XXII.

Pungono acerbamente Stefano queste rampogne, ordina di rendere al

nemico la libertà e l'armi, e giura di dar morte al primo che

attenterà frapporsi al loro duello. Ossequiosi si ritraggono i

soldati, e si sparge nel campo un cupo silenzio, che solo è rotto

dalla stridente fiamma che divora il Castello, e dallo scroscio delle

mura cadenti. Allora Guidone impugnando il libero brando, volto in

pria uno sguardo alla sua Rocca, senza mostrarsi nè atterrito nè

dolente:--Rosso, ricordati che il mio petto non è di debile

donzella.--E l'altro a lui:--Servo di Nebiolo, troppo ho sete del tuo

sangue perchè fallisca il colpo.--

Sono questi detti il segno d'una lotta che più fiera non seguì fra

eroi: è lo scontro di due nembi che frammischiano le procelle, è il

fremito di due belve che pugnano nella foresta. Trema sotto a' lor

piedi la valle, spirano fuoco gli irosi volti, lampi i brandi che

scendono tempesta sull'elmo, sulla corazza e sullo scudo. Ma prodi

erano entrambi e maestri di guerra, eran destri e micidiali i colpi,

ma erano riparati.

Arrabbia Guidone a sì lunga resistenza, e impaziente apporta alla

gola dell'altro la spada, ma mentre scaglia il colpo, Stefano

percuote a lui sì fieramente la mano, che è forzato abbandonare

l'arme. Però ei stesso non evitò, abbenchè lieve la ferita, e

sentendosi scorrere il sangue, fu sopra all'avversario, il rovesciò,

e brandendogli il ferro sul viso gli intimò con terribil voce di

darsi vinto.

Guidone per nulla si arrende o mostra timore: rovesciato sbuffa come

leone piagato a morte: freme, ma nè parla, nè si lagna, gira foschi

gli occhi e mentre l'altro l'insulta, in un lampo coll'una mano

procura di deviare la pendente spada, coll'altra tratta un pugnale, e

lo avventa al petto del nemico. Ma il ferreo usbergo è scudo al

Rosso, che scosso a tanto ardire gl'immerge nella gola il provocato

acciaro: e mentre quei versa il sangue e la vita, gli calca il petto

coll'orgoglioso piede e l'insulta.--Così il Rosso ti calpesta: così

qui fosse teco tuo figlio, e andasse ogni tuo congiunto come te e la

tua Rocca, fuoco ed ombra.--

Levato il cruento elmo dell'ucciso, e innalzatolo con barbare grida

sulla bandiera, fu la spoglia di Guidone gittata nella fiamma

divoratrice che distruggeva l'oppugnata fortezza. Si fe' libero alla

militar baldanza di depredare i poderi del vinto, e ordinò

l'inesausto odio di Stefano di rovesciare fino alle fondamenta la

formidabile Rocca, sicchè non ne restasse pietra sopra pietra, e si

disperdesse pur la memoria di un orgoglio che fu.

Fra tanta strage e sangue allora pensò a' suoi ed alla pace: credendo

Anselmo o estinto oscuramente o fuggito, depose la spada micidiale, e

disse che perdonava alla figlia i commessi errori, perchè aveagli

aperta la strada alla vendetta.

La pianta dei sospiri con alcuni cenni su la vita e su le opere dell'autore · 第 54 / 120 题