Si fe' la Marcellina tutta vermiglia come la rosa dell'alba, al suono
di quella lode, e vezzosamente abbassando gli occhi sfuggì gli
sguardi di coloro che l'affisavano e le davano plauso. Però s'avvide
che il suo Girani stava trepidante fiso in lei sfavillando di gioja,
e sentì corrersi al cuore un fiume di tutta dolcezza.
Giri, allora disse il padre, giri la tazza dell'amicizia, e ponga
giulivo fine a questo festevole giorno. Venne il rustico cratere
allora terso nell'onda, ed empiutolo di spumante vino, Marcellina lo
offrì al padre. Se ne avvide il cieco, e a lei--Sposa della Collina,
a te spetta il cominciare, noi seguiremo l'esempio: bevi e presenta
la tazza a cui più ti è dolce scerre fra noi, ma bada a non
mentire.--
La bella timida si rifiutava, ma in fine sollecitata ne attinse
qualche sorso, indi stava dubbiosa a cui la offrisse, giacchè la
giovanile innocenza le consigliava il padre, ma il cuore le fea un
più dolce invito. Tutti stavano in attenzione del modo onde si
togliesse dal contrasto in cui la vedeano, e ne pigliavano diletto;
ma in fine raggiando di un amabile sorriso i genitori, la porse a
Girani. S'innalzarono replicate evviva, sicchè ella nascose il suo
rossore in seno della madre, finchè lo sposo la richiamava, ed a
saperle onore della grazia, le offriva il presente di alcuni spilli
con cui raffermare le treccie.
Si alternò una rustica canzone che invitava a bere ed alla gioja, e
come ebbe fine la libazione dell'amicizia, a porre termine più
gradito alla festa, il cieco invitato sciolse il canto delle nozze.
Era l'inno che il trovatore sposando la voce al suono dell'armonica
arpa fea echeggiare nella valle Borgoratto, il dì che il Signore di
quella menò la figlia dei principi al patrio talamo dai Liguri monti.
Sentiva della religione non in tutto spenta de' latini, sentiva della
rozza favella che nuova allor tentavano le itale Muse, ma non era
oscuro a que' montanari, il cui linguaggio talora come i costumi
ricorda tempi più antichi. Destò il bardo di Nebiolo la melodìa di
una corda che era tesa ai capi di un legno piegato in arco, e pari a
Femio crinito che rallegrava la mensa della casta Penelope, innalzò
il cantico che suona in questi accenti, mentre gli rispondeano gli
amici con gioviali evviva:
Tutto festevole
D'un vago riso
Che i fiori addoppia
Del roseo viso,
Nel bosco Idalio
Amor dicea
All'Acidalia
Leggiadra Dea:
Vedi risplendere
Tu quella Rosa
Che il seno schiudere
Par vergognosa,
E mentre amabile
Incanta gli occhi,
Par dir stringendosi:
Nessun mi tocchi?
Vedi protendere
Tutto giulivo
A lei le braccia
Quel casto Ulivo,
Che dalle foglie
Tal calma muove,
Che il crine cingere
Potrìa di Giove?
Li vo' rimovere
Da questo lido,
E uniti crescerli
Là dove il nido
Pone la tortora
Fra fronda e fronda,
Mentre la Copia
Bacia la sponda.
E incontro Venere
Serena il ciglio,
In sen recandosi
Il caro figlio:
Più bello in animo
Non ti fu desto
Pensier, o fecesi
Più vago innesto.
Prosiegui; il vivido
Cespo gentile
Le aurette educhino
D'eterno aprile.
Nè lo molestino
Le algenti brine,
Ma l'alba rorida
Gl'imperli il crine.
Qui a Imen commettere
Dei la tua face,
E il bacio porgergli
Di eterna pace.
Qui intorno versino
I vezzi e il Riso
La colta ambrosia
In paradiso.
Ognor a renderlo
Giulivo intenti,
Lieti vi aleggino
I bei Momenti;
E mentre volgono
Lungi le cure,
Fauste vi danzino
L'Ore future;
Faccia il suol ridere
Di bei colori
Vaga famiglia
D'erbe e di fiori.
Disse, e all'augurio
Dal manco lato
Fe' plauso il fulmine
Nunzio del Fato:
Sparir le nuvole
Che al ciel fean velo,
E un riso parvero
La terra e il cielo.