Pungono acerbamente Stefano queste rampogne, ordina di rendere al
nemico la libertà e l'armi, e giura di dar morte al primo che
attenterà frapporsi al loro duello. Ossequiosi si ritraggono i
soldati, e si sparge nel campo un cupo silenzio, che solo è rotto
dalla stridente fiamma che divora il Castello, e dallo scroscio delle
mura cadenti. Allora Guidone impugnando il libero brando, volto in
pria uno sguardo alla sua Rocca, senza mostrarsi nè atterrito nè
dolente:--Rosso, ricordati che il mio petto non è di debile
donzella.--E l'altro a lui:--Servo di Nebiolo, troppo ho sete del tuo
sangue perchè fallisca il colpo.--
Sono questi detti il segno d'una lotta che più fiera non seguì fra
eroi: è lo scontro di due nembi che frammischiano le procelle, è il
fremito di due belve che pugnano nella foresta. Trema sotto a' lor
piedi la valle, spirano fuoco gli irosi volti, lampi i brandi che
scendono tempesta sull'elmo, sulla corazza e sullo scudo. Ma prodi
erano entrambi e maestri di guerra, eran destri e micidiali i colpi,
ma erano riparati.
Arrabbia Guidone a sì lunga resistenza, e impaziente apporta alla
gola dell'altro la spada, ma mentre scaglia il colpo, Stefano
percuote a lui sì fieramente la mano, che è forzato abbandonare
l'arme. Però ei stesso non evitò, abbenchè lieve la ferita, e
sentendosi scorrere il sangue, fu sopra all'avversario, il rovesciò,
e brandendogli il ferro sul viso gli intimò con terribil voce di
darsi vinto.
Guidone per nulla si arrende o mostra timore: rovesciato sbuffa come
leone piagato a morte: freme, ma nè parla, nè si lagna, gira foschi
gli occhi e mentre l'altro l'insulta, in un lampo coll'una mano
procura di deviare la pendente spada, coll'altra tratta un pugnale, e
lo avventa al petto del nemico. Ma il ferreo usbergo è scudo al
Rosso, che scosso a tanto ardire gl'immerge nella gola il provocato
acciaro: e mentre quei versa il sangue e la vita, gli calca il petto
coll'orgoglioso piede e l'insulta.--Così il Rosso ti calpesta: così
qui fosse teco tuo figlio, e andasse ogni tuo congiunto come te e la
tua Rocca, fuoco ed ombra.--
Levato il cruento elmo dell'ucciso, e innalzatolo con barbare grida
sulla bandiera, fu la spoglia di Guidone gittata nella fiamma
divoratrice che distruggeva l'oppugnata fortezza. Si fe' libero alla
militar baldanza di depredare i poderi del vinto, e ordinò
l'inesausto odio di Stefano di rovesciare fino alle fondamenta la
formidabile Rocca, sicchè non ne restasse pietra sopra pietra, e si
disperdesse pur la memoria di un orgoglio che fu.
Fra tanta strage e sangue allora pensò a' suoi ed alla pace: credendo
Anselmo o estinto oscuramente o fuggito, depose la spada micidiale, e
disse che perdonava alla figlia i commessi errori, perchè aveagli
aperta la strada alla vendetta.