II.

Si fe' la Marcellina tutta vermiglia come la rosa dell'alba, al suono

di quella lode, e vezzosamente abbassando gli occhi sfuggì gli

sguardi di coloro che l'affisavano e le davano plauso. Però s'avvide

che il suo Girani stava trepidante fiso in lei sfavillando di gioja,

e sentì corrersi al cuore un fiume di tutta dolcezza.

Giri, allora disse il padre, giri la tazza dell'amicizia, e ponga

giulivo fine a questo festevole giorno. Venne il rustico cratere

allora terso nell'onda, ed empiutolo di spumante vino, Marcellina lo

offrì al padre. Se ne avvide il cieco, e a lei--Sposa della Collina,

a te spetta il cominciare, noi seguiremo l'esempio: bevi e presenta

la tazza a cui più ti è dolce scerre fra noi, ma bada a non

mentire.--

La bella timida si rifiutava, ma in fine sollecitata ne attinse

qualche sorso, indi stava dubbiosa a cui la offrisse, giacchè la

giovanile innocenza le consigliava il padre, ma il cuore le fea un

più dolce invito. Tutti stavano in attenzione del modo onde si

togliesse dal contrasto in cui la vedeano, e ne pigliavano diletto;

ma in fine raggiando di un amabile sorriso i genitori, la porse a

Girani. S'innalzarono replicate evviva, sicchè ella nascose il suo

rossore in seno della madre, finchè lo sposo la richiamava, ed a

saperle onore della grazia, le offriva il presente di alcuni spilli

con cui raffermare le treccie.

Si alternò una rustica canzone che invitava a bere ed alla gioja, e

come ebbe fine la libazione dell'amicizia, a porre termine più

gradito alla festa, il cieco invitato sciolse il canto delle nozze.

Era l'inno che il trovatore sposando la voce al suono dell'armonica

arpa fea echeggiare nella valle Borgoratto, il dì che il Signore di

quella menò la figlia dei principi al patrio talamo dai Liguri monti.

Sentiva della religione non in tutto spenta de' latini, sentiva della

rozza favella che nuova allor tentavano le itale Muse, ma non era

oscuro a que' montanari, il cui linguaggio talora come i costumi

ricorda tempi più antichi. Destò il bardo di Nebiolo la melodìa di

una corda che era tesa ai capi di un legno piegato in arco, e pari a

Femio crinito che rallegrava la mensa della casta Penelope, innalzò

il cantico che suona in questi accenti, mentre gli rispondeano gli

amici con gioviali evviva:

Tutto festevole

D'un vago riso

Che i fiori addoppia

Del roseo viso,

Nel bosco Idalio

Amor dicea

All'Acidalia

Leggiadra Dea:

Vedi risplendere

Tu quella Rosa

Che il seno schiudere

Par vergognosa,

E mentre amabile

Incanta gli occhi,

Par dir stringendosi:

Nessun mi tocchi?

Vedi protendere

Tutto giulivo

A lei le braccia

Quel casto Ulivo,

Che dalle foglie

Tal calma muove,

Che il crine cingere

Potrìa di Giove?

Li vo' rimovere

Da questo lido,

E uniti crescerli

Là dove il nido

Pone la tortora

Fra fronda e fronda,

Mentre la Copia

Bacia la sponda.

E incontro Venere

Serena il ciglio,

In sen recandosi

Il caro figlio:

Più bello in animo

Non ti fu desto

Pensier, o fecesi

Più vago innesto.

Prosiegui; il vivido

Cespo gentile

Le aurette educhino

D'eterno aprile.

Nè lo molestino

Le algenti brine,

Ma l'alba rorida

Gl'imperli il crine.

Qui a Imen commettere

Dei la tua face,

E il bacio porgergli

Di eterna pace.

Qui intorno versino

I vezzi e il Riso

La colta ambrosia

In paradiso.

Ognor a renderlo

Giulivo intenti,

Lieti vi aleggino

I bei Momenti;

E mentre volgono

Lungi le cure,

Fauste vi danzino

L'Ore future;

Faccia il suol ridere

Di bei colori

Vaga famiglia

D'erbe e di fiori.

Disse, e all'augurio

Dal manco lato

Fe' plauso il fulmine

Nunzio del Fato:

Sparir le nuvole

Che al ciel fean velo,

E un riso parvero

La terra e il cielo.

La pianta dei sospiri con alcuni cenni su la vita e su le opere dell'autore · 第 63 / 120 题