4. Le danze, le commedie ed altri spettacoli profani; le letture di

libri osceni, i romanzi, i turpiloqui, le canzoni amorose;

l'abbigliamento immodesto o lussureggiante; il frequentare le bettole:

tutte cose che come dice _Tertulliano_, «_sono indizii di una castità

morente_.»

§ II.--_Degli effetti della lussuria_.

_S. Tomaso_, (dopo _S. Gregorio_) dà alla lussuria otto figlie, _2, 2,

q. 153, art. 5_, che sono:

Relativamente all'intelletto.

1. La _cecità di mente_, di cui lo stesso Salomone ci offrì un terribile

esempio:

2. La _sfrenatezza_, per la quale l'uomo commette sconvenienze, senza

riflettere, senza deliberare;

3. La _sconsideratezza_, la quale fa giudicare erroneamente lo scopo

che si propone o i mezzi per conseguirlo;

4. L'_incostanza_, per la quale, chi si è dato alla lussuria _vuole e

non vuole_ come il _poltrone_ (_Prov. 13, 4_), e non sa persistere

generalmente nel proposito di una vita migliore

Relativamente alla volontà, le figlie della lussuria, secondo _S.

Tomaso_, sono:

1. _Un disordinato amore di sè stesso_, in forza del quale il libidinoso

ripone il suo ultimo scopo nelle voluttà della carne, e tutti i suoi

pensieri dirige a conseguirle;

2. L'_odio a Dio_, il quale proibisce i peccati contro la castità e li

punisce con gravissime pene;

3. L'_affezione al mondo_, ove sono quelle voluttà che il lussurioso si

propone come scopo della vita;

5. _Orrore alla vita futura_, ove sa che egli non potrà godere piaceri

lascivi, ma dovrà subire invece acerbissimi dolori. Quest'orrore lo fa

disperare della felicità eterna imperocchè gli sembra impossibile ch'ei

possa rinunciare mai alle terrene voluttà. Quelli che giungono a questa

disperazione si abbandonano poi ad ogni genere di lussuria. Per ciò _S.

Paolo agli Ef. 4, 19_: «I disperati si sono dati in balía alla

impudicizia e ad impurità di ogni fatta,» e _Davide Sal. 9, 26_: « Ai

loro occhi, Dio non esiste piú: tutte le loro vie sono, in ogni tempo,

insozzate.» E' come s'egli dicesse, scrive _Syilvius t. 3, p. 821_:

«Rigettato ogni timore ed ogni rispetto a Dio, conducono una vita

impurissima.»

Oltre queste conseguenze morali, altre ve n'hanno corporali, che già

indicammo, senza contare le orribili malattie veneree (così chiamate da

_Venere_), le quali tengono sempre dietro all'abuso dei piaceri di

lussuria.

§ III.--_Dei rimedii ai peccati di lussuria_.

Innanzi tutto è necessario levar via le cause già enunciate, di cotesti

peccati.

Di più, devonsi specialmente prescrivere i seguenti rimedii.

1. La preghiera frequente e fervorosa.. «Vedendo che io non poteva in

altro modo essere continente, se non che rivolgendomi a Dio,... andai a

Lui e lo pregai.» (_Sap. 8, 21_).

2. La lettura di libri di devozione, la meditazione sulla passione di

Cristo e sui supplizi riserbati ai libidinosi nell'altra vita.

«Qualunque cosa tu imprenda a fare ricordati dell'ultimo tuo fine, e non

peccherai mai» (_Eccl. 9, 40_).

3. Non coltivare il corpo con delicatezze o con lusso. «Le iniquità di

Sodoma furono la superbia, la sovrabbondanza degli alimenti e l'ozio»

(_Ezech. 16, 49_).

4. Custodire i sensi e specialmente quello della vista. «Non guardare le

fanciulle, se non vuoi che la loro bellezza ti faccia cadere in

iscandalo.» (_Eccles._).

5. Fuggire l'ozio ed evitare con cura le tentazioni. «Chi ama il

pericolo, in esso perirà.» (_Eccles. 3. 27_). Procurino dunque i parenti

che i fanciulli di sesso diverso, sieno pure fratelli e sorelle, non

giacciano nello stesso letto, imperocchè l'esperienza ammaestra che ció

è pericoloso alla castità.

6. Mortificare la carne e digiunare, imperocchè _i contrarii si

guariscono coi contrarii_. »Non si caccia questa specie di demonii se

non colla preghiera e col digiuno.» (_Mat. 17, 20._)

7. Fare elemosine ed altre opere di carità, colle quali si impetrano da

Dio copiose grazie.

8. Accostarsi frequentemente e con devozione ai sacramenti della

Penitenza e della Eucarestia.

9. L'assiduità a mettersi al cospetto di Dio e a ricordarsi

dell'Eternità.

10. La residenza alle prime lusinghe della voluttà, dirigendo il

pensiero ad altro oggetto, e meglio, se sia un oggetto santo. «Resistete

al demonio, ed egli fuggirà.» (_Jac. 4, 7_).

11. Sentire i consigli d'un prudente confessore, e per quanto è

possibile, del proprio confessore ordinario; il quale suggerirà rimedii

proporzionati al male e idonei maggiormente a vincere le tentazioni.

PARTE SECONDA

SUPPLEMENTO

_Al trattato sul matrimonio_

Sono molte le questioni gravissime ad uso quotidiano, risguardanti il

matrimonio, che la prudenza comanda di non trattare in un pubblico Corso

di Teologia. I preti, tuttavia, che stanno per assumere il formidabile

incarico di dirigere le anime, non devono ignorarle, e perciò è nostra

abitudine di proporle e svolgerle ai nostri diaconi.

Codeste questioni possono generalmente ridursi a due:

1. Dell'impedimento per impotenza.

2. Del debito conjugale.

QUESTIONE I.

_Dell'impedimento per impotenza._

È questo un argomento, impudico, osceno, e spesso pericoloso: ciò che

noi, stretti dalla necessità, stiamo per dire, non dev'essere letto se

non per motivi puri e con retto scopo, affine di poter ben distinguere

lebbra da lebbra, applicare al male rimedii convenienti, dar saggi

consigli, difendere le anime dal lezzo di turpi vizii e toglierle da

esso. In questo genere di studii risiede quasi sempre qualche pericolo;

ma quelli che vi si dedicano per sola necessità, possono fiduciosamente

attendersi soccorsi divini, i quali daranno ad essi la vittoria contro

le tentazioni, devono perciò richiamarsi spesso alla mente ch'essi sono

al cospetto di Dio che scruta tutti i loro pensieri, e devono altresì

dirigere alla Vergine Beata la breve e pia orazione, che esponemmo nel

principio di questo libro.

NOZIONI PRELIMINARI

_É essenziale al matrimonio la sua consumazione._

La consumazione avviene colla emissione del seme del marito nella vagina

naturale della moglie, ovvero coll'unione del marito e della moglie in

guisa che diventino una sola e medesima carne, giusta le parole della

_Genesi, 2, 24_: «E saranno due in una stessa carne.»

Quando il marito sia penetrato nella vagina della sua donna e vi abbia

versato dentro il seme, il matrimonio reputasi consumato, sia che la

moglie abbia o no emesso il suo succo venereo, cosa d'altronde che non

si può accertare, e che non è assolutamente necessaria alla fecondazione

nè alla consumazione, come molti asseverano. La impotenza dunque altro

non è se non la incapacità a consumare, nel modo suesposto, il

matrimonio.

Perciò, coloro a cui manca un testicolo solo, non sono impotenti, perchè

possono penetrare nella vagina della donna ed emettere il seme

prolifico. Egualmente, non si devono ritenere impotenti i vecchi,

ancorchè decrepiti, imperocchè si son visti degli uomini a cent'anni

procreare dei figli con donne giovanissime.

Le mogli dette _sterili_ non si possono, per questo motivo, dichiarare

impotenti, perchè ciò non ostante, potrebbero ricevere benissimo dai

mariti, che s'introducano nella loro vagina il seme spermatico, benchè

poi non lo trattengano, o per qualsiasi altra causa, non restino

fecondate. Se il seme si versa nel vaso genitale, l'atto matrimoniale è

compito, e l'impotenza non esiste punto, ancorchè, per caso, non abbia

luogo il concepimento.

Sono per lo contrario impotenti quei vecchi i quali sono così debilitati

che non possono penetrare nella vagina, e così decrepiti da non

ejaculare umore spermatico: ciò è evidente. Dicasi egualmente di chi è

privo d'entrambi i testicoli o li ha totalmente schiacciati, imperocchè

in questo caso non possono dare seme prolifico.

Distinguonsi molte specie d'impotenza, cioè, la naturale e

l'accidentale, l'assoluta e la relativa, la perpetua e la temporanea,

l'antecedente e la susseguente.

L'impotenza _naturale_ è quella che procede da causa naturale e

intrinseca, per esempio, nell'uomo, da freddezza impassibile la quale

non permette un sufficiente eretismo, ovvero da eccessivo ardore che fa

ejaculare lo sperma prima che avvenga l'accoppiamento carnale, oppure

dalla mancanza del membro virile o dei testicoli. Nella donna, un grande

ristringimento delle parti genitali, talchè sia impedito all'uomo di

penetrare nella vagina: caso che avviene di frequente.

L'impotenza _accidentale_ è quella che proviene da causa estrinseca,

cioè, da un maleficio del demonio, sia nell'uomo sia nella donna:

nell'uomo, quando il demonio gli fa intirizzire i nervi mentre sta per

compiere l'atto conjugale; nella donna, quando il demonio stesso le

ristringe la vagina o la turba nella fantasia in guisa che al marito non

è possibile l'accoppiarsi a lei, ovvero quando essa rende impossibile

l'accoppiamento perchè, mentre si sta per compierlo, un subitaneo odio

la infiamma contro il marito, e va in escandescenze.

L'impotenza _assoluta_ è quella che rende una persona impotente con

qualsiasi altra: tale è l'uomo a cui manchino entrambi i testicoli, o

che sia affatto insensibile.

L'impotenza _relativa_ è quella che verificasi con questa o quellla

persona, ma non con tutte; per esemipio, una donna può essere di vagina

troppo stretta per un uomo, e non per un altro; l'uomo può essere sotto

l'influenza di qualche personale maleficio, ovvero può sentirsi

indifferente per una giovane e non per un'altra.

L'impotenza _perpetua_ è quella che non può essere guarita col decorrere

del tempo, nè con rimedii naturali e leciti, nè colle consuete preghiere

della Chiesa, ovvero--come dicono altri--non può essere tolta che col

mezzo d'un peccato, col pericolo della morte, o con un miracolo.

L'impotenza è _temporanea_ invece se può esse tolta con qualcuno dei

detti mezzi, cioè, col decorrere del tempo, con un rimedio naturale e

lecito, o colle consuete preghiere della Chiesa.

L'impotenza chiamasi _antecedente_, se precede il matrimonio; e

_susseguente_, se viene dopo.

Ciò detto, domandasi se l'impotenza e quale impotenza sia un impedimento

_dirimente_[11] del matrimonio.

[11] Gli impedimenti _dirimenti_ chiamasi nel Diritto Canonico e nel

Codice Civile quelli che annullano il matrimonio. (_Nota del

Traduttore_).

PROPOSIZIONE. È _impedimento dirimente del matrimonio quella sola

impotenza che è antecedente, e perpetua, sia poi assoluta o relativa_.

PROVA: I. La sola impotenza antecedente; perchè ogni contratto diventa

nullo, quando non si può dare la cosa promessa, venendo a mancare in

questo caso l'oggetto del contratto stesso: quegli che è afflitto da

impotenza antecedente e perpetua, non può dare ciò che ha promesso:

promise l'accoppiamento carnale e naturale, che è scopo nel matrimonio,

ed egli, nel caso nostro, non lo può consumare.

La cosa stessa viene provata dal Diritto ecclesiastico al titolo: «Degli

insensibili e dei maleficiati» (_Decret. 1, 4, tit. 15_) e dalla _Bolla_

di Sisto V _Cum frequenter_, anno 1587.

Questo impedimento essendo nel diritto della natura non può da alcuna

autorità essere tolto con dispenza.

II. La sola impotenza antecedente e perpetua, sia assoluta o relativa, è

impedimento dirimente del matrimonio, imperocchè nè la impotenza

conseguente nè la temporanea possano annulare il matrimonio.

1. Non la impotenza conseguente, imperciocchè è cosa indubitata che,

contratto una volta validamente il matrimonio, è per sua istituzione

perpetuo;

2. Non la impotenza temporanea, perchè l'essenza del matrimonio non sta

nell'uso _attuale_ di esso; e gli sposi, promettendosi fede conjugale,

non determinano un tempo alla consumazione del matrimonio. Basta dunque

che sia possibile una consumazione avvenire, a meno che, per caso, il

consenso di uno degli sposi non dipendesse realmente dalla _immediata_

possibilità dell'atto matrimoniale.

Gli infermi e gli stessi moribondi possono validamente contrarre

matrimonio, benchè sieno incapaci all'accoppiamento _immediato_. Dicesi

lo stesso di coloro i quali, in causa di un'eccessiva ardenza di natura,

emettono il seme prima di penetrare nella vagina della donna: _Cabassut_

osserva (_lib. 3, cap. 15, n. 2_) che essi possono aver speranza che i

loro sforzi non saranno sempre inutili.

Ho detto,--_sia essa assoluta, o relativa_,--perchè il matrimonio si

contrae con una persona determinata; e se con questa persona esso non

può essere consumato, è nullo.

Benchè questo impedimento non si trovi nel Codice civile (francese), è

indubitato che i tribunali pronuncierebbero in questi casi le nullità

del matrimonio se si verificasse l'impotenza _antecedente e perpetua_.

Così fu sempre giudicato tanto nel foro civile quanto nel foro

ecclesiastico E così insegna _Delvincourt. t. I, p. 403_, difendendo in

questo senso con tutte le sue forze una Sentenza delle Corte d'Appello

di Treves, 27 gennaio 1808.--_Toullier, t. I, n. 525_ sostiene

calorosamente che questa Sentenza è contraria allo spirito del Codice; e

dichiara che una donna possa ottenere dai giudici Sentenza annullante il

matrimonio per impotenza _accidentale_ e _manifesta_ del marito; per

esempio, se fosse dimostrato ch'esso era eunuco prima del matrimonio; e

prova il suo assento coll'art. 312 Cod. Civ., nel quale si stabilisce

che il marito può non riconoscere un figlio partorito da sua moglie, se

prova ch'egli era assente all'epoca del concepimento, o che per

qualsiasi altro accidente non poteva aver contatto carnale con essa.

In quanto a noi, dobbiamo specialmente trattare di ciò che riguarda il

loro interno della coscienza, e sotto questo rispetto, non poche sono le

difficoltà che offre questa materia. Le riferiremo per ordine, e ci

studieremo di risolverle secondo le nostre forze.

_Si domanda_: I. Se un uomo e una donna, consapevoli tutti due d'essere

entrambi impotenti, possono contrarre matrimonio coll'intendimento di

prestarsi un vicendevole soccorso e di conservare una perpetua castità.

_R. Sanchez_ e molti con esso; _l. 7, disp. 97, n. 13_, affermano ciò

essere lecito, e si adoperano nella seguente maniera a provare il loro

asserto:--Quelli che contrassero matrimonio con tale impotenza, possono

abitare assieme come fratello e sorella, escluso che sia ogni pericolo

di peccato; dunque, a pari motivo, se ragionevolmente essi non temono un

tale pericolo, possono, anche colla consapevolezza della impotenza,

contrarre matrimonio coll'intendimento di aiutarsi mutuamente. Così la

Beata Vergine e S. Giuseppe contrassero un vero matrimonio colla

espressa intenzione di non usare l'accoppiamento carnale.

Ma gli altri Dottori negano generalmente che ciò sia lecito, imperocchè,

dicono, non v'ha dubbio che questo matrimonio, se non potesse mai essere

consumato, sarebbe nullo; contrarre volontariamente un matrimonio nullo,

sarebbe una vera impostura, una profanazione del sacro rito, e per

conseguenza un sacrilegio: tali connubii dunque non devono essere mai

permessi. In quanto all'esempio addotto, negano la parità di

circostanze, imperocchè il matrimonio fra la Beata Vergine e S. Giuseppe

era un matrimonio valido.

_Si domanda_: 2. Che deve farsi se non si è sicuri che l'impotenza sia

antecedente o susseguente al matrimonio?

R. Siccome noi qui non dobbiamo trattare la cosa che sotto l'aspetto del

foro interno, devesi giudicare a seconda della dichiarazione del

penitente: se il penitente dice nettamente che c'è e che ci fu sempre in

lui impotenza a compiere l'atto coniugale, devesi pronunciare la nullità

del matrimonio.

_Si domanda_: 3. Hanno facoltà gli sposi di usare l'atto conjugale, ove

consti che uno di essi è impotente? Nel foro esteriore si presume

sempre, fino a prova contraria, che l'impotenza _accidentale_ sia venuta

dopo il matrimonio.

R. Gli sposi non hanno affatto in questo caso la facoltà d'usare l'atto

conjugale, imperocchè l'impotenza è, o antecedente, o susseguente,; se è

antecedente, il matrimonio è nullo, e perciò ogni atto venereo è

vietato: se poi l'impotenza è susseguente, non è più possibile consumare

lo atto conjugale, e perciò gli sposi non devono darsi ad atti che non

possono raggiungere lo scopo della consumazione, e, come lo diremo fra

poco quando si parlerà dei toccamenti fra conjugi, peccano gravemente o

leggiermente compiendoli.

_Si domanda_: 4. Che deve fare la moglie che sa dicerto essere il marito

impotente e che ha avuto prole con un altro uomo, quando il marito,

credendosi esso il padre della prole, vuole usare l'atto conjugale?

R. Bisogna guardare bene se la moglie ritenga propria come certa nel

marito una impotenza, che d'altronde potrebbe anche essere dubbia. Ma

supponendo che l'impotenza sia certa, essa non deve prestarsi alle

voglie del marito, dovesse anche, per questa ripulsa, cagionare a sè

stessa un grave danno: assecondando, farebbe cosa intrinsecamente

cattiva. In questa spiacevole ipotesi, essa deve ammonire il marito nel

miglior modo che per lei si possa, affinchè esso si mantenga continente,

adducendo, per esempio, il pretesto ch'egli è vecchio, che ad essi basta

il figlio che hanno, che essa non ama più l'atto conjugale, ecc. ecc. E

se un giorno il marito le sembrerà pienamente persuaso di ciò, essa gli

potrà dire: «Affine di non essere vinti mai dalle tentazioni, nè

stornati dal nostro proposito, ti prego, facciamo insieme voto di

perpetua continenza.»

Una volta emesso questo voto la moglie può star sicura; essa potrà

allora respingere il marito ogni qual volta ei volesse usare delle

facoltà conjugali, e per mettersi essa al sicuro d'ogni sospetto,

addurrà il voto di continenza da entrambi emesso.

La moglie tuttavia deve sempre rammentarsi dell'obbligo ch'essa ha di

riparare al danno cagionato al marito e agli eredi avendo procreato un

figlio spurio. Di ciò abbiamo parlato anche nel trattato sulla

_Restituzione_.

_Si domanda_: 5. Che deve farsi quando non si sa bene se l'impotenza sia

_temporanea o perpetua_?

R. O si tratta di impotenza _naturale_ ed _intrinseca_, ovvero

d'impotenza proveniente da _maleficio_. Nel primo caso, a meno che non

si tratti di mancanza di parti genitali essenziali, soltanto i medici

possono giudicare sulla natura e sulla durata di questa impotenza.

Nell'uomo i segni principali di essa sono:

1. La deformità delle parti genitali, per esempio, una eccesiva

grossezza, o una singolare piccolezza della verga.

2. Una ineccitabilità di sensi, per cui non è possibile la emissione del

seme prolifico;

3. Un'avversione naturale ad ogni commercio carnale ed a qualsiasi cosa

venerea;

4. Una cattiva conformazione dei testicoli.

Nella donna, sono indicati due segni d'impotenza, cioè:

1. Una soverchia ristrettezza della vagina o un totale otturamento

all'utero;

2. Una cattiva posizione dell'utero o della matrice.

I canonisti e specialmente i vescovi devono anche giudicare della

impotenza proveniente da maleficio; essa può riconoscersi da questi

indizii:

1. Se la moglie, che d'altronde ama suo marito, non vuole ch'esso le si

accosti carnalmente, persuasa ch'egli non possa con essa compiere l'atto

conjugle;

2. Se gli sposi, benchè, s'amino a vicenda s'accendono subitamente

d'odio fra loro e inorridiscono, allorchè stanno per congiungersi

carnalmente.

3. Se al marito, che pure non è impotente con altre donne, non gli è

possibile compiere l'atto conjugale colla moglie, con tutto che essa non

sia, nè di vagina stretta nè opponga resistenza alcuna.

Checchè dicano alcuni, _l'opinione dei quali_--giusta _S. Tomaso, Supp.

9, 58, art. 2_--_procede dal germe dell'incredulità o da mancanza di

fede_, è certo che l'impotenza può provenire da maleficio: ciò ammettono

molti Concilii, quasi tutti i Rituali, e così dicono tutti i teologi. Il

Dirito canonico prescrive in questo caso le regole da seguirsi (_Decret.

caus. 33, 9, I, c. 4, e dec. l. 4. tit. 15. c. 6 e 7_). Molti autori

ecclesiastici trattano espressamente questo punto, e dimostrano questa

verità con solide ragioni: così, fra gli altri, _Thiers_, nell'opera.

_Trattato delle superstizioni_. Solo la Enciclopedia e gli scrittori

della medesima scuola combattono, deridendola, questa dottrina della

Chiesa.

Dunque se il confessore s'avvede della esistenza d'indizî che indicano

l'opera del demonio. deve consultare il vescovo o i di lui vicarii

generali. Ma deve star ben attento di non prendere le illusioni della

fantasia per opere del demonio.

_Si domanda_ 6. Che deve farsi se, fatte le indagini, esista nondimeno

il dubbio ancora circa la perpetuitá della impotenza.

R. Risulta da tutti i teologi e canonisti che la Chiesa concede in

questo caso agli sposi un triennio affine di tentare la consumazione del

matrimonio. Cosí le _Decret. l. 4, tit. 15 c. 5_ e la pratica costante

dei tribunali ecclesiastici, da Papa Celestino III almeno, in poi:

ammettesi pure questa regola nel foro interno.

I canonisti tuttavia non sono concordi sul cominciamento del triennio;

alcuni reputano che il triennio cominci dal giorno stesso della

celebrazione del matrimonio; altri dal giorno della sentenza del

giudice. La prima opinione è la più comune, ed è quella che segue la

Rota e, come chiaro appare, è la sola ammissibile nel foro interno.

Se, durante il tempo concesso per l'esperimento, avviene che per un

notevole intervallo di spazio i conjugi non possano compiere atti

venerei, sia in causa di lunga infermità o di lunga assenza, si

deve,--come credesi ordinariamente--supplire a questo tempo perduto,

imperocchè la Chiesa richiede un triennio, e in questo caso il triennio

non sarebbe completo. Non dicasi lo stesso nel caso in cui i conjugi

fossero impediti per una o due settimane soltanto, perchè questo breve

tempo deve considerarsi un nonnulla rispetto a un triennio.

Ove poi gli sposi abbiano contratto matrimonio subito dopo che uno di

essi ha raggiunta la pubertà, e non possano consumare il matrimonio, il

tempo dell'esperimento deve computarsi, non dal giorno del contratto

matrimonio, ma dal giorno della raggiunta pubertà, perchè, prima della

piena pubertà, e sempre dubbio se la impotenza provenga da causa

perpetua o piuttosto da debolezza di forze. Così _Sanchez l. 7, disp.

110, n. 10_,--_Collator d'And. Pontas_, _Collet_, ecc. L'età della

pubertà perfetta è quella di 14 anni nelle femmine e di 18 nei maschi.

Del resto, se, non ancora spirato il triennio d'esperimento, i coniugi

chiaramente si avvedono che la impotenza è perpetua, devono concludere

che il matrimonio è nullo, e sono obbligati ad astenersi tosto da ogni

atto venereo.

Non si concede alcun tempo d'esperimento a chi manca di qualche parte

del corpo essenziale all'atto coniugale, imperocchè in questo caso non

c'è più dubbio alcuno sulla nullità dello stesso.

_Si domanda_: 7. Quali sono le precauzioni che il confessore deve usare

verso i coniugi e quali i consigli ch'esso deve dare durante il tempo

dell'esperimento?

R. O la impotenza proviene da causa naturale, o da malificio: in

entrambi i casi il confessore deve usare delle precauzioni e dare dei

consigli.

I. Deve esaminare se l'impotenza, che si attribuisce ad una causa

naturale, nasca da eccesso di libidine o da altre cause sanabili, perchè

allora deve ricorrersi ai rimedii naturali, e i medici li possono

indicare e prescrivere. Molte però sono le cause naturali che

impediscono al marito l'unione carnale colla moglie e che possono essere

sormontate anche senza l'opera dei medici; per esempio, la deformità

della sposa, il fiato puzzolente, la meschinità delle vesti, la

sporcizia, l'odio, il disprezzo ecc. Sono invece forti eccitanti alla

consumazione del matrimonio, la bellezza, e tutte le qualità che rendono

amabile una donna.

Venere ed Imene al tribunale della penitenza: manuale dei confessori · 第 8 / 13 段