--Gli amici insomma hanno da compiere un ufficio ben preciso e

utilissimo,--continuò Celso.--Quando una donna ha superato la crisi

della, diremo così, amicizia intima di casa, il marito può dormire tra

due guanciali....

--Uhm!--fece Vittorina sbadatamente.

Ma subito soggiunse:

--Adesso, però, io vorrei conoscere per bene il conte e la contessa

Filippeschi: mi paiono molto ammodo. Andremo tutti i giorni a prendere

il tè al grande albergo, e così ci sarà facile avvicinarli.

Tacque, chinando il capo a guardare una pozza d'acqua che suo marito

studiava di evitare camminando in punta di piedi.

--Celso,--riprese quindi,--non gli dirai che lo hai conosciuto quando

vendeva le calze?

--Ti pare?---esclamò Celso sbalordito.

--Tu sei così distratto!

E si acquetò. Il disegno di far la conoscenza personale del conte

Filippeschi e di sua moglie la rallegrava; voleva sapere, prima di

tutto, dove e da chi la contessa ordinava i suoi abbigliamenti,

ch'erano di gusto squisito, non solo, ma con un certo carattere, il

quale faceva supporre che la contessa non si acconciasse interamente e

ciecamente a tutte le minuzie della moda, e sapesse scegliere.

Il disegno di Vittorina Ornavati non era difficile ad attuare.

Pochi giorni di poi, mentre Celso e Vittorina prendono il tè, la

piccola Lillia Filippeschi inciampa nel tappeto e cade. La signora

Ornavati, la quale sta in agguato, si lancia, rialza la bambina e la

riconsegna alla governante. Poi alla contessa accorsa spiega come

Lillia non si sia fatta male e come la governante non abbia colpa nel

piccolo incidente.

Gioconda scambia alcune parole freddamente cortesi, e tenendosi Lillia

stretta Era le braccia, si allontana, dopo un cenno di saluto alla

signora premurosa.

Questa ritorna l'indomani per il tè, e chiede a Gioconda il permesso

di offrire a Lillia una graziosa bambola, che ha nel didietro un

deposito di cioccolatini. A fianco della contessa, è il conte Folco,

meno sostenuto di sua moglie, il quale ringrazia; e Celso Ornavati

coglie l'occasione per esprimere alcune idee generali sui bambini,

mentre Vittorina contempla la novità del cappello che orna la chioma

tra bruna e dorata di Gioconda.

La contessa sorride; l'altra incoraggiata, incalza: la stola

d'ermellino gettata negligentemente sull'omero sinistro di Gioconda e

ricadente sul fianco destro; l'abito d'un color grigio argentato; gli

stivaletti alti, sottili, con un infinito numero di bottoncini, son

tutti argomenti di cui si vale la signora Ornavati per piacere alla

contessa Filippeschi; e non è a dirsi la soddisfazione della prima

allorchè scopre ch'ella si serve dello stesso calzolaio, il quale

eseguisce le ordinazioni della seconda.

Gioconda, ciò non ostante, non è affatto espansiva. Teme di esser

copiata; nulla più la indispettisce che veder riprodotti, imitati e

indossati da altri gli abbigliamenti che ella combina per sè con la

sua sarta. È gentile e pronta, ma fredda; non dice parola, che non sia

voluta dalla cortesia, ma non dice altro.

La conversazione tra il conte Folco e Celso Ornavati va meglio.

Parlano di letteratura, di libri, di autori antichi e moderni. Celso

innanzi al giovane è sinceramente ammirato: la sua coltura letteraria

solida, piena, lo avvince.

--Non se ne meravigli!---dice Folco a un'esclamazione di Celso.--Mi

sono dilettato a frugar nelle biblioteche, principiando da quella di

casa mia, che è abbastanza ricca; poi ho avuto per un tempo l'idea di

scrivere qualche saggio critico e biografico; uno studio, per esempio,

sulla vita e le opere, specialmente sulla vita romanzesca, di François

Villon.... Per ciò mi recai a Parigi con Gioconda, mia moglie.... Ma

eravamo, si figuri, in viaggio di nozze!... Sono stato a Parigi

quattro mesi e ancora oggi non so dove sia la Biblioteca Nazionale.

Celso ammutolisce al nome di François Villon; non ne sa nulla; non ne

ha mai udito parlare; ignora assolutamente quando, dove, come, sia

vissuto, che abbia fatto, che abbia scritto; la sua ammirazione per

Folco Filippeschi cresce a dismisura; per ciò non si accorge che il

giovane ride, ma ride amaro, quasi ironico, e che subito si riprende,

dopo un'occhiata alla contessa.

Questa non se n'è avveduta. Ha la destra imprigionata nella destra di

Vittorina, che guarda ad uno ad uno tutti gli anelli, da un grosso

unico rubino a una lunga turchese circondata di brillanti.

E Gioconda si chiede se dovrà condursi in camera la signora, e

spalancarle innanzi tiretti e bauli, armadi e valige, perchè li

ispezioni fino al fondo.

IV.

Il pellicciaio.

Per Parigi non erano partiti lo stesso giorno del matrimonio.

Folco aveva desiderato restare in città, affinchè l'appartamento da

lui scelto e addobbato in un quartiere quieto, lontano da genitori e

parenti della sposa, parlasse poi, al ritorno dal viaggio di nozze, le

parole dolcemente segrete di quei primi giorni d'intimità.

Tutti i congiunti di Gioconda abitavano un quartiere formato da una

lunga distesa di case bigiognole o nere, bucate da finestre fitte,

l'una accosto all'altra, sventrate da una ininterrotta fila di

botteghe, botteguccie, taverne, ciascuna delle quali esalava il tanfo

del suo traffico vecchio, di carname, di cuoio, di polleria, di vino,

di dolciumi agri, di profumi economici.

Folco lo conosceva bene per quella gita quotidiana ch'egli faceva a

visitar la fanciulla e la famiglia, e bene conoscevano Folco gli

abitanti dell'una e dell'altra ala di strada, avendolo visto passar

tutte le sere. N'era così sazio, vi si sentiva così straniero, che per

sè e la moglie aveva preso in affitto un appartamento all'altro capo

della città, in una via che essendo tra due di gran movimento, non

aveva l'incomodo di troppo frastuono.

Le camere da letto guardavan sopra un folto giardino, avvivando per la

quiete, la mitezza del verde autunnale, la maggiore ampiezza di cielo,

l'illusione nell'animo di Folco d'essere lungi dal resto della città,

e quasi, nei primi giorni, dal resto del mondo.

Folco non s'era ingannato. Sarebbe stato impossibile trovare una più

cara amica, una più tenera amante di sua moglie. Ella era riuscita a

togliergli dall'animo o almeno a calmare l'amarezza per l'inesorabile

contegno della famiglia di lui.

La quale, prima ancora ch'egli confessasse, aveva saputo le sue

intenzioni di matrimonio, perchè il signor Piero Dobelli aveva chiesto

precisi ragguagli sullo stato finanziario di Folco, e Folco s'era

dovuto provvedere dei documenti che gli occorrevano. Aveva saputo così

che il giovane pensava di sposare quella.... come si chiama?...

Dobelli Gioconda, scrivana o cucitrice, e gli aveva spedito incontro

il marchese Corradino Àutari suo cognato.

A dirgli: che il padre non lo avrebbe per nulla diminuito ne' suoi

diritti materiali; sdegnava di costringerlo con mezzi volgari, e pure

sospendendogli ogni assegno, lo assicurava che non avrebbe ritoccato

il testamento, il quale faceva al giovane larghissima parte nei beni

mobili ed immobili di famiglia. Ma Folco riflettesse: sposando quella

ragazza, non avrebbe mai più riveduto nè padre, nè madre, nè sorella;

questi, dal giorno in cui egli avesse dato nome e titolo di contessa

Filippeschi alla predetta Dobelli Gioconda, lo avrebbero pianto per

morto.

La maniera generosa e insieme spietata con cui lo trattavano, colpì il

giovane assai più che se i suoi si fossero mostrati piccini; lo

chiudevano in una rete dalla quale non poteva districarsi, perchè

nessuno, poste così le parti del dramma, avrebbe osato dar torto alla

famiglia e ragione a lui. Grazie alla bontà liberale del padre, egli

sarebbe stato un giorno per tutti il conte Folco Filippeschi, ricco e

splendido; soltanto pei suoi, nel concetto segreto, nel giudizio

inappellabile del cuore, era o matto o morto. Che rispondere?... Folco

rispose ch'egli non poteva diversamente; che la sua era la parola dei

Filippeschi, ed egli aveva dato parola.

Il cognato, Corradino Àutari, uom grosso di figura, ma sottile di

tatto, aveva compiuto la sua ambasceria senza aggiungere e senza

togliere, guardando in alto, intorno, come ripetesse una canzone

imparata a memoria. Per suo conto pensava che c'era della esagerazione

di qua e di là; che con un ragionevole ritardo da parte di Folco e con

un bel gruzzolo alla famiglia di quei Dobelli, tutto si sarebbe

accomodato. Ma erano idee sue; vedeva il padre e il figlio

irremovibili; la testardaggine era il difetto di casa Filippeschi. E

se ne andò pacifico com'era venuto.

Di tutto questo, Folco mise a ragguaglio la nuova contessa.

Ella lo ascoltava quasi con devozione, sempre, parlasse egli di casi

della vita, o di arte, o di studi, o scherzasse. Pianse per lui, lo

accarezzò, disse che amare era una grande sventura, che a lei si

negava il conforto dell'affetto largito pure alle bestie.

Folco non poteva vedere il caro volto inondato di lagrime, i magnifici

occhi velati, la soave bocca rattratta dal singhiozzo.

Aveva pensato più volte che sarebbe stato prudente non andare a

Parigi, poichè l'assegno di casa gli veniva a mancare, e una trentina

di migliaia di lire delle quali poteva ancora disporre sarebbero

presto sfumate; Gioconda alla quale aveva confidato il savio proposito

dopo il colloquio con Corradino Àutari, s'era mostrata subito

contenta; rinunziava a Parigi ben volentieri, se la rinunzia poteva

assicurare un po' di pace al suo Folco.

Ma questi, vedutala poi afflitta più giorni per le acerbe

dichiarazioni dei Filippeschi, non aveva saputo tener fermo. Gli

pareva di dovere egli darle qualche gioia, almeno una piccola

soddisfazione di vanità femminile. Il matrimonio non poteva per lei

esser tutto nell'accogliere le carezze del marito e nel cambiar di

casa.

Non deve Folco, d'altra parte, continuare i suoi studi e compiere le

ricerche alla Biblioteca Nazionale?

Per ciò insiste, prega, ottiene che la contessa muti ella pure

d'avviso.

È così stabilito. Ella si dà subito a preparare il corredo pel

viaggio; e canta, gaia, con gli occhi ardenti di piacere come il

giorno in cui Folco le ha messo nel dito l'anello di rubino.

Un pomeriggio, tornando dalla passeggiata, Folco trova in anticamera

parecchie grandi scatole sulla cassapanca, e seduti due ragazzi che le

hanno portate. La cameriera gli spiega che la signora contessa ha

mandato a chiedere del pellicciaio.

--Bene, bene!--disse Folco.

Oltrepassata la soglia del salottino, vede Gioconda, la quale prova

innanzi allo specchio una giacca di martora. Sono, tutt'intorno, sulle

poltrone, sulla tavola, a terra, molte altre pelliccie irsute,

aggomitolate a guisa di belve, che mescolano forme e colori, bigio,

nero, bianco, rosso di fuoco, argento, su cui la seta delle fodere

mette riflessi di metallo.

Gioconda va speditamente incontro a Folco.

--Sto cercando--annuncia con un sorriso--qualche cosa che mi si

adatti: una giacca o una stola. Che preferisci?

--Allora giungo a proposito?--Interroga Folco, allegro.

--Mandato dal cielo, amore mio, per consigliarmi....

Ma il conte ammutolisce d'un subito.

Da un angolo del salotto, dov'era curvo a disporre la roba già vista,

si leva e si avanza con parecchi goffi inchini, il pellicciaio. È

Carlo Albèri, il giovanotto impomatato, quel Carlo Albèri che ha

negozio presso la casa dei Dobelli, voltato il canto, a sinistra;

quella specie di pupazzo dal volto roseo e dal sorriso meccanico, che

voleva sposare Gioconda.

Folco scruta lui, scruta Gioconda, interrogativo e accigliato: ma

l'uno e l'altra, quasi non capissero nè imaginassero lo sdegno

silenzioso del conte, appaiono imperturbabili. Carlo Albèri seguita a

sciorinare stole, posandole cautamente sugli òmeri della contessa o

aiutandola a infilar le maniche delle giacche.

--Ebbene,--riprende la signora,--che ti sembra?... Mi va?... Ti

piaccio?

Girando sui tacchi, si mette a fianco del marito perchè la veda bene,

e gli sorride intanto con gli occhi socchiusi: ha un gesto, coi capi

della stola fra le mani, pieno di civetteria.

--No,--risponde secco il conte.

E, tentato dalla voglia di farsi capire, benchè il cuore gli dica che

la tentazione non è degna di lui, si fa lecito di soggiungere a Carlo

Albèri:

--No; cotesta non va! La tenga per la sua futura sposa....

--La mia futura?--esclama il pellicciaio col volto atteggiato a

stupore per la frase malaccorta.--Non ci arrivo più, signor conte....

E con un sospiro che ha del rammarico, finisce:

--Sono ammogliato da quattro anni....

Gioconda dà in una limpida risata; getta d'un colpo la stola, ne

prende un'altra dalle mani di Carlo Albèri, il quale attende quieto e

grave alla bisogna.

Folco è stupefatto; così la contessa come il pellicciaio sono sinceri,

lontani dal sospettare quel che gli passa pel capo; ella ride, egli è

tutto in pena tra l'ammucchiar la roba guardata e il metterne innanzi

della nuova. La scena è tanto semplice, che il conte si domina,

sorride a Gioconda, le consiglia di buon grado l'acquisto di una stola

e d'un manicotto di zibellino per tremila lire all'incirca.

Ma quando Carlo Albèri, chiamati i ragazzi a riporre il tesoro, prende

congedo con inchini più rilevati, camminando fin sul limitare a

ritroso, Folco gli ripete:

--Davvero, Lei è ammogliato da quattro anni?...

--Il signor conte non può dubitarne,--conferma il pellicciaio un po'

scosso da tanta insistenza.--Tutto il quartiere dove abito lo sa:

quattro anni, cinque fra pochi mesi....

--Non me dubito,--conclude persuaso il conte.--Domandavo, perchè Lei

mi pare molto giovane....

Carlo Albèri se ne va, orgoglioso dell'inaspettato complimento; e non

appena l'uscio gli si è chiuso alle spalle, Gioconda cinge delle

braccia il collo del marito.

--Sei stato molto gentile, a farmi così bel regalo!

Ma come presa da un'idea repentina, si stacca da Folco, e ride ancora.

--Quel povero Albèri!--esclama.--Perchè domandargli se è ammogliato? È

rimasto a bocca aperta, e avrà creduto che tu voglia rapirgli la sua

perla!

--La conosci?---interroga Folco.

--Oh sì! La signora Albèri ha i capelli di stoppa rossi ed è tonda da

tutti i lati.... Non credo ti convenga!

Folco notando il tono leggero e schietto con cui parla la contessa,

l'attira a sè nuovamente e la bacia sulla bocca.

È sincera.

E per lungo tempo il conte non osa più fare allusione a

quell'episodio: gli brucia dentro, gli torna crudele alla memoria, lo

irrita, lo umilia.

Chi lo ha giuocato mediante la commedia del probabile fidanzamento

della fanciulla col pellicciaio? La signora Delfina o il signor Piero?

o l'una a istigazione dell'altro? Presolo in trappola, abusando della

sua facile impressionabilità giovanile, lo han condotto lemme lemme a

sposar la loro figliuola; del che è ben lieto, nonostante i dissapori

colla famiglia e le gravi conseguenze economiche.

Ma perchè dubitar delle sue intenzioni leali, trattarlo da gonzo e

costringerlo? Così i bassi mercanti di minuterie e di similoro si

destreggiano sulle fiere con l'uomo di campagna; gli danno a credere

che se non compera subito, al prezzo domandato, verrà un altro, pronto

a dare di più; e il campagnuolo truffato ride melenso al pensiero che

ha per poca moneta ciò che gli altri cercano invano per molta.

Folco Filippeschi tacque: sentiva un ritegno delicato anche verso la

moglie, la quale apprendendo le miserabili giunterie ond'ella gli era

stata profferta e quasi gettata tra le braccia, ne avrebbe arrossito

per sè e per i suoi.

E Folco non avrebbe forse parlato mai più di quel molesto episodio.

L'amore voluttuoso e tenero di Gioconda lo ripagava d'ogni malinconia.

Ma a Parigi ella è come ebbra di gioia, di fracasso, di luce, di

vanità, d'impazienza, di stupore: gli spettacoli si susseguono; non

v'è tempo a gustarli tutti. Quella vita, così lontana dalla sua vita

di fanciulla piccola borghese, ch'ella non poteva figurarsela se non

con un sorriso di desiderio rassegnato, ora le sta intorno, la tocca,

la trascina, la fa sua.

La strada pulsante, coperta di folla, annegata in un fragore

interminabile che sale, irrompe nelle case, con le voci rauche

imperiose delle automobili o il rimbombo sordo di grossi orrendi

veicoli, sembra eccitarla quasi fosse diffusa nell'aria un'essenza di

febbre che le penetra per tutti i pori. La contessa non vorrebbe

riposare per non perdere un'ora; anche dall'albergo guarda di tratto

in tratto le luci fantastiche che trapelano di là dalle cortine alle

finestre; giù è l'onda fitta, nera della folla, corteo senza fine; ai

lati e in alto bruciano tutti i colori, dalla sommità delle case ai

piedi delle botteghe; nel mezzo quattro file rapide di carrozze e di

automobili. Passerà ella pure tra quella tempesta di fracasso, per

quella via ampia su cui ondeggia un fumo, una nebbia? forse più

lontano, laggiù, dove la luce si diffonde come una striscia bianca

all'orizzonte?...

Folco prende parte alla felicità della giovane; è felice egli pure

della ingenua gratitudine ch'ella gli dimostra.

Gioconda spedisce ogni giorno un diluvio di cartoline e di vedute alle

sue amiche: viene da gente oscura, vive tra la luce; desidera che

quella gente sappia di qual luce viva e qual'è la sua gioia.

Folco osserva, lasciando che si sbizzarrisca. Gli pare un poco strano

ch'ella si senta ancor legata al mondo da cui l'ha tolta e che ne

voglia eccitar l'incanto o l'invidia: non ha saputo ancor formarsi

l'animo del presente, obliando i giorni di dubbio, di attesa, di

miseria. La contessa Gioconda Filippeschi manda cartoline a un capo

fabbrica, alla moglie di un tramviere, alla figliuola di un bollatore

di lettere. Folco osserva e non dice nulla.

Ma la contessa ha la preferenza per la madre: le scrive quasi

quotidianamente, narrando le sue giornate; è ancora sotto il dominio

di quella scaltra donna che ha fatto la fortuna della figliuola grazie

al raggiro e la perfetta grazia della menzogna. Folco non può

dimenticarlo.

Una sera vede la contessa a tavolino, con la penna nella destra, come

di solito.

--Scrivo alla mamma,--ella spiega.--L'avverto che andiamo a Versailles

domani, perchè le sue lettere non abbiano a perdersi.

--Sarebbe una vera disgrazia!--ribatte Folco ironico.--E poichè le

scrivi, dovresti dire a tua madre che non c'era alcun bisogno di

mentire per costringermi a sposarti. Ti avrei sposata lo stesso.

Gioconda, già stupita del tono insolito con cui parla suo marito,

abbandona la penna, e chiede:

--Che significa?

--Era inutile,--spiega Folco,--la storiella di Carlo Albèri: che se

non ti avessi sposata io, ti avrebbe sposata lui.

La giovane si leva di scatto.

--Questo, ti hanno raccontato? Chi ti ha raccontato questo?

--Tua madre; per poco io non prendeva a schiaffi quell'innocente

pellicciaio disgraziato....

--Che vergogna!--esclama Gioconda.--Perchè mentire così?

--Lo domando anch'io: perchè mentire così?--ripete Folco ridendo.--Si

credeva forse che io ti avrei sposata per gelosia di quel pover'uomo?

Come si è potuto pensare di costringermi con uno stratagemma

ridicolo?... Io ti sposava perchè ti volevo, perchè ti amavo davvero.

Gioconda, volte le spalle alla tavola, piange a capo chino.

Folco, pure sentendone dolore, vuole dir tutto il suo pensiero e non

tornar daccapo un'altra volta.

--La cosa in sè,--aggiunge prendendo posto in una poltrona e attirando

sulle ginocchia la giovane, la quale reclina il capo sulla spalla di

lui e lo ascolta,--la cosa in sè non ha nulla di grave; ma rivela che

i tuoi non rifuggono dall'inganno, e ciò mi dispiace. Io vorrei che tu

non fossi un po' di qua e un po' di là; un poco mia e un poco di tua

madre; un po' di ieri, un poco di oggi.... Mi comprendi?

--Vorresti che io fossi tutta di qua, tutta di oggi, tutta tua,

insomma?--traduce Gioconda con un sorriso attraverso alle lagrime.

--Ecco!

--Hai ragione, ti domando scusa!--dice la giovane alzandosi.--Guarda:

non scrivo più a quegli amici.

Straccia prestamente un mucchio di cartoline già pronte con

l'indirizzo.

--Alla mamma scriverò più di rado,--promette, mandando la lettera a

raggiungere le cartoline.

Si volta, sta pensosa a fissare suo marito, il volto del quale è ormai

sereno.

--Del resto, sai?--dice, avvicinandosi quasi impacciata,--tutta tua

sono stata sempre, anche quando ero un poco di là, un poco di ieri.

Sono stata sempre tutta tua.

E sorridendogli quasi timidamente, si acquatta docile ai piedi di

Folco.

V.

Memorie di ieri.

Dalla fiumana di gente che batte il lastrico del _boulevard des

Italiens_ da mattina a notte, sbucò una sera il marchese Ariberto

Puppi incontro a Folco e Gioconda; i quali passeggiavano pel piacere

della giovane che voleva sentire la folla.

La contessa lo notò subito. Camminava malcerto, quasi zoppicando, e

aveva una figura secca ed elegante a un tempo che, vista una volta,

non isfuggiva più all'occhio.

Gioconda lo rammentava bene, del resto.

Sul finire del pranzo di nozze, Ariberto Puppi le si era messo vicino,

abbandonando la sua dama Giustina Baguzzi, parente di Gioconda, e

aveva detto a questa mille graziose parole, facendola sorridere

spesso, ridere qualche volta.

Era stato il solo, fra gli amici di Folco, che in quella baraonda di

gente avesse tenuto il contegno adatto. Egli poteva prendersi

lievemente beffe di Giustina Baguzzi o di qualunque altra signora

caduta in quella riunione come una mosca nel latte; ma Gioconda

Dobelli, fatta quel giorno contessa Gioconda Filippeschi, non era, non

poteva, non doveva essere che la contessa Filippeschi, moglie di un

gentiluomo suo amico: nessuno aveva diritto a chiedere perchè, nè a

rammentar la mancanza di cinque secoli di nobiltà alla sua famiglia.

Il contegno di lui aveva tale espressione. Ariberto s'era occupato di

Gioconda, pur dicendole parole futili e leggere, come s'occupava delle

grandi dame di sua conoscenza. S'era messo francamente tra lei e il

piccolo mondo di sua origine, dando con abile naturalezza una lezione

di forma ai parenti e alle amiche di Gioconda e, insieme, agli amici

suoi, venuti al convegno per divertirsi.

Questi avevano capito; intorno a Gioconda s'era formato un circolo di

gentiluomini, la cui discreta, attenta galanteria aveva richiamata la

giovane alla realtà felice dell'avvenimento e al suo giusto

significato.

Ariberto Puppi era di dodici anni circa maggiore di Folco; di

diciassette, esattamente, più vecchio di Gioconda.

Ella voleva considerarlo vecchio, senz'altro; aveva calcolato che

poteva esserle quasi padre, un papà mandatole dal caso fortunato. Ma

s'era dovuta subito ricredere.

La vita di Ariberto Puppi narratale per sommi capi da Folco in una di

quelle ore di confidenza in cui è più caro il letto nuziale, non le

parve candida quale a un vecchio si conveniva.

Egli correva troppo il mondo; lo si rilevava, del resto, dal suo

stesso linguaggio: aveva veduto l'Europa intera, non una, ma dieci

volte; contava amicizie maschili e femminili non soltanto a Bucarest

come a Pietroburgo, ma nelle alte classi sociali, come tra la gente di

teatro, nel mondo degli scrittori, della diplomazia, degli artisti

celebri, come tra gli specialisti da caffè-concerto. Sapeva la storia

d'infinita gente: aveva pranzato alla tavola d'Edoardo VII e cenato

con Rosa Belcolore; parlava di politica, sempre tenendo l'occhio al

retroscena, che valeva per lui il retroscena della Boite à Fursy; non

si sapeva di prim'acchito quando nominava Jack o Dmitriew se intendeva

parlare d'un ministro plenipotenziario o d'un ammaestratore di foche.

Dei diplomatici e dei Re, delle ballerine e degli uomini politici,

delle imprese di teatro e dei governi faceva tutta una cosa. Disegnava

figure e profili, raccontava abitudini visti dal vero. Non c'erano

giornali meglio informati di lui; ossia egli diceva quel che i

giornali non potevano dire.

No, non era il papà.

Gioconda lo constatò con grazia, scuotendo il capo, dopo che Folco le

aveva detto di lui ciò che credeva opportuno di dirle per suo avviso.

--È un vero peccato!--osservò la giovane.--Noi avevamo bisogno di un

papà: il tuo non ci vuole, il mio non sa; siamo giovani e la vita è

difficile: possiamo aver bisogno d'un consiglio....

La volpe di Sparta · 第 2 / 7 段