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La volpe di Sparta
ROMANZO
DI
LUCIANO ZÙCCOLI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1916.
LA VOLPE DI SPARTA.
OPERE DI LUCIANO ZÙCCOLI
Romanzi:
La volpe di Sparta L. 3 50
La freccia nel fianco. 6.° migliaio 3 50
L'amore di Loredana. 6.° migliaio 3 50
Farfui. 5.° migliaio 4 --
Romanzi brevi. 5.° migliaio 4 --
(Casa Paradisi--Il giovane duca--il valzer del guanto).
Ufficiali, sottufficiali, caporali e soldati.
6.° migliaio. 1 --
I lussuriosi. 4.° migliaio 1 --
Il designato. 4.° migliaio 1 --
La colpa è tua (in preparazione).
Il maleficio occulto (in preparazione).
Novelle:
Primavera. 4.° migliaio 3 50
La Compagnia della Leggera. 3.° migliaio 3 50
Donne e fanciulle, 5.° migliaio 3 50
L'Occhio del Fanciullo. 3.° migliaio 3 50
La vita ironica 3 50
Novelle prima della guerra 3 50
La volpe di Sparta
ROMANZO
DI
LUCIANO ZÙCCOLI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1916.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._
Copyright by Fratelli Treves, 1916.
Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera
che non porti il timbro a secco della Società degli Autori.
Milano, Tip. Treves.
LA VOLPE DI SPARTA
I.
L'ombra della donna.
Tra i numerosi commessi del grande negozio di maglieria Adolfo Scotti
e C., la signora cercava degli occhi il suo commesso di fiducia, il
Baganella, che sapeva i gusti, dava buoni consigli, veniva a patti sui
prezzi «proprio perchè è Lei», e le faceva trovar tutto a casa o le
mandava tutto in villa con esattezza scrupolosa. Ma Vittorina Ornavati
non riusciva a vederlo tra quel viavai. Il direttore, abbandonando il
banco e la cassa per un istante, le andò incontro con la sollecitudine
che meritava una cliente di sì grande importanza, e salutò lei e suo
marito, sorridendole con discrezione.
--Cerca del Baganella, signora Ornavati? È in licenza per un mese;
stava poco bene.... Ma le indicherò un altro giovane di cui sarà
contenta....
--O Celso, il Baganella sta poco bene!--disse Vittorina con voce
dolente a suo marito.
--Chi?--rispose Celso Ornavati.--Ah, mi dispiace! Speriamo che
guarisca....
Egli non sapeva chi fosse quel Baganella; fumava la sigaretta,
guardando una giovane troppo elegante che comperava maglie di seta
troppo fini.... Ma dal momento che non stava bene, era giusto
augurargli di guarire; se poi non fosse guarito, sarebbe stato lo
stesso. Celso Ornavati era gentile e distratto: si dilettava di
pittura, di musica, di letteratura, di filosofia, con la misura giusta
per non riuscire a nulla, e fumava sessanta sigarette al giorno. Quel
giorno aveva letto in treno, accompagnando Vittorina dalla villa in
città, gli aforismi di Oscar Wilde; ed era in cerca di aforismi egli
pure per provarcisi.
--Mi aspetti?--riprese Vittorina, mentre seguiva il direttore.--Non
starò molto.
Celso prese la sedia che gli offriva un commesso e sedette quasi alle
spalle della giovane troppo elegante, per foggiare un aforisma su di
lei.... La donna.... La serietà della donna mentre guarda una maglia
di seta.... Non toccate la donna che entra in un negozio.... Il denaro
dell'uomo che si tramuta in una maglia.... Nulla di nuovo in coteste
osservazioni: bisognava inventar qualche cosa di veramente
paradossale; per esempio.... Ma fu interrotto da un movimento della
giovine, che sentendosi guardata, si drizzò sul busto e respirò
dolcemente.... «Nel fondo d'ogni umana vicenda, voi trovate il
malinteso....» Celso Ornavati era giunto a questo aforisma, perchè
aveva pensato che la giovane, non avendolo visto entrare con
Vittorina, lo credeva solo. Ma non gli parve degno di stampa; qualche
cosa di simile era già stato detto.
All'estremità del banco, in piedi, a braccia incrociate, chiuso in una
_redingote_ irreprensibile, guardando gli altri, stava un commesso
alto e biondo; a lui il direttore condusse Vittorina e gliela affidò,
dicendogli:
--La signora Ornavati: una cliente di gran conto, Filippeschi!
Poi, fatto un nuovo inchino alla signora, si allontanò.
A Vittorina parve subito molto singolare quel commesso, che aveva
polsini e solino candidissimi, e una cravatta nera, il cui nodo
avrebbe destato l'invidia di Giorgio Brummel. Nel profilo di lui,
negli occhi cilestri, nella linea della bocca, nella forma delle mani,
vide qualche cosa d'indefinibile, che veniva dall'educazione o dalla
razza. Il suo buon Baganella era uomo semplice e cortese, paziente ed
esperto, una brava macchina da lavoro, un ampio casellario di merce, e
null'altro. Colui che il direttore aveva chiamato Filippeschi era un
giovane elegante: Vittorina lo avrebbe preso per marito senza batter
ciglio, anzi con un poco di timore, perchè le sembrava molto più
serio, nonostante gli aforismi, che il suo Celso.
--Non saprà nulla!---pensò con disagio.
Invece sapeva tutto: era pratico di seta e di lana e di cotone e delle
specie e sottospecie e dei prezzi e dei nomi e delle scatole;
ascoltava e obbediva; esprimeva, se richiesto, il suo parere; sapeva
avvolgere nella carta dodici paia di calze e farne un pacchetto
maneggevole; giudicava con sicurezza i colori e la durata. Aveva anche
le sue clienti, come il Baganella; alcune signore entrando e passando
dietro Vittorina lo avevano salutato con un sorriso o un lieve cenno
del capo....
Donde era piovuto?... Vittorina si sentiva, a mano a mano che le sue
compere s'accatastavano sul banco, diventare infedele al bravo
Baganella: se non fossero state quelle mani lunghe senz'anelli che
scivolavano sulla seta come sopra la tastiera d'un piano, e quel nodo
di cravatta e quella bellissima _redingote_, infine se non fossero
state le caratteristiche esteriori del giovane, che in un commesso la
infastidivano, avrebbe finito col preferire al povero Baganella quel
Filippeschi dai polsini candidissimi.
--Mi faccia mandare tutto in villa!--disse Vittorina, alzandosi e
staccandosi dal banco.--Ma al più presto, la prego....
--Oggi stesso, fra un'ora,--rispose il Filippeschi inchinandosi.
Vittorina s'avviò, poi si fermò d'un tratto.
--Lei non sa il mio indirizzo,---osservò con uno sguardo al commesso
che la seguiva per accompagnarla fino alla soglia.
--Non importa, signora!--rispose il Filippeschi.
La signora si morse le labbra.... Che sciocca!... Aveva ragione il
commesso: l'indirizzo l'avrebbe trovato al banco, presso il
direttore.... Non era una cliente di gran conto? Non comperava presso
Adolfo Scotti e C. da quattro anni all'incirca?
--Celso,---disse, avvicinandosi a suo marito.--Io sono pronta. Non
comperi nulla tu?...
Celso, un po' inclinato innanzi, discorreva dalla sua sedia con un
_fox terrier_, che seduto sopra una sedia vicina, rimaneva immobile,
superbo di un collare di cuoio rosso coi campanelli dorati, guardando
disdegnoso quel signore che non aveva mai visto.
--Io?--disse Celso alzandosi e mettendo fine con un lieve saluto
dell'indice alla conversazione.--Sì, calze di seta....
Il Filippeschi ritornò al banco, e mentre gli andava dietro, Celso
mormorò a sua moglie:
--Non si scherza! È un vero _gentleman_, come non se ne vedono che a
Londra, il tuo Baganella!...
--Ma non è il Baganella!--corresse Vittorina.--È un nuovo, che fa il
commesso per ridere....
--Per ridere?--esclamò Celso.--Non mi darà delle calze rattoppate?
Sul banco eran già allineate le scatole di cartone bianco: la
sigaretta tra l'indice e il medio della destra, Celso fece la scelta
d'alcune paia di calze, poi si stancò e disse al Filippeschi:
--Insomma, ha capito. Me ne mandi una dozzina.... Posso fidarmi di
lei?
--Credo;--rispose il giovane sorridendo.
--Allora, con la roba che manderà a mia moglie.... E grazie....
Ma fu interrotto dalla voce di una signora, che presso di lui diceva
al direttore:
--Non ho fretta, non ho fretta.... Quando il conte avrà finito....
Celso si rivolse, e vide una piccola bruna, che parlando del conte
accennava con gli occhi al Filippeschi; e questi ebbe sul viso
un'ombra fugace, subito dissimulata dalla maschera di un sorriso
gentile.
--Hai capito?... È un conte!---disse Celso a sua moglie, mentre
s'avviava con lei, dopo aver salutato il Filippeschi.--Ho buon naso
io.... Non bisogna mai disperare.... Un'ora fa sarei morto senz'aver
veduto un conte che vende le calze. Che cosa mi riserba il buon Dio
per questa sera?
--Auf, quanto sei uggioso con le tue divagazioni!--osservò Vittorina.
E presso alla soglia, chiese al direttore:
--È davvero un conte quel nuovo commesso?
--Il conte Folco Filippeschi; ma egli desidera non si sappia o almeno
non si dica troppo,--rispose il direttore.--La signora Galassi, che ha
scoperto il segreto, non sa tacere....
La signora Galassi doveva essere la piccola bruna.
--E come mai è venuto a finir qui?--interrogò Vittorina incuriosita.
Il direttore si strinse nelle spalle.
--Sa, circostanze!--rispose vagamente, con un sorriso, il quale voleva
addolcire la parola troppo breve.
--Perdite di giuoco!--definì Celso.--In questo caso è meglio fare il
croupier a Montecarlo.
--Non ci ha la faccia,--ribattè Vittorina con sicurezza.--Piuttosto
qualche disgrazia di famiglia.
--I Filippeschi non li conosco: devono essere di Pistoia,--osservò
Celso.
--Di Perugia,--rettificò il direttore.--Nobiltà del quattrocento.
--Quattro e cinque, nove; cinque secoli di nobiltà,--calcolò
Vittorina.
--È un'esagerazione, per vendere le calze!--disse Celso.--Io venderci
almeno cavalli e carrozze.
--Li avrà già venduti,--riflettè Vittorina.--Ed è solo?
--No, signora....
Ma in quel punto il campanello del telefono squillò: la fabbrica
domandava del direttore.
--Chiedo scusa,--disse questi, felice d'interrompere una
conversazione, che gli faceva perder tempo.--Devo dare qualche
ordine....
--Vada, vada. Arrivederla!--consentì Vittorina.
E guardò in alto. Pioveva un'acqua sottile e fredda, che pareva
iniziare un autunno precoce: per la strada, rapidamente spopolata,
passavano radi uomini malcontenti sotto gli ombrelli lucidi; un
cavallo era scivolato sull'asfalto nero all'angolo della via, e un
gruppo di curiosi gli stava intorno, osservando gli sforzi del
cocchiere, che voleva rimettere in piedi la bestia senza sfibbiarne le
tirelle.
Celso Ornavati fece segno a una vettura pubblica; e mentre dava la
mano a Vittorina per salire, disse, come concludendo un pensiero che
lo aveva occupato fino a quell'istante:
--La cosa, del resto, non è punto strana.
Salì egli pure, si mise a fianco della moglie, e dato al vetturino il
nome d'un caffè, riprese:
--Tutti i grandi scrittori, tutti i grandi artisti, tutti gli uomini
che avevan da dire o da fare qualchecosa d'originale, han cominciato
sciupando il loro tempo, per assecondare la famiglia; sono stati
commessi, scrivani, impiegati, copisti.... Poi un bel giorno han
trovato il coraggio di rischiare il gran colpo, si son ribellati alla
tirannia di casa, e si sono gettati a mare. Io ho avuto un amico....
Era una specie di ritornello nei discorsi serii di Celso, la frase:
«Io ho avuto un amico....» Il numerò dei suoi amici sarebbe stato
incalcolabile, se veramente fossero esistiti tutti quelli dei quali
citava la vita e le gesta a suffragarne qualche tesi o un qualsiasi
ragionamento.
--Io ho avuto un amico, il quale è oggi un romanziere celebre. Ebbene
aveva già pubblicato un romanzo, quando per compiacere la famiglia che
non vedeva scaturir danaro dal libro, dovette acconciarsi a tener la
contabilità in un magazzino di formaggi, poi i registri presso una
Società d'Assicurazioni.
Vittorina si guardò dal chiedere il nome del romanziere celebre; e
indispettito, Celso continuò come avesse voluto rintuzzare le più vive
obiezioni.
--Ma perchè citare i miei amici?... Non ve n'è alcun bisogno.... La
storia della letteratura, la biografia dei grandi uomini....
--Mio Dio,--interruppe Vittorina, afferrando la destra di Celso.--Mi
pare che quell'automobile....
Con ritmo esatto e fragoroso, un'automobile da corsa, un mostro grigio
e basso, rasentò la vettura e sparì ancor prima che la signora potesse
concludere:
--.... ci venga addosso!...
Poi, abbandonando la destra di Celso, Vittorina seguitò:
--È inutile; io ho sempre paura dell'automobile quando non ci son
dentro.... Se piove, poi, fa così presto a dare una scivolata e a
sfuggir di mano....
E distratta non ascoltò più il discorso di Celso, il quale stava
dimostrando che i commessi di oggi sono i grandi uomini di domani; e
nominava lo Stanley, il Daumier, Arrigo Beyle, il Livingstone,
personaggi trovati tutti nelle sue ultime letture, oltre un discreto
numero di amici personali e anonimi, diventati illustri dopo essere
stati servi di bottega.
Ma allorchè furono al caffè, seduti innanzi a una tavola candida
preparata per la colazione, col trionfo delle frutta in un angolo, e
la lista delle vivande sotto gli occhi, Vittorina ritornò al pensiero
di Celso:
--Sì, due uova sode con salsa _mayonnaise_; e vino, mezza bottiglia di
Corvo,--ella disse al cameriere che offriva.--Io credo che tu
sbagli....
--Chi?... io?--domandò Celso.--A me darete un risotto con tartufi;
bianchi, s'intende....
Spiegò il tovagliolo sulle ginocchia, guardò il pane, vide la propria
imagine riflessa nel fondo del piatto che gli stava innanzi, e ripetè:
--Io sbaglio, tu dici?... Su che cosa?... A che proposito?...
--Ma sì, tutta quella storia di Arrigo Beyle, di Livingstone, che so
io?... Non c'entra nulla con quel conte Filippeschi che fa il
commesso....
--Non c'entra nulla? Ti pare?...--esclamò Celso, contento di poter
riprendere un discorso di carattere intellettuale.--Io diceva che,
alla fin fine, non mi sembra cosa troppo bizzarra trovare in un
negozio di maglieria un conte impiegato come commesso.... I
contemporanei di Arrigo Beyle avranno pur trovato Arrigo Beyle che
vendeva prodotti coloniali; e non sono per ciò impazziti dallo
stupore....
--Dio, questa pioggia! Ci guasterà tutta la giornata!--osservò
Vittorina, guardando un signore che entrava coll'impermeabile
gocciolante.--Arrigo Beyle non lo conosco; sarà stato un grande
scrittore....
--Naturalmente!
--E si sarà piegato a far qualche tempo un mestiere per raggiungere
poi il suo ideale. Anche lo Stanley e il Livingstone avevano una
vocazione, erano gente che dovevano lottare per qualche cosa grande.
Non è vero?
Interrogava, come un viandante che percorre una strada nuova e ha
bisogno, ai trivii e ai crocicchii, di essere a mano a mano confortato
dalle indicazioni della gente pratica.
--Lasciami assaggiare un poco del tuo risotto. È appetitoso!---ella
seguitò, allungando il cucchiaio verso il piatto che Celso le
porgeva.--Erano grandi uomini, lo hai detto tu stesso.... E quel
Filippeschi non è un grande uomo, epperò non c'entra affatto con la
storia degli altri.
--Chi lo sa?... Lo vedremo più tardi!--ribatte Celso fidente.--Finchè
vendeva prodotti coloniali, Arrigo Beyle non era ancora un grande
scrittore; e il Daumier non era un maestro del disegno e della
caricatura quando faceva da scrivano presso un avvocatello;
diventarono poi, cambiando strada, arrischiando tutto per tutto....
--Allora tu credi che io abbia comperato le mie maglie, le mie calze,
i miei corpetti, le mie sottane da un romanziere che sarà famoso tra
poco, da un poeta che sarà celebre domani?
--Perchè no? Anche i buoni borghesi di Marsiglia comperavano zucchero
e caffè da colui che un giorno doveva scrivere _La Chartreuse de
Parme_ e _Rouge et Noir_.
--Quanto mi piacerebbe!--disse Vittorina, ridendo e osservando il
rosso delle uova diffondersi pel piatto al colpo della sua
forchetta.--Se ne fossi certa, metterei da parte come ricordo la
maglia grigio-perla.... Ma t'inganni....
Riflettè un poco, quindi soggiunse:
--Io sento che c'è sotto una donna....
--È possibile,--spiegò Celso bonariamente.--Anche nel caso di Arrigo
Beyle c'era sotto una donna, una giovane attrice, la Lenoar. Egli la
seguiva dappertutto, e per farla finita, la famiglia di lui, che non
voleva impicci, lo lasciò senza un soldo. Allora il Beyle seguì la
Lenoar a Marsiglia e s'impiegò presso un magazzino di coloniali....
--Poi sposò la sua attrice!--disse Vittorina.
--No, veramente; l'attrice sposò un russo.
--Poveretto!--esclamò Vittorina; e non sapeva ella stessa quale dei
due, il russo o il Beyle, meritasse la sua pietà.
Innanzi al caffè e a un bicchierino di liquore dorato, sul finir della
colazione, avendo bevuto molto Corvo bianco, mangiato bene e fumato
saporitamente quattro sigarette tra una portata e l'altra, Celso si
sentì preso dallo spirito energico degli uomini che aveva nominato più
volte.
--Anch'io, vedi,--confidò d'un tratto a sua moglie,--sarei stato
capace di ribellarmi alla mia famiglia e di stentar la vita per un mio
ideale.
--Non ti mancava che l'ideale,--ribattè la giovane signora.
--No; l'ideale c'era; l'arte, la letteratura; mi mancò l'opposizione.
La mia famiglia mi ha lasciato scrivere, dipingere, studiar musica,
sbizzarrirmi a mio piacere, e così sono stato costretto a vivere delle
mie rendite.... Era una buona famiglia....
Fece una pausa, ripensando agli aforismi di Oscar Wilde che aveva
letto in treno.
--Le buone famiglie non hanno alcuna importanza per
l'umanità,--seguitò poscia gravemente.--Questa è un'idea originale che
si potrebbe sviluppare.... Soltanto le cattive famiglie, arcigne,
inesorabili, testarde, costringendo i figli a uscir di casa, li
mandano pel mondo in cerca di glorie e di battaglie.... È
l'opposizione che affina i caratteri e tempra la volontà.... Io non ho
avuto un padre brutale, non una madre feroce, non una moglie
intrattabile.... ed eccomi ridotto ad essere il povero signor Celso
Ornavati, che non significa nulla....
Anche perchè la pioggerella s'ostinava monotona spargendo intorno una
malinconia indicibile, egli s'era quasi intenerito; e aspettava che
Vittorina lo confortasse, o almeno giudicasse nuova la sua idea sulla
funzione sociale delle famiglie. Ma la giovine moglie rise; e Celso
pagò il conto.
--Io, però,--disse la signora alzandosi e gettando sulla tavola il
tovagliolo,--la storia del conte Filippeschi voglio saperla. Ne
chiederò al direttore del negozio....
--Vedrai ch'è come te la dico io!--rispose Celso, aiutando Vittorina a
infilar la sua giacca.--Fa il commesso in attesa di darci qualche
grande opera....
--Ma che!...---s'ostinò Vittorina.--C'è sotto la donna....
--L'una non esclude l'altra,--obiettò Celso.
Poi mentalmente si felicitò seco stesso; non aveva perduto il suo
tempo: due begli aforismi alla maniera di Oscar Wilde; e nella sua
villa sul Lago Maggiore doveva nel pomeriggio condurre a termine un
acquerello con effetto di tramonto. Per diventare un grande artista
non gli mancavano che un padre brutale, una madre feroce e una moglie
intrattabile...
II.
Il pretesto.
A giudicare dagli invitati alle nozze e al banchetto, si poteva di
primo acchito comprendere che il conte Folco Filippeschi, giovane di
ventitrè anni, sposava una fanciulla che per nascita, per educazione,
per parentado, per amicizie, non era degna del grande casato di lui nè
della classe sociale a cui egli apparteneva.
Tutti i congiunti di Gioconda Dobelli eran della partita: gente
semplice e onesta, piccoli impiegati, capi-fabbrica, sarti, modiste,
commessi, merciai. Anche quelli che di solito non frequentavano la
famiglia della sposa, s'eran d'un tratto rammentati dei vincoli di
sangue o di lontana consuetudine e s'eran fatti invitare per vedere il
nobilissimo giovane, rallegrarsi alla buona, trattarlo in confidenza,
pranzare alla sua tavola, godere in qualche modo della fortuna che
passava.
Un numeroso e chiassoso corteo; quasi una folla dalla casa al
municipio e dal municipio alla chiesa e dalla chiesa al grande
albergo, aveva fatto coda agli sposi. E non piccolo era il gaudio
degli invitati, alcuni dei quali s'adagiavano per la prima volta di
lor vita in carrozze con pariglie e per la prima volta vedevano una
tavola fiorita, con ricche argenterie e cristalli di vario colore. Le
donne toccavano e soppesavano i gioielli che Folco aveva regalato e
che Gioconda portava al collo, alle mani, alle orecchie, al petto; e
non v'era femmina nel suo abito da festa che non sussurrasse alla
fanciulla una parola di sincero augurio o d'invidia senza acredine; le
maritate maliziose scherzavano sul prossimo viaggio di nozze e sulla
prima tappa; le nubili studiavano gesti, sguardi, espressioni della
felice amica, della parente fortunata, quasi avessero voluto imparare
come si fa la sposa o cogliere il segreto pel quale Gioconda era
salita a tanto.
Dei parenti di Folco, non uno; non uno fra i regali, che provenisse da
casa Filippeschi; pochi amici di lui, giovani e scapati, eran presenti
alle nozze, piuttosto per vedere il bizzarro corteo di buona gente
ignara, che per dimostrare a Folco la loro approvazione o almeno il
loro tacito consenso. Ed eran quelli che più davano pensiero allo
sposo; perchè, abusando della conoscenza del mondo e delle
consuetudini d'eleganza, si pigliavano leggermente beffe delle modeste
loro dame, o trattandole con esagerata cavalleria e con grottesche
cerimonie, o aizzandole a spifferare spropositi.
Una cugina in terzo grado della fanciulla, Giustina Baguzzi, voleva
sapere dal conte Forcioli che cosa mangia il Re, supponendo che
aristocrazia e Corte fossero farina del medesimo sacco. E il Forcioli
inventava le più pazze cose, i manicaretti più inconsueti che la
fantasia poteva suggerirgli e gli usi più buffi, per descrivere il
pranzo regale, l'altra ascoltava a bocca aperta. Il marchese Puppi
aveva dato a intendere alla sua dama che nei grandi pranzi non si fa
uso se non della mano sinistra; cosa agevole per lui, ch'era mancino;
ma la voce correva, e dalle dame in giù tutti faticavano a tagliare,
infilzare, mescere con la sinistra; e la tovaglia candida e le
ghirlande di fiori ne vedevano gli effetti.
Chiuso tra quella accozzaglia di gente che in parte gli era
sconosciuta, punto dagli scherzi degli amici ch'egli giudicava di
cattivo gusto, mortificato di non aver visto, non ostante le lettere e
i telegrammi, un solo biglietto d'augurio dei suoi parenti, Folco
Filippeschi avrebbe sentito quel giorno il peso della sua
irrimediabile follia, se di fronte non avesse avuto Gioconda. Gli
bastava di levar gli occhi, d'incontrar gli occhi di lei, che parevano
tagliati nella pietra avventurina, bruni con pagliuzze e punti d'oro,
per dimenticare ogni cosa intorno e gustare finalmente una gioia
calda, una felicità piena, che gli avvivava tutta l'anima.
Gioconda era sua per la vita intera; Folco non vedeva più oltre.
Aveva tremato che gliela portassero via; un giorno la madre di lei gli
aveva annunciato che la fanciulla stava per fidanzarsi col giovane
proprietario d'un negozio di pelliccerie. Interrogatosi alfine,
durante una notte di cui ricordava ancora i dubbii, le ansie, la
veglia angosciosa, s'era detto ch'egli amava Gioconda Dobelli, che non
avrebbe mai amato tanto, che non avrebbe potuto vivere quand'ella
fosse stata moglie d'altri.
E aveva offerto sè stesso in cambio del giovane pellicciaio,
timidamente, quasicchè non avesse offerto nulla e fosse stata gran
ventura se Gioconda avesse degnato di portare il suo nome.
Egli era stato fino a quel giorno un ragazzo ingenuo con grandi
ambizioni. Celso Ornavati, tirando a indovinare, non aveva sbagliato
di molto; pure Vittorina sua moglie non era andata molto lontano dal
vero: una donna era nella vita di Folco Filippeschi: Gioconda; ed egli
sperava di poter essere, non troppo tardi, uno scrittore celebre.
Staccatosi da Perugia per recarsi a compire certe ricerche letterarie
alla Biblioteca Nazionale di Parigi, e fermatosi qualche tempo a
Milano, aveva conosciuto la famiglia Dobelli, al caffè dove si recava
di solito dopo pranzo, e grazie a Dick, il piccolo spinone di Piero
Dobelli, padre di Gioconda. Piero Dobelli, ruvido e sospettoso verso
tutti i giovani che ronzavano intorno alla figlia, visto e apprezzato
col suo infallibile colpo d'occhio il conte Folco Filippeschi, aveva
lasciato che Dick si recasse tutte le sere a chiedergli un dado di
zucchero e a fargli festa.
Gioconda contava diciotto anni; semplice nel vestire come voleva la
sua condizione, non era priva nè di gusto nè di grazia. E spiccava tra
mille ragazze per il carnato così bruno che pareva di chiaro bronzo, e
per gli occhi i quali avevano nel fondo qualche cosa come una
gradazione leggera e tenera di quel colore, e le pagliuzze e i punti
d'oro dall'avventurina li facevano brillanti; i capelli tra il bruno e
il biondo, a ciocche striate; una flessuosità morbida, molle, che
poteva un giorno diventar voluttuosa, era in tutte le sue movenze.
Folco Filippeschi teneva, dalla prima sera che l'aveva vista, gli
sguardi su di lei; ma ella parlava poco, non rideva mai, sembrava
lontana dal sospettar l'attenzione destata nell'animo del giovine,
così com'era indifferente al muto omaggio che le tributavano gli
altri, passando e ripassando presso il tavolino innanzi al quale
sedeva colla famiglia.
Al padre di lei, Folco ebbe a confidare una sera, parlando di studi e
di libri, ch'egli aveva seco certi manoscritti concernenti un poeta,
francese, del decimoquinto secolo, e che desiderava farli copiare....
Ma perchè non ci si sarebbe provata Gioconda?... L'osservazione veniva
dalla madre, la signora Delfina.... La fanciulla conosceva bene la
dattilografia, aveva una certa coltura per la quale il poeta francese
del decimo quinto secolo non l'avrebbe forse impacciata....
L'osservazione veniva dal padre, il signor Piero.... Folco non avrebbe
mai osato; la signorina poteva annoiarsi; il francese del
millequattrocento è un po' ostico.... Ma no, ma no, si poteva
provare....
Così Folco entrò in casa Dobelli e prese a poco a poco dimestichezza
con la fanciulla; fu tralasciata l'abitudine serale del caffè; i due
giovani sedettero alla stessa tavola, gomito a gomito, l'uno dettando,
l'altra scrivendo rapidamente a macchina, poi rileggendo e correggendo
i manoscritti....
Ella era tutta lieta, instancabile: ci si divertiva.... Che cosa
significa «esme» e «fetart» e «changon» e «hucque»?... Ascoltava la
traduzione, sorrideva mostrando i piccoli denti, che Folco ammirava
bianchissimi tra le labbra porporine.... La mamma sul tardi
appariva,--il padre non s'allontanava quasi mai dal poco illuminato
salotto,--recando due tazze di tè, preparato con le sue mani, anche
perchè la domestica se ne andava subito dopo pranzo.... E i due
ragazzi sospendevano il lavoro e prendevano il tè, a centellini,
guardandosi.
Folco sentiva sorgere dal cavo delle mani, dall'onda dei capelli
semplicemente divisi nel mezzo con una nitida scriminatura, dalle
pieghe dell'abito, da tutta la persona di Gioconda, un profumo
discreto, e pur penetrante, che mai non aveva prima avvertito.... Si
perdeva a fissarla, riprendendo il lavoro di soprassalto, quando la
fanciulla ve lo richiamava.
Una sera, leggendo la _Ballade des menus propos_, la fanciulla disse
con piacere: «Com'è moderno questo poeta del quattrocento!» Folco ne
fu tutto commosso e felice. Giudicò straordinaria l'intelligenza di
lei: sentiva dunque le bellezze dell'antica lirica, la nostalgia delle
belle cose lontane? Nessuna donna poteva arrivare a tanta percezione
senza avere un'anima letteraria.... E si sarebbe chinato a baciarle la
mano, la mano agile e povera che non aveva anelli, se in un canto non
fossero stati il padre Piero e la madre Delfina a giuocar con un
bisunto mazzo di carte, ridacchiando d'ora in ora.
Folco si aperse con Gioconda: Francesco Villon era pel momento il suo
poeta prediletto, e intorno alla vita e alle opere, ma sopratutto
intorno alla fine di lui, voleva ricercar nuovi documenti: per ciò
doveva andare a Parigi.... Perchè di Francesco Villon nulla si sapeva
con certezza; nemmeno il vero nome: quel poco che si sapeva era
terribile.... Sì, terribile! E Folco atteggiava il volto a una
smorfia, come si fa coi bambini per impaurirli, vedendo che la
fanciulla aveva spalancato gli occhi e inarcato le sopracciglia....
Che sopracciglia delicate! due archi d'un finissimo pennello....
Si sapeva ch'egli aveva ucciso, rubato, era stato capo d'una banda di
malfattori; aveva commesso altre cose disoneste, onde l'avevan
condannato al capestro; ma salvatosi per prodigio, grazie ad alte
protezioni, era partito, scomparso per sempre e la leggenda aveva
creato per gli ultimi suoi giorni le ultime sue gesta, di cui la
storia dubitava.
Ladro e assassino?... Gioconda allontanò un poco le cartelle
dattilografate.... Quant'era carina in quell'atto, come avesse temuto
che la parola del malvivente la contaminasse!... Ma no, il poeta era
altro che l'uomo; e quel contrasto fra l'anima e la vita, fra il
sentimento e l'azione, non faceva più ambigua, più ermetica, più degna
di studio la figura del grande primo lirico di Francia?
Come mai in quel guasto cuore di ribaldo germinavano i versi del
_Rondeau_: «Deux étions et n'avions qu'un coeur»?
Folco guardò dentro gli occhi la fanciulla, che sembrò smarrita, fuor
del mondo, sorpresa. Ella si levò per affacciarsi alla finestra a
respirare. Nel triste salotto, sotto la luce d'una lampada a petrolio
poco pulita s'erano stese le ali gigantesche della lirica che traversa
i secoli, e fatto schermo della mano al volto, Folco Filippeschi si
vide illuminato da un raggio di sole.
Ma la signora Delfina, con cautela e trepidanza, dovette far capire
poche sere di poi al conte Folco Filippeschi che sarebbe stato
opportuno per tutti diradare un poco le visite. Un tal Carlo Albèri,
che possedeva, giù a sinistra, voltato il canto della strada, quel bel
negozio di pelliccerie, ed era giovane per bene, aveva chiesto di
frequentare la famiglia, col proposito di domandar poi la mano di
Gioconda. Il padre, uomo prudente, non aveva risposto nè sì nè no; ma
per giudicare se i due giovani, Gioconda e Carlo, potevano accordarsi,
conveniva ammettere quest'ultimo in casa, vedere come si comportava,
come Gioconda lo accoglieva.... E il conte--finì la signora Delfina
con un sospiro--si sarebbe trovato forse a disagio....
Folco ebbe un istante le vertigini.
Gioconda moglie di un pellicciaio; la compagna dei suoi studii
prediletti, il tesoro inestimabile inviatogli dalla sorte, la
purissima, bellissima fanciulla.... con quella squisita anima
letteraria che comprendeva Francesco Villon: «Prince, je connais tout
en somme.--Je connais tout, hors que moi-même....»!
Folco ne rimase esterrefatto.
Aveva dimenticato il carattere particolare della sua famiglia. Un
padre e una madre che credevano all'origine divina della nobiltà e de'
suoi privilegi, e custodivano severamente le tradizioni della casata;
una sorella, che nè credeva, nè dubitava, perchè allevata lungi dal
moderno sudiciume democratico, viveva, pensava, sentiva secondo il
modello rigido e perfetto impostole da sua madre; e a diciassette anni
era andata sposa a un uomo di trentotto, il solo che soddisfacendo
alle esigenze morali e sociali del padre, vantasse nome e censo
adeguati alla nascita della giovinetta.
Interrogato a proposito di Gioconda, il padre non avrebbe ordinato a
Folco che questo: dimenticarla. Non era lecito, se pure fosse stato
possibile, farsene un'amante; sposarla, darle il nome dei Filippeschi,
equivaleva a commettere un vero crimine.... D'altra parte non aveva,
quella.... come si chiamava?... quella Gioconda, come tutte le buone
ragazze, un bravo fidanzato, conveniente alla sua piccola sorte, nella
persona di quel.... di quel negoziantucolo.... di quel Pianteri,
Albèri; Albèri Carlo?... O perchè Folco voleva portargliela via?...
Perchè era bella?... Ah, là, là, il mondo è così grande, e a ventidue
anni non ci si ferma alla prima osteria!... Folco doveva ancora
apprendere la vita invece che rompersi il collo con una ragazza del
popolo, dirò meglio della plebe.... La quale ragazza pretendeva dunque
entrare nella famiglia, essere accolta come figlia dal conte e dalla
contessa, dar del tu a Giselda, la sorella di Folco, e a Corradino
Àutari marchese di San Fiorano, suo cognato?
Ah, là, là, Folco scherzava!
Ben certo che non metteva conto nemmeno di parlarne in casa, Folco si
sentì morire: ma nonostante l'avviso della signora Delfina, seguitò ad
andar tutte le sere dai Dobelli, senza mai incontrar quel Carlo
Albèri; e si bruciò al fuoco degli occhi dalle pagliuzze d'oro, nei
quali scorgeva una disperata malinconia, una silenziosa rinunzia,
qualche cosa tragica venuta certo dall'orrore di quel prossimo
fidanzamento.
Andò anche, un giorno, a spiar dalla vetrina dentro la bottega del
pellicciaio, giù a sinistra, voltato il canto della via. E scorse il
giovane per bene; ma che giovane!... Era uno di quei pupazzi che si
vedono nei figurini di mode; roseo in volto, con un sorriso insipido
venuto dall'abitudine di servire; i capelli abbondantemente impomatati
eran lucidi e grassi; due baffi arricciati col ferro caldo gli
ornavano il labbro superiore. Teneva con la sinistra alta una stola di
martora, che con la destra accarezzava lievemente, soffiandovi dentro
e fiutando.
Folco si perdette a fissarlo, impietrito da un rabbioso disgusto.
Quell'uomo voleva possedere per sempre e dominare Gioconda?... bevere
ingordamente la giovinezza venusta di lei?...
Si muoveva, usciva da dietro il banco per aprire una scansia. Dietro
il banco doveva esservi un rialzo di legno, perchè nel mezzo del
negozio Carlo Albèri si presentava improvvisamente piccolo,
mingherlino, le spalle strette, i calzoni troppo ampi per le gambe
secche. Egli dovette sentire l'occhiata intensamente cruda di Folco:
si volse quasi infastidito, fissando il giovane con faccia di
maraviglia; poi tornò alle pelliccie e alle stole, e riprese a
curarle, soffiandovi dentro. Folco si allontanò.
Oltre tutto, poi, quanto poteva guadagnare quell'Albèri Carlo con la
botteguccia di pelli da gatto? D'estate le pelliccie non si
vendono.... E come, con quali cure, avrebbe egli espresso la sua
efficace protezione, in quale ambiente avrebbe fatto vivere la
fanciulla, degna veramente per la inquietante bellezza del nome di
Gioconda?
A grandi passi Folco si recò dalla bottega del pellicciaio al negozio
del suo gioielliere. Chiese se la sua commissione era stata eseguita;
guardò, prese un astuccio, pagò, uscì.
Aveva ormai irrevocabilmente deciso; per sè, pel suo amore; per
Gioconda, per la sua salvezza.
La sera, fece la scena solenne, con la cecità impetuosa di chi si
chiude dietro le spalle tutte le porte che possono condurlo a
salvazione. Presenti il signor Piero e la signora Delfina, pregò la
fanciulla di stendergli la destra; poi con grave lentezza, quasi
compiesse un rito, levò dall'astuccio uno stupendo anello, un unico
grosso rubino, e lo infilò all'anulare di Gioconda, la quale come
trasognata sorrideva, corrugava la fronte, riprendeva a sorridere.
L'anello non aveva alcun significato, spiegò Folco, volgendosi
all'uomo e alle due donne; voleva dire soltanto la gratitudine per la
dolce intelligentissima collaboratrice.
Che se i signori Dobelli,--e la voce di Folco Filippeschi si fece
timida, mentre gli si scoloriva il volto pel batticuore,--avessero
voluto vedere in quel dono una speranza, una promessa, un vincolo,
egli ne sarebbe stato felice; e allora avrebbe pregato Gioconda di
leggere ciò che l'anello diceva nella faccia interna. La fanciulla
trasse precipitosamente l'anello dal dito, e quasi con un grido di
gioia lesse forte:
«Deux étions et n'avions qu'un coeur».
Il volto del signor Piero si era fatto paonazzo; la signora Delfina
pur non comprendendo parola di quel motto, comprendeva il resto; e
istupidita dalla sorpresa, pensava se non fosse conveniente
abbracciare il conte Filippeschi; Gioconda aveva bianche le labbra;
sentiva sui capelli il peso di un diadema di brillanti.... Folco si
riebbe più presto degli altri e disse calmo:
--Allora possiamo riprendere il nostro lavoro?... Non verrà più il
pellicciaio a cacciarmi?
Il signor Piero si decise a far tre passi, pesanti, e ad afferrare la
mano di Folco:
--Dio vi darà la sua benedizione!--dichiarò con sicurezza.
La signora Delfina attrasse fra le braccia sua figlia e singhiozzò
leggermente....
Toccò a Folco di nuovo ristabilir la calma e dissipar l'emozione
smisurata.
--Gioconda,--disse alla fanciulla, prendendola per mano.--Andremo
insieme a Parigi, a cercare il nostro Francesco Villon....
III.
Le due coppie.
Era una signora o una signorina?
Addossata a una delle colonne che sostengono l'arco nel peristilio del
grande albergo di Stresa, Vittorina Ornavati rivolgeva a sè stessa
quella domanda a proposito d'una giovanissima donna, chiusa in un
ampio mantello azzurro, la quale guardava insistentemente dalla
vetrata nella strada.
Vittorina si chinò verso il marito, che, sorseggiando una tazza di tè,
leggeva un libro di filosofia bergsoniana, e rifletteva sulla facilità
con cui si può diventar capo di una sètta filosofica.
--Peccato,--disse ad alta voce,--che io non ci abbia pensato prima.
--Celso,--domandò Vittorina,--che ti pare: è maritata o è nubile?
--Nubile!--rispose Celso, senz'alzar gli occhi dal libro.
--Ma se non l'hai nemmeno veduta!
--Chi?... Ah, il mantello azzurro?... Nubile, nubile, che diavolo!...
Si capisce subito....
La giovanissima pareva nervosa. Si allontanava fumando una sigaretta,
con gli occhi fissi al tappeto roseo e cilestre, che le segnava il
cammino dalla porta ai piedi della scala; poi tornava a spiar dai
cristalli sulla strada, lavata dalla pioggia dirotta e fatta
gialliccia.
Soffiava il vento, agitando le chiome delle acacie, scombuiando le
acque del lago; correvano pel cielo innumerevoli nubi biancastre
gonfie d'acqua, mentre da ponente si dilatavano sprazzi repentini di
luce rossa, verdognola, dorata, accompagnando il brontolìo del tuono.
--Non so da che cosa si capisca!--obiettò Vittorina. Io direi anzi che
è maritata: fuma la sigaretta.
--Ciò non significa,--rispose Celso.--Io ho un amico, la cui figlia di
diciotto anni fuma la pipa....
--E poi quella disinvoltura, quel portamento,--seguitò
Vittorina.--Certo, è maritata.... Bella: i suoi occhi.... Non ne ho
mai visti di simili....
Tacque, seguendo con lo sguardo la sconosciuta che dai piedi della
scala si rivolgeva, ripercorreva la striscia di tappeto, andava
nuovamente a guardar fuori.
La pioggia riprendeva a cadere a scroscio. Fermo innanzi al pontile,
un piroscafo battuto dall'acqua rabbiosa dava idea d'una nave deserta
abbandonata sotto la pioggia.
--Celso,--riprese Vittorina,--chi sarà?...
--Mi sembra che il tempo vada di male in peggio,--borbottò Celso con
un'occhiata malinconica al soffitto. Non potremo tornare a casa che
per l'ora di pranzo....
--Chi sarà quella signora?--insistette Vittorina.
--È una signorina, ti dico,--s'ostinò Celso.--Come vuoi ch'io sappia?
Domandalo al portiere.
Vittorina per seguire il consiglio di suo marito s'accingeva a
chiamare un ragazzo dalla giubba rossa, quando la giovanissima si
fermò al passo d'un signore che le teneva dietro; e Vittorina stette a
osservarli.
Era il nuovo venuto un giovane sui trentacinque, precocemente segnato
da un'esistenza troppo irregolare o dalle stimmate delle razze che si
estinguono. Camminava incerto, e, quasi per ostentare la sua
debolezza, s'appoggiava con gesto esagerato a un bastoncino d'ebano
inghirlandato di pampini d'oro, che impugnava con la sinistra e che
certamente era troppo esile per sostenere la persona piuttosto alta
dell'uomo. Le fattezze di lui eran tese, come tirate da uno spasimo o
da uno sforzo, la cui frequenza gli avesse ormai formato una maschera
immutabile. Non si poteva giudicar l'età ancor fresca di lui se non
dai baffi, dai capelli nerissimi, dalla vivacità dello sguardo, dalla
mancanza di rughe alle tempie e intorno agli occhi.
--Ah, siete voi!--disse la giovane con un buon sorriso.--Guardate che
tempo!... Sono molto inquieta; doveva esser qui da almeno tre quarti
d'ora....
--Non c'è alcun pericolo,--assicurò l'uomo, chinandosi a baciar la
mano inanellata della giovane.--Un modesto uragano che va
allontanandosi.
--Io sto sempre col cuore sospeso, quand'egli parte coll'automobile. È
difficile trovar due anime dannate come lui e il suo meccanico; fanno
a chi più commette audacie....
--Volete che sediamo?--disse l'altro, gettando un'occhiata alle
poltrone intorno.--Sapete che io ho l'onore di non poter reggermi in
piedi più di dieci minuti.
--Come state oggi?--domandò la signora, prendendo posto in una
poltrona, a due passi da Vittorina, della cui presenza non si era
accorta o non si curava.
L'uomo trasse con la sinistra dalla tasca posteriore dei calzoni un
astuccio d'oro, e offerse una sigaretta alla sua interlocutrice.
--Non ne parliamo!--esclamò poi.--Dormo malissimo; non ho appetito,
non posso leggere senza che i moscerini mi ballino innanzi agli occhi;
non posso camminare; ho un dolore acuto nel braccio destro,
l'emicrania sta per riprendermi.
--Benissimo: un vero ospedale!--rilevò la giovane freddamente.--Non so
perchè insistiate tanto a far l'ammalato; è una civetteria di cui non
capisco lo spirito.
L'altro rise, mettendo il bastoncino sotto il braccio per accendere la
sigaretta.
--Spero d'ottenere un giorno la vostra pietà!--dichiarò poscia.
--Vi dimenticate della parte,--rilevò di nuovo la giovane.--Avete
l'onore di non poter reggervi in piedi, e non pensate menomamente a
sedere; poi quel vostro bastoncino da teatro non servirebbe a
sostenere un topo e vedo che ne fate senza benissimo.... Quanto alla
mia pietà, vi assicuro che non l'otterrete mai. Non ho tempo per gli
avanzi di antichi monumenti....
--Se volete,--rispose l'uomo, soffiando il fumo dalle nari,---io
getterò lontano da me questo bastone, camminerò come il paralitico
risanato dal calore della vostra parola. Voi potete tutto su di me....
--Sì, fatemi il favore, cominciate da oggi!--ribattè la
signora.--Sarete meno rattristante.
--Daniele?--disse l'uomo al domestico in livrea che, sopraggiunto, si
era posto a qualche distanza.--Prendi questo bastoncino, e ch'io non
lo veda più!...
Daniele obbedì, e si allontanò portando il bastoncino sulle due palme
stese, come i paggi recano nel corteo il cuscino col serto regale.
--Perfetto, non è vero?--rilevò il signore, osservando il suo
domestico impettito.--Sembra che porti il Tabernacolo.... Tutto,
intorno a me, deve avere uno stile....
--Anche, dovreste spianare un poco la faccia,--riprese la giovane,
scotendo col mignolo le ceneri della sigaretta.--Voi non avete
un'espressione naturale; vi siete formato un volto da matto ragionante
o da.... che so io? da morfinomane, che non ispira la menoma fiducia.
--Vediamo,--fece l'altro, recandosi innanzi a uno specchio.--Quale
faccia potrei presentarvi? Questa: il sorriso ingenuo, lo sguardo
limpido, la fronte immacolata?... oppure questa: ecco, il sorriso
diventa un po' meno insulso, mentre lo sguardo si fa umile e il solco
del pensiero nobilita la fronte?... Non avete che a chiedere: la
nostra Casa è lieta di poter rispondere ai gusti raffinati della sua
numerosa clientela.
E piantato innanzi allo specchio, andava facendo sberleffi,
accompagnati da gesti veloci, come avesse incarnato un personaggio
carnevalesco.
--Su, su,--esclamò la giovane ridendo,--smettete di fare l'arlecchino!
Non vedete che vi osservano?
--Aspettate: ho quello che vi occorre. Vi prego di guardarmi: Romeo è,
al mio confronto, un utente caldaie a vapore....
Ma la giovane balzò in piedi, e, senza badargli, corse a passi
leggieri verso la soglia. Aveva visto fermarsi innanzi all'albergo,
con uno stridìo prolungato sulla ghiaia, un'automobile rossa, da cui
scendeva svelto un signore alto e biondo, il viso del quale era
incorniciato dal cappuccio dell'impermeabile.
--Amico mio,--disse la giovane con intonazione di lieve
rimprovero;--mi hai tenuta in ansia per tre quarti d'ora.
Il signore la baciò in fronte, sorridendo, poi recò le due mani di lei
alle labbra, e rispose:
--Una piccola panna al motore. Niente di grave, come vedi.... Dov'è
Lillia?
E abbassò il cappuccio, togliendosi rapidamente l'impermeabile, che
consegnò al meccanico, il quale lo seguiva.
--Lillia è su; aspetta anche lei il suo babbo,--rispose la
signora.--Ora la faccio portare,
--O Celso,--esclamò Vittorina Ornavati, che fino a quel punto non
aveva perduto nè un gesto nè una parola della scena.--Lascia il tuo
stupido libro!... Guarda se non riconosci quel signore?
--Quale?--domandò Celso alzandosi.--Ah, il biondo?... Non l'ho mai
veduto....
Vittorina fece un gesto di impazienza.
--Ma sì, ma sì,--disse poi.--Lo hai veduto e gli hai anche parlato.
Non rammenti, due anni or sono, nel negozio di maglieria? quel conte
che ti ha venduto le calze o le maglie? Il conte Filippeschi, mi
sembra.... Tu dicevi che faceva il commesso dovendo lottare con la
famiglia e darsi poi all'arte: io dicevo che c'era sotto una donna?...
Poi non lo abbiamo visto più: aveva lasciato l'impiego, ci disse il
direttore, perchè era entrato in possesso della sua sostanza.... Ed
ora, eccolo qui.... Ed ecco la donna che io aveva presentito....
--Vedo, vedo, vedo,--confermò Celso.--È una bella donna; è una
bellissima signora.
In quel momento ripassò innanzi a Vittorina Ornavati il ragazzo dalla
giubba rossa.
--Giacomo,--chiamò Vittorina.--Chi è quel signore biondo laggiù?
Il ragazzo diede un'occhiata alla coppia che si avviava verso la
scala, accompagnata dall'uomo che aveva fatto gli sberleffi innanzi
allo specchio.
--Il conte Filippeschi,--rispose poi.
--E la signora?
--La contessa Filippeschi sua moglie.
--Ah, sua moglie!--ripetè Vittorina.--E l'altro?
--Il marchese Ariberto Puppi....
--È loro parente?
--No, signora. È un amico.
--E hanno anche un bambino?
--Una bambina: Lillia! Ha poco più d'un anno: ecco, la governante la
conduce giù....
--O Celso,--disse Vittorina a suo marito, mentre con un cenno del capo
metteva in libertà il ragazzo,--è sua moglie, quella bellissima
giovane!
--Me ne rallegro,--rispose Celso, andando a guardar dalla soglia nella
strada.
La pioggia era cessata; tra le nuvole bianche e dense si aprivano
larghi squarci turchini: il profilo dei monti spiccava netto, duro, su
quel fondo di smalto lucido.
--Io direi che è tempo di tornare a casa,--osservò Celso a Vittorina
che lo aveva seguito.--Approfittiamo di questo istante, perchè tra
un'ora la pioggia potrebbe ricominciare....
Vittorina gli si mise al fianco senza rispondere. Il suo pensiero era
occupato dall'incontro con Folco Filippeschi e sua moglie.
--Non avevo ragione io?--riprese d'un tratto incamminandosi da Stresa
verso la villa di Belgirate.--Ecco la donna per la quale lavorava;
mentre non si capisce affatto che egli pensi alla letteratura e
all'arte, come supponevi tu....
--Hai sempre ragione!--acconsentì Celso distrattamente.--Del resto,
chi sa?...
Quell'altro,--seguilo Vittorina,--è il marchese Puppi, un amico.
Credevo fosse loro parente....
Celso non potè nascondere un sorriso.
--L'amico non manca mai vicino alla coppia di giovani sposi,--osservò
poscia.--Gli amici hanno la missione di tentare la virtù delle
mogli.... Questa è un'idea che si potrebbe sviluppare.... Anche noi,
quando eravamo sposati da poco, avevamo molti amici per casa....
Vittorina arrossì lievemente.
--Poi se ne andarono,--seguitò Celso,--e non restarono che i sinceri.
I mariti lo sanno: vigilano e si difendono....
--Lo sanno anche le mogli,--ribattè Vittorina.