--Mi permetti di parlarti con franchezza: non mi terrai il

broncio?--domandò Ariberto.

--Ma te ne prego; so che tu mi vuoi bene; le tue osservazioni possono

essere giuste o non giuste, ma sono certamente dettate dalla

sollecitudine per me, per noi.

--Non conti,--incalzò Ariberto,--che io ho un'infinità d'anni più

della contessa, più di te? Sono un vecchio.

--Pei vecchi il diritto della parola è sacro!--disse Folco ridendo. E

così?...

--Ti dicevo che questa vita è dannosa alla contessa e a te; alla

contessa perchè non le concede un'ora di quiete; a te, perchè non ti

lascia far nulla.

Io credo che la contessa per la prima ne sia stufa e non osi dirtelo:

oramai ha veduto tutto quanto di strano e di eccezionale la vita di

Parigi può offrire a una signora; avete percorso rapidamente il ciclo;

non potete che ripercorrerlo, due, tre, dieci volte, non so con quanto

gusto....

Fece una pausa, guardò Folco per comprendere quale effetto sortivano

le sue parole; ma il giovine a testa china disegnava con la punta del

bastone imaginarii disegni sul tappeto.

--Per ciò credevo,--soggiunse Ariberto esitante,--che non vi sareste

trattenuti ancora a lungo.

Folco levò il capo e, guardando dritto Ariberto negli occhi,

interrogò:

--Tu mi consigli di andarmene?

--Non ho il diritto di consigliare,--rispose Ariberto prudentemente.

--Ma se ti chiedessi un consiglio?--fece il giovane.

--Allora ti direi che puoi anche rimanere, purchè non dimentichi lo

scopo pel quale sei venuto qui, purchè tu tragga qualche profitto da

questo lungo soggiorno.

--Ma non potrei più tener compagnia a Gioconda,--obiettò Folco.--Il

giorno alla Biblioteca Nazionale; la sera a coordinare le notizie

raccolte, a studiare e a leggere....

--Se non erro,--osservò Ariberto,--la contessa ha detto che sarebbe

lieta di vederti lavorare e che nulla le importerebbe di rinunziare ai

divertimenti quando ciò ti fosse utile.

--Tu credi?

--Perchè dubitarne? Bisognerebbe che io le facessi l'affronto di

supporre che mentiva.

Seguì un breve silenzio, durante il quale Folco riprese a disegnar

ghirigori sul tappeto; poi di nuovo alzò la testa e domandò:

--Lavorare, a che scopo?

--È una domanda molto delicata,--fece Ariberto, esitando di nuovo.

--Ti prego di parlare con franchezza,--disse Folco,---di esporre tutto

il tuo pensiero....

--Lavorare ti sarà sempre giovevole,--riprese Ariberto,--anche se non

ti renderà danaro per ora. Ti sarà giovevole agli occhi della tua

famiglia, della quale, io credo, ambisci la stima....

--Senza dubbio,--esclamò Folco.

--Tu ti sei messo contro i tuoi, a causa del matrimonio,--seguitò

Ariberto.--I tuoi ti vedono a Parigi per più mesi, viver la vita

elegante e dimenticare ogni giorno meglio i tuoi disegni di studio.

Ciò non mi pare prudente da parte tua. Ben altro sarebbe il giudizio

che farebbero di te, se sapessero che il matrimonio non ti ha distolto

dai tuoi progetti, e che il tempo passato a Parigi non è stato tutto

sciupato. Io ho sempre la speranza, perdonami se te lo dico, di

vederti riconciliato coi tuoi e la contessa accolta come ella merita.

Il tuo lavoro sarà un buon argomento in tuo favore, mentre l'ozio può

non nuocere, ma certo non giova.

--Hai ragione,--disse Folco.

--Inoltre, seguitò Ariberto, incoraggiato dall'approvazione

dell'amico,--presto o tardi avrai bisogno di danaro.

--Oh,--interruppe Folco,--non sarà un libro di studi critici o di

profili letterarii che potrà darmi da vivere!

--E allora?--interrogò Ariberto.

--Lavorerò diversamente: farò un mestiere.

--Suvvia!--esclamò Ariberto stupito,--è molto.... è molto....

E non trovava la parola adatta, sufficientemente dolce.

--È molto originale ciò che tu dici,--seguitò poi. Come? Sei in

procinto di guadagnarti da vivere facendo un mestiere, e ti balocchi a

Parigi, tra cene e teatri? Ma se lo sapesse, la contessa per la prima

te lo impedirebbe!... A me la vita di Parigi costa in media duecento

lire al giorno.

--Noi siamo più modesti,--osservò Folco.--Finora spendiamo noi due ciò

che tu spendi da solo; ma certo spendiamo troppo per quello di cui

posso disporre.

--È un'altra ragione per deciderti a partire o per riprendere i tuoi

studi,--ribattè Ariberto.

Folco si alzò e gli stese la mano.

--Ti ringrazio,--disse.--Non dimenticherò la prova d'amicizia che mi

hai dato con le tue leali parole!

Stette un poco in ascolto, poi aggiunse:

--Te ne prego: non parlarne a Gioconda. Credo sia qui....

Si udiva infatti nel corridoio un lieve fruscìo di gonne sulla corsia

azzurra.

Ariberto si piantò innanzi a una delle stampe inglesi, e accennando

col bastoncino d'ebano, osservò ad alta voce:

--No, no, Folco; tu hai torto di credere che siano antiche. Se non

erro, sono imitazioni; belle imitazioni senza dubbio, ma temo siano

state colorate sulla tiratura in nero.... Oh, contessa, buon giorno!

Sono venuto a portarvi il mio saluto....

La contessa ch'era apparsa sulla soglia, gli porse la destra da

baciare; apprese che Ariberto doveva partire per Londra e se ne mostrò

dolente; ma subito parve rasserenata:

--Un mese?--disse.--Soltanto un mese? Allora ci ritroveremo qui,

perchè noi non abbiamo alcuna intenzione di andarcene. Non è vero,

Folco?

Folco acconsentì con un moto del capo, e gettò un'occhiata ad Ariberto

Puppi. Voleva dire:

--Vedi?... Come si fa?...

VII.

La tempesta.

Gioconda rilevò non senza inquietudine che del colloquio abbastanza

lungo con Ariberto Puppi, suo marito non le dava alcun ragguaglio.

Egli disse che avevan parlato d'arte, di stampe, aspettando lei; e

Gioconda ebbe l'impressione che Folco non diceva il vero o non diceva

tutto.

Perchè?

Osservato attentamente Folco, le sembrò pensieroso: che di tanto in

tanto si scuotesse come per non essere sorpreso, ed esagerasse allora

la sua abituale spigliatezza.

Perchè?

Le due domande urgevano. Gioconda sentiva d'essere sul limitare di un

piccolo segreto, il quale le avrebbe dato la chiave anche dell'altro,

della domanda che spesso si rivolgeva: Ariberto era un amico o un

nemico? aveva su Folco un ascendente che giovava a lei o le nuoceva?

Tentò di cogliere Folco alla sprovvista. Chiese:

--Che cosa farà a Londra?

--Non so, rispose Folco.

--Come? non ti ha detto neppur questo?

--Non avevo il diritto d'interrogarlo.

--È vero, ma credevo ch'egli spontaneamente....

--Non mi ha detto nulla, forse perchè è facile comprendere che a

Londra farà quel che faceva qui, cioè niente. Egli passa, del resto,

ogni anno un mese in Inghilterra, ospite di amici....

--E delle stampe, che cosa ti ha detto?--interrogò bruscamente

Gioconda.

La domanda giungeva inaspettata.

Folco, alieno per educazione e per orgoglio dalla menzogna, non aveva

facilità ad inventare; sentì che una vampa gli saliva alla fronte.

--Oh,--fece distratto,--abbiamo parlato così, in generale, a proposito

di quelle stampe inglesi....

La contessa fu certa, da quel momento, che Folco mentiva.

Ariberto aveva parlato di ben altro, di cose tanto gravi e importanti

che Folco non poteva riferirgliele esattamente. E che potevano essere,

se non giudizii su lei stessa? Ella era certa che Ariberto non si

sarebbe fatta lecita un'opinione men che favorevole, e che Folco non

l'avrebbe ascoltata senza chiederne la ragione. Ma infine qualche cosa

ci doveva essere. Il giudizio più ostile può essere abilmente larvato

con la forma più cortese.

Ebbe uno slancio d'ira, quasi d'odio contro Ariberto. Il suo istinto

femminile l'avvertiva ch'egli era un nemico: un temibile nemico perchè

raffinatamente gentile.

Le tornò in niente la frase che la direttrice del collegio di monache

presso il quale era stata educata i primi anni, ripeteva con

frequenza: «È inutile uccidere un nemico; basta seppellirlo sotto i

fiori».

Ariberto Puppi doveva essere della stessa scuola.

Gioconda aveva un carattere impetuoso, ch'ella vigilava con cura

instancabile perchè non traboccasse; ma pur rimanendo giù, chiusi e

frenati, l'impeto, l'ardenza del carattere vivevano sempre.

Al pensiero di poter essere stretta lentamente e implacabilmente

nell'aura di veleno diafano che un abile nemico le seminava intorno,

si sentì soffocare.

Già la docilità perfetta, l'arte di sommessione con cui riusciva a

condurre Folco, le costavano ogni giorno un immane sforzo su sè

stessa; un altro da disarmare con la stessa attenta cautela, con la

stessa obliqua sagacia, l'avrebbe trovata esausta.

Andarono al Museo Cernuschi, ma non videro bene. Erano ormai ambedue

nervosi; un'ombra pesante sembrava esser caduta fra l'uno e l'altra.

Fecero colazione al Pré Catelan, ma parlarono poco; Gioconda

sorrideva, e il suo pensiero era lontano; Folco tentava d'allacciare

una conversazione, e il suo pensiero era lontano.

Mentre rientravano all'albergo il portiere si presentò ad avvertire

che come gli avevano ordinato, aveva fatto notare due poltrone per lo

Châtelet.

--Ah,--disse Folco, quasi sorpreso.--Sta bene. A che ora?

--Alle nove,--rispose il portiere.

Gioconda si domandò invano che cosa pensasse.

Le due camere da letto erano contigue, Gioconda udì che Folco apriva

il baule; poi dal fruscìo capì che ne levava delle carte, e da un

certo giro di chiave, che apriva una busta di pelle in cui eran chiusi

i suoi manoscritti.

Ella conosceva bene quella busta. L'aveva tenuta in casa, da

fanciulla, presso la macchina da scrivere, e ogni sera Folco vi

aggiungeva una pagina di note o di traduzione. La busta sapeva la

povera vita oscura d'altri tempi. Gioconda vi aveva, più di una notte

insonne, posato il capo a piangere, l'aveva serrata al petto con

furore, quasi la busta avesse contenuto, inesplicabile e misterioso,

l'avvenire di lei.

Gioconda andò sulla soglia a guardare, stese le braccia nel vano,

appoggiando le mani all'uno e all'altro stipite. Era un suo gesto

abituale; avanzava il capo a sorridere e a chiamare Folco.

Ma non sorrideva quel giorno. Scorse Folco, il quale, volgendo le

spalle, s'era messo a tavolino e rileggeva o annotava con una matita.

--Lavori? chiese la contessa.

Folco trasalì, come destato di soprassalto.

--Sì.--rispose, girando la testa a guardarla.--Lavoro un poco.

Gioconda avanzò di qualche passo.

--Lavorerai anche stasera?--seguitò.

--Se fosse possibile....

--Allora bisogna avvertire che le poltrone allo Châtelet sono

libere,--disse Gioconda.

Folco si alzò, avvicinandosi a sua moglie. Aveva sentito nelle sue

parole un malcontento, una freddezza, che gli riuscivano dolorosamente

nuove.

--Ti dispiace?--interrogò.

--Non mi dispiace affatto,--rispose la contessa allontanandosi.

Aveva veduto sul tavolino la busta, le carte coi segni ch'ella odiava;

tutta la sua vita brancolante di fanciulla povera dalla biancheria di

cotone era balzata fuori come per magìa da quel baule, a rammentarle

la cecità della fortuna.

--Ti dispiace?--ripetè Folco, seguendola.

--No,--disse ancora Gioconda, con la stessa freddezza.

E prese posto in una poltrona, guardando qua e là, fuor che in faccia

al giovane.

Poi travolta all'improvviso dall'indole veemente che si svelava contro

la sua stessa volontà, esclamò di scatto:

--Questo, ti ha detto Ariberto? che devi lavorare? che non dobbiamo

andar più a teatro?... Perchè non mi hai riferito le sue parole? Egli

deve aver detto qualche cosa anche contro di me....

Folco la interruppe con un gesto.

--Mi stupisco,--ribattè,--che tu possa anche semplicemente supporlo.

Ariberto non ha avuto per te se non parole d'ammirazione e d'amicizia.

E tu puoi credere che io avrei permesso una frase non deferente, non

gentile?

--E sia!--riprese la contessa.--È stato deferente, gentile, amico,

ammirativo, tutto quello che vuoi. Ma perchè hai taciuto tutto ciò che

ti ha detto? Perchè mi hai inventato le bugie più puerili? Credevo tu

avessi compreso che fremo, da stamane. Non per le opinioni, non per i

consigli di Ariberto, dei quali posso anche non tener conto; ma perchè

ho capito che non ho più la tua confidenza e che tu tenti

d'ingannarmi. Ariberto ti sprona a lavorare. Fa benissimo. E perchè tu

racconti invece che avete parlato di stampe e di arte? Ha dunque

espresso qualche giudizio che io non devo sapere? Una volta quando ero

la tua amica e la tua fidanzata, tu mi raccontavi perfino i tuoi

progetti letterari, senza nemmeno assicurarti che fossi capace di

comprenderli; oggi che sono tua moglie, tu mi metti in disparte, e i

colloquii col più intimo dei tuoi amici diventano misteriosi per

me?... È un consiglio di Ariberto, anche questo?

Folco guardava Gioconda, attonito.

Era irriconoscibile.

Aggomitolata nella poltrona, pareva non vivesse se non nel viso

fattosi pallidissimo, quasi bianco; anche le labbra le si erano

scolorite per l'ira, e gli occhi nel pallore mandavano una fiamma

straordinaria. Aveva perduto la grazia di fanciulla ignara, che

sembrava essere rimasta non tocca in lei; l'espressione della sfida,

d'un orgoglio vendicativo, malvagio, le pervadeva tutto il volto.

Sarebbe stato difficile dire s'era più bella nelle ore di calma gioia

o in quell'ora d'impeto furioso; certo la donna appariva d'un tratto,

dritta sul busto, alta col capo, in tutta la sua forza felina.

--Gioconda, t'inganni!--interruppe Folco.

--No, non m'inganno. Sento che Ariberto Puppi non mi è stato mai

amico. Forse anch'egli, come i tuoi, mi crede indegna perchè vengo da

povera piccola gente e mi sono conservata pura tra le privazioni.

Forse perchè la mia casa è fredda d'inverno e mio padre non è stato

mai a Parigi, a Londra, e non si è mai ubbriacato di sciampagna?

--Gioconda!--esclamò Folco, movendo un passo contro di lei.--Non devi

parlare in questo modo nè dei miei, nè di Ariberto! Te lo

proibisco!...

La contessa tacque subito. Si alzò, andò alla finestra, scostò

macchinalmente le cortine e guardò la folla nera nella strada.

--Ariberto mi ha rammentato che sono a Parigi per lavorare,--seguitò

Folco con voce più calma.--Ho fatto male a non dirtelo; ne convengo; e

te ne chiedo scusa. Credevo che pel mio lavoro tu non avessi più

simpatia, e mi ripromettevo di lavorare solo. Ecco tutto. Ariberto non

ha detto altro. Cioè, sì: ha dello che si augura di sapermi presto

riconciliato coi miei e di veder te accolta dalla mia famiglia come

meriti....

Fece una pausa, aspettando che Gioconda riconoscesse il suo errore.

Gioconda taceva.

--Hai capito?--seguitò Folco dolcemente.--Ti chiedo perdono di non

averti riferito subito ogni cosa; non vi sono misteri nè tra te e me,

nè tra me e Ariberto. Ho taciuto per una delicatezza esagerata, per

non importunarti con i miei vecchi scartafacci. Non è una colpa....

Gioconda restava immobile a guardar dalla finestra senza vedere.

--Gioconda!--ripetè Folco avvicinandosele.

Tentò di abbracciarla e si sentì respinto.

--Non credi a quello che ti ho detto?--domandò

stupito.--Credo!--rispose la contessa volgendosi.

Ella era pallida e la sua voce non aveva tono.

--E allora? Non ti pare d'avere avuto torto?...

La contessa tacque.

--Gioconda! pregò Folco.--Rispondimi una parola.

--Non so,--disse Gioconda lentamente,--se ho avuto torto. È possibile.

Ma so bene che c'è qualcuno ormai il quale può tutto su di te, può

farti mutar vita da un'ora all'altra, può domani anche nuocerti con un

consiglio sbagliato....

--Oh,--fece Folco sorridendo. Sei gelosa d'Ariberto?

--Io temo ch'egli non sia sincero,--rispose la contessa.

Folco frenò a stento un gesto d'impazienza.

--Ma che vuoi? Finora non ho avuto da lui se non parole molto savie:

credo ch'egli mi sia veramente affezionato e che la sua amicizia

onesta e la sua esperienza mi siano utili.

--La sua esperienza?--esclamò Gioconda.

Si rattenne un istante, poi soggiunse:

--Ma non mi hai raccontato tu stesso ch'egli ha corso tutto il mondo

in cerca di piaceri? che non ha mai fatto nulla? che non ha esperienza

se non di giuoco, di donne, di cavalli? Sono tue parole, queste, e me

le dicevi quando io ingenuamente volevo chiamarlo papà o volevo

facesse da padre a te.

--È verissimo,--rispose Folco.--Tuttavia, sotto un'apparenza frivola

si nasconde un'anima diritta, che non oserebbe mai darmi un consiglio

il quale non venisse da considerazioni di probità e d'onore.

La contessa non dissimulò un sorriso lievemente sarcastico.

--Sei molto ingiusta con lui,--osservò Folco.--Io vorrei sapere che

cosa tu desideri. Forse ti dispiace che io riprenda a lavorare?

--Oh, no!--ribattè vivamente Gioconda.--Sono contenta che ti occupi

dei tuoi studi!

--Forse vuoi che allontani Ariberto, senza un motivo, anzi quando ho

motivo a essergli grato per le sue parole affettuose?

La giovane tacque. Rimaneva in lei l'impressione, ostinata, che

Ariberto fosse un nemico temibile; ma comprese che, neppur pregato,

Folco non se ne sarebbe potuto sbarazzare d'un colpo. Meglio era

attendere e vigilare.

--Non desidero nulla,--rispose freddamente.--Tutto sta bene come tu

dici.

--Gioconda, te ne prego. Aiutiamoci a dissipar questo malinteso.

--Non c'è alcun malinteso,--assicurò Gioconda con la medesima

freddezza.--Vorrei rimanere sola!

Folco la guardò, interrogativo. La vide pallida, con la fronte

annuvolata. Varcò la soglia senza rispondere. Gioconda chiuse l'uscio.

Folco udì girare la chiave nella toppa.

Allora egli afferrò la busta, i manoscritti, i libri che giacevano sul

tavolino, e con un gesto desolato li gettò di nuovo nel baule.

Fissò l'uscio chiuso, domandandosi invano la ragione di tanta

severità.

Egli non sapeva ancora che il peggior nemico della donna è colui il

quale la convince d'avere avuto torto.

VIII.

Vicende.

La signora Delfina e il signor Piero Dobelli rimasero sbalorditi

apprendendo da una conoscente chiacchierina che la contessa

Filippeschi era da otto giorni a Milano. Dopo quattro mesi di assenza,

da otto giorni a Milano, e non aveva avvertito la famiglia del suo

arrivo, nè era andata a trovarla....

--Che cosa si fa?--chiese Delfina.

--Si fa finta di non sapere nulla, e si passa da casa sua,--rispose

Piero.

Uscirono: per abitudine, Delfina andava innanzi; veniva poi Piero; e

da ultimo Dick, il quale essendo vecchio e grasso camminava piano,

indifferente al viavai delle strade popolose come alla vista di altri

cani, che gli davano una fiutata e tiravan via. Per riguardo a Dick,

camminava piano anche Piero e camminava piano anche Delfina; i tre

componevano il corteo della vita pacifica.

--Di questo passo,--osservò Piero,--arriveremo da Gioconda verso

l'alba.

Si consultarono, diedero un'occhiata a Dick, il quale aveva bisogno di

prendere una boccata d'aria, e decisero di noleggiare una carrozza.

Dick si acconciò di malavoglia tra Delfina e Piero, perchè odiava le

novità; e le passeggiate in carrozza erano in casa Dobelli tal novità,

che Dick non ne rammentava due nella sua quattordicenne esistenza.

La contessa Filippeschi era in casa. Si fecero annunziare, mentre la

cameriera apriva loro l'uscio del salotto. Attesero venti minuti.

Finalmente Gioconda comparve, con la sigaretta tra l'indice e il medio

della sinistra.

La signora Delfina pensava di slanciarsele fra le braccia, ma

l'espressione fredda di Gioconda la rattenne immediatamente. Più che

fredda, era accigliata.

--Ah, siete voi!--disse.--Accomodatevi. Mi fa piacere di vedervi.

--Capirai: noi ti scrivevamo e tu non rispondevi!--osservò

Piero.---Sei tornata e non ci hai avvertiti.

--Avevo le mie buone ragioni!--rimbeccò pronta Gioconda.

--Imbronciata con noi? esclamò Delfina.--Che cosa ti abbiamo fatto?

--Ma sì: che è questa indegna commedia del pellicciaio?--proruppe

Gioconda.

Delfina volse il capo verso Piero, nello stesso istante in cui Piero

volgeva il capo verso Delfina; e s'interrogarono muti a vicenda.

--Il pellicciaio? La commedia?...--domandò Piero.

--Vedo che ve ne siete dimenticati,--seguitò Gioconda.--Carlo Albèri:

non avete inventato voi la storiella di Carlo Albèri che doveva

sposarmi, se non mi sposava Folco?

--Oh Dio, una piccola cosa!--esclamò Delfina.

--Ah, una piccola cosa!--ribattè ironica Gioconda.--Una piccola cosa

che Folco ha scoperto, e pur la quale desidera non vedervi.... Voi la

chiamate una piccola cosa, ed egli la chiama raggiro indegno, e ne è

mortalmente offeso.

--Come diavolo ha potuto scoprire?...--interruppe Piero.

--Nel modo più semplice; voi scioccamente non me ne avevate

avvertita,--spiegò la contessa,--e io, non sapendo nulla, ho chiamato

l'Albèri prima di partire per Parigi, perchè dovevo comperare una

stola. Folco è sopravvenuto, ha interrogato l'Albèri, e ha saputo così

che è ammogliato da cinque anni.... La conclusione si è che per lungo

tempo Folco non desidera vedervi in casa sua. Mi dispiace dirvi

questo, ma io devo obbedire....

--È giusto, è giusto,--rispose Piero alzandosi.

--Ti sei divertita almeno a Parigi?--interrogò Delfina.

Il volto di Gioconda fu irradiato repentinamente da una gran luce.

--Ah!--disse.

E l'esclamazione parve più eloquente d'ogni descrizione ai due

Dobelli.

--L'avevo sempre detto, io, che Parigi è una grande città!--osservò

Delfina a Piero. Ma tu sei tutto per la Triplice.

--Che c'entra?--ribattè Piero.--La Triplice in politica, siamo

d'accordo; ma per divertirsi non c'è che Parigi, non dico di no.

Seguì una pausa.

--E?...--interrogò di nuovo Delfina con un'occhiata significativa.

Gioconda capì, arrossì un poco, e rispose:

--Sì....

--Che nome gli darete?--domandò Piero.

--Nomi di casa Filippeschi: Manfredi o Lillia,--dichiarò la contessa.

--E il padre del conte, la madre, la sorella?--domandò Delfina.

--Tutti come morti. Folco ha scritto e riscritto, ha mandato amici, e

non ha ottenuto nulla.

--Duri, gli animali!--si lasciò scappare il signor Dobelli.

--Però, a me non dispiace, vedi?--riflettè Delfina.--Gente di

carattere: si sente la razza.

--Già; resta a vedere di qual razza si tratta!--rimbeccò Piero.

Erano giunti sulla soglia.

--Arrivederci, figliuola!--disse Piero, baciando Gioconda in

fronte.--Verrai tu a trovarci?

--Senza dubbio! promise la contessa, abbracciando Delfina, poi Piero,

e abbassandosi a fare una carezza a Dick.

Uscirono com'erano venuti: Delfina innanzi, quindi Piero, Dick da

ultimo; piano tutti e tre.

Gioconda non aveva detto il più e il meglio.

Non appena tornato da Parigi, e fatto il conto di ciò che gli

rimaneva, Folco Filippeschi s'era dovuto mettere alla ricerca d'un

impiego. Sperava di trovare un posto pel quale la sua coltura non

fosse inutile; ma i suoi sforzi erano riusciti vani, uno dopo l'altro.

Presso un avvocato bisognava fare il copista, con uno stipendio

miserrimo; presso i giornali v'era piuttosto pletora che scarsezza di

redattori; i ricchi signori non usavano più il segretario, e di certo

non avrebbero dato la preferenza a un giovane che per nascita e titoli

era un loro pari.

Ariberto Puppi, tornato a sua volta da Parigi, s'era interessato egli

pure a quella ricerca, bussando alle porte degli amici, delle semplici

conoscenze, dei suoi stessi fornitori.

Un giorno si presentò a Folco con un mezzo sorriso imbarazzato.

Il posto c'è!--disse.--Ma....

Gli sembrò che Folco fosse allegro. S'interruppe.

--Forse hai già trovato?--domandò.

--No,--rispose Folco.--Sono allegro per un altro motivo. Gioconda mi

ha detto.... mi ha confessato....

--Ho capito,--fece Ariberto, sorridendo.--Sei papà: augurii!

--Ecco: e tu comprendi che in questo caso accetto qualunque posto

senza discutere, purchè mi dia da vivere.

Ariberto voleva rammentargli i quattrini sciupati a Parigi per

capriccio della contessa, i quattrini che in quell'ora sarebbero stati

doppiamente preziosi; ma si frenò. Disse che il posto c'era: commesso

agli stipendi della Casa Adolfo Scotti e C. Occorreva un certo

coraggio ad accettarlo; bisognava star sulla breccia a viso aperto,

servire il pubblico anonimo, trangugiar forse qualche boccone amaro.

Stipendio, ducentocinquanta al mese.

Ariberto si guardò dall'aggiungere che la cifra dello stipendio era

dovuta a lui, vecchio e cospicuo cliente della Casa; e disse invece

che s'era voluto usare un riguardo alla persona di Folco.

La volpe di Sparta · 第 4 / 7 段