--Un consiglio si può sempre chiedere a un amico,--rispose Folco

sorridendo.--Io credo che Ariberto sia sincero quando dice che mi vuol

bene.

--Allora sarà il tuo papà,--concluse la contessa.--Egli sarà il tuo

papà.

E la notizia fu comunicata, prima di partire per Parigi, ad Ariberto

Puppi, il quale alzò le braccia al cielo con gesto di desolazione:

--Ma quali consigli posso io dare a vostro marito?--esclamò.--Egli

veste benissimo e sa leggere un orario: io non vado più oltre.

Figuratevi, forse lo sapete, che traduceva François Villon, e io

ignorava anche l'esistenza di quel poeta. Non me ne importa nulla, ma

ciò può darvi idea della mia coltura!

Ariberto Puppi aveva la debolezza di mostrarsi in tutto assai peggio

di quel che non fosse: ignorante, pigro, volubile, nullo. Stanco un

giorno della rinomanza di bell'uomo, s'era tirato addosso una grandine

di mali finti, si era foggiato una maschera, s'era messo a camminare

come una navicella in burrasca, appoggiandosi, quando non se ne

dimenticava, a un bastoncino d'ebano.

Gioconda aveva appreso con infinito stupore che tutti quei mali e

quegli inconvenienti di cui Ariberto Puppi si doleva, non esistevano

affatto; egli voleva figurare come un uomo finito: altri hanno la

vanità di figurare sempre gagliardi.

La contessa ne aveva riso.

--È dunque vivo?--domandava a Folco.

--Vivo, vivo!--assicurava Folco.--Non ha mai avuto un giorno

d'emicrania.

--Se hai molti amici come Ariberto, puoi aprire un manicomio....

--Esemplare unico!--definì Folco.

--Credo che finirà per essermi odioso!--riflettè la giovane.

Ma quando lo vide quella sera sbucar d'un tratto dalla fiumana di

gente che batteva il lastrico del _boulevard_, ella sorrise

amichevolmente.

--Dove andate?--chiese Ariberto, quasi si fossero lasciati un'ora

prima.

--Io vado a dare un'occhiata ai balli russi. Prendiamo un taxi; sapete

che non posso camminare.

--Puppi!--gridò Gioconda, piantandosi sul marciapiede.--Non

cominciamo! Se volete essere il papà di Folco, non dovete più parlare

dei vostri malanni da burla.

--Io non parlerò più dei malanni,--consenti Ariberto,--ma devo

confessarvi che non ho mai pensato a essere il papà di Folco.... Che

cosa me ne farei? perchè volete darmi questa afflizione morale in

cambio delle afflizioni fisiche?

--Vi teniamo in serbo,--disse Gioconda,--pel giorno in cui avremo

bisogno di consiglio.

--Ma che? per darvi un consiglio, occorre sollevare cento chili a

braccio teso? sospendere in aria coi denti l'omnibus del Giardino

delle Piante?--domandò Ariberto spaventato.

La contessa rise dagli occhi e fece spallucce.

Non poteva serbare il broncio a un così buffo amico; quella sera si

divertì molto; i suoi sguardi quasi trepidi erano per Folco; di tanto

in tanto gli cercava la mano, perchè non si allontanasse pur col

pensiero; non pareva contenta s'egli non rispondeva col sorriso al

sorriso di lei. Ma rideva assai volentieri alla parola e alle

osservazioni di Ariberto; discuteva animatamente con lui sulle donne

che vedeva intorno e sul loro modo di vestire e di comportarsi.

Verso la fine dello spettacolo, Ariberto era stanco.

Abituato a vivere con gente che viveva la sua stessa vita e non aveva

nè domande da rivolgergli nè scoperte da fare, il marchese Puppi si

stupiva della garrulità di Gioconda, del suo chiedere incessante, del

suo facile maravigliarsi, di quella curiosità tutta femminile che vede

due, tre cose alla volta e trova due, tre domande da metter fuori.

Egli rispondeva con minore attenzione: guardava a quando a quando una

ballerina sul palcoscenico, dorata dalla nuca ai tacchi, la quale

danzava con infernale rapidità una danza russa; e a quando a quando

Folco Filippeschi al suo fianco; il quale appariva sereno,

soddisfatto, l'animo riposato che gli traluceva dagli occhi senza

ombre.

--Che bestia!--pensava Ariberto crudamente.--Se avesse sposato la

ballerina laggiù, non avrebbe avuto più noie e più disagi che sposando

questa ingenuissima e onestissima figliuola; col vantaggio che la

ballerina non si stupirebbe di nulla, e questa invece passa la vita a

stupirsi di tutto.... È una donna da fare, o meglio da rifare. Ci

vorrà una bella costanza, povero Folco!...

In quel momento, Gioconda, come usava, toccò la mano di Folco e gli

sorrise: Folco le sorrise. Nel cervello di Ariberto passò il dubbio,

senza ragione, senza gradazione, che la giovane non fosse sincera.

Dove aveva egli letto un profilo di donna, che sembrava far tutto

quanto voleva il suo innamorato e faceva invece tutto quanto voleva

lei?

--Maria Feodòrowna Petrowski,--disse Gioconda ad alta voce, guardando

nel programma.

--La ballerina,--aggiunse distratto Ariberto.

Ma dove aveva letto quel profilo? andava chiedendosi.

Leggeva tanto poco, per abitudine, che non doveva essergli difficile

rammentare una pagina. E la scovò infatti nella memoria. Aveva

comperato le liriche del Villon e le aveva guardate qua e là,

sbadigliando, tanto per sapere di che e di chi voleva occuparsi Folco

Filippeschi; subito gli eran caduti gli occhi sulla pagina in cui il

poeta parla con rancore della sua amante, l'ingannatrice docile.

Mentre i due, Folco e Gioconda, guardavan la scena, tornò a fissarli.

Era facile comprendere che il conte Filippeschi non vedeva nella

contessa la donna, la moglie, la compagna, l'amica; vedeva la

perfezione. Non aveva detto venti parole nella serata e lasciava

parlar lei; la scrutava per sapere se godeva; era orgoglioso di

leggere su quel volto piccolo e bruno l'espressione del piacere, stava

attento ad ogni suo gesto, quasi per interpretarlo. La beveva, o si

lasciava bere.

--E Villon?--chiese a un tratto Ariberto.

Folco sussultò come avesse udito lo sbatacchiar fragoroso d'un uscio

alle sue spalle.

--Non dovevi lavorare intorno a Villon?--seguitò Ariberto.--Mi avevi

detto, se non erro, che avresti cercato alla Biblioteca Nazionale ciò

che ti occorre?

--C'è tempo,--rispose Folco.--Ora Gioconda deve divertirsi.

--Tocca alla contessa richiamarti al lavoro.---osservò Ariberto,

sorridendo per attenuare nelle parole il senso di rimprovero.

La contessa volse il capo lentamente.

--Io?--disse con indifferenza Ma subito si corresse:

--Io sarei felice di veder lavorare il mio Folco. Non m'importerebbe

nulla di rimanere sola all'albergo se sapessi che Folco è alla

Biblioteca o non ha tempo d'accompagnarmi a teatro.

--Un giorno o l'altro,--promise Folco piuttosto a sè medesimo che ad

Ariberto,--mi ci metterò.

--Quanto rimarrete a Parigi?--domandò Ariberto.

--Chi sa?--disse Folco.--Fin che fa piacere a Gioconda.

--Eh allora!--esclamò Ariberto ridendo.

Ma Gioconda gli lanciò un'occhiata insolitamente fredda.

Quei discorsi la rattristavano. Gli studi letterari di Folco le

portavano il ricordo del salottino male illuminato da una lampada

miserabile, le facevano risuonare all'orecchio il ticchettìo della

macchina da scrivere, le spiegavano innanzi tutto il quadro dei giorni

di timore. Aveva tanto sofferto per la speranza di innamorare il conte

Folco Filippeschi, per lo spavento di vederlo sfuggire!...

François Villon non aveva oramai sulla sua anima se non il potere di

risvegliar quegli echi dolorosi. La sera che aveva trascritto il

Rondeau era stata seguita per lei da una tormentosa notte di dubbi,

una delle tante notti in cui sognava a occhi aperti. Folco l'amava?

L'amava davvero o si trattava d'un semplice capriccio? Era molto

giovane: poteva allontanarsi, dimenticarla, incontrar più facili

prede. Ed ella si comportava secondo prudenza, o doveva essere più

ardita? continuare nel suo riserbo o svelare abilmente a Folco con un

tremito, con un gesto, con una parola impensata, ch'era innamorata di

lui?... L'alba si levava che la fanciulla non aveva ancor trovato

riposo.

Poi di giorno le toccava ascoltar le discussioni tra sua madre e suo

padre. Erano giunte da Perugia le informazioni su Folco Filippeschi,

di cui il signor Piero aveva dato incarico a un amico. Eccellenti;

magnifiche; insuperabili; un matrimonio di prim'ordine!... Folco

sarebbe stato ricchissimo; apparteneva a una nobiltà la cui origine si

perdeva nella notte dei secoli. Carattere mite; giovinezza pura; non

si conoscevano di lui nè trascorsi, nè vizii, nè debolezze, nè

amoretti; dedito interamente a' suoi studi; avido di gloria,

ambizioso.

La mamma osservava, però, che i giorni passavano e che l'ambizioso non

si decideva. Avrebbe voluto un poco più di civetteria da parte di

Gioconda, di quella civetteria innocente, ignara, che è efficacissima;

il suo riserbo la faceva parer fredda, non lasciava nemmeno capire se

aveva o non aveva una simpatia per Folco, e Folco doveva trovare in sè

il coraggio per due, se voleva fare un passo risoluto.

Il signor Piero opinava invece che il contegno di Gioconda non doveva

mutare in nulla. Si fa presto a commettere un'imprudenza che poi si

rammenta e si rinfaccia a distanza di anni. Occorreva che Folco

Filippeschi si avanzasse lui, da solo; non avesse a pensare che

Gioconda era in cerca d'un marito.

La fanciulla ascoltava umiliata quelle diatribe, accarezzando Dick

aggomitolato sul suo grembo.

Finalmente un raggio di sole squarciava le cupe nubi di quei giorni;

Folco le aveva offerto l'anello di rubino col motto. Tale una gioia

rabbiosa s'era scatenata nell'animo della fanciulla, che, rimasta

sola, aveva addentato l'anello, come si addenta una preda da troppo

tempo covata con gli occhi. Tuttavia era stata ancora in dubbio, fino

al giorno delle nozze, fino al ritorno dal Municipio e dalla chiesa:

allora soltanto aveva sentito la tensione aspra dei nervi allentarsi;

s'era abbandonata piangendo fra le braccia di Folco.

E non era finita. A Parigi, egli le svelava il raggiro stupido tramato

da suo padre e da sua madre in silenzio: la storiella del probabile

fidanzamento con Carlo Albèri, ammogliato da ben cinque anni! Ne aveva

provato un subito rancore contro quei due: perchè non avvertirla, non

consigliarsi prima con lei?... O che mai era ella, perchè si

tentassero tutte le maniere di sbarazzarsene?... Poteva bene, bella,

pura, intelligente, essere amata da un conte Filippeschi, senza

chiuder questi in una rete di volgarissime giunterie.

I suoi l'annoiavano. Le scrivevano di continuo a Parigi pel denaro.

Sapevano che Folco non sarebbe stato diseredato, ma sapevano pure che

da casa non gli mandavano più un quattrino; e quanto sarebbe durata

quella situazione penosa?... Che la ragazza--la contessa Filippeschi

era tuttora e sempre in casa, _la ragazza_--ci pensasse, facesse

economia, trattenesse il conte....

Gioconda da più giorni non rispondeva.

Il marchese Ariberto Puppi col rammentarle Francesco Villon e gli

studi letterari di Folco, l'aveva inscientemente ripiombata in quei

ricordi angusti; umiliazioni, trepidanze, volgarità, insonnie,

lagrime: le liriche del poeta da capestro non le dicevano altro.

Si guardò rapidamente intorno; sbarrò gli occhi quasi per abbacinarli

al torrente di luce artificiale che inondava il teatro. Le sembrò che

tutte le donne le quali occupavano poltrone e palchetti, fossero sue

amiche, pari a lei; forse ella era anche più su, nella scala sociale.

Esse ignoravano Carlo Albèri, Dick, suo padre, sua madre, la lampada

poco pulita, la macchina da scrivere; erano simpatiche, vestivano

tutte benissimo.

Gioconda assorbiva con voluttà il presente per dimenticare il passato,

per distruggerlo, perchè non osasse tornar mai.

--Folco,--disse, volgendosi a suo marito.

Desiderava prolungar le ore di godimento, che l'allontanassero sempre

più dalla casa bigiognola con le botteghe respiranti il tanfo del loro

traffico vecchio.

--Folco,--disse,--dopo lo spettacolo, vorrei cenare....

--Ma certo, certo,--rispose Folco.--Ho molto piacere di vederti così

ben disposta.

--È una buona idea!--approvò Ariberto.--Vi condurrò all'Abbaye; siete

mai stati all'Abbaye?...

Allora la giovane sorrise anche a lui, un sorriso mite di gratitudine.

VI.

Tutta di qua.

L'ondata del piacere le passò accanto e per poco non la travolse.

Vide in quella cena all'Abbaye la vita parigina notturna, il ritrovo

in cui le dame straniere dan di gomito a quelle che non sono dame;

notò le eleganze spinte fino alla soglia della stranezza; una folla di

donne in abito scollato, di uomini in abito nero, uno spumeggiar di

calici, una profusione d'argenti, un ondular discreto di musica

invisibile; sentì un fiotto di profumi discordanti salirle alle nari,

impregnarle vesti e capelli.

Mangiò poco; non bevve quasi nulla; fingeva d'ascoltare ciò che

dicevano i due uomini, Folco e Ariberto, il primo dei quali non aveva

occhi se non per lei, e l'altro non vedeva nulla perchè aveva visto

troppe volte lo stesso spettacolo o spettacoli consimili.

Ma gli sguardi di Gioconda seguivano con curiosità ciò che avveniva a

questa e a quella tavola; faceva gran fatica a non rivolgersi per

guardare anche le scene che si svolgevano alle sue spalle. Constatò

con ingenua maraviglia che Ariberto conosceva tutti; prima di sedere

aveva chiesto il permesso di salutare alcune dame ch'erano a una

tavolata non molto discosto, e aveva finito per trovare amiche e amici

a tutte le tavole.

La contessa lo vedeva inchinarsi, baciar la mano dell'una e

dell'altra, dir qualche parola agli uomini, sorridere: gli chiedevano

chi era la giovane signora e il gentiluomo che cenavano con lui; gli

occhi dei commensali si posavano su Gioconda discretamente, ma non

così di sfuggita ch'ella non comprendesse che si parlava di lei; era

soddisfatta; il suo nome correva tra quella folla in cui erano

rappresentati quasi tutti i paesi d'Europa.

--Voi incontrate il favore mondiale, cara contessa,--annunziò Ariberto

nel tornare alla sua tavola.--Se mi sono attardato un poco, la colpa è

più vostra che mia. Non c'è stato uno, non c'è stata una, che non mi

abbia chiesto chi è la magnifica dama che Folco e io abbiamo l'onore

di servire. Perfino la duchessa di Rejkiavik, la quale ha il difetto

di spregiar tutte le donne che non siano mostri, ha dovuto confessare

che siete ammirevole.

--Folco, disse Gioconda ridendo,--hai udito? sei contento della tua

piccola moglie?...

Folco levò il capo a guardare intorno, per vedere la folla degli

ammiratori.

--Se ti fa piacere il.... come ha detto Ariberto?... il favore

mondiale,--rispose poi,--io sono certo contento: ma non avevo bisogno

d'un plebiscito di questo genere per volerti bene....

Ariberto comprese che Folco Filippeschi era piccato, e mutò subito

discorso.

Gioconda intuì a sua volta che Folco rammentava il giuoco di casa

Dobelli, l'arte di risvegliar in lui la gelosia; e si morse le labbra.

Ella sapeva ormai che invece di aizzar la passione e l'amore, come

avviene nel cuore di quasi tutti gli uomini, la gelosia spegneva l'una

e l'altro nel cuore di Folco.

--Mostratemi la duchessa di Rejkiavik,--ella pregò Ariberto.

Questi, felice di trovare facile argomento a discorsi che potevano

distrarre Folco dalla prima inquietudine, indicò a Gioconda la

duchessa e via via i commensali più cospicui, da un re in incognito a

un granduca russo, a un generale inglese, dalle attrici meglio note a

quella Maria Feodòrowna Petrowski che un'ora prima ballava, tutta

d'oro dalla nuca ai tacchi, l'infernal danza moscovita.

La cena si protrasse a lungo, servita da tre camerieri con una gravità

la quale pareva invitare a considerare seriamente ogni portata nella

sua bellezza complicata prima di gustarla.

Era notte tardissima, allorchè Gioconda metteva piede sul predellino

dell'automobile per far ritorno all'albergo. Ariberto aveva preso

congedo; intendeva prolungar di qualche ora la veglia con alcuni amici

che lo avevano invitato alla loro tavola.

Ma appena furono soli nell'automobile e Folco le sedette al fianco,

Gioconda indovinò ch'egli era ostile, di malumore.

--Non ti sei divertito?--ella chiese.

--Poco. La folla che ti guarda m'indispettisce,--rispose Folco.

Gioconda gli prese la destra fra le sue piccole mani, e la tenne, in

silenzio.

Egli si chinò a baciarla. Come per magia, il malumore e l'ostilità

erano sfumati nell'animo di lui al solo contatto di quelle mani.

--Non badarci,--disse, quasi scusandosi.--Ti ho condotta a Parigi

perchè ti diverta, e non pensare a me.

La contessa non rispose; guardava i _boulevards_, oscuri, a quella

tarda ora quasi deserti, alcuni popolati da gente malvestita, che

rasentava le case. La città non dormiva; era cessata la furia dei

veicoli, ma serpeggiava la vita subdola della notte, ma quelle ombre

che passavano erano indizio di convegni finiti o di convegni che

principiavano; molti rettangoli di luce nelle case svelavano ore

d'insonnia o di veglia, in attesa della luce nebbiosa dell'alba.

Gioconda inebriata da quel tuffo di vita mondana, pensava seriamente

se non fosse stato possibile ottenere da Folco di rimaner per sempre a

Parigi; forse, a poco a poco, non senza molta arte, non senza quella

sommissione che vinceva nell'animo di Folco i più ragionevoli

propositi.

Ella aveva dimenticato che i danari di Folco non potevano durare

eternamente; s'illudeva sulla cifra, sul valore, sulle spese; forse ne

aveva altri, Folco, dei quali non aveva parlato.

--Non andremo più all'Abbaye,--ella disse a un tratto.

--Perchè, se ti diverti?--obiettò Folco sorpreso.

La giovine volse il capo per nascondere un sorriso di vittoria.

Ariberto Puppi non comparve nè l'indomani nè i giorni successivi;

mandò alla contessa un gruppo di orchidee e stette assente una

settimana. Gioconda non disse nulla, ma fu inquieta. Quell'uomo

conosceva Parigi come ella conosceva la sua piccola casa trafitta da

misere finestrucole; era una guida sicura.

Sopra tutto piaceva a Gioconda quel vivere di lui accanto sempre,

dentro spesso, alla grande vita internazionale di lusso; quell'udirlo

nominar la contessa Filippeschi insieme alla principessa di Furstein,

al granduca Vladimir, ai nomi più eletti che rappresentavano

l'aristocrazia e la plutocrazia di tutto il mondo, la lusingava.

Finalmente Ariberto venne una sera a prendere «i suoi figliuoli», e

andarono a teatro e cenarono.

--Ebbene,--chiese la contessa a Folco, tornando a casa e gettando la

stola di zibellino sul letto,--non sono ora tutta di qua?

Rideva al pensiero che i primi giorni ella aveva osato spedir

cartoline alla sarta, alla modista, alla moglie del fuochista o del

tramviere. Il suo nome figurava ormai nel _Figaro_ con quello di Folco

tra i commensali più assidui dei ritrovi più eleganti.

--Sei tutta di qua!--ripetè Folco sorridendo.--Ora andiamo bene.

Tornò alla mente di Gioconda l'idea di stabilirsi a Parigi; ogni volta

ch'ella si sentiva sfiorata dall'onda del tramestìo gaio, e poteva

vivere la grande vita notturna, il suo cervello s'annebbiava. Era

notata per la sua bellezza; ma pure accarezzando la sua ambizione

femminile, gli omaggi e gli aggettivi dei giornali su quel tema non le

bastavano. Voleva essere, come ella diceva, «distinta», fine,

veramente signora.

E senza parere, studiava il portamento, l'atteggiamento, gli sguardi,

i gesti delle grandi signore italiane, inglesi, russe, francesi, con

le quali si trovava nelle sale dei teatri, nei luoghi di convegno alla

moda. Non solo, in breve, non tormentava più Folco e Ariberto con una

tempesta di domande attonite, ma sapeva apparir freddissima in

pubblico, quasi indifferente agli spettacoli, come tutta la sua

giovinezza fosse trascorsa nel fasto che non ha più nulla da

desiderare, come ella tornasse da viaggi in cui aveva visto ogni cosa.

Così era «tutta di qua».

Folco se ne stupiva senza parlare; perchè non appena varcata la soglia

della loro camera all'albergo, Gioconda traboccava di gioia,

d'allegria, di spensieratezza; si accoccolava volontieri per terra,

cantava a gola spiegata, sfrenava quasi selvaggiamente la furia delle

domande; era per Folco solo, nella più soave intimità, la ragazza che

camminava trasognata in un paese di incanti e aveva bisogno di

aggrapparsi al braccio di lui per non vacillare.

Il marchese Puppi, il quale voleva bene davvero a Folco Filippeschi, e

non sapeva ancora definire la contessa, oscillando a volta a volta fra

i giudizi più contradditorii, seguitava a osservar la coppia: con

curiosità Gioconda; con qualche timore Folco.

Egli non aveva potuto assodare se non che Folco Filippeschi era

incappato fino al collo; buona cosa, giudicava Ariberto, in amore;

temibilissima nel matrimonio. L'amore è breve: il matrimonio è eterno;

l'amore è un episodio, il matrimonio è la vita; si può per un mese,

per un anno rinunziare alla propria personalità, trascurare i propri

interessi; non si può per la vita intera. Occorre che nel matrimonio

l'uomo sia il padrone, quanto più gli è possibile amorevole e

persuasivo; ma padrone.

Per ciò Ariberto Puppi non s'era ammogliato.

--È una «cuffia»!--egli disse a sè medesimo, per definire l'amore di

Folco verso Gioconda.

Una sera udì che un poco celiando, un poco da senno, la contessa

avanzava l'idea di stabilirsi a Parigi; così abilmente, con tanta

cautela, ch'egli rammentò certi topolini, i quali prima d'arrischiare

una corsa alla luce sporgono il musetto, fiutano l'aria, drizzan le

orecchie, volgono il capo di qua e di là; e non appena il silenzio e

l'odore li rassicurano, via di galoppo, saltellando felici al sole, al

vento.

--Perbacco!--si lasciò sfuggire Ariberto.

--Che cosa significa «perbacco»?--interrogò pronta Gioconda.

Ariberto si strinse nelle spalle ridendo.

--Non significa nulla!--spiegò.--Tocca a Folco dir l'ultima parola.

Folco non disse, e Gioconda non domandò.

Ma se Ariberto non riusciva ancora a capir bene lei, ella non riusciva

affatto a capire Ariberto.

Era un amico? era un nemico? Proteggeva Gioconda o proteggeva Folco? a

quale dei due avrebbe portato aiuto e consiglio in caso di dissenso?

Sotto la squisitezza delle maniere signorili, Ariberto sembrava a

Gioconda impenetrabile. Non appena si trattava d'esprimere un'opinione

che avesse qualche peso, egli si distraeva con una sagacia

diplomatica, la quale era riuscita a irritar più d'una volta Gioconda,

d'una irritazione tuttavia ben dissimulata.

Quel «perbacco» significava «che sciocchezza!» o «che buona idea»? Non

si sapeva. Negli occhi della contessa si accese un lampo d'ira,

ch'ella non potè nascondere se non volgendo il capo subitamente.

L'indomani mattina, mentre Folco leggeva il giornale, aspettando che

Gioconda si abbigliasse per uscire, fu telefonato al conte Filippeschi

che il marchese Puppi lo attendeva nella sala di lettura per dirgli

una parola.

--È Ariberto,--si volse Folco a Gioconda.--Che può volere?

--Ma!--disse Gioconda inquieta.

--Io scendo: tu mi raggiungi.

--Fra poco.

Nella sala di lettura, guardando alcune stampe inglesi, le quali

rappresentavano scene di caccia a cavallo, Ariberto Puppi ruminava

dentro di sè i pensieri che lo avevano deciso a quel colloquio.

Vestiva in abito grigio, teneva sotto il braccio il cappello floscio,

e, dimentico delle sue numerose infermità, aveva posato il bastoncino

d'ebano sulla tavola nel mezzo della sala.

Andò con un sorriso amichevole incontro a Folco.

--Sei vestito per uscire?--chiese, scorgendo nella sinistra di Folco

il cappello e il bastone.

--Sì; Gioconda mi deve raggiungere qui; andiamo al Museo Cernuschi.

--Ah, sta bene!

Sedettero su un divano; quindi Ariberto riprese:

--Io devo partir domattina per Londra; sono passato a salutarti, e mi

riservavo di venire stasera a presentare i miei omaggi alla

contessa....

--Mi spiace molto che tu parta,--rispose Folco.--Dispiacerà molto

anche a Gioconda.... Ma tornerai presto, speriamo?

--Rimarrò a Londra un mese, almeno.

--Oh, allora ci ritroverai qui!--esclamò Folco.

--Davvero?--fece Ariberto.--Ancora un mese a Parigi?

--Che vuoi?--spiegò Folco.--Gioconda ci si diverte. Non hai udito che

iersera parlava di stabilirci?

--Ti pare? Io ho creduto che scherzasse!--ribattè vivamente

Ariberto.--Perchè questa vita....

Si arrestò, quasi ravvedendosi a tempo.

--Ebbene?--interrogò Folco sorridendo.--Questa vita?...

La volpe di Sparta · 第 3 / 7 段