Nè meno foschi giorni si volgevano intorno alla figlia derelitta. Più
non fioria sulla sua guancia il fior di giovinezza, più non le
lampeggiava sul volto il sorriso già apportatore d'allegrezza, nè più
s'udìa la sua voce dolce come il canto di capinera solitaria!
Allorchè era sola più affannata la stringeva la melanconia: volgea
nell'animo la fuggita felicità e la condizion presente, e vestìa di
nuova tristezza il suo duolo: ogni piaggia ed ogni macchia
ricordavale il suo Girani ed ogni speco e ogni valle faceva eco a'
suoi lamenti. Stringeva al seno i colombi e l'agnelletta, e pareano
quegli innocenti partecipare nelle sue pene; l'una con querulo belato
le lambiva la mano, gli altri le svolazzavano sul petto e
raccoglieano dalla sua bocca i baci. Mentre con essi confondea queste
ingenue affezioni, le sembrava temperare alquanto le proprie
amarezze, e ritrovare alcun refrigerio all'immenso fuoco che la
ardeva.
Andava spesso sul colle della pianta ove Girani avea sparsi tanti
sospiri ed ivi versava essa pure i suoi: ivi stava a lungo fisa nella
via che doveva ricondurle l'amor suo. Sovente sporgendo le mani al
cielo gli chiedeva il ritorno dello sposo: teneva sì in quello ferme
le devote pupille, e pregava con sì dolorosi lamenti che parea ne
sentissero pietà consci gli augelli della valle, e flebilmente
alternassero a lei d'intorno i loro canti.
Allorchè era nel bosco e svolgea le sue querele il solitario
usignuolo, quasi venisse l'augello pietoso compagno alla sua
mestizia, stava Marcellina ad udirlo con placida quiete, come cara si
ascolta la voce dell'amicizia. Spesso fra questo silenzio sentiva
fischiare fra le fronde l'aura leggiera, e avvisandosi in pria che
fosse l'orma del reduce amante, tendeva fiammeggiando l'orecchio, ma
gli morìa tosto sul volto l'improvvisa gioja e la speranza, fatta
accorta del suo errore. Talora si richiamava a quell'aura
ingannatrice, talora se era più dolce la tristizia che la governava,
cantando in voce lamentevole, rivolgevale nel proprio accento l'inno
che soleano cantare le abitatrici del monte.
Aura soave e queta
Che intorno a me t'aggiri
E i flebili sospiri
Ascolti del mio cor;
Amica deh! li reca
In sen del caro bene,
Narragli le mie pene,
Narragli il mio dolor.
E se pietà gli desta
La lagrima amorosa,
Nel seno mio pietosa
Deh vienila a versar;
E un cesto ogni mattina
Avrai d'eletti fiori,
Ove sui primi albori
Le penne riposar.
Così a lungo giacea la sconsolata e sola, e spesso ivi dimentica
delle sue cure usate, dimorò molte ore fra le preci ed il pianto,
finchè non la richiamava al mesto focolare, o la voce de' reduci
genitori, o il cadente raggio del giorno.