustificabile, anzi desiderabile
sarebbe stato che i paladini delle idee da me combattute
insorgessero a difenderle.
Ma perché io mi limitavo appunto a combattere le idee, e il
dissenso, anche grave, in problemi intellettuali, non implica
offesa, anche ai miei contradittori incombeva il dovere di
attenersi alle armi legittime d'ogni polemica: le argomentazioni,
la eloquenza, l'ironia. E se queste armi avessero rivolte contro
me, ragione contro ragione, passione contro passione, davvero non
avrei avuto diritto di recriminare.
Invece si è seguita un'altra via: si è tentato di sopraffare
il mio libro e me stesso con metodi che ricordano tempi e
disposizione d'animi che da un pezzo dovrebbero essere sepolti. Mi
spiace tediare il lettore con tali miserie; ma è necessario per le
mie conclusioni. E, d'altra parte, in tutti questi maneggi è una
punta d'involontaria comicità che ne tempera la squallida
sciocchezza.
Si è dunque organizzato un vero e proprio attacco, suddiviso in
varie fasi, che, se nell'ordine reale di svolgimento presentarono
qualche interferenza, nel prestabilito ordine teorico si possono
allineare nel seguente modo.
=A=--Avvisaglia d'una banda di anonimi (cinque), che, in
giornaletti clandestini o in libelli volanti, spediti, senza
riguardo a spesa, a tutti i «centri di cultura», proponevano e
svolgevano i tèmi seguenti:
1) Il mio libro non era frutto di convinzione sincera, né rivolto
a combattere metodi e idee. Attraverso queste, volevo colpire
uomini odiati.
2) Era ispirato ad opportunità politica.
3) Tanto vero che prima della guerra ero appassionato ammiratore
della Germania.--A questa ultima ridicola asserzione risponde il
mio volume _Vigilie italiche, Breviarî intellettuali, N. 99_.
=B=--Uno degli anonimi, emulo dei costumi del cúculo, aveva
deposte le sue note nell'opuscolo non anonimo d'un minuscolo
filologo scientifico. In questo opuscolo si discutevano, in due
capitoli differenti, il mio _Scimmione_, e i libri di testo d'un
professore di storia che ha da solo piú ingegno di tutti i
filologi scientifici messi in fascio, e che in un suo articolo
aveva denunciata la infecondità e la miseria d'un insegnamento
impartitogli dalla cattedra universitaria col piú severo «metodo
filologico scientifico». Questo accoppiamento di bersagli, anodino
in apparenza, spianò man mano la via ai piú subdoli equivoci.
=C=--Un giornalista fece in una grande effemeride una lunga
recensione dell'opuscolo. E cosí, accortamente sanato il difetto
dell'anonimia, ebbero modo di venire alla luce non solo gli
argomenti, chiamiamoli cosí, del piccolo filologo firmato, ma
anche, e di preferenza, le insinuazioni e le calunnie dell'occulto
cúculo postillatore.
=D=--Il medesimo giornalista si diede a _intervistare_ persone
_autorevoli_, e a sollecitare la loro opinione intorno al mio
libro. All'affettuoso grido risposero quattro professori, tutti e
quattro dell'_Istituto superiore_ di Firenze. Il giornalista
dichiarò perentoriamente che essi erano «_gli unici letterati e
filologi in questo dibattito_». Quelli, sicuri per tanto avallo,
si impancarono, fieri e solenni, a giudicar la contesa. E i cuori
ben fatti intenderanno di leggieri se mi diedero torto su tutta la
linea.
*
* *
Ora intendiamoci. Io non confondo il quartetto dei professori di
Firenze col quintetto anonimo. Troppo ribaldo gesto sarebbe stato,
in verità, avventarsi prima nel buio, con una maschera sul viso, e
in pugno un randello da zanni; e poi, giunta l'alba, indossare,
grugno di corno, l'ermellino del giudice. Non può essere avvenuto.
Ma sussiste il fatto che anche questi Colleghi, e massime i due a
cui l'età e il prescelto magistero di vita avrebbero dovuto
consigliare maggior riserbo, non disdegnarono stringere le armi
ignobili e frodolente offerte ad essi dalla combriccola anonima.
Onde insinuazioni, personalità, ed equivoci si susseguirono
monotonamente e malignamente nelle suddette interviste.
Ora che cosa dovrei fare io? Opporre insinuazione ad insinuazione,
impertinenza ad impertinenza, equivoco ad equivoco? No no, cari i
miei classicisti: codeste sono armi da non invidiare al buffone
Sarmenta, da lasciare ai Messi Cicirri, e non da impugnarle i
galantuomini. Vero è che il troppo stroppia, e che alla lunga
anche un galantuomo potrebbe seccarsi. E allora vorrebbe essere
un'altra musica. Ma, anche una volta, tollera, tollera, mio cuore!
Io non nutro il menomo rancore verso queste brave persone che
tanto mostrano di nutrirne verso di me: io non ho interessi da
difendere né vendette da esercitare: né, d'altra parte, ignoro
che, quando si combattono idee troppo diffuse e rispettate,
conviene usare molta pazienza; e poi le aspre polemiche inducono
anche i piú misurati a varcare i confini delle proprie convinzioni
e della verità. E perciò mi limito a denunciare, e, ripeto, per la
salute nostra intellettuale, questi metodi polemici, che riescono
qualificati con l'esporli, e a richiamare quei due piú accaniti
Colleghi a certe norme di correttezza che mai non dovrebbero
essere violate fra persone di garbo. Che maniera è codesta, quando
altri esprima idee contrarie alle vostre, non affrontare
direttamente né combattere quelle idee, bensí fare il processo
alle intenzioni che egli ebbe, e figurarvele e dichiararle
all'Italia basse e volgari! Io credo erronei e nefasti per i
nostri studî molti principî nei quali voi ciecamente giurate; e li
combatto con tutte le armi lecite della polemica, dalle quali
niuno pretese mai di escludere né l'ardore né l'ironia né il
sarcasmo. Ma io non ho insinuato mai che a sostener quei principî
vi abbia indotto interesse materiale o altra passione meno che
nobile: io non ho mai proclamato che voi non cerchiate e non
amiate la verità.
Se non che, Signori miei, la verità non è oggetto da farne
monopolio né voi né nessuno. L'amore che io nutro per essa è puro
e profondo e senza macchia: e non tollero che altri ne dubiti. Se
a voi giova costruirvi un sacello, collocarvi un idolo, adorarlo
genuflessi, è affar vostro, e buon pro' vi faccia. Ma se altri
rifiuta di prostrarsi al vostro fianco, nessuno vi concede il
diritto di gridare al sacrilegio. La verità che io vedo chiara,
che io credo utile, ho non solo il diritto, ma il dovere di dirla,
e dirla forte. E questo diritto lo rivendico per me e per tutti.
Non son piú tempi da conventicole, da chiesuole, da tirannidi
letterarie. Cessino una buona volta le angherie, le imposizioni,
la tracotanza. E cessi il vergognoso ricorrere alle arti subdole,
alle vie traverse, alle opposizioni materiali. Le battaglie
dell'intelletto vogliono esser vinte con l'intelletto. Chi è
incapace di adoperare quest'arma, si ritiri dal campo.
*
* *
Or lasciamo queste miserie. Insieme con le insinuazioni, potete
rispondermi, abbiamo esposto argomenti. Confutateli, è la vostra
volta.
Ecco. Prima di tutto debbo rammentarvi una verità elementare,
della quale, mi sembra, avete smarrito il ricordo: ed è che le
dispute non si risolvono a colpi di maggioranza. Per dimostrare
che io fossi nel torto, si sono moltiplicate le interviste: mi si
è sguinzagliata contro una clamorosa turba di untorelli filologi:
si sono invocati _referendum_, rimasti in asso, credo, pel buon
senso degli interpellati: l'_Atene e Roma_, palladio in Italia
degli studî classici, s'è radunata, e ha deliberato di mobilitare
contro lo _Scimmione_ le fitte caterve dei suoi soci.
Ebbene, e che cosa significa il giudizio delle moltitudini in
questioni di pensiero? Cinquanta argomenti cattivi non ne scalzano
uno buono. E un argomento, buono o cattivo, ripetuto cinquanta
volte, vale per uno, e non per cinquanta.
Ora, e negli opuscoletti, e nei giornaletti, e nelle
intervistette, si sono sempre ripetuti, con fastidiosa insistenza,
i medesimi argomenti o pseudo argomenti. E neppure su questi
rispondo a voi direttamente, per parecchie ragioni, che enumero.
Prima e capitale, perché rispondo solo a chi mi interpella
gentilmente, e non a chi vuol farmi il sopracciò; a chi cerca la
discussione, e non a chi provoca la rissa.
Seconda, perché, o non vi siete data la briga di studiare
attentamente il mio libro, e quindi non ne avete afferrate le
idee; o avete fatto finta di non capirle. Sicché m'avete fatto
tacere quello che ho detto espressamente, e dire quello che non ho
detto, e avete combattute le mie idee dopo averle divelte dalle
radici ond'esse derivavano ogni loro vigore. Or queste non sono le
armi dei logici, bensí dei sofisti: non di chi cerca sinceramente
la verità, bensí di chi vuole avere ragione ad ogni costo. Ma io
cerco la verità, e non intendo impegolarmi in gare di sofismi.
Terza ragione: perché i vostri argomenti sono viziati da un
peccato logico originario, che stempera, anzi distrugge ogni loro
vigore. Tutti, infatti, i miei oppositori concordano in un punto:
nell'ammettere come assioma la incrollabile solidità del metodo
filologico scientifico. E l'un d'essi lo paragona ad una piazza
forte, nella quale chi c'è, è in una botte di ferro, e chi è
fuori, ogni acqua lo bagna. E un secondo lo assimiglia al siero
Behring, che sarà tedesco, ma se i nostri bambini sono attaccati
dalla difterite, siero Behring deve essere. E un terzo, piú
fantasioso, con peregrina immagine squisita, sentenzia che chi
vuole rinunciare a questo metodo «per far dispetto ai tedeschi, fa
come quel marito che per far dispetto alla moglie si privò da sé
stesso della possibilità d'essere piú mai un valido marito». Dove,
fra parentesi, e con la debita deferenza, faccio osservare al
Collega, che con questo paragone egli viene ad assimigliare gli
uomini e i metodi che intende esaltare, ad organi del nostro
corpo, i quali, pure essendo utilissimi e nobilissimi, da tempo
immemorabile vengono assunti come termini di confronto a
significare, oh ingratitudine umana!, la cocciutaggine e la
mellonaggine. Occhio alle immagini, caro Collega! Bisogna saperle
acchiappare, se no mordono la mano al serparo.
Dunque, filologi belli, voi partite dal postulato che codesto
«metodo scientifico» sia piazzaforte, siero salutifero, succo
vitale. Ma io penso di aver dimostrato nel mio libro che esso è
invece pantano, tossico e marciume. Quindi, se volete confutarmi,
dovete prima dimostrare falsa questa mia dimostrazione. _Hic
Rhodus, hic salta._ Non l'avete fatto, e siete caduti fin da
principio in una solenne petizione di principio.
Capisco benissimo. Voi potete credere e lasciar credere che
l'equazione filologia = scienza, se non è assiomatica per me, è
assiomatica per voi e per tutte le persone di mitidio, e assumerla
come principio, e, senza curarvi della mia dimostrazione,
dedurne giú giú, e farne luccicare, agli occhi dei creduli, le
meravigliose conseguenze. Benissimo. Ma quello storico struzzo,
nascondendo la testa sotto l'ala, non eliminò la presenza del
cacciatore.
Questa volta poi i cacciatori sono due. Già. Mentre io, investito
da voi e dalla stridula turba dei vostri accoliti, giravo intorno
lo sguardo, sgomento, costernato, esterrefatto della mia
solitudine, vidi puntar lo schioppo contro di voi tale che non
avrei mai supposto di potermi trovare compagno a simil caccia: vo'
dire Benedetto Croce.
Benedetto Croce, per l'appunto: che, dopo un periodo non breve di
germanofilia intellettuale, da qualche tempo va prodigando
graditissimi esempî di resipiscenza patriotica. E che, in un libro
uscito di questi giorni, si esprime cosí, parola per parola,
intorno al «metodo filologico scientifico». E porga orecchio anche
qualche suo cagnotto, che, scambiando le idee con gli uomini,
scese a spezzare anch'egli una lancia in difesa della bestialità
filologica.
«L'ardimento di respingere addirittura l'intromissione del
pensiero dalla storia, che era mancato agli storici diplomatici
(perché mancava loro la necessaria innocenza a tale ardimento),
l'ebbero invece i filologi, innocentissimi. E l'ebbero tanto piú
facilmente in quanto l'opinione di sé medesimi, anteriormente
modesta, si era assai accresciuta e aveva gonfiato i loro petti,
per il grado di perfezione a cui era pervenuta l'indagine delle
cronache e dei documenti, e per l'accaduta fondazione (che non fu,
a dir vero, creazione ex nihilo) del metodo critico o storico, che
si esplicava nella sottile e accurata genealogia e riduzione
delle fonti, e nella critica interna dei testi. E tanto piú
facilmente codesto orgoglio di filologi prevalse, in quanto il
perfezionamento del metodo accadeva in un paese come =la Germania,
dove la mutria pedantesca fiorisce meglio che altrove, e dove, per
effetto dello stesso abito ammirevolissimo della serietà
scientifica, la «scientificità» è assai idoleggiata, e questa
parola viene ambiziosamente adoperata per ogni cosa che concerne i
contorni e gli strumenti della scienza vera e propria, come è il
caso della raccolta e critica delle narrazioni e documenti=. I
vecchi eruditi italiani e francesi che al loro tempo fecero
compiere al «metodo» avanzamenti non minori di quelli che si
ebbero poi nel secolo decimonono in Germania, =non sognavano di
produrre cosí «scienza»=, e molto meno di gareggiare con la
filosofia e la teologia, e di poterle scacciare e surrogare col
loro metodo documentario. =Ma, in Germania, ogni meschino
copiatore di testi e collettore di varianti e scrutatore di
dipendenze tra i testi e congetturista del testo genuino, si
eresse a uomo di scienza e di critica=, e osò non solo guardare
a faccia a faccia, ma con superiorità e dispregio, come
uomini «antimetodici», uno Schelling o un Hegel, un Herder
o uno Schlegel. =Dalla Germania si diffuse questa mutria
pseudoscientifica negli altri paesi di Europa, e ora anche in
America:= sebbene in altri paesi incontrasse con piú frequenza
spiriti irreverenti, che ne risero. E allora per la prima volta si
manifestò in grado insigne quel modo di storiografia che ho
denominato «storia filologica» o «erudita»; cioè si presentarono
camuffate come storie, e come sole degne e scientifiche storie, le
piú o meno giudiziose compilazioni di fonti, che pel passato si
dicevano _Antiquitates_, _Annales_, _Penus_, _Thesauri_, e simili.
La fede di quegli storici era riposta in un racconto, del quale
ogni parola potesse appoggiarsi a un testo, e niente altro ci
fosse che quanto era nei testi, sceverati e ripetuti, ma non
pensati dal filologo narratore: la loro speranza, nel poter
assurgere a poco a poco, movendo da compilazioni circa singoli
tempi, regioni ed avvenimenti, a compilazioni comprensive,
riassumenti di grado in grado le meno comprensive, sino a ordinare
l'intero sapere storico in grandi enciclopedie, delle quali
forniscono saggi quelle, ora sistematiche ora lessicali, che sono
state messe insieme da gruppi di specialisti, guidati da un
direttore specialista, per la filologia classica, romanza,
germanica, indoeuropea e semitica. A togliere aridità ai loro
lavori, i filologi s'inducevano talvolta a mettervi qualche
ornamento di commozioni affettive o di sguardi ideali; e
attingevano le une e gli altri ai loro ricordi ginnasiali, alle
frasi della filosofia di moda e alle comuni disposizioni
sentimentali verso la politica, l'arte o la morale. Ma tutto ciò
facevano con molta moderatezza, per non perdere la reputazione di
gravità scientifica e per non fallire al rispetto dovuto alla
scientifica storia filologica, che disdegna i vani ornamenti onde
si compiacciono filosofi, dilettanti e ciarlatani».
Che cosa ne dicono gli illustri zelatori della filologia
scientifica? Sembra o non sembra un succoso riassunto di _Minerva
e lo Scimmione_?
So bene che, un passo piú in là da questa concordia iniziale, fra
Croce e me dovrà incominciare il dissenso. Il Croce piú d'una
volta si dimostrò e si dichiarò disposto a tollerare che questo
gramo filologismo séguiti a soppiantare e storia e letteratura e
filosofia nelle Università, che egli sembra concepire come una
specie di asilo della mediocrità abbandonata; mentre io credo che
nell'Università abbia diritto di cittadinanza soltanto la vera
scienza; e la scienza comincia dove comincia il pensiero. Ed anche
intorno ai modi onde il pensiero deve dar vita alla mole inerte
dei dati filologici, non andrò certo d'accordo col pensatore
d'Abruzzo. Egli vagheggia moduli e metodi spremuti dal metafisico
mosto alemanno: io credo, ed esporrò altrove le ragioni di questa
mia fede, che la salvezza dei nostri studî dipenderebbe da un
vigoroso colpo di barra che riconducesse nettamente il pensiero
italiano nel gran solco che da Leonardo e Galileo giunge a
Romagnosi, a Cattaneo, a Giuseppe Ferrari (calma, oh nuovi
hegeliani!), per poi confondersi in un grande estuario di non
infeconde ma torbide acque germaniche. Ma questo non vuol dire. La
mira al «metodo scientifico» è aggiustata bene, la schioppettata
colpisce in pieno. Struzzo, béccatela.
Ultima ragione per cui non rispondo al quartetto dell'Istituto.
Perché le loro argomentazioni e le loro ragioni vennero ripetute,
ma con la schiettezza che distingue chi cerca soltanto la verità,
col garbo che si addice a persona civile, da un altro Collega, dal
professore Ernesto Buonaiuti dell'Università di Roma. Al quale,
poiché egli dichiara che le sue pagine rispondono all'invito da me
rivolto agli studiosi nella prefazione al mio libro, mi parrebbe
scortesia non rispondere[1].
E in tale risposta sarà implicita la confutazione ai meno garbati
Colleghi.
*
* *
Chiarirò prima, brevemente, un paio di malintesi. Il Buonaiuti mi
fa dire che «il ciclo transitorio destinato allo svolgimento della
pura ricerca filologica è oramai concluso per sempre». Ma io non
ho detto questo. Ho detto che il sano lavoro filologico che si
poteva fare intorno ai grandi classici è quasi interamente
esaurito. Ma siccome riconosco che il primo studio d'ogni
disciplina storica, cioè la raccolta e l'epurazione del materiale,
deve essere severamente filologico; è chiaro che, finché ci
saranno codici nuovi da esplorare, finché verranno alla luce nuove
iscrizioni od epigrafi, sinché l'Egitto seguiterà ad offrirci i
nuovi doni, che, per dire la verità, a me non sembrano tanto
magnifici quanto sembrano al Buonaiuti; in tutti questi casi,
anche secondo me, il metodo strettamente filologico troverà la sua
ragion d'essere nobile e legittima.
Però, senta il Buonaiuti. Queste ragioni le vada a riferire a
qualcuno dei filologi autentici, degli zelatori del puro metodo
filologico scientifico, e sentirà. Si sentirà dare del dilettante.
Che papiri d'Egitto! La filologia ripete la sua ragion d'essere da
sé medesima, come il Creatore dell'universo. È fine e non già
mezzo. Manipolare i testi, mantrugiarli, emendarli, supplirli,
potarli, infiocchettarli, allontanarsi dai codici, riavvicinarsi
ai codici, riallontanarsene, ririavvicinarcisi, stampare i membri
ritmici l'uno dietro l'altro, in versi lunghi, ridurre un'altra
volta i versi lunghi in membretti e sottomembretti ritmici, questo
ibis redibis è il vero e proprio lavoro della filologia. La
filologia fatta per i testi? I testi, dilettanti che non siete
altro, son fatti per la filologia! I testi offrono il materiale
bruto, col quale e sul quale i filologi tedeschi o intedescati
edificheranno poi le loro moli informi e massicce, o i loro
castelli trascendentali, arieggianti, con nobile emulazione, le
babeliche torri di concetti onde i sommi metafisici alemanni
attinsero e svelarono l'autentico mistero dell'essere. E diffidare
delle contraffazioni.
Tale, mi creda il Buonaiuti, è la fede dei puri filologi
scientifici. Quando mettete il loro credo in soldoni, strepitano
che non è cosí. Ma il Buonaiuti ascolti il Vangelo, e giudichi
dagli atti e non dalle parole. Contro questa maniaca ed orgogliosa
concezione della filologia ho scagliato il mio delenda. Contro
l'arrogante serva padrona, e non contro la seduta ancella, i cui
servigi potranno tornare utili ancora per lungo ordine d'anni, e
magari per sempre.
*
* *
Anche piú mi sorprende l'altra accusa del Buonaiuti. Io
«rimprovero ai critici tedeschi, quasi avessero commesso una
profanazione, di avere richiamato l'attenzione sul cosí detto
periodo ellenistico».
Io? Qui mi par di sognare. E parrà anche al lettore che vorrà
controllare le mie precise parole (pag. 107). Io ho rimproverata
ai critici tedeschi e ai loro imitatori italiani la valutazione
esagerata di quel periodo: supervalutazione che, per contraccolpo,
ha prodotto la svalutazione dei veri grandi, a cominciar da Omero
(vedi pag. 105). Ora, questi spropositi, pronunciati da persone
credute competenti, in materia dove è difficile il controllo, per
la difficoltà della lingua, sono deleterî: assai piú deleterî che
non gli errori di fatto. Credere che la battaglia di Maratona sia
avvenuta il 470, sarà meno dannoso che non reputare Callimaco
poeta sovrano, e Omero vate da colascione, Corinna ape nutrita
dalle Muse, e Pindaro sgrammaticato guastamestieri, Timoteo (non
alessandrino, ma degno d'essere alessandrino) artefice sommo, ed
Eschilo tragediografo da fantocci. Queste sciocchezze screditano
l'arte classica agli occhi delle persone piú facili: agli occhi
degli artisti screditano gli studiosi di quell'arte, e, per
conseguenza, i medesimi studî classici. Chi li propala, tradisce
la sua missione di dotto: anzi, non è piú dotto: bensí, o sofista
o cerretano.
E da questo mio presunto bando al periodo alessandrino il
Buonaiuti trae una illazione anche piú ampia: io «mi pongo da un
angolo visuale circoscritto ed unilaterale»; io «non vedo nulla al
di là della produzione classica». La illazione è arbitraria:
tuttavia la ricordo, perché mi offre il destro di chiarire un
altro punto. Di distinguere, cioè, tra ricerca erudita e scuola.
La erudizione si occupi fin che vuole dei minimi fatti, dei minimi
autori: è suo diritto. Ma nelle scuole, anche universitarie, si
devono studiare i grandi, e solo i grandi. Il contatto con la
grande arte e con le grandi anime eleva i giovani e li accende ad
opere egregie: razzolare nelle minuzie isterilisce il cuore e
l'ingegno.
*
* *
E fin qui, dunque, chiariti gli equivoci, fra il Buonaiuti e me
esiste sostanziale concordia. Ora, poi, comincia il dissidio.
Tralasciando infatti i particolari, e venendo al nodo della
questione, il Buonaiuti non accoglie questo mio concetto della
filologia ancella; anzi mi richiama a quella nozione ampia
e complessa della filologia che «se fu grossolanamente e
pesantemente formulata dal Wolf, fu invece magnificamente definita
dal sommo filosofo italico, da Giambattista Vico, come =«la
scienza della esperienza umana, attraverso il discorso parlato o
scritto»=. E questa scienza «consente di abbracciare sotto
un'unica categoria le molteplici discipline che vanno sotto il
nome ben piú vago di storico-letterarie, e stringerle in un
fascio, come appaiono strette insieme sotto la denominazione di
giuridiche, filosofiche e scientifiche, le discipline che studiano
rispettivamente e interpretano la lettera (e lo spirito?
Soppresso?) del diritto, i problemi metafisici o quelli empirici».
Avvenuto il collegamento in un fascio di tutte le discipline
_storico-letterarie_, s'intende che si deve applicare ad esse un
metodo speciale di lavoro, che il Buonaiuti definisce «paziente
industria del metodo induttivo».
La definizione è senza dubbio sonora e decorativa. Stringere in
fascio i diversi rami d'una dottrina è operazione che semplifica
ed agevola l'economia del sapere. Metodo induttivo, ciò è Galileo,
scienza moderna, scoperte, chiniamo, dico meglio, chino la fronte
reverente. Ma vediamo un po' che cosa realmente significhino, a
stringerle da vicino, tutte queste belle parole.
Le discipline da raccogliere, secondo il Vico, sotto le grandi ali
della filologia, sarebbero l'epigrafia, la numismatica,
la cronologia, «i commentari» (non istorie, dunque) sulle
repubbliche, i costumi, le leggi, le istituzioni. Aggiungiamo pure
la etnografia, la geografia antica, la mitologia comparata,
l'archeologia, la diplomatica, la paleografia, ecc.
La mèta che si prefiggono tali studî dev'essere, secondo il Vico,
di confermare la tradizione _[firmare constantiam auctoritatis]_.
E quale sarà il metodo da applicare per raggiungere questo scopo?
La tradizione, con i suoi errori, le sue incertezze e le sue
alterazioni, è un fatto della intelligenza umana. Perciò cade
sotto certe leggi della psicologia, della ideologia e della
logica[2]. A queste scienze, e, in pratica, piú che altro, alla
logica formale, attinge il suo metodo questo lavoro di conferma
della tradizione.
Ora, se ciascuna delle discipline sopra enumerate, e le possibili
affini, volete chiamarle scienze, padroni, è questione di nomi. Se
volete battezzare scienza filologica il loro complesso,
accomodatevi. Se volete formulare le minute regole dei metodi
applicati a studiarle, nessuno si oppone.
Il guaio incomincia quando volete accogliere sotto quella
denominazione ed imporre quei metodi ad altre discipline che, pur
movendo dai medesimi fatti, si prefiggono altro fine ed esigono
altro metodo: cioè alla storia, alla storia della letteratura e
dell'arte, alla storia della filosofia e alla filosofia (giacché
anche questa, e massime la parte antica, si andava allegramente
convertendo in filologia).
In queste discipline, che per brevità chiamerò morali, lo scopo
supremo non è punto quello di allineare fatti, e siano pure
emendati, emendatissimi. E perché questo non è il loro scopo, non
ha diritto sovra esse il metodo che a quello scopo conduce: il
metodo _filologico_, che solo per grave abuso, lo vedremo, il
Buonaiuti identifica col metodo induttivo. Non già imporre
orgogliosamente il proprio metodo, bensí offrire con deferenza il
materiale da lei raccolto deve la filologia alle discipline
morali.
Tutto questo dovrebbe essere elementare, chiaro, assiomatico. Se
cosí oggi non sembra, è colpa del grave errore, da me piú volte
denunciato (v. pag. 78), per cui si è creduto che si potessero
identificare le discipline morali con le scienze esatte, e che i
fatti offerti allo studio di queste e di quelle, rivestissero il
medesimo carattere, e fossero quindi suscettibili del medesimo
trattamento. Qui è il grave abbaglio, di qui gli abusi che
pretesero e quasi riuscirono a sbalzar di soglio la storia, la
letteratura, le arti, la filosofia, per sostituire ad esse la
computisteria e l'inventario.
Pare che quanto dico in «Minerva e lo Scimmione» non sia bastato a
chiarire la mia idea. Cercherò di spiegarmi meglio.
Io immergo una verghetta nel fondo melmoso d'una piccola gora: ed
ecco sul velo dell'acqua un pullulare ed un crepitare di bollicine
che scoppiano. Se indugio a considerare il fenomeno, una serie di
domande affiorano al mio pensiero. Da che cosa sono prodotte
quelle bollicine e quello scoppiettío? Da qualche cosa di aereo
che si trovava imprigionato nel motriglio. Come poté trovarcisi? E
perché se ne è sprigionata quando io v'ho immersa la verghetta?
Perché è salita alla superficie? Di che materia s'ebbe a formare
la pellicola delle bollicine? Perché queste si sono frante? E
perché il crepitio?--Se avvicino ad esse un fiammifero, brilla una
vampa, e s'ode uno scoppio. Perché questi nuovi prodigi? E piú
insisto, piú si moltiplicano i problemi. E se li risolvo, io
scopro altrettante leggi. E ciascuna di queste leggi, snidate dal
minuscolo fenomeno, è universale, investe e regola ogni altro
fenomeno affine, per quanto solenne e smisurato. Le medesime leggi
osservate nella piccola gora reggono la meccanica dei mondi.
Quando io le ho scoperte, io posseggo altrettante formule magiche.
Applicandole in grande proporzione, io posso illuminare una città,
o lanciare un immane ordigno negli abissi del mare o ai vertici
dell'atmosfera. E ciò che avviene per questo fenomeno, si verifica
per ciascun altro dei fenomeni naturali, anche minimi o
impalpabili. Il fremito delle alucce d'una libellula, il
guizzolare d'una tenue luce sul mobile specchio d'un'onda, il
vario sibilo del vento fra gambi d'erbe ineguali, nascondono,
sotto un velo specioso, infinite leggi universali meravigliose.
Chi piú riesce a sollevare il velo mirabile, ad insistere,
scrutando il fenomeno in ogni suo menomo anfratto, ad incalzarne
il principio generatore per ogni piú riposto meandro, sino a
coglierlo, a formularlo, a stabilire la legge, quegli è
scienziato. E l'esperienza, oramai piú che due volte secolare,
dimostra che questo insistente minutissimo esame dei fenomeni,
applicato alle scienze fisiche, le costringe, diciamolo con gergo
barbarico ma efficace, al loro massimo rendimento.
Veniamo adesso agli studî storici. Esiste un dubbio se un gran
poeta, diciamo Vincenzo Monti, fu battezzato il 15 sera o il 16
mattina. Tizio, sitibondo di _verità_, sale in ferrovia, accorre
sui luoghi, importuna gente, compulsa archivî, scopre l'atto di
battesimo, il padrino, la madrina, il prete che battezzò, il
chierichetto che porse l'acqua santa, e quanto ebbe di mancia, e
gli assistenti, e la progenie degli assistenti; e poi scrive un
articolo, due monografie, tre polemiche e un volume di 650 pagine.
Tizio è un imbecille.
Ho scelto il secondo esempio grosso e marchiano, sebbene non fuori
dalla possibilità, anzi dalla realtà[3], per rendere l'antitesi
piú evidente. Ma è certo che tutti i fatti d'ordine storico, o
letterario, o artistico, si troveranno con quello d'ordine fisico
in analoga antitesi. In due discipline, cioè la ritmica e la
glottologia, torna utile e conduce alla scoperta di leggi una
analisi altrettanto minuziosa. Ma egli è che la prima di queste
discipline non è morale, bensí fisica, perché, quando è ciò che
deve essere, studia fenomeni d'ordine puramente acustico. E la
seconda, è in parte (gran parte) fisica, e in parte direttamente
psicologica: sicché, piú rigorosamente per quel lato, e meno per
questo, rientra nell'àmbito delle vere e proprie scienze esatte.
Ma nelle schiette discipline morali, l'insistere indefinitamente
sui fatti--una data storica, la originaria lezione d'un passo,
perfino l'autenticità di un documento--non conduce di per sé a
grandi risultati.
Tentiamo ora la controprova. Poniamo, che in una osservazione
d'ordine fisico, si giunga ad una analisi incompleta o inesatta.
Ed ecco, la legge vi sfugge, o, peggio, stabilite una falsa legge,
che sarà a sua volta feconda d'errori infiniti. Esempio, il famoso
principio dell'orrore pel vuoto. Al contrario, nelle discipline
storiche la minore esattezza del fatto non conduce di per sé a
conseguenze nefaste. Vico scoprí veri stupendi lavorando su
materiale limitato e viziato non solo dalla minore emendazione
obiettiva, ma anche dalla tendenza della sua mente ad alterare le
accolte testimonianze filologiche. La piú bella, anzi l'unica
storia della letteratura italiana fu scritta dal De Sanctis quando
si conoscevano assai meno fatti e assai meno vagliati di quelli
che conosca adesso ogni mediocre studioso.
Sicché, per concludere, e tornando al barbarico gergo efficace, la
«paziente industria del metodo induttivo» applicata alle
discipline morali, non le costringe al massimo rendimento. Essa
non ci può dare altro se non la emendazione del materiale. E non è
questa, badiamo bene, una tara che si sia cosí scoperta nel metodo
induttivo. Perché questa sua applicazione è una scimmiottatura:
perché il metodo che serve a scoprir leggi, applicato dove leggi
da scoprire non ci sono, non conserva piú la sua vera sostanza, ma
conserva solo una esterna parvenza: non è piú metodo induttivo,
bensí _metodo ordinativo_. Ora, l'ordinamento è una bella cosa, è,
ripetiamolo, il primo gradino d'ogni studio; ma nell'ordinamento
non si esaurisce lo studio. E tutti sentono che ben altre sono le
vette a cui debbono aspirare le discipline morali.
E bene osserva il Buonaiuti che ciascuna disciplina e ciascun
gruppo di discipline deve formarsi il suo metodo. E ciascuna,
infatti, delle discipline morali, storia, letteratura, filosofia,
dovrà crearsi nel proprio seno i proprî metodi e le proprie
leggi: come difatti è avvenuto in passato, senza chiedere il
permesso alla filologia scientifica. Ma se vogliamo poi trovare
una disciplina e un metodo che accolga in sé, come sottordini,
tutte quelle leggi e quei metodi, questa disciplina non sarà,
no, la filologia col suo metodo ordinativo. Sarà la disciplina
che ha per proprio cómpito lo studio d'ogni fenomeno del
pensiero mediante i piú raffinati strumenti del pensiero:
sarà la filosofia. Onde giusta è l'antica denominazione che
chiamava filosofica la facoltà di lettere, che oggi si vorrebbe
ribattezzare in filologica.
*
* *
E di tutto questo ragionerò ampiamente nel mio prossimo volume,
dove il Buonaiuti vedrà collocata anche materialmente, nel suo
giusto luogo, e con le sue debite attribuzioni, la sana ed onesta
filologia.
Ma fin d'ora voglio rispondere ad un altro appunto suo, che, del
resto, e prima e dopo di lui, mi è stato rivolto e ripetuto
centinaia di volte. Ed è questo. Che, a parte qualsiasi
discussione teorica, la mia ribellione contro la micrologia
filologica può indurre altri a trascurare il minimo accertamento
dei fatti, anche nei casi e nelle fasi di studio in cui lo
proclamo anche io indispensabile ed unico. Sicché si affacci il
pericolo di tornare al periodo di ignoranza e di confusione, alla
fabbrica di castelli in aria, che screditavano l'Italia di fronte
agli stranieri, prima che prevalesse anche fra noi questo
benedetto metodo scientifico.
Qui rispondo intanto, in via preliminare, che mi sembra mal vezzo,
e d'indiretta importazione germanica, questo battezzare castelli
in aria tutte le opere fiorite in Italia prima del sullodato
metodo scientifico. Castelli in aria le opere di Genovesi, di
Romagnosi, di Galluppi, di Verri, di Beccaria, di Micali, di
Amari, di Vannucci, di Gioberti, di Rosmini, di De Sanctis, di
Giuseppe Ferrari, di Cattaneo, e lasciamone tanti altri, e
lasciamo i puri e grandi artisti, che rifulgono come stelle, e
tutti li ammirano? Se gli stranieri d'allora traevano dalle opere
di quegli uomini insigni argomento di scredito per l'Italia,
peggio per loro: vuol dire che erano ignari o prosuntuosi. Se
gl'Italiani d'oggi non leggono piú le loro opere, peggio per loro:
vuol dire che sono incitrulliti e imbastarditi. Lasciamo andare,
filologi scientifici e sofi rihegeliani: prima di spifferare certe
sentenze, leggete un po', invece di tante contemporanee scipitezze
alemanne, le opere dei nostri grandi.
Ma andiamo avanti. Io domando ora questo solo al Buonaiuti.
Dato e non concesso che la irriverenza mia verso la filologia
scientifica, dovesse incoraggiare questo o quello studioso
a buttarsi sull'imbraca, e a far d'ogni erba fascio, ne
discenderebbe forse la ineliminabile conseguenza che avessero a
divenire babbei tutti quelli che debbono leggere, esaminare, o
giudicare a effetti pratici le loro opere? Vi risulta forse, oh
puri Scienziati, che nei concorsi ove ebbi l'onore di seder
giudice al Vostro fianco, io mi sia compiaciuto mai di esaltare
lavori retorici, gonfi, da acchiappanuvole? Anche qui avete
giuocato sull'equivoco, e non onestamente. Ripensateci su, egregi
Colleghi. E vedrete che fra Voi e me la differenza consisteva in
ciò solamente. Che io soffiavo tanto sui castelli di carte
italiane quanto su quelli di carte tedesche. Mentre Voi, non dico
tutti, ma parecchi di Voi, quando al posto d'un pacifico re di
coppe vedevano un macellaro kaiser di spade, chinavano riverenti
la fronte e il ciglio, e quel castello di carte lo pigliavano per
una rocca ciclopica.
Rinfoderate, cari Colleghi, rinfoderate questo patriottico
timore che i miei principî possano indurre i giovani alla
fannullonaggine. Anzi, la vostra «filologia scientifica» che,
almeno in pratica, non va oltre alla raccolta dei fatti sgranati,
alla minuta osservazione enumerativa, che Bacone dichiarava
fanciullesca, questa filologia, esaltatrice, non senza proprio
interesse, della inoperosa dottrina, consente, sotto le pompose
apparenze, la profonda inerzia intellettuale. Ma nessuna inerzia
consentono i principî miei, che in ogni ordine di disciplina
morale richiedono pensiero, pensiero e pensiero.
*
* *
Il fatto che il Buonaiuti, ad onta della indiscutibile sua buona
fede ha frainteso alcuni degli appunti miei principali, mi
dimostra poi chiaramente una cosa. Che cioè, piú che non dalle mie
idee, egli è rimasto impressionato dalla forma impressa alle idee.
Il modo l'ha offeso, piú che non la cosa. E tanto, che ha finito
per vedere solo il modo, e per esempio, ha combattuto come
affermato in linea perentoria ed assoluta il mio _delenda
philologia_, che era invece temperato da parecchie modalità.
Ma di questo fatto io non mi rammarico: anzi me ne allieto, come
d'un sintomo della prevagheggiata e preveduta efficacia del mio
libro. Mi spiego subito.
Dice Pindaro che infiniti errori sono appesi alle menti degli
uomini. Vorrò io forse immaginare che soltanto la mente mia vada
scevra di tali ingombri? Davvero, io non esercito la professione
dell'uomo modesto, che troppo sovente va a braccetto con la
ipocrisia e con la interessosa volponeria; ma neppure nutro una
cosí stolta presunzione. Però, prima di giudicare entro me una
cosa, ne esamino i fondamenti: prima di esprimere il giudizio, ci
penso su due volte: sicché non m'avviene di asserire nulla di cui
non possa poi rendere le mie ragioni. Queste potranno parere buone
o cattive, e sarò sempre grato a chi mi dimostrerà che erro. Ma
non permetto che chicchesia venga, con arbitrario atto d'autorità,
a tonarmi il _quos ego_.
Ora, avendo dedicato la mia vita agli studî dell'antichità
classica, e parendomi che tali studî siano avviati in Italia su
una strada falsa, da parecchi anni vado esponendo le mie ragioni,
e cerco di richiamare i filologi ad una ordinata discussione
intorno al carattere, alla ragion d'essere, e ai metodi che si
convengono a tali studî[4].
Ma i filologi, no. I filologi, o, per meglio dire, un certo gruppo
di filologi, che per lunghi e lunghi anni ha tenuto il mestolo
delle cose classiche, aveva concepito il lavoro filologico come
una pesante facchinata da compiere senza mai chiedere il perché.
O, meglio, come una specie di corsa nel sacco. C'erano certi
assiomi, e certe regolette e formulette, una specie di dottrinella
filologica, che ciascun adepto doveva imparare e ripetere e
giurare su quella, e poi, gambe e capo nel sacco, e via, avanti,
avanti, a balzelloni, a sdruccioloni, a rotoloni. E se qualcuno
tentava di fermarli, muto la metafora, si appallottolavano come
tanti porcospini, e gli dardeggiavano contro velenosissimi aculei.
Discutere? Rivedere i nostri assiomi? Distruggere i nostri dogmi?
Béccati, iconoclasta, questa allusione! Succhièllati questa
insinuazione! Giulèbbati questa calunnia!
Alla fine, mi sono seccato. Ora, che cosa si fa, quando un
organismo è divenuto torpido, e non risponde piú ai farmachi
usuali? Si pon mano ai rimedi eroici, agli eccitanti. E se
gli eccitanti non bastano, se l'organismo pare addirittura
insensibile, ci vuole il marchio rovente. Poniamo che il _Delenda
philologia_ sia stato questo marchio rovente.
Ho raggiunto lo scopo. I filologi, a quella bestemmia, hanno visto
rosso, e, senza neppure leggere il capitoletto, si sono avventati
a corna basse. E piú che io non sperassi. Gli opuscoletti, gli
articoletti, le letterine ai Direttori non furono che un piccol
cenno. Il giorno 8 luglio, la Società _Atene e Roma_ s'è radunata
in Assemblea solenne, e ha bandita una crociata contro lo
_Scimmione_, affidando ai vari soci, con equa distribuzione, la
fabbrica di «una collezione di volumetti--secondo un piano da
stabilire con matura riflessione--che potranno anche essere
polemici, purché serenamente concepiti e scritti, nei quali quelle
questioni siano chiaramente e compiutamente esposte e discusse».
Le mie speranze sono di gran lunga sorpassate: non questo o quel
filologo si è infine mosso a discutere; ma si è addirittura
bandita una leva in massa di filologi. Benone. Avranno infine
occasione di far lavorare un po' il cervello; e non può derivarne
che un bene a loro e agli studî.
Ed ora, mentre la «riflessione matura», io faccio qui una
profezia: che quando la minacciata Collezione d'opuscoli sarà
completa, se ne potrà stralciare una preziosa antologia
d'impertinenze contro il mio povero me; ma l'accordo fra me ed i
miei oppositori sarà pienamente raggiunto.
Ché già fin d'ora, molti di essi, pure con l'aria e la convinzione
di ferocemente combattermi, hanno aderito a parecchie delle mie
idee e delle mie proposte pratiche. Alcune di queste adesioni si
possono vedere in questo volume, nel capitolo sull'«Affrancamento
della libreria italiana». Anche piú notevole è la conclusione d'un
articolo in cui Giovanni Calò parla un po' per conto proprio, e un
po', anche, dell'_Atene e Roma (Marzocco, 29 aprile)_.
«Intanto si preparino gli studiosi, con tenacia di voleri e
concordia di spiriti, a contribuire al risorgimento italiano degli
studî umanistici. Nei quali, pur ispirandosi alla severità dei
metodi che sono l'essenza della filologia germanica come d'ogni
filologia, ma riducendo quant'è possibile il formulario algebrico
di cui è cosí spesso ispida e oscura la filologia tedesca,
evitando le eccessive pretese sistematiche e gli arbitrî
congetturali abbastanza frequenti nella scienza tedesca,
introducendo nell'indagine critica piú misura, piú buon senso, piú
semplicità, utilizzando pur sempre l'esempio e l'opera dei nostri
antichi umanisti, l'Italia potrà ancora una volta stampare una sua
impronta non cancellabile».
Ora, lasciamo le bizze polemiche, e veniamo al sodo. Queste parole
di Calò sembrano un'eco di talune pagine di «Minerva e lo
Scimmione». Qui, come negli altri punti ch'io registro, l'accordo
è raggiunto.
*
* *
E questo è l'essenziale, questo è quello che mi importa. Non sono
né cosí semplice né cosí vanitoso da sperare o da pretendere che
altri repudi e confessi di repudiare le sue convinzioni per la
forza dei miei argomenti. In verità, le convinzioni aderiscono
alla nostra coscienza con grovigli di radici sentimentali e
pratiche troppo fitti ed intricati perché possa reciderli mai lama
di dialettica, per quanto salda e affilata. Se contro esse vediamo
avventarsi la impalpabile e corroditrice schiera delle armi
logiche, tutto l'intimo essere nostro insorge a difesa; e quanto
piú vorranno stringerci al muro, tanto piú ci schermiremo e
irrigidiremo; e la sofistica, lodi le siano rese ora e sempre,
fornisce a tutti armi cosí manevoli e sottili, che chi si risolve
ad impugnarle, difficilmente si vedrà costretto a chieder mercede.
Ma per fortuna, in queste schermaglie dialettiche accade spesso
che, parato il colpo, rintuzzato l'avversario, il nostro pensiero,
eccitato dall'assalto, si ripieghi su sé stesso, e venga indotto,
quasi involontariamente, a meditare su quelle convinzioni. E
allora può anche avvenire che ci balenino argomenti nostri,
creduti nostri, per forza dei quali, pure escludendo ogni
possibile connessione fra essi e quelli dell'avversario, ci
risolviamo ad accogliere qualche temperamento della primitiva
nostra convinzione. E non è raro il caso che il temperamento
implichi addirittura un capovolgimento. Questo caso appunto sembra
essersi avverato nei riguardi degli urbani miei oppositori. Onde
io sopporto in pace le loro impertinenze. Perché, come ho detto
ora esplicitamente, e come già avevo implicitamente dichiarato
nel proemio alla prima edizione, piú che il chimerico ufficio di
suasore, intendevo assumere l'altro, piú modesto, ma piú efficace,
di provocatore logico.
*
* *
E un altro scopo mi prefiggevo, oltre a quello di stimolar la
riflessione dei dissidenti: quello di porgere armi a quanti
concordano meco.
Le verità non si imparano solamente dai maestri né di sui libri,
tomo per tomo, pagina per pagina: si possono anche afferrare di
colpo, da pochi indizi e apparentemente remoti, grazie ad una
rapida intuizione. Salvo che, in questo secondo caso, piú
difficile riesce addurre le ragioni.
Ora, in Italia, dove l'intuizione e il buon senso fioriscono
accanto al mirto, perennemente, molti e molti, pur senza essere
iniziati nei misteri eleusini della filologia scientifica,
intendevano e intendono che lí sotto si annida qualche grossa
mistificazione. Ma, come ho detto, altro è intuire, altro è
provare. E finora, quando un profano si arrischiava a sollevar
qualche dubbio, saltava subito fuori un filologo babau, e
gl'intimava silenzio. «Zitto lí, profano. A me la parola, ch'io
sono uno scienziato». Adesso, spero, il giochetto sarà finito.
Adesso il povero profano di buon senso, che non ha altro torto se
non quello di non essersi tempestivamente sprofondato nei
_Jahrbücher_, nei _Beiträge_, nei _Sitzungsberichte_, potrà sempre
rispondergli: «No, sei tu un pappagallo». Vedi _Minerva e lo
Scimmione_, capitolo tale, pagina tale.
*
* *